Il bonus c'è, ma non si vede

Il bonus da 80 euro è entrato nelle tasche degli italiani, il problema è che al momento è fermo lì. L’aumento in busta paga scattato dallo scorso maggio è cioè servito ad aumentare il reddito e il potere d’acquisto dei circa 10 milioni di italiani che lo hanno ricevuto (i lavoratori dipendenti con entrate tra 8mila e 26mila euro annui) ma non ce l’ha ancora fatta a rilanciare i consumi come sperava il governo nel tentativo di risollevare il Pil. Gli 80 euro si sono trasformati quasi tutti in risparmio. Per ora. Una misura dell’effetto-bonus è arrivata ieri con l’indagine Istat su reddito e risparmio delle famiglie italiane. Nel terzo trimestre 2014, da luglio a settembre, il reddito disponibile è cresciuto dell’1,8% sul trimestre precedente (+1,4% rispetto a un anno prima). Un balzo dovuto in parte all’aumento dei redditi da lavoro, ma in parte proprio all’effetto degli 80 euro che hanno incominciato a materializzarsi nelle buste paga. Più soldi in tasca in un periodo di inflazione bassa e tendente alla deflazione, con molti prezzi che calano, hanno però un’altra conseguenza: l’aumento del potere d’acquisto, che infatti è salito dell’1,9%.
Tutto questo, come detto, non è però riuscito a rilanciare i consumi, al palo rispetto al trimestre precedente (e cresciuti solo dello 0,4% sull’anno prima), mentre la propensione al risparmio è aumentata dell’1,6%, al 10,8%. Nessuna sorpresa per il ministero dell’Economia, che invita ad attendere perché, come ha già avuto occasione di spiegare il ministro Pier Carlo Padoan, in fasi come queste «le famiglie tendono a ricostruire lo stock di risparmio intaccato durante la crisi prima di riprendere il livello adeguato di consumi e investimenti ». Un sondaggio Confesercenti-Swg indica come solo il 26% di chi ha beneficiato del bonus Irpef lo ha poi destinato alla spesa, mentre il restante 74% lo ha usato o per ricostituire il risparmio (il 35%) oppure per pagare debiti pregressi (il 39%).
La fotografia sull’effetto-bonus sembra d’altra parte confermare molte indicazioni già emerse: la difficoltà a trasformare in consumi un aumento del reddito disponibile se manca una condizione fondamentale come la fiducia, molto più legata all’andamento del mercato del lavoro (e qui bisognerà attendere gli effetti del Jobs act), o del contesto fiscale (ambito proprio della delega fiscale).
Per la Confesercenti, alla luce delle previsioni Ref che per il 2015 vedrebbero i consumi salire solo dello 0,7% e il Pil dello 0,9%, diventa sempre più «centrale» un intervento sul fisco, con il taglio di almeno due punti delle aliquote fiscali e l’estensione del bonus ai pensionati. Anche la Cisl, con il segretario confederale Maurizio Petriccioli, chiede «l’estensione del bonus ai pensionati, oltre agli incapienti e a chi percepisce redditi superiori ai 26.000 euro attuali». Edo Patriarca, deputato del Pd, invita invece a concentrare l’attenzione su chi ha maggiori capacità di attivare un circolo virtuoso per l’economia, le famiglie con figli: «Dopo l’opera di redistribuzione del reddito effettuata con gli 80 euro dobbiamo gettare le basi per un fisco a misura di famiglia, che tenga sempre più in considerazione il numero di componenti di un nucleo. Sarebbe questa una vera svolta europea».
Massimo Calvi, Avvenire, 10.01.15

Le pensioni assistenziali ai finti poveri

Un terzo delle pensioni sociali erogate dall’Inps è destinato a famiglie con una ricchezza netta superiore a 202mila euro. Un assegno sociale ogni cinque arriva invece a nuclei con una ricchezza superiore a 301mila euro. A beneficiarne di questo tipo di prestazioni, in sostanza, se anche non si tratta di veri 'benestanti' non si può nemmeno dire siano persone in stato di bisogno: la ricchezza media delle famiglie italiane, tra case e attività finanziarie di vario tipo, ammonta infatti a circa 356mila euro.
Questa 'distorsione' ha un costo in termini di risorse sprecate: 1,25 miliardi ogni anno per i circa 240mila assegni sociali percepiti dalle famiglie con più di 202mila euro. Anche guardando alle integrazioni al minimo delle pensioni da lavoro – circa 3,7 milioni in tutto, cioè gran parte delle pensioni 'sotto i mille euro al mese' – non va meglio: 1 miliardo e mezzo di spesa è destinata a 'integrare' assegni di chi ha una ricchezza superiore a 215mila euro. L’analisi è contenuta nel rapporto 2014 sulla lotta alla povertà della Fondazione Zancan («Welfare generativo. Responsabilizzare, rendere, rigenerare », Il Mulino) e si basa sui dati dell’indagine campionaria della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane 2012. «È evidente che una parte rilevante della spesa per le pensioni assistenziali è destinata a soggetti che non sono a rischio di povertà – spiega Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan –. Questi trattamenti vengono erogati per diritto a chi non ne ha bisogno, visto che viene valutato il suo reddito e non il patrimonio di cui dispone. Ma così si determina una perdita di efficacia redistributiva delle pensioni assistenziali e si conferma l’inefficienza di questo comparto dellaspesa sociale». Il problema delle pensioni sociali erogate a soggetti che potrebbero non avere le caratteristiche per riceverle si collega al grande tema dell’evasione. La soluzione, secondo Vecchiato, passa dunque dal cambio dei criteri di valutazione del bisogno «applicando un parametro di accesso ai trattamenti di tipo misto, reddituale e patrimoniale, anziché il solo criterio del reddito». Nello squilibrio del welfare italiano, dove ad esempio la spesa per «famiglia, salute, infanzia e occupazione» è inferiore alle media Ue, a differenza della spesa previdenziale per «vecchiaia e superstiti», secondo la Zancan serve un’opera di profonda revisione delle pensioni assistenziali: «La possibilità di rendere e rigenerare le risorse c’è, ma con scelte coraggiose e capaci di rimettere in discussione i privilegi e le soluzioni che danno ad alcuni togliendo a chi ne ha più bisogno»
Massimo Calvi

Avvenire, 8.1.15