Il ceto medio sogna di far emigrare i figli

Il ceto medio italiano ha un sogno: vedere i propri figli realizzati all’estero. È un mito condiviso, e non è un bel segno, perché se l’idea di far espatriare i propri discendenti affinché possano affermarsi può essere letta come apertura al mondo, in realtà questa nuova aspirazione “di classe” assomiglia più a un invito alla fuga frutto di insoddisfazione: lasciare un paese che ha poco da offrire quanto a opportunità presenti e future, che non premia il valore, ha retribuzioni troppo basse e – va da sé – tasse troppo alte, anche in rapporto a un welfare che va restringendosi.

Forse è una visione un po’ pessimistica, ma indagini come quella che il Censis ha realizzato con la Confederazione dei dirigenti e della alte professionalità (il nuovo Rapporto Censis-Cida è più di un programma: “Rilanciare l’Italia dal ceto medio - Riconoscere competenze e merito, ripensare fisco e welfare”), esprimono il loro valore proprio nella capacità di registrare la percezione che le persone hanno della realtà. Perché è come ci si sente che, alla fine, conta. E in Italia oggi due terzi dei cittadini (il 66%) ritengono di appartenere al ceto medio, in base a un’autovalutazione che non discende tanto dal reddito o dal lavoro svolto, bensì dalla condizione culturale, dagli interessi e dalle competenze. È una novità rilevante, questa, ai fini della soddisfazione di vita: significa che le persone si percepiscono ceto-medio anche se la loro situazione economica li relegherebbe un po’ più in basso (il 28,2% è invece ceto popolare, i benestanti sono il 5,7%).

Un corpo sociale che non sta male, insomma, fuori dalla portata dei riflettori in un Paese con 5,6 milioni di poveri assoluti, ma che tante ricerche segnalano da tempo essere in sofferenza: giusto pochi giorni fa il rapporto Iref-Acli ha parlato di “sgretolamento” del ceto da sempre associato a dinamismo e vitalità, e la stessa indagine Censis-Cida segnala come la ricchezza media sia scesa negli ultimi anni di quasi il 20% per il ceto medio, contro il calo del 3% per i più poveri e del 4,3 per più ricchi.

Il “sogno” dei figli all’estero è solo uno dei molti aspetti che rilevano la maggiore fatica, ma è un punto d’osservazione importante perché rappresenta la vista sul futuro: quasi il 50% dei genitori è convinto che i propri figli staranno economicamente peggio rispetto a oggi, il 24% vorrebbe che frequentassero scuole superiori oltreconfine, il 53%, potendo, li manderebbe a frequentare un’università straniera, e poi più della metà pensa che tutti i giovani italiani farebbero bene a cercare all’estero il lavoro per cui hanno studiato, mentre il 35% è convinto che dovrebbero andarsene altrove a realizzare i propri progetti di vita, perché «l’Italia non è un paese per giovani». Una fuga già in atto, come ha rilevato di recente anche l’Istat contando 352mila giovani che si sono traferiti oltre confine negli ultimi 10 anni.

L’identikit del ceto medio nazionale rileva che il 45% ha un reddito tra 16 e 35mila euro, il 28% dai 36 ai 50.000 euro, la metà ha un diploma e il 41% la laurea, due terzi investe in attività extrascolastiche per i figli – che nel 49% dei casi significa attività sportive e, nonostante l’ambizione a un altrove oltreconfine, vuol dire invece corsi di lingua per solo il 18%, di musica per il 10,6%, di informatica per l’8,4%. Il supporto economico a figli e nipoti nelle spese importanti è un tratto caratteristico, ma registra un peggioramento di certezze e prospettive: la maggioranza sente di avere «le spalle coperte», ma il 24% vive una condizione di ansia, per più di otto su dieci il reddito è rimasto fermo o è calato, poco meno della metà ha ridotto i consumi e il risparmio, per il 55% il welfare pubblico riesce a garantire giusto le prestazioni di base e per uno su quattro nemmeno quelle. Per questo, chi riesce, ha una polizza sanitaria (45%) o un fondo pensione (36%), e chi non ce la fa, ovviamente, li vorrebbe.

Il punto è proprio questo. Il ceto medio sente di godere di una buona reputazione sociale pubblica per le competenze e le professionalità che esprime e mette in campo, ma poi non trova il corrispettivo di una soddisfazione “materiale” capace di fare la differenza. Non è tanto la richiesta di minori tasse sui redditi, insomma, il vero punto, anche se lo chiede il 71% degli italiani, pensando possa servire a ridurre l’evasione fiscale, ma quella “scure” che quando è troppo alta disincentiva il lavoro e l’impegno a fare di più, abbatte premi di produzione e aumenti, fa perdere quei benefici e quegli sconti fiscali che tanti pensano debbano essere concessi in base al bisogno e non al reddito, come invece accade, ad esempio, per i sostegni ai figli. Un aspetto, questo, emerso anche dal recente rapporto Ocse sulla tassazione dei redditi nel dato delle aliquote marginali.

«Il ceto medio è il punto di tenuta del Paese, ma sta vivendo un paradosso insostenibile – spiega Stefano Cuzzilla, presidente riconfermato della Cida -. È troppo ricco per ricevere aiuti, troppo povero per costruire futuro. Colpito dal fisco, escluso dal welfare, ignorato nei riconoscimenti. Eppure resiste, investe nei figli, tiene in piedi famiglie e territori con una generosità silenziosa. Per quanto ancora? Per quanto ancora possiamo permetterci di non ascoltarlo?». Le richieste della Cida parlano di riforma fiscale per alleggerire le tasse sul lavoro dipendente, rivalutazione delle pensioni, previdenza integrativa rafforzata, valorizzazione del ruolo e del contributo dei manager, una più forte lotta all’evasione. Soprattutto un sistema che «premi chi produce valore e non chi lo elude».

Al di là di questo, bypassando la dinamica tra ricchi e poveri e la diatriba tra merito e impegno, l'immaginario di un paese in cui è difficile emergere, al punto che alla mobilità interna si è sostituita quella esterna che invita a oltrepassare i confini per realizzarsi, è la vera questione da affrontare.

Massimo Calvi
Avvenire, 22.5.2025

Gli studi sul benessere indicano che i giovani stanno peggio in tutto il mondo

I giovani stanno male. Lo sappiamo. Dati e ricerche segnalano da tempo che il benessere dei ragazzi è peggiorato, che i disturbi dell’umore degli adolescenti sono in aumento, che l’ansia è il comune denominatore di una generazione e la speranza fatica a illuminare lo sguardo in quell’età che in un tempo ormai lontano veniva definita “verde”. Cosa succede? Una recente ricerca condotta dall’Ipsos per l’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica ha fornito un dato preoccupante: più della metà dei giovani italiani ha un livello bassissimo di speranza nel futuro, e questo ha un impatto negativo sui livelli di benessere e sulla qualità della vita.

La crisi della fiducia che si è radicata nelle giovani generazioni non è un tratto esclusivamente italiano. Ma se fino a poco tempo fa questa fase di pessimismo si poteva inquadrare come una caratteristica sperabilmente temporanea delle nazioni più sviluppate, colpa magari della recente pandemia di Covid, del racconto sulla crisi climatica, per non dire dei social network o della dipendenza da smartphone, oppure – risalendo nel tempo – della Grande Recessione, analisi recenti aggiungono elementi sinistri quanto capaci di offrire una lettura meno emotiva: i giovani, a quanto sembra, stanno peggio non solo qui o in contesti simili, ma praticamente in tutto il mondo.

Una nuovissima ricerca, il Global Flourishing Study, basata su varie indagini condotte da un consorzio di istituti, ha elaborato i dati raccolti per cinque anni su oltre 200mila persone in 22 Paesi e ha notato un cambiamento radicale nell’evoluzione del benessere, o meglio, della “prosperità”, concetto che tiene conto di più aspetti dell’esistenza di una persona, come la felicità, la soddisfazione, la salute fisica e mentale, il senso della vita, la stabilità materiale e finanziaria, le relazioni sociali, la spiritualità.

Ora, per anni l’andamento del benessere complessivo ha seguito un andamento a U in un grafico che tiene conto delle età. Cioè: la prosperità è massima a 18 anni, scende lentamente fino a circa i 40-50 anni, poi risale invecchiando. Il nuovo studio mostra invece che oggi la U è stata sostituita da una J, nel senso che i livelli di benessere-prosperità sono già bassi alla prima età adulta, restano orizzontalmente bassi per lungo tempo, poi incominciano a crescere nel punto in cui salivano anche prima, intorno ai 43 anni. Benessere piatto, insomma.

Nello studio non c’è l’Italia, ma i 22 Paesi e i territori considerati, dall’Australia al Brasile, dalla Svezia alla Tanzania, dagli Usa alle Filippine, sono rappresentativi della metà della popolazione del mondo. Uno degli aspetti interessanti della ricerca riguarda il fatto che la prosperità generale può risultare alta sia in un paese molto ricco che in uno più povero, perché nei contesti avanzati o consumistici a prevalere è il punteggio del benessere materiale ed economico, mentre dove il Pil è più basso le persone spesso trovano un maggiore senso nella vita e intessono molte relazioni positive, a riprova che i soldi servono, ma non rendono sempre felici. Un altro elemento lo conferma, ed è il valore della fede: le persone che partecipano a funzioni religiose almeno una volta alla settimana esprimono punteggi di prosperità molto più alti ovunque rispetto a chi non crede, soprattutto nelle nazioni ricche, dove la secolarizzazione e il materialismo possono rendere più difficile individuare un significato, uno scopo, nella propria vita.

Tornando ai giovani, il discorso dei valori non materiali sembra in effetti essere l’elemento decisivo. La “famosa” curva a U, infatti, riappare quasi miracolosamente se si considerano i punteggi dei ragazzi e delle ragazze con più amicizie e relazioni sociali intime. Quasi a dire che il male planetario di questa generazione in erba è, ovunque, la solitudine diffusa, l’isolamento, il ripiegamento su sé stessi. Quando però si riesce a infrangere questo muro, trovando una comunità, tutto sembra tornare nella norma.

Quale sia la causa di tutto questo è difficile da dimostrare, lo si può supporre pensando a quanto l’era digitale nel suo insieme – che non è solo “i telefonini” – ha trasformato le vite delle persone, cambiando la forma delle relazioni, in un villaggio globale in cui tutti in fin dei conti vedono lo stesso tipo di contenuti e condividono un immaginario molto simile. Ma siamo nel campo delle ipotesi. Ciò che emerge con forza è, piuttosto, la potenza dei legami solidi e duraturi tra le persone nel generare benessere e autentica felicità. Non sarà la cura definitiva, ma riscoprirlo, e ricordarlo, è già un aiuto. Ci vorrebbe un amico, insomma. O anche di più.

Massimo Calvi
Avvenire 16.5.2025

L'attesa guardando un comignolo

Sono trascorsi in fondo solo dodici anni dalla precedente elezione del Papa, ma per come il mondo va di fretta, un lasso di tempo così breve ci pare un’era. L’ultima volta l’attesa, per chi se la ricorda, e per chi può permettersi un paragone quale spettatore di più conclavi, non è stata molto diversa da quelle del passato: si attende di conoscere un nome, un volto, la direzione che la Chiesa illuminata dallo Spirito Santo andrà a tracciare, continuando a camminare nel mondo, ma anche per forza di cose un po’ fuori dal mondo. Ecco, appunto, l’attesa di oggi si è arricchita di una sfumatura nuova nella sensazione di un qualcosa più “fuori dal mondo” del solito. Perché è passata solo una dozzina d’anni, ma sembra un secolo ad ascoltare il rumore di fondo del nostro presente.

Ma quanto tempo ci mettono i cardinali a giurare uno per uno? Ma quanto tempo serve per votare? Ma sono veramente chiusi nella Sistina e non possono comunicare con l’esterno? Nemmeno un messaggio WhatsApp per dire com’è andata? Uno solo, per dire cosa succede, in fondo basta un cellulare… Qualcuno sui social, tra meme di ogni genere, si è divertito persino a suggerire un QrCode da inquadrare, per essere messi in contatto istantaneamente con gli esiti (anche parziali) del voto.

E invece no. L’attesa è un comignolo silenzioso, e tutti sappiamo che prima o poi farà salire del fumo bianco. Quando? Quando sarà il momento. È un passo che fatichiamo a riprendere, assuefatti all’istantaneità della notizia e affamati di notifiche e aggiornamenti digitali. Non è questione di Bibbia e di un Dio che si manifesta attraverso il fuoco e il fumo, è più che altro la disabitudine a un’attesa fisica, fatta di un tempo che non è il nostro e di elementi che intercettano i sensi e i corpi.

Anche smartphone alla mano, per il selfie dell’anno, del decennio o del secolo, il mondo deve guardare in alto, mentre aspetta una fumata bianca. È una postura naturale che ci appartiene da sempre, eppure oggi va in controtendenza. Non è passato molto tempo dall’ultima volta, ma nel frattempo gli occhi hanno preso l’abitudine di guardare verso l’ombelico, nella direzione di uno schermo illuminato, e la cervicale umana, suo malgrado, ne ha preso atto. Così c’è questa attesa inusuale, che nel cercare la luce fa rialzare la testa verso il cielo, fissando un camino.

Semplicemente un dettaglio, niente di fronte all’evento del nuovo Papa della Chiesa Cattolica, nel momento in cui anche chi non ha un briciolo di fede può avvertire il bisogno di confrontarsi con un “leader” globale e universale il cui “mandato” – diciamo così, assecondando il mondo - non è dividere ma unire, non è perseguire un interesse, ma semplicemente amare (e far amare) il prossimo.

Seguire il Vangelo è anche un’attesa guardando un comignolo? – osiamo chiedere. Un atomo di preghiera? C’entra il non avere fretta, ma fiducia, speranza, come suggerisce il Giubileo indetto da Francesco. Come il bambino che chiede: «Papà, quanto manca?». E la risposta è lì davanti, in alto, e a volte, sulla vetta della montagna, c’è una croce.

Massimo Calvi
Avvenire 9.5.2025

I redditi in Italia sono molto bassi, ma non è colpa del cuneo

L’ultimo rapporto sulla tassazione dei redditi diffuso dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha fatto parlare per due aspetti critici che riguardano l’Italia: la consistenza del cuneo fiscale, cioè la somma di imposte e contributi che gravano sul costo del lavoro, che nel nostro Paese risulta essere il quarto più alto nella classifica delle 38 economie avanzate, e oltretutto è cresciuto nel 2024; e il livello drammaticamente basso delle retribuzioni, che ci vede in coda, al 23° posto. Il combinato di questi due problemi tende a far pensare che la via per aumentare le buste paga passi dalla riduzione del cuneo fiscale. Le cifre del Taxing wages 2025 mostrano che il tema del peso dei contributi previdenziali e sociali è in realtà marginale rispetto ad altre questioni.

Il cuneo fiscale italiano per un lavoratore single con un reddito nella media si è attestato lo scorso anno al 47,1%, l’1,61% in più rispetto al 2023. Nell’area Ocse la media è del 34,9%. A ben vedere, però, per una coppia con due figli il cuneo si riduce al 35,4%, con un vantaggio rispetto ai single di 11,7 punti, facendoci scendere dalla 4° alla 25° posizione quanto a “peso” sul costo del lavoro. Inoltre, se si guarda cosa accade vicino a noi, il cuneo è più alto in Francia (47,2), Germania (47,9) e Belgio (52,6), paesi dove sia i redditi lordi che quelli netti sono comunque molto più elevati rispetto all’Italia, un dato che dovrebbe far riflettere. Il lavoratore singolo, infatti, nel 2024 ha dichiarato un reddito lordo di 35.616 euro in Italia, di 44.968 euro in Francia, di 63.288 in Germania. Se si guarda a un altro sistema di calcolo, quello del reddito a parità di potere d’acquisto, lo stipendio medio di un singolo lavoratore è di 41.438 dollari in Italia, di 48.455 in Francia, di 55.807 in Germania; anche in Spagna è più alto, 43.034 dollari, mentre la media Ocse di 45.123: in classifica, come detto, siamo al 23° posto su 38 nazioni.

Differenze così grandi di reddito non si giustificano solo con il peso dei contributi sulla busta paga, ma chiamano in causa la struttura del sistema produttivo nazionale, caratterizzato da tante piccole imprese, e da una bassa produttività. Il 45% dei lavoratori italiani dipende da un’impresa con meno di 10 dipendenti, contro il 30% della Francia, il 19% della Germania e il 29,5% dell’Ue-28. Le nostre imprese piccole sono anche molto meno produttive delle loro concorrenti europee, dunque meno capaci di offrire buone retribuzioni, soprattutto se attive in settori a basso valore aggiunto, e chiuse alla possibilità della contrattazione integrativa.

Pensare che il problema dei bassi redditi italiani risieda nel cuneo rischia insomma di distogliere l’attenzione dal problema più ampio delle retribuzioni che le imprese sono in grado di pagare e del potere d’acquisto delle famiglie. Ma è il vero motivo dell’aumento del cuneo avvenuto lo scorso anno a rivelare la debolezza di una certa narrazione. Nel 2023 il reddito medio lordo in Italia era infatti di 34.277, mentre nel 2024 è salito a 35.616 euro: questo minimo scatto ha portato molti contribuenti a superare il tetto dei 35mila euro sotto il quale si poteva beneficiare proprio della decontribuzione agevolata. In parole semplici: guadagnando un po’ di più, si sono persi benefici.

Il disincentivo alla crescita dei redditi è una caratteristica rilevante del nostro sistema. Nel rapporto dell’Ocse c’è una classifica di cui pochi si sono accorti, e che ci vede primeggiare: è la graduatoria delle aliquote fiscali marginali, cioè, banalmente, quanto viene tassato ogni euro di reddito guadagnato in più. Per certi aspetti questo è un indicatore di progressività, ma se è esagerato diventa un disincentivo agli aumenti in busta paga, oppure a dichiarare ciò che si guadagna veramente, favorendo sommerso ed evasione. Ora, in Italia l’aliquota fiscale marginale è risultata al 64,2% sia per un lavoratore single con un reddito medio che per una famiglia monoreddito con due figli, ed è il secondo dato più alto nell’Ocse, dove la media è del 44%. Guardando oltre i nostri confini, in Francia l’aliquota marginale è del 58,2% e in Germania del 48,4, inoltre in entrambi i Paesi crolla al 41% nel caso di coppia con due figli. In parole povere, altrove gli aumenti di stipendio si fanno sentire molto di più, e nei casi delle famiglie con figli va ancora meglio.

Volendo riassumere: l’Italia è un Paese con una quota elevata di lavoro povero e sottopagato, con un evidente problema di salario minimo, dopodiché, al di sopra della fascia del bisogno, troppi lavoratori guadagnano poco, anche a causa del fatto che dipendono da imprese molto piccole o poco produttive, e quando si prova a migliorare la propria condizione, quasi non ne vale la pena, perché o in busta paga arriva poco, oppure si perdono immediatamente sconti, bonus, assegni unici e agevolazioni varie. C’è più di un motivo, insomma, se solo il 9% dei contribuenti italiani guadagna, o dichiara, più di 40.000 euro lordi l’anno. E, tra questi, il cuneo non sembra essere il problema principale.

Massimo Calvi

Avvenire.it, 7.5.2025

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