Montecopiolo contro la paura del Covid

Per chi arriva dalla costa o dalla città, Montecopiolo è una piccola e tranquilla località di montagna, mille abitanti sparsi in tante frazioni al confine tra le Marche e l'Emilia Romagna, luogo di pace e silenzio immerso nelle dolci colline del Montefeltro. Una di quelle mete predilette da chi ama le passeggiate e i panorami da contemplare, dai ciclisti che si mettono alla prova, da chi cerca relax per il corpo e nutrimento per l'anima. D'estate la popolazione triplica, coi turisti che arrivano ad abitare le decine di villette costruite negli anni 70. La sera o nei fine settimana, come in altri borghi, si sale fin qui da Rimini, Pesaro, San Marino, a cercare buoni ristoranti, aria fresca, feste o sagre per stare bene in semplicità.

Quest'anno però Montecopiolo è più tranquilla del solito: nelle strade si potrebbe giocare a palla, nei giardini delle case capita di veder gironzolare i caprioli, nei ristoranti aperti non serve prenotare, la sera è silenziosa come fuori stagione. Un paradiso esclusivo, si direbbe. Ma è questione di punti di vista. Per la gente del posto questa situazione è un peso, per commercianti e ristoratori un incubo. L'immagine delle auto in coda nella piazza della frazione di Villagrande, con a bordo i residenti che aspettano il proprio turno, le mascherine sul volto, per sottoporsi volontariamente al tampone del Covid, restituisce il clima di un'estate che non avrebbe dovuto essere così, non dopo tre mesi di lockdown.

Montecopiolo è entrato nelle cronache della difficile "fase due", quella della vita che riparte e che cerca di prendere le misure per convivere col virus. Ma è anche il concentrato di quello che dalla pandemia si può imparare per non venirne travolti. Tutto è incominciato un sabato sera, il 18 luglio: una cena di persone venute da fuori per festeggiare un battesimo, un tavolo vicino di giovani del posto, un ritrovo al bar della classe '78, una bancarella che frigge pesce, ragazzi del paese e altri che li raggiungono da paesi vicini. C'è movimento, e alla fine un centinaio di persone dà vita a un assembramento festoso, una movida come tante se ne sono viste un po' ovunque in Italia e nel mondo. Tra un calice alzato e una mascherina abbassata il virus festeggia anche lui. Nessuno sa chi lo ha portato e da dove. Dopo due giorni una persona ha sintomi leggeri, i tamponi ai contatti rivelano altri contagi, in un paio di settimane si passa da 5 a una trentina di positivi, soprattutto tra i parenti e gli amici stretti.

I contagiati e le loro famiglie si isolano in quarantena. Il Comune ripristina l'obbligo di mascherina, chiudono i parchi giochi per bambini, si sospende temporaneamente il calendario della pro loco. Don Ivan Fattori, il parroco, celebra la Messa in piazza, e invita la comunità a restare unita, a dare un senso a questa prova. L'azienda sanitaria evita di istituire una "zona rossa", ma decide per il tampone a tutta la popolazione, come a Vo' Euganeo, paragone che non aiuta ma se servirà a fare chiarezza può aiutare a ripartire più forti.

«Questo screening di massa è un test scientifico, ma almeno dirà come siamo messi ? spiega il sindaco Pietro Rossi ?. Qui è stato fatto tutto quello che si poteva fare per mettere il paese in sicurezza. Montecopiolo è pulito e visitabile, perché mentre noi ora diamo tutte la garanzie, in altri posti le persone affollano le feste e i locali sono pieni». Il problema del virus è che non sa leggere Google Maps e lascia molti danni collaterali. Tutto sembra sotto controllo, ma la parola focolaio ha creato il vuoto. «Il sabato sera d'estate facciamo 200 coperti, la settimana scorsa c'erano 20 clienti, così non riusciamo ad andare avanti», dice Lorenza Grassi del ristorante "La Baita" di Villagrande.

«Abbiamo saltato tutte le festività e i ponti quest'anno, abbiamo appena riaperto con tutto in regola, ma se perdiamo anche la stagione come faremo?», aggiunge Serena Casini del ristorante "The View" alla frazione Santa Rita. Per capire il dramma bisogna comprendere quanto è importante l'estate per chi vive di turismo, e poi rapportare tutto all'economia di una località sugli Appennini: luglio e agosto sono i mesi in cui si mette il fieno in cascina per riaprire la stagione successiva. Al resort "Parco del Lago" i clienti arrivano da lontano per trovare un'oasi di benessere che è già un ritiro protetto, dunque il colpo può sembrare meno duro: «Siamo al 40% in meno di ospiti ? spiega il titolare Massimiliano Druda ?, ma proprio nel momento in cui avremmo dovuto recuperare dopo il lockdown. Se non ci sarà un aiuto per un'emergenza che abbiamo subìto, rischia di farne le spese un intero territorio». Si parla di 100 posti di lavoro che vacillano.

È anche il conto del neo-negazionismo, dei proclami pubblici sul virus che ha perso forza e non fa più danni. Qui ora la gente l'ha presa come una sfida: «Vogliamo dimostrare che siamo il Comune più sicuro della zona», si sente dire nei bar. Il discorso supera l'emergenza del Covid e conduce a riflettere sulla fragilità di un sistema di montagna, dove si può procedere con lentezza, ma fermarsi non è previsto, nel momento in cui il mondo riscopre il valore dei borghi come risposta all'urbanizzazione e a quello stile di vita di cui si nutrono i virus e che non appartiene alla natura di questi luoghi. Forse questa crisi aiuterà a capirlo.

«Tutti parlano dell'importanza dell'entroterra, ma è soprattutto in estate che le persone scoprono il nostro territorio, consentendogli di sopravvivere ? dice il sindaco Rossi ?. Abbiamo fatto sforzi enormi per metterci in sicurezza, siamo montanari e sappiamo che dobbiamo andare avanti imparando a convivere col virus, senza paura. Non possiamo permetterci altre chiusure, la nostra è la battaglia di tutto l'entroterra».

I test proseguono, nel fine settimana il responso. Le auto si mettono in fila al drive-in dei tamponi ripulite dal fango e dalla terra delle strade contadine. Davanti alla Pro loco si cataloga l'anagrafe degli esami. Attorno è il silenzio unico di boschi e prati verdissimi, delle pinete, della faggeta, dell'eremo santuario Beata Vergine del Faggio, sul monte Carpegna, delle rovine del castello dei Montefeltro, dei caprioli nelle villette. Per i pochi turisti è come una vacanza fuori stagione, ma è quasi Ferragosto.

Massimo Calvi

Avvenire 7.8.2020

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Covid: responsabili perciò liberi

Dopo i mesi della responsabilità, durante i quali abbiamo sopportato privazioni e sacrifici per un bene più alto, quello della tutela della nostra salute e di quella della comunità di cui facciamo parte, è finalmente arrivata la stagione della libertà, una conquista meritata che permette di riassaporare il piacere della vita e di quelle relazioni di cui deve nutrirsi proprio il valore che abbiamo protetto con metodo e sacrificio.

In questo passaggio era inevitabile che si verificassero eccessi e strappi alla regola della prudenza: diversamente, forse, non potremmo dirci totalmente umani, come sembra testimoniare proprio l'esuberanza e la sfacciataggine con cui le generazioni più giovani ora paiono voler reclamare la riconquista di uno spazio fisico e sociale che la natura per diritto riserva loro.

Il passaggio dalla fase della responsabilità, cioè dei limiti, a quella della libertà, ovvero del superamento dei confini, non è tuttavia qualcosa che può avvenire senza una riflessione su quanto abbiamo imparato, distruggendo di colpo la mappa della convivenza tracciata con tanta attenzione in una fase di drammatica emergenza sanitaria, o sfasciando l'edificio che abbiamo costruito con tanto impegno a protezione di tutti.

Il virus non è morto, c'è, è vivo, circola ancora tra di noi. Stiamo meglio e ci ammaliamo in modo meno grave anche perché ci stiamo proteggendo, perché tanti continuano a fare esercizio del proprio senso di responsabilità. Ma focolai di contagi, come era prevedibile, si stanno ripresentando un po' ovunque anche in Italia e non solo in molti Paesi del mondo.

 Una rimpatriata di ex compagni di classe, un luogo di lavoro nel quale si sono allentate le regole, una festa tra parenti, un assembramento non controllato: oggi siamo più preparati nell'affrontare l'emergenza, ma non possiamo lasciare che il desiderio di evasione faccia dimenticare tutto quanto è stato, almeno in una parte del Paese: la sofferenza, il terrore, i familiari e gli amici morti, il buio esistenziale, la perdita di posti di lavoro, la fame che molte famiglie hanno incominciato a patire e che conosceranno nei prossimi mesi.

In questo senso, le parole che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha pronunciato ieri durante la Cerimonia del Ventaglio, davanti ai rappresentanti della stampa, arrivano nel momento giusto e sono il necessario richiamo a fare tesoro di tutte le lezioni che il Covid ha impartito, per guardare ai prossimi mesi con la serenità di cui una comunità ha bisogno. La «rimozione delle esperienze sgradevoli», ha notato il Capo dello Stato, la «tendenza a dimenticare», poteva essere prevista in qualche modo, ma non era immaginabile arrivasse così presto, «mentre continuano a morire persone per il virus».

In poche frasi Mattarella ha consegnato ai cronisti - celebrando il servizio e ruolo fondamentale dell'informazione professionale e di qualità - una lista di impegni, valori e prospettive che dovremmo custodire e rileggere ogni giorno per i tempi a venire. Ha ricordato le esperienze di «preziosa e reciproca solidarietà» che ha unito i popoli, gli aiuti di cui ha beneficiato e beneficerà il nostro Paese, il «cambio di paradigma politico e istituzionale» dell'Unione Europea, fino a pochi mesi fa «inimmaginabile». Ha indicato nella ripresa regolare della scuola l'«obiettivo primario» cui deve tendere ora la nazione, significato di un futuro che possiamo darci assicurando la migliore istruzione e una formazione di qualità alle giovani generazioni.

Un tesoro di consapevolezza che non può essere disperso ora semplicemente perché rischiamo di confondere il significato del termine libertà, nell'illusione che la responsabilità sia solo un banale accessorio. Dietro una fake-news sull'indebolimento del virus, dietro un desiderio di visibilità nutrito con manifestazioni provocatorie, dietro la pubblicità gratuita conquistata con esibizioni pubbliche di protervia o spavalderia, dietro la fabbrica dell'irresponsabilità pubblica che sta tornando operativa a pieno ritmo, non ci sono solo altri possibili malati, ricoveri o altri morti, ci sono nuove paure, negozi e locali che richiudono, attività che rallentano, disdette che piovono. Ci sono nuovi confini e nuovi muri che rischiano di alzarsi.

Gli italiani hanno dimostrato, nella difficoltà, di saper rispondere con coscienza e di ottenere grandi risultati. I dati dei contagi di queste settimane, nel confronto mondiale, lo dimostrano abbondantemente. Abbiamo appreso che possiamo tornare a vivere e declinare pienamente il nostro desiderio di libertà, semplicemente con qualche piccola accortezza in più. Niente di impossibile né di intollerabile. L'importante è ritrovarsi a parlare lo stesso linguaggio. «Imparare a convivere con il virus - ha detto il Presidente della Repubblica - non vuol dire comportarsi come se il virus non ci fosse più», e soprattutto «non bisogna confondere la libertà con il diritto di far ammalare gli altri». Libertà, responsabilità, comunità: c'è un lessico capace di unire, troviamo il modo per custodirlo.

Massimo Calvi

Avvenire, 1.8.2020

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