Un terzo delle pensioni sociali erogate dall’Inps è
destinato a famiglie con una ricchezza netta superiore a 202mila euro. Un
assegno sociale ogni cinque arriva invece a nuclei con una ricchezza superiore
a 301mila euro. A beneficiarne di questo tipo di prestazioni, in sostanza, se
anche non si tratta di veri 'benestanti' non si può nemmeno dire siano persone
in stato di bisogno: la ricchezza media delle famiglie italiane, tra case e
attività finanziarie di vario tipo, ammonta infatti a circa 356mila
euro.
Questa 'distorsione' ha un costo in termini di risorse
sprecate: 1,25 miliardi ogni anno per i circa 240mila assegni sociali percepiti
dalle famiglie con più di 202mila euro. Anche guardando alle integrazioni al
minimo delle pensioni da lavoro – circa 3,7 milioni in tutto, cioè gran parte
delle pensioni 'sotto i mille euro al mese' – non va meglio: 1 miliardo e mezzo
di spesa è destinata a 'integrare' assegni di chi ha una ricchezza
superiore a 215mila euro. L’analisi è contenuta nel rapporto 2014
sulla lotta alla povertà della Fondazione Zancan («Welfare generativo.
Responsabilizzare, rendere, rigenerare », Il Mulino) e si basa sui dati
dell’indagine campionaria della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie
italiane 2012. «È evidente che una parte rilevante della spesa per le pensioni
assistenziali è destinata a soggetti che non sono a rischio di povertà – spiega
Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan –. Questi trattamenti
vengono erogati per diritto a chi non ne ha bisogno, visto che viene valutato
il suo reddito e non il patrimonio di cui dispone. Ma così si determina una
perdita di efficacia redistributiva delle pensioni assistenziali e si conferma
l’inefficienza di questo comparto dellaspesa sociale». Il problema
delle pensioni sociali erogate a soggetti che potrebbero non avere le
caratteristiche per riceverle si collega al grande tema dell’evasione. La
soluzione, secondo Vecchiato, passa dunque dal cambio dei criteri di
valutazione del bisogno «applicando un parametro di accesso ai trattamenti di
tipo misto, reddituale e patrimoniale, anziché il solo criterio del
reddito». Nello squilibrio del welfare italiano, dove ad esempio la spesa
per «famiglia, salute, infanzia e occupazione» è inferiore alle media Ue, a
differenza della spesa previdenziale per «vecchiaia e superstiti», secondo la
Zancan serve un’opera di profonda revisione delle pensioni assistenziali: «La
possibilità di rendere e rigenerare le risorse c’è, ma con scelte coraggiose e
capaci di rimettere in discussione i privilegi e le soluzioni che danno ad
alcuni togliendo a chi ne ha più bisogno»
Massimo Calvi
Avvenire, 8.1.15