Roccella: sulla famiglia è solo l'inizio

Aumento del 50% dell’Assegno unico per i figli nel loro primo anno di vita e per i figli da uno a tre anni nelle famiglie numerose con Isee sotto i 40mila euro, stabilizzazione dei sostegni per i figli disabili, congedo di maternità all’80% esteso di un mese, Iva ridotta dal 10 al 5% per pannolini, latte in polvere e seggiolini auto. Sono le misure che la Legge di bilancio per il 2023 destina espressamente ai nuclei con figli.

"Questa manovra, nonostante le scadenze strettissime e una congiuntura drammatica, ha tracciato una rotta  - dice ad "Avvenire" Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità -. Non c’erano i tempi e i soldi per una rivoluzione copernicana, ma non abbiamo stiracchiato un po’ di qua e un po’ di là una coperta corta. È stata presa una direzione politica netta in favore delle famiglie, ed è questo il punto davvero significativo. Ovviamente è solo un inizio".

Alla luce dei programmi dei partiti al governo, e dopo le prime bozze della manovra, c’era molta attesa per le misure che sarebbero state varate a favore delle famiglie e della natalità. Pur considerando il poco tempo a disposizione, e i vincoli di bilancio, non le sembra poco quanto previsto?

No. Parliamo di un miliardo e mezzo. Ovvio che tutti noi, governo incluso, vorremmo anche di più, ma forse non è chiaro il quadro in cui ci si muove. Solo per tenere energia e carburante ai livelli attuali spendiamo circa cinque miliardi al mese: l’equivalente di una finanziaria ogni quadrimestre. E non è che il caro bollette non abbia a che fare con la vita delle famiglie. La verità è che c’è stato, già in questa finanziaria, un vistoso salto culturale, ed è ingeneroso negarlo. Un salto che traspare anche in altre misure, dai mutui per le giovani coppie all’azzeramento dei contributi per chi assume donne e giovani. Anche questo, per esempio, è aiutare la famiglia.

Perché abbiano efficacia le politiche familiari non andrebbero confuse con le politiche sociali, e in questo senso l’universalità è quasi una condizione necessaria. Gli aumenti previsti e i limiti di reddito introdotti sembrano invece andare nella direzione opposta. Come mai?

Non è così. Fissare il limite Isee a 40mila vuol dire includere finalmente il ceto medio, tant’è che qualcuno ci ha mosso l’accusa opposta, cioè d i aumentare l’assegno unico anche ai benestanti. In ogni caso, in questa finanziaria non potevamo fare riforme strutturali, per esempio correggendo le storture e gli squilibri dell’Isee. Abbiamo però voluto indicare con chiarezza una direzione. E non lo abbiamo fatto con la solita sventagliata di bonus, ma con "misure ponte" che preludono a interventi più meditati e duraturi.

Il valore dell’universalità nelle politiche familiari, come negli altri Paesi europei, è anche legato alla necessità di non scoraggiare il lavoro femminile e di non incoraggiare l’evasione fiscale. L’Assegno unico in futuro potrebbe tenerne conto?

Non è certo l’Assegno unico che può scoraggiare il lavoro delle donne, o incoraggiare l’evasione. Per favorire l’occupazione femminile serve prima di tutto creare occupazione, favorire l’intrapresa e rimuovere i mille ostacoli che oggi rendono difficile l’iniziativa o la ricerca di un impiego. Se c’è un provvedimento che ha fallito clamorosamente sul fronte del lavoro e ha incentivato il sommerso, è il reddito di cittadinanza. Bisogna separare le misure assistenziali sia dal sostegno alla natalità sia dalle politiche attive per il lavoro. È quello che cercheremo di fare.

Nel testo è prevista l’estensione del "congedo parentale", e questo aveva fatto pensare a una misura anche per i padri, in realtà si tratta del congedo di maternità, per le sole donne, e ciò ha generato una certa delusione...

Ripeto: questa legge di bilancio non contiene ancora riforme strutturali, ma dà segnali. Sappiamo dai dati che i congedi parentali vengono utilizzati in larghissima parte dalle donne, sappiamo che sono le donne generalmente ad assistere il bimbo malato... Sulla collaborazione dei padri al lavoro di cura c’è molto da fare e molto si può aiutare, ma intanto, con i forti limiti di spesa che avevamo, abbiamo voluto farci carico del problema, sia pure parzialmente.

Come mai è saltato l’annunciato raddoppio del bonus per le famiglie numerose? 

Avevamo pensato inizialmente di concentrare l’intervento con un raddoppio strutturale dal quarto figlio. Poi, sempre nell’ottica di dare un segnale potente, è stata scelta un’altra strada, ampliando sensibilmente la platea e mettendo molte più risorse sul provvedimento. Il combinato disposto tra l’aumento dell’Assegno unico e la riduzione dell’Iva produce un effetto tangibile nei primi anni di vita dei figli. E, per come è riformulata la norma, per i gemelli il vantaggio sarà commisurato, cioè doppio. Sul meccanismo ci sono in ogni caso ancora possibilità di correzione e integrazione in Parlamento e, come più volte detto, l’Assegno unico sarà oggetto di una revisione strutturale.

Nel 2022 l’Assegno unico è costato meno del previsto. I risparmi vengono dirottati altrove?

Le minori spese dimostrano che l’assegno così com’è non funziona bene. Gran parte dei risparmi del 2022, ben 600 milioni, sono stati dirottati dal governo precedente. Ciò che ci è rimasto lo abbiamo impiegato per le famiglie. E così continueremo a fare.

Nel programma del governo c’è il Quoziente fiscale. Cosa pensa di un sistema tributario orientato a questo principio? Il timore è che il termine "quoziente" sia usato solo per limitare molto e ridurre i contributi, come visto nel caso del "bonus villette".

Il Quoziente, o meglio il Fattore famiglia, deve essere ben congegnato. Ma dobbiamo dire le cose come stanno: il bonus 110 per le case unifamiliari era stato eliminato dal precedente esecutivo e noi lo abbiamo ripristinato. Quindi è un di più, non un di meno, che per esigenze di bilancio abbiamo rivolto ai meno abbienti considerando in primo luogo le famiglie con figli. Un altro segnale...

Massimo Calvi

Avvenire 29.11.22

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Pacchetto o pacco famiglia?

Da sempre la presentazione della legge di Bilancio è un gioco di annunci e correzioni, fughe in avanti e retromarce, impegni e disimpegni. Tanto che spesso si fatica a capire cosa veramente è contenuto in una manovra una volta che viene approvata, e per farlo ci si deve affidare solo ai resoconti finali della stampa.

C’è sempre una differenza, insomma, tra l’annuncio e il risultato, è normale, fa parte del necessario confronto che esiste in una democrazia e della dinamica parlamentare. Raramente, però, si era vista una tale differenza tra quanto fatto circolare con le prime bozze della manovra per il 2023 e le dichiarazioni degli esponenti di governo, in merito alle misure per le famiglie con figli, e quello che sta comparendo – o meglio: non comparendo – nel testo che si prepara ad essere consegnato alle Camere. Va detto che i lavori sono ancora in corso, tuttavia alcune considerazioni si possono già fare.

Una settimana fa “Avvenire” aveva parlato di “Pacchettino famiglia”, con un titolo in prima pagina voluto per dare atto di un intervento di un certo rilievo a favore dei nuclei con figli, pur se limitato nella sua portata considerato il poco tempo a disposizione per un intervento significativo e strutturale e la necessità di mantenere i conti sotto controllo in questa fase.

Ciò di cui si stava parlando era il raddoppio del “bonus” per le famiglie con più di 4 figli, l’aumento per un anno dell’assegno per i nuovi nati, un ulteriore aumento per le nascite nelle famiglie dal terzo figlio e i gemelli, l’Iva ridotta per alcuni prodotti per l’infanzia, un mese di congedo parentale in più all’80% dello stipendio, il “premio” previdenziale per le madri all’interno di Opzione donna, e altri provvedimenti.

Un piano di misure – condivisibili o meno, non è questo il punto - molto lontano da quanto contenuto nei programmi elettorali di Fratelli d’Italia e Lega, tuttavia significativo di una direzione.

Al momento, invece, l’aumento forfettario per le famiglie numerose è scomparso, l’aumento per le coppie con 3 o più figli è limitato ai bambini da uno a tre anni e viene negato sopra i 40.000 Isee (dunque rendendo ancora meno universale l’Assegno unico, che già di universale aveva ben poco), di gemelli non si parla più, il mese di congedo riguarda solo le madri e non anche i padri, la soglia anagrafica di ritiro anticipato dal lavoro per le donne legata al numero di figli è scomparsa...

Di sostanziale al momento restano solo il nuovo bonus bebè e l’Iva al 5% su pannolini e latte artificiale. Nessuna traccia di sostegni ampi e universali alle famiglie, in linea con la filosofia autentica del quoziente fiscale. Più che un “pacchettino”, un “pacco”? Speriamo di no. C’è ancora tempo per intervenire.

Massimo Calvi

Avvenire, 27.11.2022

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Il quoziente e gli anti-famiglia

Quando ci si chiede come mai in Italia da trent’anni a questa parte nascano sempre meno bambini, perché la crisi strutturale della natalità nel nostro Paese stia facendo mancare i giovani che lavorano, aumentare i costi previdenziali e sanitari, e in prospettiva farà perdere sempre più quote di Prodotto interno lordo, ci si dimentica di considerare un aspetto: questa crisi è voluta. Certo, non nei termini in cui si manifesta, ma in una delle sue cause principali e strutturali: la fragilità della famiglia con figli.

C’è un filone di pensiero molto ben rappresentato a vari i livelli, quasi un movimento trasversale anti-famiglia, che da anni sembra lavorare contro la composizione di un quadro coerente di misure per sostenere la formazione e il mantenimento dei figli. Non si tratta di scenari complottisti, è qualcosa di molto semplice e a tratti involontario. Agli anti-famiglia non piacciono le coppie con figli, soprattutto se questi sono più di uno o due, mentre la famiglia numerosa viene “accettata” solo se in condizioni economiche tali da doversi rivolgere agli sportelli Caritas, oppure se è frutto di un contesto in cui la ricchezza patrimoniale è tale da rendere superfluo lavorare, se non come opportunità relazionale e di realizzazione di sé. La famiglia semplice con 2-3-4 figli, tipo quelle che si incontrano in Francia, Germania, Danimarca, Svezia... e che in estate varcano le Alpi e calano a vivacizzare i nostri campeggi, no, quelle proprio no.

Come si riconosce il movimento anti-famiglia? Non è difficile, perché è rappresentato da tutti coloro che hanno sinora impedito al sistema fiscale italiano di evolvere per consentire risparmi di livello europeo (come in Francia, Germania... ecc.) alle coppie che generano figli. Oppure, più di recente, da chi ha cercato in tutti i modi di ostacolare la riforma dell’Assegno unico, rendendolo complicato nella struttura e limitato nelle somme stanziate. Il movimento anti-famiglia ritorna poi a farsi sentire quando, ad esempio, riemergono proposte come il quoziente familiare. Il quoziente è un principio che permette di pesare incentivi o misure di sostegno alla famiglia sulla base del numero dei suoi componenti. In Francia il quoziente è fiscale: più sono i figli a carico e meno tasse si pagano. Il vantaggio minimo è di 1.500 euro a figlio, il cosiddetto plafond, ma può salire al crescere dei redditi dichiarati, conservando la progressività dell’imposta. Con la nascita del terzo figlio l’aliquota fiscale può calare al 10%, un po’ come la flat tax italiana per gli autonomi, con la differenza che a fare differenza è la prole.

Il quoziente è un principio, non una formula codificata, può essere costruito come si preferisce. Un’opposizione ideologica ha poco senso. Se si volesse fare un vero paragone tra il fisco italiano e quello francese, in base all’impostazione e ai risultati ottenuti, si potrebbe dire che mentre in Italia il sistema tributario offre considerevoli incentivi a evadere, a mettere a rendita immobili, a conservare e trasferire patrimoni di generazione in generazione senza beneficio per la comunità, in Francia le tasse favoriscono soprattutto una demografia vitale e la nascita di bambini. Un risultato simile, per dire, lo ottiene anche il fisco tedesco, che con un sistema però differente, lo “splitting”, unito a deduzioni fiscali e assegni veramente universali per i figli, che garantisce comunque entrate/risparmi anche di 2.500-3.000 euro a figlio rispetto a un single. Non è detto che vi sia una relazione di causalità, ma il tasso di fecondità in Francia è di 1,8 figli per donna, in Germania di 1,6, in Italia di 1,24.

Certo, in Francia e Germania non sono solo gli aiuti economici a sostenere le famiglie, ci sono anche gli asili nido concessi come diritto e a prezzo calmierato per tutti, non solo per pochi, e ci sono congedi retribuiti e premi più alti per chi si prende cura dei figli, e via dicendo. Resta il fatto che non appena in Italia si parla di quoziente o di qualcosa di simile, entra subito in gioco un argomento paralizzante: il quoziente disincentiva il lavoro femminile, e avvantaggia i ricchi. Fine. Discorso chiuso. Il movimento anti-famiglia ha emesso la sua sentenza. E tutto resta com’è.

Ma è veramente così? Diciamo che in teoria, potenzialmente, uno sconto fiscale legato ai figli può spingere chi in famiglia ha il reddito più basso, in genere le donne, a rinunciare a lavorare, e occuparsi della prole. In teoria, però. Perché in realtà è difficile pensare che una donna rinunci, poniamo, a un lavoro e a 15.000 euro di reddito a fronte di un risparmio di poche centinaia di euro in un anno ottenuto solo dal capofamiglia; e se lo fa, probabilmente, è perché le condizioni di lavoro sono talmente opprimenti e i servizi di cura per i bambini talmente carenti che restare a casa diventa purtroppo una scelta razionale, per quanto subìta. Può anche darsi che una donna, a fronte di un bel risparmio ottenuto dal marito con reddito alto, rinunci a far fruttare la sua laurea o tutto quello per cui ha faticato e si è impegnata nella vita, per occuparsi solo della famiglia e seguire i figli. Statisticamente, sui grandi numeri, questo può accadere. In tal caso varrebbe però la pena provare a capire quanto una scelta sia frutto di un condizionamento esterno e quanto invece un’opzione esercitata liberamente.

Se si guarda quello che accade nella realtà, ci sono altre considerazioni da fare. In Francia il tasso di occupazione femminile è del 64,5%, in Germania del 72,2%, in Italia del 49,4%. Di fronte a questi numeri ci si potrebbe chiedere che cosa hanno fatto finora gli anti-famiglia per aiutare le donne in Italia a partecipare al mercato del lavoro e, in seconda battuta, come mai a fronte di così tanti aiuti fiscali o economici legati ai figli, all’estero ci sono molte più donne che lavorano rispetto all’Italia. Forse perché l’offerta di impiego è più ricca? Forse perché le imprese e il contesto le opprimono meno? O perché le famiglie riescono a pagare poco l’asilo nido anche se non sono indigenti? Oppure, ancora, perché congedi e pratiche di conciliazione sono molto più diffuse e importanti? E non sarà invece che, in fin dei conti, all’estero gli sconti a chi ha figli sono veri, solidi, generosi e universali e rientrano in un quadro completo e organico di misure?

Molti indizi dicono che è così. A partire dal numero delle famiglie con più di 3 figli: in Francia e Belgio, dove vige il quoziente, sono il 16,2%, in Germania il 12%, in Italia il 7,3%. La media in Europa è il 12%. Nella classifica dei nuclei con 4 o più figli (0,6%) l’Italia è invece addirittura ultima in Europa.

L’idea che dietro all’opposizione al quoziente come principio vi sia un approccio ideologico e strumentale si rafforza. In effetti, non sono finora emerse grandi obiezioni sull’Assegno unico e universale (Auu), la cui progressività accentuata potrebbe rappresentare a sua volta un disincentivo al lavoro femminile. Peraltro l’Auu potrebbe persino rivelarsi un ulteriore incentivo all’evasione fiscale, tra i tanti che l’Italia già contempla, visto che l'importo cala sensibilmente sopra i 15.000 euro Isee, in un contesto in cui la distanza tra gettito Irpef potenziale e gettito reale di autonomi e imprese è attorno al 70%.

L’Italia ha bisogno di mettere in piedi un sistema di welfare al servizio della famiglia di dimensione europeo, accelerando ad esempio il Family Act, e contestualmente di riformare il sistema fiscale in modo che sia generoso e universale verso tutte le coppie che mettono al mondo figli, non solo le più bisognose o quelle che più evadono: l’esperienza del welfare familiare in Europa insegna che le politiche per la natalità funzionano se non si fermano al solo obiettivo di contrastare la povertà. Insomma, si chiami Quoziente alla francese, Splitting alla tedesca o Fattore famiglia all’italiana (la proposta del Forum delle famiglie) non importa, la cosa decisiva è che possa partire una riforma coerente con l’obiettivo primario di contrastare l’inverno demografico e restituire con gli interessi un po’ dell’equità fin qui sempre negata alle famiglie.

Per fare questo andrebbero evitate posizioni strumentali, che hanno l’effetto di conservare un sistema non sempre capace di offrire condizioni di vita e di lavoro dignitose alle persone, ragione per cui chi può se ne va a studiare, lavorare e poi a fare famiglia altrove. E non serve discettare di “meritocrazia”. Occorre un’azione riformatrice seria, capace di guardare alla famiglia, anche nella sua forza relazionale, come a una risorsa positiva per lo sviluppo del Paese.

 Massimo Calvi

Avvenire, 27.11.2022

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