Quando ci si chiede come mai in Italia da trent’anni a questa parte nascano sempre meno bambini, perché la crisi strutturale della natalità nel nostro Paese stia facendo mancare i giovani che lavorano, aumentare i costi previdenziali e sanitari, e in prospettiva farà perdere sempre più quote di Prodotto interno lordo, ci si dimentica di considerare un aspetto: questa crisi è voluta. Certo, non nei termini in cui si manifesta, ma in una delle sue cause principali e strutturali: la fragilità della famiglia con figli.
C’è un filone di
pensiero molto ben rappresentato a vari i livelli, quasi un movimento
trasversale anti-famiglia, che da anni sembra lavorare contro la composizione
di un quadro coerente di misure per sostenere la formazione e il mantenimento
dei figli. Non si tratta di scenari complottisti, è qualcosa di molto semplice
e a tratti involontario. Agli anti-famiglia non piacciono le coppie con figli,
soprattutto se questi sono più di uno o due, mentre la famiglia numerosa viene
“accettata” solo se in condizioni economiche tali da doversi rivolgere agli
sportelli Caritas, oppure se è frutto di un contesto in cui la ricchezza
patrimoniale è tale da rendere superfluo lavorare, se non come opportunità
relazionale e di realizzazione di sé. La famiglia semplice con 2-3-4 figli,
tipo quelle che si incontrano in Francia, Germania, Danimarca, Svezia... e che
in estate varcano le Alpi e calano a vivacizzare i nostri campeggi, no, quelle
proprio no.
Come si riconosce il
movimento anti-famiglia? Non è difficile, perché è rappresentato da tutti
coloro che hanno sinora impedito al sistema fiscale italiano di evolvere per
consentire risparmi di livello europeo (come in Francia, Germania... ecc.) alle
coppie che generano figli. Oppure, più di recente, da chi ha cercato in tutti i
modi di ostacolare la riforma dell’Assegno unico, rendendolo complicato nella
struttura e limitato nelle somme stanziate. Il movimento anti-famiglia ritorna
poi a farsi sentire quando, ad esempio, riemergono proposte come il quoziente
familiare. Il quoziente è un principio che permette di pesare incentivi o
misure di sostegno alla famiglia sulla base del numero dei suoi componenti. In
Francia il quoziente è fiscale: più sono i figli a carico e meno tasse si
pagano. Il vantaggio minimo è di 1.500 euro a figlio, il cosiddetto plafond, ma
può salire al crescere dei redditi dichiarati, conservando la progressività
dell’imposta. Con la nascita del terzo figlio l’aliquota fiscale può calare al
10%, un po’ come la flat tax italiana per gli autonomi, con la differenza che a
fare differenza è la prole.
Il quoziente è un
principio, non una formula codificata, può essere costruito come si preferisce.
Un’opposizione ideologica ha poco senso. Se si volesse fare un vero paragone
tra il fisco italiano e quello francese, in base all’impostazione e ai
risultati ottenuti, si potrebbe dire che mentre in Italia il sistema tributario
offre considerevoli incentivi a evadere, a mettere a rendita immobili, a
conservare e trasferire patrimoni di generazione in generazione senza beneficio
per la comunità, in Francia le tasse favoriscono soprattutto una demografia vitale
e la nascita di bambini. Un risultato simile, per dire, lo ottiene anche il
fisco tedesco, che con un sistema però differente, lo “splitting”, unito a
deduzioni fiscali e assegni veramente universali per i figli, che garantisce
comunque entrate/risparmi anche di 2.500-3.000 euro a figlio rispetto a un
single. Non è detto che vi sia una relazione di causalità, ma il tasso di
fecondità in Francia è di 1,8 figli per donna, in Germania di 1,6, in Italia di
1,24.
Certo, in Francia e
Germania non sono solo gli aiuti economici a sostenere le famiglie, ci sono
anche gli asili nido concessi come diritto e a prezzo calmierato per tutti, non
solo per pochi, e ci sono congedi retribuiti e premi più alti per chi si prende
cura dei figli, e via dicendo. Resta il fatto che non appena in Italia si parla
di quoziente o di qualcosa di simile, entra subito in gioco un argomento
paralizzante: il quoziente disincentiva il lavoro femminile, e avvantaggia i
ricchi. Fine. Discorso chiuso. Il movimento anti-famiglia ha emesso la sua
sentenza. E tutto resta com’è.
Ma è veramente così?
Diciamo che in teoria, potenzialmente, uno sconto fiscale legato ai figli può
spingere chi in famiglia ha il reddito più basso, in genere le donne, a
rinunciare a lavorare, e occuparsi della prole. In teoria, però. Perché in
realtà è difficile pensare che una donna rinunci, poniamo, a un lavoro e a
15.000 euro di reddito a fronte di un risparmio di poche centinaia di euro in
un anno ottenuto solo dal capofamiglia; e se lo fa, probabilmente, è perché le condizioni
di lavoro sono talmente opprimenti e i servizi di cura per i bambini talmente
carenti che restare a casa diventa purtroppo una scelta razionale, per quanto
subìta. Può anche darsi che una donna, a fronte di un bel risparmio ottenuto
dal marito con reddito alto, rinunci a far fruttare la sua laurea o tutto
quello per cui ha faticato e si è impegnata nella vita, per occuparsi solo
della famiglia e seguire i figli. Statisticamente, sui grandi numeri, questo
può accadere. In tal caso varrebbe però la pena provare a capire quanto una
scelta sia frutto di un condizionamento esterno e quanto invece un’opzione
esercitata liberamente.
Se si guarda quello
che accade nella realtà, ci sono altre considerazioni da fare. In Francia
il tasso di occupazione femminile è del 64,5%, in Germania del 72,2%, in Italia
del 49,4%. Di fronte a questi numeri ci si potrebbe chiedere che cosa hanno
fatto finora gli anti-famiglia per aiutare le donne in Italia a partecipare al
mercato del lavoro e, in seconda battuta, come mai a fronte di così tanti aiuti
fiscali o economici legati ai figli, all’estero ci sono molte più donne che
lavorano rispetto all’Italia. Forse perché l’offerta di impiego è più ricca?
Forse perché le imprese e il contesto le opprimono meno? O perché le famiglie
riescono a pagare poco l’asilo nido anche se non sono indigenti? Oppure,
ancora, perché congedi e pratiche di conciliazione sono molto più diffuse e
importanti? E non sarà invece che, in fin dei conti, all’estero gli sconti a
chi ha figli sono veri, solidi, generosi e universali e rientrano in un quadro
completo e organico di misure?
Molti indizi dicono
che è così. A partire dal numero delle famiglie con più di 3 figli: in Francia
e Belgio, dove vige il quoziente, sono il 16,2%, in Germania il 12%, in Italia
il 7,3%. La media in Europa è il 12%. Nella classifica dei nuclei con 4 o più
figli (0,6%) l’Italia è invece addirittura ultima in Europa.
L’idea che dietro
all’opposizione al quoziente come principio vi sia un approccio ideologico e
strumentale si rafforza. In effetti, non sono finora emerse grandi
obiezioni sull’Assegno unico e universale (Auu), la cui progressività
accentuata potrebbe rappresentare a sua volta un disincentivo al lavoro
femminile. Peraltro l’Auu potrebbe persino rivelarsi un ulteriore incentivo
all’evasione fiscale, tra i tanti che l’Italia già contempla, visto che
l'importo cala sensibilmente sopra i 15.000 euro Isee, in un contesto in cui la
distanza tra gettito Irpef potenziale e gettito reale di autonomi e imprese è
attorno al 70%.
L’Italia ha bisogno di
mettere in piedi un sistema di welfare al servizio della famiglia di dimensione
europeo, accelerando ad esempio il Family Act, e contestualmente di riformare
il sistema fiscale in modo che sia generoso e universale verso tutte le coppie
che mettono al mondo figli, non solo le più bisognose o quelle che più evadono:
l’esperienza del welfare familiare in Europa insegna che le politiche per la
natalità funzionano se non si fermano al solo obiettivo di contrastare la
povertà. Insomma, si chiami Quoziente alla francese, Splitting alla tedesca o
Fattore famiglia all’italiana (la proposta del Forum delle famiglie) non
importa, la cosa decisiva è che possa partire una riforma coerente con
l’obiettivo primario di contrastare l’inverno demografico e restituire con gli
interessi un po’ dell’equità fin qui sempre negata alle famiglie.
Per fare questo
andrebbero evitate posizioni strumentali, che hanno l’effetto di
conservare un sistema non sempre capace di offrire condizioni di vita e di
lavoro dignitose alle persone, ragione per cui chi può se ne va a studiare,
lavorare e poi a fare famiglia altrove. E non serve discettare di “meritocrazia”.
Occorre un’azione riformatrice seria, capace di guardare alla famiglia, anche
nella sua forza relazionale, come a una risorsa positiva per lo sviluppo
del Paese.