Chiara Ferragni non ha saputo far bene il bene

Raccontano che Chiara Ferragni sia distrutta e non esca di casa da giorni. Anche a voler essere cinici e disillusi, incapaci cioè di credere all’autenticità di ogni racconto che provenga da “casa Ferragnez”, questa volta può essere vero. Il caso delle sponsorizzazioni ai pandoro della Balocco e alle uova di Pasqua della Dolci Preziosi, operazioni agganciate a iniziative di solidarietà che a quanto risulta non erano così “generose” come pubblicizzato, e soprattutto poco trasparenti, sta producendo molti più danni di quelli che l’influencer aveva immaginato.

Qualcuno ha fatto i conti dei follower persi, e sono molti, anche se rappresentano una goccia a fronte di 30 milioni di seguaci in tutto il mondo. Qualcun altro ha calcolato la perdita economica del valore dei post in rete, ma anche in questo caso con 40 milioni l’anno di entrate non c’è molto da preoccuparsi. Il problema di Chiara Ferragni, in questo momento, è capire quanto potrà ingrossarsi ancora la valanga per il danno di reputazione subito dalla sua immagine pubblica. In seguito all’esposto di un’associazione di consumatori la procura di Milano ha aperto due indagini, una per il pandoro e una per le uova, muovendo la Guardia di Finanza. Eppure, si potrebbe dire che anche questa ulteriore tempesta, con il tempo e le necessarie verifiche, o risposte adeguate da parte dell’influencer – possibilmente migliori del video di scuse con tuta e trucco veicolanti mestizia e costrizione – potrebbe produrre effetti tutto sommato gestibili.

L’elemento più preoccupante è invece proprio l’effetto-valanga collegato alla perdita di valore del brand Ferragni pensando alle imprese e ai marchi che l’hanno scelta come testimonial, o pensavano di farlo, firmando accordi economici. La peggiore notizia di queste ore è, in tal senso, la decisione del gruppo Safilo di interrompere, per presunta «violazione di impegni contrattuali», l’accordo di licenza per una collezione di occhiali griffati.

È il primo accordo commerciale che salta, e il punto è capire cos’altro potrà succedere. La fiducia è qualcosa che si costruisce con il tempo, con dedizione e talento, ma può bastare poco per distruggere un patrimonio frutto di anni di lavoro. Il fatto che un organo di informazione abbia intervistato Wanna Marchi, accostando la televenditrice degli “scioglipancia” alla figura di Ferragni, rende l’idea del drappo che sta calando su quella che fino a pochi giorni fa era un’immagine radiosa e splendente, capace di trasformare in oro tutto quello che riusciva a illuminare.

Non è scontato rilevare come questa vicenda sia incominciata: con un’operazione, o forse di più, che avrebbe dovuto essere segnata dalla solidarietà e dalla bontà, mentre in realtà si trattava solo di un modo per guadagnare soldi. Quando si dice “fare bene il bene”, non è cullarsi con uno slogan: la beneficenza, se messa in pratica in modo corretto, può restituire molto. Anche – sì, è vero, non è uno scandalo dirlo – in termini di immagine. La sola condizione richiesta è quella dell’autenticità. Di un’etica che può avere origine dalla bontà d’animo, ma che deve essere alimentata da condizioni e pratiche caratterizzate dall’ossessione della correttezza, della trasparenza, della serietà.

Oltre l’universo delle borse griffate e delle tute grigie finto-povere, c’è un mondo in cui il meccanismo della fiducia funziona solo nel momento in cui si è, non semplicemente si appare. Chiara Ferragni è una persona, gli attacchi e l’odio che le stanno piovendo addosso in seguito a questa crisi non sono giustificati dall’invidia per il suo successo e la sua ricchezza, e nemmeno dal fatto di non essere stati spesso d’accordo con le sue idee e prese di posizione. Ma Chiara Ferragni è anche un’impresa, che ha fatto della persona un valore di mercato. La vera sfida, la più difficile, sarà riconquistare un equilibrio corretto tra queste due dimensioni. E provare a ripartire con un passo diverso, che non è scontato conosca. Ma che, in fondo, è più semplice di quanto si possa pensare.

Massimo Calvi
Avvenire 22.12.23

Billari: ripopoliamo la nave Italia

A inizio 2023 l’Italia contava circa 59 milioni di abitanti, uno su quattro con più di 65 anni, uno su otto con meno di 14. Per il 2050 l’Istat si aspetta, nello scenario mediano, che la popolazione si riduca a 54,5 milioni di persone e che la fascia di età più numerosa sia quella tra i 75 e i 79 anni. Ma la demografia non è – o meglio non dovrebbe essere – destino. Per virare verso acque migliori abbiamo bisogno di ripopolare la “nave Italia”: attirare e integrare famiglie e giovani stranieri, aiutare le coppie ad avere i figli che desiderano, ridurre la dispersione scolastica, aumentare il numero di laureati. Insomma, serve accrescere il “capitale umano”.
Francesco Billari, 53 anni, demografo, rettore dell’Università Bocconi, ha appena pubblicato per Egea un densissimo e prezioso saggio dal titolo Domani è oggi – costruire il futuro con le lenti della demografia, nel quale offre un approccio basato sulle persone e sul tempo, per aiutare a capire quanto sia necessario, di fronte alle sfide del presente, emanciparsi dalla sensazione di “permaemergenza” e governare il cambiamento a partire da una solida analisi dei dati.
Ne deriva, per l’Italia che invecchia e si restringe, la necessità di riforme coraggiose in tre ambiti fondamentali: l’immigrazione, la scuola, l’autonomia residenziale dei giovani. «Si tratta – spiega Billari ad “Avvenire” – di costruire una società aperta e inclusiva, amichevole, rispettosa delle diversità, cosmopolita, dove la qualità della vita è alta, i giovani non devono fuggire, mentre chi arriva desidera rimanervi, è accolto e aiutato a integrarsi».
In 20 anni la quota di popolazione straniera in Italia è salita dal 2,7 all’8,6%. L’immigrazione è un fenomeno strutturale, non un’emergenza. «In un contesto di bassa fecondità le migrazioni forniscono un apporto demografico fondamentale – dice Billari –. Essere una terra di immigrazione è il frutto di un successo, accettiamolo, anche perché nell’attrazione di popolazione siamo in competizione con altri Paesi. Non abbiamo altre opzioni: dobbiamo attirare persone e famiglie alla ricerca di una vita migliore, e per fare questo è necessario dotarsi una politica migratoria esplicita».
L’obiettivo di mantenere la popolazione costante si traduce in almeno 450mila ingressi l’anno per i prossimi dieci anni, cioè 100mila immigrati in più al netto delle emigrazioni. Come? Decreti flussi ampliati, canali di ingresso regolari per studenti, lavoratori e famiglie, investimenti per l’integrazione di chi è già qui, ius soli temperato, uno sguardo capace di vedere nei richiedenti asilo una sfida di accoglienza e anche un’opportunità. «Dobbiamo essere franchi e pragmatici: se ci mettessimo tutti insieme ad analizzare i dati, il tema di una gestione inclusiva dell’immigrazione raccoglierebbe consensi bipartisan». L’invito è a ritrovare lo «spirito costituente».
E la natalità? Billari esprime una visione guidata dal realismo. «Prima che un amento dei nati produca effetti, pensiamo ad esempio al sistema previdenziale, devono passare decenni. È un errore contrapporre migrazioni e natalità: in un’ottica di lungo periodo è importante investire a favore della genitorialità, ma l’ottica del demografo dice che oggi non possiamo prescindere dal fenomeno migratorio e da politiche di integrazione. L’Italia deve diventare un Paese in cui sia bello crescere i figli, per gli italiani e per coloro che ci permetteranno di tenere le scuole aperte nei territori che si spopolano».
Anche in questo caso, si tratta di affrancarsi dalla narrazione ansiogena dell’emergenza permanente. «I Paesi di riferimento nel welfare familiare, come la Francia e la Svezia, o la Germania, hanno affrontato il problema molto tempo fa, partendo da una solida analisi dei dati, e i risultati sono arrivati con gli anni. Cosa serve? Non c’è una singola grande riforma capace di far ripartire le nascite. In Italia si è riscontrata una grande convergenza nell’approvazione del Family act… Poi ci si deve confrontare le risorse disponibili e i problemi di bilancio». Oltre che con un’agenda delle priorità piegata sul presente, come dimostra anche l’ossessione per il tema previdenziale. Billari ci offre un altro esempio emblematico: «Se si parla di una misura come il Reddito di cittadinanza la prima cosa a cui si dovrebbe pensare è che arrivi innanzitutto ai bambini, come in altri Paesi, invece in Italia sono stati penalizzati proprio i minorenni».

L’orologio delle riforme chiama in causa soprattutto la scuola. Metà degli studenti in Italia non raggiunge titoli e livelli di apprendimento adeguati, il 38% dei maschi e il 33% delle femmine tra i 25 e i 64 anni non ha diploma scuola secondaria (in Europa la media è del 20%), i laureati sotto i 34 anni sono meno del 30%, peggio che in Colombia o Costa Rica, mentre Paesi con problemi demografici simili a quelli italiani, come Corea del Sud o Giappone, sono sopra il 60%. «La nostra è una scuola dei pochi e dei migliori – sostiene Billari – frutto dell’impostazione selettiva ed elitaria che la riforma Gentile del 1923 ha impresso al sistema. È un modello pensato in un altro scenario demografico, quando si riteneva di dover fare selezione, e non inclusivo per la maggioranza della popolazione. Non possiamo più permettercelo. Se ci sono pochi giovani, dobbiamo riuscire a portarli al livello più alto possibile, tutti quanti, ponendo l’attenzione sui più deboli, che spesso sono i nuovi italiani. Crescere ragazzi e lasciarli indietro è una bomba a orologeria».
Contro i bassi livelli di apprendimento e l’alta dispersione serve far studiare di più e più a lungo: il suggerimento è di elevare l’obbligo formativo pieno a 18 anni e prevedere un indirizzo comune superiore fino ai 16, come avviene nei Paesi in cui più studenti raggiungono la laurea, e non dover così prendere decisioni chiave per il futuro a 12-13 anni. Una visione inclusiva e ambiziosa, quella di Billari, che cita anche Barbiana: «Don Milani era attento alla necessità di alzare il livello complessivo delle competenze, e partiva dall’esame dei dati: Lettera a una professoressa, da questo punto di vista, può essere visto come un compendio di statistica». Più laureati, più campus universitari e meno studenti nelle “camerette” di casa, sostegni pubblici per l’autonomia residenziale, un sistema capace di attrarre giovani con alte qualifiche (gli universitari stranieri in Italia sono meno del 3%, la media Ocse supera il 10%).
L’immagine della “nave Italia” non è solo una suggestione, deriva dal grafico sulla popolazione per età, che ai tempi in cui natalità e mortalità erano entrambe elevate aveva la forma di una piramide, con tanti bambini alla base e pochi anziani al vertice, mentre oggi si è capovolta e assomiglia a una nave da crociera. Dove approderà domani dipende da come la si dirige oggi. «Essere giovani in Italia è difficile – avverte Billari –. All’estero le traiettorie di carriera sono veloci, i giovani italiani più dinamici non sono disposti ad aspettare che arrivi il loro turno, preferiscono andarsene dove le porte sono aperte. Se non affrontiamo il problema, a rimanere in Italia sarà chi non può permettersi di andarsene».

Massimo Calvi
L’Economia Civile di Avvenire

Venturi: l'errore di marketing di Chiara Ferragni

«Per prima cosa dico che non va messa in croce la persona se ci sono stati degli errori nella vicenda dei pandori Balocco griffati da Chiara Ferragni. La realtà è che non si trattava di beneficenza, ma di un’operazione commerciale. Il problema nasce da qui. Piuttosto mi chiedo come sia possibile che imprese così importanti non abbiano manager competenti per relazionarsi con il sociale. In vicende di questo tipo è tutto il non profit a pagarne le conseguenze».

A parlare è Valerio Melandri, docente al Master del Fundraising dell’Università di Bologna e fondatore del festival del Fundraising, evento clou per chi si occupa di raccolte fondi e marketing legato alle cause sociali, la cui 17esima edizione si terrà dal 3 al 5 giugno 2024 a Riccione. Il fatto è noto: l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha sanzionato due aziende che fanno capo a Chiara Ferragni e la Balocco per aver messo in vendita un pandoro con prezzo maggiorato, griffato dall’influencer (alla quale era stato pagato un lauto compenso) lasciando intendere che parte dei proventi sarebbero stati destinati all’ospedale dei bambini di Torino, il Regina Margherita, in realtà solo beneficiario di una donazione precedente. Dopo le scuse di Ferragni, con la promessa della devoluzione dell’intero importo del cachet, circa un milione di euro, è emerso un caso abbastanza simile legato alla vendita di un uovo di Pasqua.

Dal punto di vista del marketing, cosa insegna questa vicenda?

Il tema è quello della disintermediazione in atto nell’economia mondiale e anche nel settore del non profit e nella beneficenza. Pensiamo a quanto avviene con Amazon per lo shopping, con Booking.com per il turismo, o con Airbnb per gli affitti delle case. La stessa cosa riguarda il sociale: oggi moltissime raccolte fondi sono organizzate direttamente in rete da persone note o altri soggetti. La disintermediazione riduce i costi e può portare maggiore efficienza. Nel caso del non profit, tuttavia, i costi intermedi sono un valore aggiunto, proprio in termini di competenze. Un’organizzazione seria del Terzo settore ha la responsabilità di verificare e vigilare sugli accordi commerciali stipulati con un’azienda.

In questo caso Ferragni è testimonial, ma allo stesso tempo un’impresa…

Va detto che Ferragni, con Fedez, ha impresso una svolta significativa al mondo del fundraising, se pensiamo che ai tempi del Covid sono riusciti a raccogliere 4,5 milioni, realizzando di fatto una delle prima dieci campagne di raccolta fondi d’Europa, e la prima in Italia. Un lavoro perfetto. Nel caso dei panettoni e delle uova di Pasqua, invece, il piano è esclusivamente commerciale, non si tratta di beneficenza: Ferragni ha venduto la sua immagine per marketing, non per un’operazione di marketing legato a una causa sociale.

In che senso?

Le classiche operazioni di cause related marketing, dalla pizza venduta per salvare Venezia alla Golia Bianca con il Wwf per gli orsi polari, hanno sempre indicato in modo trasparente che a ogni prodotto venduto corrispondeva una donazione di importo ben definito. Ci sono regole molto precise da rispettare.

Quali?

Innanzitutto il testimonial non deve essere pagato. Poi, chi offre il proprio volto deve avere anche lo stesso “tono di voce” dell’ente a quale si lega, ci deve cioè essere sintonia. Se pensiamo a figure come Pippo Baudo, Giobbe Covatta, Fiorello, Renzo Arbore… è sempre stato così. Infine la chiarezza e la trasparenza su quanto viene donato, a chi, e come. Ma, come ho detto, il caso che ha visto protagonista Ferragni è un’operazione commerciale impropriamente presentata come causa sociale. L’errore è stato questo.

Vicende di questo tipo possono produrre danni reputazionali?

È evidente che la confusione tra pratica commerciale e iniziativa sociale possa diventare un boomerang. Ma se nel mercato un’azienda subisce un danno di reputazione per una pratica scorretta, le quote di mercato che perde vanno a vantaggio di un’altra. Il danno, cioè, resta limitato a chi ha commesso l’errore. Nel non profit se uno si comporta male o non vigila abbastanza, a pagare è tutto il settore. È un po’ come in politica: se un politico ruba, la gente arriva a pensare che i politici siano tutti ladri. Per questo occorre preparazione e competenza. Mi chiedo come sia possibile che aziende così strutturate e di questo livello, come quelle che fanno capo a Chiara Ferragni, o la Balocco, non abbiano manager esperti di marketing sociale. In Italia ci sono diecimila professionisti esperti di raccolta fondi. Mi auguro che questa vicenda aiuti ad acquisire una nuova consapevolezza.

Come può tutelarsi il mondo che vive di donazioni?

Purtroppo questo non è un caso isolato, ma solo un caso eclatante. Il fenomeno della disintermediazione nel mondo delle donazioni può essere positivo, ma serve attenzione quando un ente non profit è scelto solo con l’obiettivo di fare soldi, cosa che purtroppo avviene molto spesso. Servirebbe un manuale per imparare a donare bene, fissando alcune regole. Ad esempio: donare meno per le emergenze, ma di più alle realtà che intervengono negli ambiti del bisogno in modo strutturale. Poi ci si dovrebbe preoccupare meno di quanto va in beneficenza rispetto ai costi interni dell’organizzazione, perché spesso le spese maggiori sono un valore e una garanzia di competenza. Ancora: scegliere con cura la causa che si decide di sostenere, e costruire un rapporto duraturo.

Massimo Calvi

Avvenire, 20.12.23

Sul sito

I matrimoni aumentano un po'

Il giorno preferito per ufficializzare l’amore in Italia è il sabato: che si tratti di matrimoni religiosi, matrimoni civili o unioni civili ha scelto questo giorno quasi la metà delle coppie che hanno deciso di “convolare”. E nel 2022 il sabato degli italiani è stato un po’ più impegnato degli anni precedenti: l’Istat ha contato 189.140 tra matrimoni e unioni, il 4,8% in più rispetto al 2021 e il 2,7% in più se ci si confronta con il 2019, prima della pandemia.

L’aumento, tuttavia, sembra essere temporaneo, dovuto in parte al recupero per le cerimonie rinviate in seguito alle restrizioni per il Covid-19. L’Istat, che ha diffuso la tradizionale indagine annua su “Matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi”, ha rilevato infatti che nei primi otto mesi del 2023 già si registra un calo del 6,7% sullo stesso periodo dello scorso anno. Sia per ragioni demografiche ­- giacché dopo decenni di calo delle nascite incominciano a restringersi le generazioni in età di matrimonio – sia per ragioni culturali e di trasformazione degli stili di vita, ecco che se anche sposarsi resta un obiettivo e un sogno per molti, la nuzialità conferma la tendenza a un ridimensionamento che, tra l’altro, replica l’andamento declinante dei tassi di fecondità che dura da 40 anni. Rispetto a 10 anni fa matrimoni e unioni sono stati 18mila in meno.

Leggere i dati dell’Istat è un po’ come mettersi a guardare il film della società che cambia: ci si sposa sempre più tardi, calano, anche se di poco, le nozze celebrate in Chiesa, aumentano di molto le seconde nozze e le unioni tra persone dello stesso sesso, crescono i matrimoni con un partner straniero.

Due Italie. Se matrimoni e unioni complessivamente aumentano lievemente, il bilancio Istat restituisce l’immagine di un’Italia divisa in due: al Nord l’aumento è stato infatti del 14,2% rispetto al 2021 e del 10,5% sul 2019, mentre al Sud si è registrato un calo su entrambi gli anni, rispettivamente del 4,5 e del 2,3%. Ci si sposa, e ci si risposa, molto al Nord, mentre nel Meridione le nozze sono in crisi in linea con le difficoltà nel mercato del lavoro, la crisi demografica più accentuata e l’aumento dell’emigrazione verso le regioni settentrionali. Un impoverimento che non è solo relativo alla dimensione quantitativa della popolazione.

Sposi sempre meno giovani. L’età media del matrimonio è di 34,6 anni per i maschi e di 32,5 per le femmine, circa due anni in più rispetto al 2012. Tutto in linea con la difficoltà che si riscontra in Italia a lasciate la casa dei genitori: la percentuale di giovani che resta in famiglia fino alla soglia dei 35 anni è di oltre il 61%, quasi il 3% in più rispetto a 20 anni fa.

Le prime nozze? Ancora in Chiesa. Più di un matrimonio su due, il 56,4%, è celebrato con rito civile. Ma se si tratta di prime nozze, a prevalere, nel 55% dei casi, è ancora il rito religioso, anche se quello civile è in aumento. Se le prime nozze sono tra cittadini entrambi italiani, allora il rito religioso è decisamente preferito, perché lo sceglie il 61% delle coppie. Il cambiamento culturale della società italiana è ancora più evidente se si guardano le seconde nozze, che sono state quasi 43.000, il valore più alto mai registrato finora, il 22,7% del totale dei matrimoni.

Più matrimoni misti. In aumento anche i matrimoni con almeno uno sposo straniero, quasi 30.000, il 21,3% in più rispetto al 2021. Quasi due terzi delle unioni miste vede uno sposo italiano e una sposa straniera; nel 18,9% dei casi la sposa è di cittadinanza rumena, nel 10,2% ucraina, nel 6,9% russa. Le donne italiane, invece, hanno contratto matrimonio più spesso con uno sposo di cittadinanza marocchina (12,6%) o albanese (8,5%).

Mi sposo in Italia. Per chi segue le cronache rosa non è una novità, ma l’Italia è sempre di più una meta scelta per sposarsi: lo scorso anno hanno scelto il nostro Paese 3.754 coppie non residenti, il doppio rispetto al 2021. Turismo matrimoniale a parte, a crescere (+14%) sono anche i matrimoni in cui almeno uno dei due sposi risiede in Italia, cioè anche per ragioni di ricongiungimento dopo una migrazione.

Unioni civili boom. Non sono molte, solo 2.813, le unioni civili tra coppie dello stesso sesso costituite presso gli Uffici di Stato Civile dei Comuni italiani in virtù della legge entrata in vigore nel 2016. Il loro incremento è però molto netto: +31% rispetto al 2021, +22,5% sul 2019 e +10% anche se si guarda ai primi 8 mesi del 2023. Il 56,7% di queste unioni riguarda coppie di uomini.

Meno separazioni e meno consensuali. Un capitolo a parte lo meritano i divorzi, 82.596, sostanzialmente stabili, e le separazioni, a quota 89.907, in calo dell’8,2%. Il numero di divorzi è tornato di fatto ai livelli pre-pandemia e in linea con i valori successivi al 2015, dopo l’introduzione del divorzio breve oltre che delle procedure consensuali extragiudiziali (dal 2015). Il vero problema dello scorso anno sembra essere stato il calo significativo delle separazioni consensuali (-10%), scese all’83,3% del totale. I divorzi consensuali sono invece il 71,5%, in linea con il primo anno.

Grazie a nome di tutti i papà

I funerali di Giulia Cecchettin, celebrati dal vescovo di Padova Claudio Cipolla nella Basilica di Santa Giustina, hanno restituito un’immagine che faticheremo a dimenticare, dopo giorni di dolore e di rabbia, di angoscia e di parole necessarie, di confronti e anche di tensioni: è la figura di un padre. La dignità e la compostezza con cui Gino, il papà della giovane uccisa dall’ex fidanzato Filippo Turetta, è intervenuto al termine della Messa, ma soprattutto le parole che ha scelto nascondendo a fatica l’emozione per la “tempesta terribile” che lo ha investito, hanno avuto la forza di aiutarci ad accantonare per il tempo che è giusto gli strascichi dei dibattiti su patriarcato e narcisismo, le paure che si sono fatte largo nei cuori dei genitori di tanti ragazzi e ragazze che stanno scoprendo giorno dopo giorno che cos’è veramente l’amore, come anche le pretese di giudicare la realtà dal piedistallo della propria esperienza.

È emerso un padre, e ne avevamo bisogno. Perché tutti abbiamo vacillato, ci siamo ricordati improvvisamente delle imperfezioni nella fatica di ricoprire questo ruolo, nel grande vuoto che la lenta dissoluzione degli antichi modelli ha lasciato. E che oggi rende difficile capire se si stia facendo la cosa giusta, oppure no. Nei pochi minuti in cui ha parlato, Gino Cecchettin non è stato più soltanto il papà di Giulia, la sua guerriera greca, è diventato, semplicemente, il padre che si deve essere. Ha detto che educare è aiutare i figli a conoscere il sacrificio, l’impegno, l’accettazione della sconfitta, è insegnare a guardare negli occhi degli altri, ad ascoltare, a comunicare realmente con empatia e rispetto.

Eppure, forse, non è in queste semplici e verissime parole pronunciate con la voce che a tratti si interrompeva per l’emozione, che sta tutta la forza del messaggio che è importante ricordare. Gino Cecchettin è diventato il padre che fatichiamo a essere, quando nel suo discorso ha distribuito le responsabilità chiamando tutti, la famiglia, la scuola, la società civile, il mondo dell’informazione, a sentirsi impegnati e coinvolti per essere agenti del cambiamento. Perché molto probabilmente lo scenario con il quale stiamo facendo i conti oggi, più della dissoluzione o della crisi della figura paterna all’interno delle mura di casa, è la deresponsabilizzazione rispetto alla funzione genitoriale che dovrebbe essere prerogativa di una intera comunità. I padri ci sono ancora, ma troppo spesso sono soli, perché il villaggio là fuori ha abdicato, rinunciando a essere la guida che indica come procedere in salita, delimita i confini, mostra la ferita del sacrificio, insegna a vivere.

Lontano, defilati, consumati da un dolore differente, due altri genitori in questi giorni hanno trovato il modo e la forza di non abbandonare un ragazzo che è pur sempre figlio, Filippo Turetta, e che ora dovrà scontare la sua pena. È un percorso complesso, quello della pacificazione. L’omelia del vescovo di Padova ha invocato il Signore chiedendo di insegnarci proprio questo, la pace tra i generi, la pace tra le generazioni, la pace per i cuori di tutti. Tutti.

Il senso del limite e della fragilità è quanto ci restituisce questa straziante vicenda, insieme al desiderio forte che sia realmente lo spunto per cambiare. Nessuno è al riparo dagli errori e dai fallimenti nella crescita dei figli, consapevoli di quante volte, sperando di fare bene, sbagliamo. Sembra facile, a parole: volersi bene e mostrarlo ai figli, essere presenti, saper dire no quando serve, insegnare a camminare, lasciare andare. Poi le cose succedono, perché il male esiste e però si spera non entri mai in casa nostra. Soprattutto si prega che non accada, e lo fa ogni genitore: è nella natura dell’essere padre o madre, anche se non si è credenti. Sapere, cioè, che stiamo provando a fare tutto il possibile, ma alla fine ci troveremo sempre a dover chiedere perdono, a perdonare, a ringraziare.

Mentre il padre di Giulia camminava ormai fuori dalla chiesa, nella piazza si è udito un grido, commosso: «Grazie a nome di tutti i papà». Proviamo a ripartire anche da qui.

Massimo Calvi
6.12.2023

Recalcati: il narcisismo sulle braci del patriarcato

Patriarcato, narcisismo, violenza di genere, educazione all’amore... In seguito al femminicidio di Giulia Cecchettin è scaturito un dibattito pubblico – doloroso, ampio, necessario – che ha visto intrecciarsi questioni afferenti ad ambiti diversi, offrendo letture culturali e di ricostruzione storica, temi tipici della psicoanalisi, dell’analisi sociologica come della pedagogia. Ne abbiamo parlato con Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano e saggista, osservatore attento delle trasformazioni della società contemporanea e dei ruoli familiari.

Nella vicenda del femminicidio di Giulia che ruolo può aver avuto la cultura patriarcale? È ancora una lettura efficace?

Il riferimento alla cultura patriarcale è necessario, imprescindibile direi. È lo sfondo inconscio collettivo della violenza sulle donne. Secondo questa cultura, che ha dominato in Occidente sino alla rottura degli anni Sessanta col ‘68 e con i movimenti femministi, la donna viene concepita come afflitta da una minorità ontologica, cognitiva e morale. L’uomo viene, di conseguenza, autorizzato a esercitare su di essa un potere disciplinare che giustifica anche il ricorso alla violenza. Basterebbe riguardare “Comizi d’amore” di Pasolini per farsi un’idea precisa del carattere pervasivo di questa rappresentazione nei rapporti uomo-donna nel nostro paese prima del ‘68. Nondimeno è vero anche che ci troviamo in un altro tempo e che la condizione della donna è profondamente mutata.

In che senso? Come è avvenuta questa trasformazione?

La cultura maschilista, come figlia naturale dell’ideologia del patriarcato, non è più in una posizione dominante. Sarebbe impossibile non riconoscerlo. Ma la sua brace non è del tutto spenta. Dobbiamo inoltre distinguere due facce di quella ideologia. Una è rappresentata dall’odio sessuofobico nei confronti delle donne. La sua incarnazione più recente è quella della polizia morale iraniana che esige la cancellazione del corpo femminile. È la terribile eredità del nostro Malleus maleficarum che identificava le donne non rassegnate all’obbedienza passiva nei confronti degli uomini con le streghe. L’altra faccia del patriarcato, quella più in ombra che si fa fatica a nominare e che invece è centrale per comprendere l’assassinio di Giulia, è quella del legame interminabile con la madre.

Questa lettura ritorna frequentemente in vicende simili. Posto che non si tratta di una prospettiva giudicante in relazione a un caso specifico, che cosa si intende di preciso?

I legami primari non si interrompono, ma tendono a prolungarsi nella vita adulta riproducendo la fusionalità e la possessione che li caratterizza originariamente. È qualcosa che non appartiene al medioevo ma riguarda profondamente la cultura del nostro tempo. La cultura del successo individuale e del principio di prestazione rende, infatti, difficile l’elaborazione del fallimento e dello scacco e stimola la nascita di rapporti rifugio, adesivi, simbiotici, di nicchie narcisistiche separate dal mondo, delle specie di “reinfetazioni” fantasmatiche, riparo da una realtà precaria, minacciosa, spaesante...

Cosa c’è a monte di un femminicidio? La volontà di dominio e di possesso? La difficoltà nella relazione con un “altro”, una persona diversa? L’incapacità di affrontare un rifiuto?

È un mostro a due teste. La prima è quella del narcisismo, la seconda è quella della depressione. La violenza maschilista come spinta al dominio sul partner ridotto a proprietà esalta la dimensione narcisistica. Ma essa porta con sé anche il gelo e il buio sconfinati della depressione: «Ti domino sino al punto da ucciderti in modo tale che tu non possa mai abbandonarmi perché se tu mi abbandonassi non resterebbe niente di me».

Come mai a uccidere, nel contesto di una relazione, sono quasi sempre i maschi?

Come dicevo, ci troviamo di fronte alla brace della cultura patriarcale. I maschi violenti vivono la donna come una minaccia per la loro identità. Sono emotivamente analfabeti. La spinta al possesso manifesta la loro fragilità di fondo. Di fronte alla ferita narcisistica di un abbandono possono reagire violentemente perché non tollerano la libertà della donna che mette sottosopra il loro prestigio fallico.

La dissoluzione della figura paterna nella società ipermoderna, tema che le appartiene, ha a che vedere con determinate forme di violenza?

Non c’è dubbio. Bisogna infatti distinguere la rappresentazione patriarcale della paternità dal principio paterno. È questo un tema che attraversa anche la predicazione di Gesù. Il padre che detiene il potere facendone un uso sadico genera violenza anziché limitarla. È la figura terribile del padre-padrone da cui giustamente il Dio delle Sacre scritture si differenzia. Si può leggere in questo modo la terribile stagione del totalitarismo nel Novecento: il padre-Duce, il padre-Fuhrer rassicura le folle negando la libertà. Diversamente il principio paterno introduce una Legge che sa contenere la violenza nella misura in cui ricorda che l’essere umano non può essere tutto. È questa, infatti, l’origine prima della violenza umana: la spinta a voler essere tutto. È quello che accade nel nostro tempo. Il principio paterno corregge questa spinta ricordando che l’essere umano è sempre non-tutto.

L’idea stessa di maschile e femminile oggi sembrano in crisi. L’amore ha ancora bisogno di questa differenza?

L’amore, diceva Lacan, è sempre eterosessuale. Con l’aggiunta però che dobbiamo imparare a non ridurre l’eterosessualità alla differenza anatomica tra i sessi. L’amore è eterosessuale in quanto è sempre amore per l’eteros, per l’altro, per la sua differenza... L’esistenza di questo amore non è affatto garantito dalla differenza anatomica, come gli psicoanalisti sanno bene.

Una delle paure che si sta facendo largo tra le ragazze, e tra i genitori, di fronte a un femminicidio commesso da “un bravo ragazzo”, è che tutti i maschi siano potenzialmente pericolosi. Può veramente accadere a chiunque?

I genitori più che osservare poliziescamente i loro figli dovrebbero preoccuparsi di testimoniare l’amore in famiglia. Se un figlio cresce in una famiglia dove l’affettività non fa paura, dove la cura e l’attenzione per l’altro sono degli esercizi quotidiani, dove il rispetto nei confronti del femminile si realizza nei fatti e non a parole, dove non c’è ricorso alla violenza o all’insulto, non diventerà un uomo che odia le donne.

Massimo Calvi
Avvenire, 26.11.23

In Italia crollano le famiglie con 3 o più figli

Calano le famiglie con figli in Europa e calano ovviamente anche in Italia. Nella trasformazione dell’Europa da Vecchio continente a continente sempre più vecchio, tuttavia, si possono cogliere alcune tendenze importanti che dimostrano come nel nostro Paese sia molto più difficile che altrove realizzare un progetto familiare. Un esempio? Il numero dei nuclei con 3 o più figli minori, una rarità in Italia, considerato che si parla di poco più di 440mila casi, sono ulteriormente in calo, mentre altrove aumentano, anche in modo significativo.

È un fenomeno interessante. In Europa da un lato si assiste a un calo delle nascite e a una diminuzione della taglia delle famiglie, dall’altro le coppie attratte dall’idea di crescere figli cercano di averne più della media. Chiaramente questo avviene soprattutto dove il contesto è favorevole e prevede sostegni ai genitori molto più che simbolici, come in Francia, Germania o Svezia. Ma la polarizzazione è evidente.

Eurostat, il servizio statistico dell’Unione europea, ha diffuso in questi giorni un articolo con alcune cifre di sintesi tratte dal suo database sulle famiglie. Il primo dato è che in Europa ci sono circa 200 milioni di nuclei (al 2022), e in aumento del 7% rispetto a dieci anni fa. Attenzione, però, perché questa cifra considera tutti, anche i single, gli anziani soli e le coppie senza figli, che insieme rappresentano il 75,7% del totale, mentre i nuclei con prole sono poco più del 24%, cioè nemmeno uno ogni quattro. Se le famiglie senza figli sono aumentate del 10%, quelle con figli hanno registrato un calo del 2,4%. L’Unione europea sta guardando con attenzione a questa tendenza, perché il declino demografico e l’aumento delle solitudini rischiano di compromettere la competitività del continente e la sostenibilità dei sistemi di sicurezza sociale.

All’interno di questa trasformazione, tuttavia, ci sono alcune evidenze che testimoniano la presenza di percorsi, e di problemi, molto diversi. Le famiglie con un solo figlio sono la maggioranza tra i 27 dell’Unione, il 12,1% del totale dei nuclei, in calo del 5,7%; quelle con due figli sono il 9,3%, sostanzialmente stazionarie; le abitazioni dove di figli ce ne sono invece 3 o più rappresentano il 3%, e sono cresciute del 6% in dieci anni. Meno famiglie, più piccole, ma con un incremento di quelle numerose.

Nel confronto europeo l’Italia si dimostra ancora una volta un Paese in cui diventare genitori è più difficile: sia i nuclei con figlio unico che quelli con due sono calati in dieci anni di quasi il 10%, mentre quelli con almeno 3 figli hanno registrato una diminuzione del 5,6%. È la fotografia di quel declino demografico che ritroviamo a ogni nuovo rapporto sulla popolazione diffuso dall’istituto di statistica, ma anche nei rendiconti sulla povertà, dove emerge che le difficoltà economiche riguardano maggiormente le famiglie in cui sono presenti bambini.

A tal proposito è utile guardare alle sole famiglie con figli e considerare la loro composizione: in Europa il 40,5% ha un solo figlio, e l’Italia qui è ampiamente sopra la media, insieme a Spagna, Ungheria e Portogallo, dove questa condizione riguarda più della metà dei nuclei familiari; il 38% ha invece due figli; le famiglie europee con 3 o più figli sono invece il 12,4%. Il record dei nuclei numerosi spetta all’Irlanda, con il 22,3%, seguita dalla Svezia col 21,2%, e dalla Finlandia con il 19%. In coda il Portogallo, con solo il 6,3% di famiglie numerose, la Bulgaria con il 6,5% e poi l’Italia con il 7,4%.

Restando in questo ambito il confronto con i Paesi notoriamente più virtuosi, perché da tempo hanno saputo dotarsi di misure strutturali e universali di sostegno al mantenimento e alla crescita di figli, dovrebbe far riflettere. Negli ultimi dieci anni in Svezia i nuclei con 3 o più figli sono aumentati del 40%, in Germania del 17%, in Francia del 6,3%. In Italia, appunto, sono calati del 5,6%. Cifre che riconducono anche al contributo delle migrazioni, ma nel momento in cui chi arriva incontra un contesto aperto, strutturato per integrare, e complessivamente avanzato.

Massimo Calvi
Avvenire, 22.11.23

La grande fuga dall'Italia

«Vattinni! Chista è terra maligna...», diceva il vecchio siciliano al giovane protagonista, in una delle scene più significative di “Nuovo Cinema Paradiso”, il film di Giuseppe Tornatore premio Oscar nel 1990. Quella frase, calata nel ricordo di un passato ricco di sogni ma avaro di speranze, interpretava con onestà drammatica un sentimento diffuso e radicato in gran parte del meridione italiano. La domanda che dovremmo porci oggi è se nel tempo che ci separa dagli anni delle grandi migrazioni interne l’Italia, anziché colmare il divario di sviluppo, non sia diventata, lentamente e inconsapevolmente, un unico grande Sud.

Da questo punto di vista il rapporto della Fondazione Migrantes dedicato agli italiani all’estero qualche preoccupazione la dovrebbe sollevare. Oggi rispetto al 2006 - che simbolicamente possiamo considerare l’anno che precede lo scoppio della Grande Crisi, e non solo quello in cui l’Italia ha vinto l’ultimo Mondiale di calcio – gli italiani che vivono in un altro Paese sono raddoppiati. Fin qui niente di male. Così come non andrebbero valutati negativamente altri aspetti, come il fatto che quasi la metà di chi è all’estero ha tra i 18 e i 49 anni, o che il 44% di chi è espatriato nel 2022 ha dai 18 ai 34 anni, e che il deflusso di giovani è in aumento, e poi che queste uscite stiano spopolando ancora una volta soprattutto il Sud.

Di cosa avere paura? I giovani si muovono, fanno esperienza, acquisiscono competenze. E come se ne vanno possono ritornare. Ma, ecco, è qui che nascono i primi dubbi. Perché la differenza tra una migrazione temporanea, una scelta di vita e una fuga è molto sottile.

Il dubbio può essere chiarito ponendosi una semplice domanda: se un bambino che nasce oggi, un adolescente o una persona che ancora si sta formando si mettessero a ragionare secondo la logica di un investitore finanziario, punterebbero le loro chances sull’Italia?

La risposta solleva non poche inquietudini: i fondamentali del Paese e le sue prospettive non sono incoraggianti. Da un punto di vista demografico sappiamo già che nel 2030 le persone con più di 65 anni saranno il 27% della popolazione e che nel 2040 con tutta probabilità diventeranno una ogni tre abitanti. Attualmente ci sono tre persone in età da lavoro ogni due inattivi, cioè bambini o pensionati, e questo rapporto sarà di uno a uno entro il 2050. Quando scriviamo, a ogni nuovo rapporto sulla popolazione, che il declino demografico comprometterà la sostenibilità del sistema di welfare, significa semplicemente che in assenza di uno stravolgimento positivo, tra qualche anno, non ci saranno abbastanza italiani per pagare tasse che già oggi a malapena finanziano il sistema sanitario e quello previdenziale.

La narrazione negativa è ricca di rapporti e classifiche che relegano l’Italia agli ultimi posti tra i Grandi (perché comunque restiamo tra i big, va ricordato): dai tassi di occupazione maschile e femminile al numero di giovani che non studiano e non lavorano, dal numero di laureati agli indici di produttività, dal potere d’acquisto dei salari alle competenze del suo capitale umano. E ciò che contribuisce a oscurare l’orizzonte sono le storie, vere o verosimili, di chi se ne è andato, ricche di testimonianze di come nei migliori Paesi sia facile trovare un lavoro anche in assenza di sostegni familiari, essere responsabilizzati e pagati il giusto e non in nero, poter contare su un welfare che non ostacola i progetti familiari, avere la percezione che la fiscalità premia l’impegno e non la rendita.

Si tratta soltanto di invertire un racconto alterato? Certamente è anche questo. Ma si tratta di un’operazione che va compiuta provando a ragionare diversamente rispetto alla logica di un fondo di investimento speculativo, bensì nella convinzione che il proprio Paese possa produrre le riforme e lo sviluppo che si merita, proprio perché siamo i primi a crederci, nella consapevolezza che si tratta di una sfida personale e collettiva. L’Italia non è una “terra maligna”, la scelta della migrazione deve continuare a essere un’opportunità, un percorso di arricchimento, e di impegno costante, così che partire non sia mai scappare e ritornare non diventi una sconfitta. Per chi esce e per chi arriva.

Massimo Calvi
Avvenire, 9.11.23

I bambini giocano alla guerra

 «I bambini giocano alla guerra / È raro che giochino alla pace / perché gli adulti / da sempre fanno la guerra, / tu fai “pum” e ridi; / il soldato spara / e un altro uomo / non ride più. / È la guerra».

I bambini giocano alla guerra, recita una poesia di Bertolt Brecht, perché i bambini non sanno come si gioca alla pace. Nessuno ha insegnato loro come si fa. Giocano alla guerra perché hanno sempre visto i grandi fare questo, ed è bellissimo “fare pum”. Ma i bambini non sanno che la guerra non è un gioco, incomincia quando si vuole tutto per sé, o non si riesce a vedere la bellezza nemmeno nei disegni degli altri bambini. Non sanno ancora, i bambini, che se a giocare sono i grandi la battaglia non finisce in cucina a fare merenda. L’esito è solo fame, freddo e paura. Andrebbe riletta questa poesia, meditarla in queste ore aiuta a decifrare la cronaca delle sofferenze inflitte ai bambini di Gaza, a gestire la fatica nel guardare i volti dei piccoli israeliani ostaggi di Hamas, a ricordare i figli ucraini deportati in Russia, a pensare ai minori affidati alla sorte delle onde nella disperata ricerca di un futuro.

Concede un “oltre”, la poesia, che non è rimozione, ma il tentativo di scongiurare l’assuefazione a un male senza senso, fissando un ordine morale di responsabilità; come solo la preghiera può affrontare la grande e terribile domanda su cosa c’entrino i bambini con la sofferenza, accettando che una vera risposta non esiste al di fuori della sofferenza stessa.

C’è sempre una guerra nel mondo, un conflitto i cui effetti diventano insopportabili quando le vittime sono i più innocenti tra gli innocenti. Avviene da secoli, ma oggi è ancora meno comprensibile: non siamo nell’era ipertecnologica? Quella dei droni che consegnano gli ordini sulla soglia di casa o dell’intelligenza artificiale che scrive romanzi, delle auto che si guidano da sole e dei robot che sostituiranno i e le badanti? Abbiamo la tecnologia e le risorse per mandare i turisti su Marte, ma siamo ancora qui a fare i titoli su Re Erode, e le stragi dei bambini.

Il mondo in pace guarda con ansia a tutto questo, prova pietà, piange in silenzio e prega. Probabilmente non ci si chiede abbastanza quanto di questo lusso derivi da un equilibrio di forze generato dall’ingiustizia. E non si coglie che questa pace può essere frutto di un armistizio, il patto di un mondo che la sofferenza dei bambini crede di poterla eliminare non facendoli più nascere.

Le guerre nascono sempre da un problema di risorse, si tratti di terra o di acqua, di energia o di popolazione. La “Guerra mondiale a pezzi” è misura anche della crisi climatica e delle tensioni demografiche, la prova di un’umanità che ha dimostrato di saper giocare alla guerra, ma non riesce e non vuole “inventare” e poi insegnare ai suoi figli, ai fratelli e alle sorelle di oggi e di domani, il grande gioco del futuro e della pace. Quello in cui «tutti i bambini / sono tuoi amici».

Massimo Calvi

Avvenire, 29.10.2023

Sul sito

L'Istat: natalità a picco nel 2023

Se sono maschi si chiamano soprattutto Leonardo, Francesco e Tommaso. Se sono femmine Sofia, Aurora e Giulia. Nomi che piacciono anche ai cittadini stranieri, dove però tra i nuovi nati spiccano soprattutto Adam e Amir, oppure Sofia e Sara.

La parte gioiosa della notizia si ferma qui. Per il resto il report dell’Istat su natalità e fecondità della popolazione nel 2022 non fa che confermare i dati negativi anticipati nelle previsioni di inizio anno, aggiungendo un ulteriore elemento di preoccupazione: il crollo delle nascite è proseguito anche nel primo semestre di quest’anno.

Insomma, se il 2022 si è chiuso per la prima volta dall’Unità d’Italia con un numero di nati tra i cittadini residenti inferiore a quota 400.000 – 393.333 per la precisione, quasi 7.000 in meno rispetto al 2021, un calo dell’1,7% – il 2023 rischia di andare ancora peggio. Da gennaio a giugno, infatti, i bebè sono diminuiti di un altro 2%, vale a dire 3.500 in meno rispetto allo stesso periodo di un anno prima. Questo declino, se confermato, dovrebbe portare il numero medio di figli per donna in età fertile a 1,22: un calo netto dal dato di 1,24 del 2022 e di 1,25 del 2021.

C’è una differenza importante, nella cifra riferita al tasso di fecondità, e si riferisce al fatto che tra le donne di cittadinanza italiana il numero medio di figli è fermo a 1,18, mentre tra le straniere è pari a 1,87. La diminuzione delle nascite – spiega l’Istat – è attribuibile quasi del tutto al calo riconducibile alle coppie di genitori entrambi italiani, che lo scorso anno hanno messo al mondo solo 311.117 figli.

Non ci si deve illudere più di tanto, però, pensando al contributo delle coppie portatrici di una cultura familiare più solida: nonostante gli stranieri siano oggi l’8,6% della popolazione, la flessione delle nascite riguarda sempre di più anche loro, a riprova del fatto che col tempo, se le condizioni di vita e di lavoro in un Paese non sono soddisfacenti e i sostegni alla natalità restano limitati, la tendenza di chi arriva in un territorio caratterizzato da bassa fecondità è quella di adeguarsi al contesto.

I bambini nati da genitori in cui almeno uno è straniero sono stati in tutto 82.216 nel 2022, il 21% del totale, ma rispetto a dieci anni fa si tratta di quasi 26mila bebè in meno.

L’Italia, si potrebbe dire leggendo queste cifre, può ormai ambire a mantenere una stabilità demografica contando quasi esclusivamente sul contributo dell’immigrazione, considerato che le riforme degli ultimi anni non sono ancora riuscite a incidere sulla natalità e che il tempo a venire, pur con tutta la volontà politica possibile, non potrà che essere avaro di interventi alla luce della situazione estremamente delicata dei conti pubblici e delle poche risorse disponibili.

La tendenza calante delle nascite sarà difficile da invertire anche perché, come ricorda l’Istat a ogni diffusione dei nuovi dati demografici, il declino è dovuto soprattutto al fatto che la popolazione femminile in età feconda è diminuita considerevolmente e in modo strutturale per l’effetto delle poche nascite che si sono avute nel ventennio dal 1976 al 1995. Oltre a questo, a incidere è l’età più elevata in cui si ha ormai il primo figlio: 31,6 anni.

C’è un elemento positivo nel report dell’Istat, e riguarda il fatto che molte coppie hanno messo al mondo nel 2022 il figlio che desideravano da tempo, ma i cui progetti familiari erano stati compromessi dalla pandemia di Covid: il 49% dei nati nel 2022 sono stati dei primogeniti, il 3,2% il più rispetto a un anno prima. Un recupero che tuttavia rischia di esaurirsi in poco tempo: i secondogeniti nello stesso periodo sono calati del 6%, e questo significa che al venir meno dell’effetto post-Covid si potrebbe registrare una flessione ancora più decisa.

In questa rapida e radicale trasformazione della società italiana è poi particolarmente significativo prendere atto che continua ad aumentare il numero di nati da genitori non sposati: la percentuale di nascite fuori dal matrimonio riguarda ormai il 41,5% dei neonati, in aumento dal 39,9% del 2021. Quando i genitori sono entrambi italiani il dato si avvicina al 44,7%, fino al record del 53,6% che riguarda la Sardegna. Se si guarda ai giovani la rivoluzione del rapporto tra nozze e natalità è ancora più netta: tra chi diventa madre prima dei 24 anni il 54,6% non è sposata, condizione che riguarda il 36,4% della fascia 25-34 anni, e il 28% delle over 34 anni.

Massimo Calvi

Avvenire 26.10.2023

Sul sito

Il diritto di ubriacarsi

Di recente sulla pagina di un sito di informazione è apparso questo titolo: « Noi donne abbiamo il diritto di ubriacarci e mettere la minigonna». La dichiarazione è stata rilasciata da una persona famosa abbastanza da meritarsi lo spazio di una notizia. Apparentemente in questa frase non c’è nulla di sbagliato, negli ultimi giorni abbiamo ascoltato molte affermazioni di questo tipo discutendo di abusi e violenze e di cosa sia giusto o sbagliato dire in pubblico, tra tensioni educative, spinte legislative o gaffes televisive.
È evidente che una donna, come chiunque, debba poter vivere la propria vita serenamente, senza che lo stile o il comportamento inducano qualcuno a ritenere di poter limitare questa libertà. Tuttavia un’affermazione pensata in difesa del diritto all’emancipazione può scivolare nel paradosso nel momento in cui si trasforma nella tutela di un aspetto un po’ più controverso, ovvero il “diritto” all’ubriacatura. Pensiamoci bene: ubriacarsi – e che si tratti di uomini o donne non fa alcuna differenza – è veramente un diritto? È corretto e conveniente, cioè, diffondere e propagandare l’idea che bere fino a perdere il controllo di sé sia un diritto, e non invece una semplice possibilità? Esiste il diritto di divertirsi, di stare con gli amici e le amiche, di uscire fino a notte fonda, di bere o fumare. Ma ubriacarsi, fino a non sapere più chi si è e dove ci si trova, è la conseguenza di una libertà che sconfina nell’autolesionismo, è la deriva tossica e la manifestazione di un disagio, un comportamento che può generare conseguenze gravi per sé e per gli altri.
Tra giovani e giovanissimi l’abuso di alcool rappresenta da tempo un’emergenza. Ci sono ragazzi e ragazze, e tra loro moltissimi minorenni, che ogni fine settimana “azzerano le tensioni” sfidando il coma etilico: vengono soccorsi dai volontari delle ambulanze, sono aiutati a rimettersi insieme dagli autisti degli autobus notturni, trascinati a casa dagli amici, oppure si risvegliano la mattina in un’aiuola. I maggiorenni che riescono a tenere gli occhi aperti spesso si mettono al volante, e può andare tragicamente peggio. Vivere, questo sì, è un diritto.
Ma se non si può proibire a nessuno di ubriacarsi, pensare che sia un comportamento da tutelare socialmente, quasi una frontiera di progresso e libertà per uomini e donne, equivale a incoraggiare una pratica che non è mai priva di conseguenze, pure se i “lupi” sono stati tutti addomesticati. L’abitudine a ubriacarsi fino a perdere ogni controllo e ogni freno è rivelatore di un malessere e di una solitudine. Non si dice a un giovane: hai tutto il diritto di farti del male. Se c’è un diritto che in questo caso avrebbe invece senso rivendicare, è quello a essere aiutati. In una fase storica in cui si presta attenzione a ogni parola detta e a ogni lettera stampata, potrebbe essere importante considerare il dovere di utilizzare un linguaggio capace anche di educare.

Massimo Calvi
Avvenire, 13.9.23

Giovani, non solo stupri, violenza e odio

L’attualità continua a proporre cronache di abusi commessi da giovani maschi ai danni di ragazze. L’inquietudine per quanto accade invita a riflettere sull’origine di questo genere di violenza nel tentativo di comprendere la vera natura della sopraffazione e capire quali strumenti adoperare per alzare barriere adeguate. La chiave del maschilismo e la resistenza di una cultura patriarcale tossica è una possibilità indagata a fondo e fornisce una spiegazione. È probabile però che sia necessario un ampliamento dello sguardo e dell’analisi.
L’Italia non è più il Paese in cui ai processi per stupro i maschi si davano di gomito e ridevano dietro i baffi, manifestando una complicità di branco all’interno di una società che ricorreva al termine "sesso debole" quale sinonimo di "donna". Oggi non c’è un contesto sociale e culturale diffuso in cui si ritenga che le donne non debbano studiare, non possano lavorare, uscire di casa, vestirsi come vogliono, divertirsi ed essere emancipate. O che giustifichi penalizzazioni, sopraffazioni e umiliazioni in virtù della sussistenza di una vasta zona grigia che si estende dal pensare che "in fondo se l’è cercata", fino all’idea ripugnante che "la carne è carne".
Visioni limitanti della dignità femminile e del rispetto del corpo resistono, se ne colgono segni ovunque, anche ai buffet di qualche villaggio vacanza o alle cerimonie sportive, ma restano fenomeni che, per quanto frequenti, emergono più spesso dove il deficit è antico o riferito a molti altri codici di civiltà.
I progressi sono palesi, la scuola ha lavorato ottimamente e continua a farlo, le agenzie educative non cessano di formare persone per bene, la stragrande maggioranza dei giovani è consapevole di cosa si possa o non si possa fare e ha una sana formazione affettiva. Il fatto che le continue denunce riferite a pubbliche "cadute di stile" non manchino, ne è una testimonianza.
Non si tratta di sminuire un problema serissimo, ma di rilevare che una persona nell’Italia contemporanea ha tutti gli strumenti per capire cosa sia bene e cosa male, perché la società, intesa come cultura popolare ma anche come discorso pubblico, non è più un solido complice. Se il maschilismo resta un elemento fortemente problematico, forse non è il vero e solo motore, ma discende da un quadro ampio e distorto di valori riferibile a contesti dove è piuttosto la violenza il principale codice di riferimento.
I terribili fatti occorsi negli ultimi giorni a Palermo o a Caivano paiono riconducibili - e non sempre è così - a scenari di ignoranza e degrado umano e sociale. E hanno un denominatore comune, nel salto di classe sociale, con i casi di stupro ai danni di donne rese inconsapevoli dall’effetto della droga o dell’alcool. Pensare che sia sufficiente un impegno circoscritto a un aspetto specifico, ovvero riferito a una delle tante conseguenze possibili di una realtà caratterizzata da analfabetismo emotivo e figlia di una cultura che inneggia alla forza e denigra la tenerezza, rischia di restringere il problema rendendo poco coerenti le risposte. La vera matrice del male di cui stiamo constatando la resistenza, anche nell’assuefazione alla grammatica imposta dalla guerra, è la violenza in tutte le sue forme possibili - la sopraffazione, il disprezzo del più debole, l’odio per il diverso - in una dimensione così vasta e pervasiva che nello svilimento del senso del limite arriva a comprendere "anche" (potrebbe essere diversamente?) l’abuso sulle donne.
La cronaca, per quanto capace di alimentare inquietudini, non deve far dimenticare la grande opera educativa che c’è e si manifesta ogni giorno nella bellezza dello sguardo di tanti giovani e nell’empatia che permette loro di avere buone e sane relazioni. Il punto è non far venire meno questo impegno, intensificarlo affinché nessuno sia escluso, trovando le parole giuste per far saltare tutti gli inneschi possibili della violenza e dell’odio, che dalle trasmissioni televisive ai social network fino ai libri, trovano purtroppo sempre nuove e subdole forme per farsi propaganda.

Massimo Calvi
Avvenire, 27.8.23

SGDN, niente scontri sulle famiglie

Quando si discute di misure per aiutare le famiglie o di interventi per far ripartire la natalità, le posizioni tendono a dividersi seguendo due principali filoni di pensiero: da una parte chi ritiene che ai genitori debbano essere forniti aiuti economici diretti, assegni o sconti fiscali generosi, dall’altra chi sostiene che è molto più importante favorire un contesto economico e sociale dinamico, e i figli arriveranno. In realtà non si tratta di due partiti contrapposti, perché è il buon senso a suggerire che l’apertura alla vita e all’accoglienza discende da uno sguardo di fiducia e speranza nel futuro, ma nelle società avanzate ha bisogno tanto di un contesto complessivamente favorevole alle famiglie quanto di aiuti che esprimano il valore pubblico riconosciuto alla decisione di crescere dei figli. Si tratta, insomma, di trovare un buon punto di equilibrio.

Se dai concetti si passa alla realtà, tutto diventa più complicato. Oggi a Roma si apre la due giorni degli Stati Generali della Natalità, appuntamento per tradizione ambizioso negli argomenti che propone e creativo nel confronto che sa animare. Da parte sua la cronaca sta offrendo un quadro che, osservato dalla prospettiva di un genitore, è già la spiegazione, se non la giustificazione anticipata, della successione di tanti bilanci demografici depressi. È sufficiente sfogliare le pagine dell’edizione odierna di “Avvenire” per avere contezza di quanto le famiglie esprimano il bisogno non solo di essere ascoltate e capite, ma messe al centro di un’attenzione politica speciale che non dovrebbe più tradursi in occasione di scontro politico.

Gli studenti che hanno preso ad accamparsi nelle aiuole metropolitane per manifestare il disagio riferito ai costi degli affitti non stanno solo protestando per l’insostenibilità economica che comporta la condizione di universitari fuori sede. Raccontano di come la mutazione delle città stia sfuggendo al controllo sociale, trasformando i contesti urbani in territori sempre più ostili alle famiglie. Luoghi attrattivi di talenti, ma incapaci di accoglierli evitando di alimentare una selezione fondata sulla base più del censo che del merito.

Il tema dell’abitazione, uno dei fattori cruciali alla base della formazione di una famiglia, è tornato ad essere esplosivo in ragione di una politica monetaria che, terminata la stagione dei tassi a zero, sta facendo lievitare le rate dei mutui, rischiando di produrre cortocircuito dalle conseguenze imprevedibili. Stressate dal caro dell’energia e dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari, le famiglie si trovano coinvolte in una competizione tra possessori di case e no, tra chi cerca di mantenere sostenibile (o apprezzabile) la rendita di cui dispone, e chi è costretto a rincorrere aumenti che si moltiplicano.

Una corsa che gli italiani affrontano col fiato più corto di altri. Ancora ieri l’Ocse ha segnalato che a causa dell’inflazione i redditi reali delle famiglie nell’ultimo trimestre 2022 sono scesi del 3,5%, peraltro in un contesto già critico: tra il 1990 e il 2020 il nostro Paese è stato l’unico in Europa ad aver sperimentato una diminuzione dei salari.

L’abitazione, i redditi, i generi alimentari… tutto sembra essere in tensione, e molto sembra dire che le disuguaglianze possono accentuarsi: tra ricchi e poveri, come sempre, ma in una dinamica che introduce nuove soglie, laddove la differenza può essere determinata dalla presenza di patrimoni, o di rendite e, sempre di più, di figli. Il titolo scelto da Save The Children per il Rapporto 2023 sulla maternità, in questo senso, è emblematico: “Le equilibriste”.

Racconta della gioia dell’essere mamme e del senso di completezza che restituisce la dimensione familiare, ma poi della fatica, tanta, e della stanchezza, della grande solitudine e della paura, delle difficoltà poste da un mercato del lavoro ancora spesso ostile verso la maternità e dalla cronica inadeguatezza del sistema dei servizi pubblici che dovrebbero essere d’aiuto. Un peso che grava sulle donne, filtra nella famiglia, appartiene alle preoccupazioni di ogni genitore. C’è una bellezza che resiste, nonostante tutto, facciamo in modo che possa continuare a nascere.

Massimo Calvi

Avvenire, 11.5.2023

Con il fisco o con l'assegno


Il dibattito sulla natalità da ricondurre sui giusti binari Il dibattito sulla natalità non fa primavera, ma è ormai un fatto che in Italia in questa stagione ci si metta a parlare di nascite e di famiglie più di quanto non si faccia durante gli altri periodi dell’anno. È un buon segno, e una parte del merito può essere attribuita all’ex presidente del Forum delle Famiglie, Gigi De Palo, l’inventore delle piazze con i passeggini vuoti, l’animatore politico del cammino che ha portato alla nascita dell’Assegno unico, e da qualche tempo organizzatore degli Stati generali della natalità (i prossimi sono a Roma l’11 e il 12 maggio). Il problema di quest’anno è che il confronto su demografia, nascite e aiuti alle famiglie è partito col piede sbagliato.

La proposta avanzata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di introdurre una forma di sconti fiscali per sostenere la natalità, che fa seguito alla richiesta della premier Giorgia Meloni di focalizzare l’attenzione del governo sul tema della risposta all’inverno demografico, ha finito per essere avvolta dal fumo di un dibattito tanto ideologico quanto tossico. L’Italia sembra un Paese incapace di liberarsi dal giogo di un passato caricaturale che forza ad attribuire alle misure per la natalità una missione dai connotati etnici (c’è chi lo pensa veramente), o dall’altro lato a cogliere in ogni tentativo premiale verso la genitorialità rigurgiti di un fascismo paternalista, lesivo dei diritti e persino delle libertà (si è sentito pure questo).

Forse allora è necessario resettare tutto e provare a fare un po’ di (sano) ordine. Un intervento ulteriore sulle misure per la natalità è necessario, perché il cammino che ha portato alla riforma dell’Assegno va, a detta di tutti, completato. Come? Questo è il punto, sul quale si dovrebbero concentrare le energie del confronto. Se guardiamo a due Paesi vicini che spesso si prendono come riferimento, e che tanti, a destra quanto a sinistra, citano come possibili esempi, le misure di tipo economico seguono un principio abbastanza chiaro e semplice: tutte le famiglie devono avere un sostegno di base consistente per ogni figlio.

Che questo aiuto arrivi attraverso uno sconto fiscale o un assegno, o con entrambi i metodi, poco dovrebbe contare. In Francia c’è un assegno che scatta solo dal secondo figlio e a questo si aggiunge il quoziente fiscale familiare che abbatte di molto le tasse per tutti coloro che hanno figli. In Germania si può scegliere tra assegno o deduzione fiscale. In entrambi i Paesi il beneficio che tutte le famiglie ottengono, rispetto a chi è single o non ha prole a carico, è all’incirca di 2-3.000 euro per ogni figlio. In Italia con l’Assegno unico si va da un massimo di 2.400, che non è poco, a un minimo di 660 euro annui a figlio (330 se maggiorenne), che non è molto.

Ora, se ci si concentra solo sul tema economico-fiscale, e si congela il dibattito attorno ai servizi, alla conciliazione, al lavoro femminile, al diritto alla casa e altre questioni fondamentali che pure servono a sostenere la natalità, la prima vera domanda cui ogni politico dovrebbe rispondere con chiarezza è la seguente: l’Italia vuole dotarsi oppure no di un aiuto economico significativo di base per ogni figlio a carico? Se la risposta è sì, allora la seconda domanda viene scontata: quanto? Una volta che ci si è messi d’accordo, tra rivali politici ma anche con sé stessi, sulla direzione da seguire, il metodo di intervento diventa solo tecnicamente rilevante.

Se il principio, sacrosanto, espresso da Giorgetti è che single e famiglie non possono essere tassati allo stesso modo, il percorso per arrivaci può essere una deduzione, una detrazione, o anche molto semplicemente una correzione dell’Assegno unico. Basterebbe cioè aumentare l’importo di base universale, e raggiungere una cifra equiparabile a quanto concesso in Francia e Germania, per chiudere la partita e passare ad altro. Un intervento sui figli avrebbe molto più significato, in termini di giustizia fiscale, di una più costosa e quasi impercettibile riduzione generalizzata del cuneo. A beneficio della sanificazione di un dibattito che ha preso una connotazione cupa, non sarebbe male provare a liberarsi anche dall’ossessione demografica, se non altro per un po’. Non c’è veramente una patria che ha bisogno di figli, come non c’è un sistema che deve importare braccia a basso costo.

Ci sono invece coppie con desideri e progetti famigliari che in Italia sono con evidenza molto più difficili da realizzare, a causa di un contesto economicamente ma anche culturalmente ostile. Vogliamo provare a cambiare qualcosa?

Massimo Calvi

Avvenire, 23.4.2023

Otto miliardi. Ma non siamo troppi!

Contrordine, il mondo non sta scoppiando, non c’è alcun motivo di essere in ansia per la crescita della popolazione, che convenzionalmente il 15 novembre 2022 ha raggiunto gli 8 miliardi, e non ci sono nemmeno ragioni per temere che l’espansione demografica rappresenti un problema per il clima. La visione neo-malthusiana, che tende a vedere in ogni nuova nascita un problema per la disponibilità delle risorse, e da qualche tempo ha esteso la sua ombra sul dibattito attorno alla natura della crisi climatica, può essere archiviata. A provare a cambiare le narrazioni semplicistiche sulle tendenze demografiche è l’ultimo rapporto dell’Unfpa, il fondo delle Nazioni Unite per la popolazione.
Si tratta dell’agenzia per la salute sessuale e riproduttiva, l’organismo che dal 1969 opera perché ogni gravidanza sia effettivamente desiderata e i parti sicuri, dunque interviene in vari ambiti problematici e controversi, dalla “prevenzione” delle gravidanze indesiderate alle mutilazioni genitali, dall’assistenza sanitaria riproduttiva all’accesso alla contraccezione sicura fino alla protezione dalla violenza di genere o alle campagne contro i matrimoni precoci. Il fatto che questo organismo oggi si esprima in modo così netto per contrastare il pessimismo che nutre le narrative sull’esplosione demografica merita più di una riflessione. Il rapporto, sgombrando il campo dagli equivoci e da alcuni aspetti non condivisibili, pone il problema dell’alta percentuale di donne, il 44% in 68 Paesi, che non è in grado di assumere decisioni consapevoli riguardo il proprio corpo se si tratta di avere un rapporto sessuale (il 25% non può dire di no), ma anche di accedere a metodi contraccettivi sicuri o avere assistenza sanitaria.
Ampliando lo sguardo, a emergere è anche una prospettiva di ragionevole ottimismo per lo stato del mondo, contrastando tante retoriche allarmistiche: quelle che seminano il terrore per la crescita della popolazione, ma anche quelle eccessivamente preoccupate per il declino demografico o l’insostenibilità della pressione migratoria. L’esagerazione attorno a queste visioni, si spiega, e gli sforzi per influenzare i tassi di fecondità, «sono spesso inefficaci» e possono «erodere i diritti delle donne» tenendo «prigionieri i loro corpi» in virtù degli obiettivi della popolazione. Nel mirino finiscono così anche «gli sforzi per rallentare la crescita della popolazione attraverso la sterilizzazione forzata e la contraccezione coercitiva, una violazione dei diritti umani». Siamo troppi? No, sostiene l’Unfpa, il pianeta non sta scoppiando, e se la Terra ha raggiunto gli 8 miliardi vuol dire che più neonati sopravvivono, più bambini e bambine vanno a scuola, ricevono assistenza sanitaria, raggiungono l’età adulta e vivono mediamente più a lungo, e questo è un segno di progresso umano. L’aspettativa di vita nel mondo nel 2019 ha raggiunto i 72,8 anni, quasi 9 anni in più dal 1990, e arriverà a 77,2 anni entro il 2050: un traguardo che andrebbe celebrato.
La crescita della popolazione, oltretutto, sta rallentando, i tassi di fecondità sono in caduta quasi ovunque e il numero medio di figli per donna a livello globale è sceso dai 5 degli anni Cinquanta ai 2,3 attuali. Insomma, per il prossimo quarto di secolo l’aumento della popolazione sarà dovuto per due terzi alla crescita passata, dunque non sono necessari programmi per limitarne l’espansione: oltre ad essere inutili finiscono per colpevolizzare comunità povere ed emarginate. Interessante, a questo proposito, è la valutazione della crisi climatica. Nonostante le preoccupazioni, «le prove di una correlazione tra dimensioni della popolazione e protezione dell’ambiente sono sorprendentemente scarse» e «nessun modello può, né ha mai potuto, calcolare o prevedere correttamente l’impatto ambientale complessivo delle sole dimensioni della popolazione globale».
Attribuire alle nascite i problemi ambientali del mondo, mette in guardia il rapporto, rischia di far passare l’idea che «l’utero delle donne debba essere preso di mira dalle politiche climatiche». Nella realtà, i Paesi con i tassi di fecondità più alti sono quelli che meno contribuiscono al riscaldamento globale, mentre ne soffriranno maggiormente gli impatti. «Su 8 miliardi di persone – si legge nel rapporto – circa 5,5 miliardi non guadagnano abbastanza, circa 10 dollari al giorno, per contribuire in modo significativo alle emissioni di carbonio». È vero, invece, che la responsabilità di metà di tutte le emissioni di gas serra è imputabile al 10% più ricco della popolazione che vive nei Paesi con i tassi di fecondità più bassi e col problema di dover far fronte all’inverno demografico. La soluzione contro l’emergenza ambientale, insomma, non si esprime nel contenimento delle nascite, ma con la necessità di «ridurre le disuguaglianze e investire in fonti energetiche pulite».
Il rapporto tenta anche di smontare la narrazione opposta nel momento in cui esprime eccessiva preoccupazione per il crollo delle nascite. Non che il problema non sia reale, anche se riguarda solo l’Europa, unica area al mondo che entro il 2050 dovrebbe vedere calare il numero di abitanti del 7%, ma se amplificato oltre misura rischia di sortire effetti controproducenti e suscitare sentimenti colpevolizzanti verso la popolazione più anziana, mentre una gestione responsabile delle migrazioni può favorire quella che il rapporto definisce «resilienza demografica». Anche in questo caso non occorre forzare: al desiderio compresso di figli si risponde promuovendo politiche per favorire la parità di genere e i diritti, ampliando i congedi parentali, concedendo sconti fiscali. Con impegno, ma senza ansie.

Massimo Calvi
Avvenire, 20.04.23

Assegno unico aumenti in arrivo

 Il governo intende aumentare l’importo della quota base dell’Assegno unico e universale. Lo aveva annunciato nei giorni scorsi la ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella, e ora la conferma arriva per iscritto nel Piano nazionale di riforme che accompagna il Def, il documento di economia e finanza per i prossimi tre anni. Per quota base si intende la cifra uguale per tutti erogata a chi non allega la dichiarazione Isee o questa è superiore a 43.246 euro, e che attualmente corrisponde a 54,1 euro al mese a figlio. Sembra un dettaglio, ma non lo è, perché un intervento su questa cifra, che riguarda i nuclei con redditi più alti, può riflettersi positivamente sugli importi degli altri assegni inferiori alla quota massima di 189,2 euro al mese. Un passaggio significativo, alla luce del fatto che con la transizione dal regime precedente di detrazioni e assegni familiari a quello dell’Assegno unico solo un quarto delle famiglie ha ottenuto un vantaggio economico.

Proprio ieri in tema di Assegno unico l’Inps ha diffuso i dati dell’Osservatorio statistico relativo a questa misura entrata stabilmente in vigore (dopo la versione “temporanea”) dal marzo 2022: si tratta dunque del primo vero bilancio annuale. Dal marzo scorso a febbraio 2023 sono stati erogati 15,2 miliardi in assegni a 5,3 milioni di famiglie per un totale medio mensile di 8,5 milioni di figli dal settimo mese di gravidanza ai 20 anni. L’importo medio degli assegni ricevuto dai genitori è stato di 233 euro al mese nel 2022 e di 262 euro nei primi due mesi del 2023 per effetto degli aumenti previsti dalla legge di Bilancio.

Ogni figlio ha ricevuto 146 euro al mese nel 2022 e 165 nel 2023. L’importo per i 300mila nuclei con figli disabili è stato superiore del 50%. L’effetto degli aumenti voluti dal governo per le famiglie numerose e i nuovi nati è ancora più evidente guardando alla composizione dei nuclei: l’importo medio per i nuclei con un figlio è salito da 129 a 146 euro, per quelle con 4 figli (che però sono appena 60mila) da 917 a 1.070 euro al mese, e da 1.580 a 1.816 euro per le coppie con 6 figli (sono solo 3.200). Essendo legato all’Isee, cioè a reddito e patrimonio dichiarati, gli assegni sono stati più alti al Sud (176 euro al mese) e più bassi al Nord (157 euro), con il Centro e le Isole a metà strada (159 euro).

Quasi la metà dei beneficiari (49%), posizionandosi sotto i 16.215 Isee, ottiene la quota massima dell’assegno, in media 215 euro al mese a famiglia, il 23% la quota minima, 55 euro circa. La spesa per l’Auu che ha integrato il Reddito di cittadinanza è stata invece di 721 milioni, per 360mila famiglie e 589mila figli interessati e 166 euro pagati in media per ogni nucleo. Le cifre di richiedenti e beneficiari variano di mese in mese in base ai figli che nascono e a quelli che crescono, perdendo i benefici. In tutto il 2022 i figli interessati sono stati 9,6 milioni su un totale di quasi 11 milioni di potenziali beneficiari; dunque, l’assegno è andato all’88% di chi avrebbe potuto ottenerlo. Una buona percentuale di famiglie, in sostanza, non lo ha richiesto. Fa riflettere, a questo proposito, che prima dell’entrata in vigore dell’Assegno unico lo Stato spendesse più di 18 miliardi per tutte le misure che sono confluite nel nuovo strumento, dai vecchi Anf alle detrazioni familiari fino al bonus nascite, e ora l’uscita è attorno ai 16 miliardi.

La riforma, in sostanza, ha consentito risparmio per le casse pubbliche, offrendo un margine al governo per incrementare importi e sostegni. Tornando al Def, l’impegno, coerentemente con l’attenzione che nella delega fiscale verrà riservata alle famiglie, parla di misure allo studio che mirano ad «aumentare gli importi base dell'assegno unico, aiutare le famiglie con figli neonati e le famiglie numerose». Inoltre si parla di «potenziare i servizi educativi per l’infanzia, promuovere iniziative di conciliazione dei tempi lavoro-famiglia e incrementare i congedi parentali».

Massimo Calvi

Avvenire, 14.4.2023

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Un vero fisco per le famiglie

Gran parte del dibattito sulla riforma fiscale ha avuto come oggetto il tema della progressività. Una riforma che si propone di ridurre il numero di aliquote da quattro a tre e guarda a un’ipotesi di flat tax unica come approdo finale tende, infatti, a diluire il tasso di progressività, principio affermato e tutelato dalla Costituzione. Tuttavia, la progressività, cioè il principio per cui al crescere del reddito deve aumentare anche la percentuale del prelievo, può essere garantita in vari modi: prevedendo molte aliquote con percentuali crescenti, oppure attraverso detrazioni o deduzioni sulle spese per alleggerire il carico fiscale a beneficio dei redditi più bassi.

Il progetto di legge delega varato dal governo dice che l’orientamento sarà proprio quello di semplificare le aliquote e assicurare la progressività modulando gli “sconti” fiscali. Per capire come questo avverrà bisognerà conoscere i decreti attuativi, ma può essere utile piantare qualche paletto per definire il perimetro dei valori e dei princìpi che è auspicabile vengano garantiti. Un aspetto meritevole di riflessione riguarda l’opportunità di porre tutta l’attenzione e le richieste di equità sulla sola Irpef. L’evasione di questa imposta raggiunge infatti livelli molto elevati, in particolare nell’ambito del lavoro autonomo e delle imprese, dove il divario tra gettito atteso e reale sfiora il 70%. Inoltre, i redditi da lavoro dipendente rappresentano una parte minoritaria, attorno al 40%, della ricchezza delle famiglie. Una quota sempre più alta riguarda i redditi da capitale, con gli affitti che ormai valgono il 13%, e sui quali si applica una tassazione molto agevolata rispetto al lavoro, senza progressività.

Questo spiega in parte come mai chi vive del solo stipendio fatichi a percepirsi “ricco”, nel confronto con altre famiglie, pure se il suo reddito non è basso. In un Paese col record europeo di evasione quale è l’Italia, e solo il 13% delle dichiarazioni fiscali che superano i 35.000 euro lordi l’anno, andrebbe colto il limite di un approccio che tende a concentrarsi solo sull’Irpef per assicurare l’equità del sistema, o per parametrare sconti ed elargizioni. C’è un altro aspetto di cui non si è parlato a sufficienza: il sostegno alle famiglie con figli, questione centrale anche come risposta alla crisi demografica. La vera domanda che oggi in Italia ci si dovrebbe porre è se si vuole o no un sistema fiscale in cui le tasse siano pagate da chi è realmente più ricco, e nel quale il principale merito per ottenere un beneficio è rappresentato dall’avere figli.

L'indicazione che emerge dalla delega è che ci sarà un’attenzione speciale alle famiglie, attraverso un sistema di deduzioni o detrazioni collegate al reddito e al numero della prole. Non è però chiaro se la riforma garantirà gli stessi effetti che il fisco produce in Paesi come la Francia o la Germania, dove ogni figlio permette sempre, e a tutti i genitori, di beneficiare di un consistente e tangibile risparmio fiscale rispetto a chi non ha carichi di famiglia. A quanto ammonterà lo “sconto-figli” in Italia?

È importante che su questo argomento vi siano impegni e chiarezza. L’Assegno unico ha avuto un ruolo importante nel contrastare la povertà delle famiglie, ma proprio la sua natura altamente progressiva ne ha limitato l’universalità e la semplicità, e di conseguenza ne ha ridotto l’efficacia come misura contro il calo delle nascite. Con l’introduzione dell’Assegno, e la contestuale cancellazione delle detrazioni per i figli, circa un quarto delle famiglie ha percepito più di prima, ma più due terzi dei nuclei non hanno avuto alcun beneficio, mentre uno su dieci, anche tra i poveri, ha peggiorato la propria situazione. Per quasi otto famiglie su dieci l’Assegno unico ha rappresentato un problema economico o burocratico.

Nella valutazione della riforma fiscale la prima preoccupazione dovrebbe essere quella di capire come questa potrà integrarsi con l’Assegno unico per assicurare, tra sconti fiscali ed erogazioni monetarie, una dote fissa per ogni figlio non inferiore a quella dei vicini europei, così da sostenere i genitori nel compito di crescere e educare la prole, e allo stesso tempo servire l’obiettivo di far ripartire le nascite. Una vera emergenza nazionale.

Massimo Calvi

Avvenire, 8.4.2023

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Dumont: le coppie siano libere di avere i figli che desiderano

Conta più l’aspetto culturale oppure quello economico nella “scelta” di avere figli? Può sembrare strano, ma questa domanda l’umanità ha incominciato a porsela in tempi recenti: nelle epoche, solo una parte di bambini è venuta al mondo come frutto di una reale e autentica “decisione” della coppia. È più o meno dagli anni Settanta del secolo scorso che la prospettiva dei figli ha incominciato a diventare quasi esclusivamente una questione di “scelta”. E uno spunto per ragionare di libertà, diritti, paure, speranza. Oltre che di soldi.

La questione da porsi, semmai, è se siamo veramente liberi di scegliere, o se non vi siano invece condizionamenti esterni così forti da aver riportato all’esterno della coppia le decisioni sulla dimensione della famiglia. Abbiamo avuto l’opportunità di parlarne con il padre del termine “inverno demografico”, il geografo, economista e demografo francese Gérard-François Dumont, professore alla Sorbona e direttore della rivista “Population et Avenir”. Nella visione di Dumont il crollo della natalità si manifesta non come il frutto di un destino ineluttabile, ma quale espressione della fatica di un Paese nell’attribuire il giusto valore al suo capitale umano. I sostegni pubblici, cioè, sono determinanti, e le scelte in tal senso sono espressione di una cultura che può essere a favore o meno di una società popolata da famiglie con figli.

Dumont è intervenuto a un seminario organizzato dal Forum delle famiglie e dal suo presidente Gigi De Palo, nel quale partendo dall’esperienza del quoziente fiscale francese si è discusso dell’importanza di dotare anche l’Italia di un sistema di sostegni familiari ampi, diffusi e universali, a prescindere dalla loro formula. Il declino va contrastato con una consapevolezza libera da (pre)giudizi, come ci ha spiegato Dumont: «Nelle società avanzate, per effetto della contraccezione moderna, la libertà di non avere bambini è diventata un’eventualità alla portata di tutti, una contro-accettazione dei figli. Ma se esiste la libertà di non avere bambini, dovrebbe esserci anche la libertà di avere bambini. È un fatto di giustizia. L’inverno demografico è anche la conseguenza di una mancata compensazione di questa dinamica».

Il concetto è che anche se molti fattori storici e culturali hanno contribuito al calo dei tassi di fecondità nelle società sviluppate, le politiche familiari di un Paese sono espressione di come questo interpreta i principi di libertà e solidarietà. Dumont è molto chiaro: «La politica familiare deve accompagnare tutte le famiglie per dare loro la libertà di scegliere il numero di figli che desiderano. Il problema che abbiamo oggi in molti Paesi europei è la confusione tra la politica familiare e quella sociale. Mischiare i due ambiti significa condannarsi a non trovare soluzioni valide né in un caso né nell’altro».

È proprio questo l’equivoco che storicamente ha giustificato in Italia una politica familiare poco rilevante perché orientata più al (giusto) sostegno delle coppie in difficoltà che al (necessario) incoraggiamento a realizzare i desideri familiari. Una distorsione che resiste, e che trova una solida sponda in una certa matrice culturale. «Il ritorno delle ideologie mathusiane, che considerano ogni nascita di un bambino come una sventura per l’umanità, è un fatto serio – spiega Dumont – perché influenza di continuo decisioni che consistono nel ridimensionare le politiche familiari, o nell’impedire che si realizzino in pieno. Il malthusianesimo ha molteplici sfaccettature, c’è quello economico, delle risorse, ecologico, climatico, integrale… Ma alla fine il comune denominatore è sempre lo stesso: la riduzione delle nascite».

Detto così è più facile comprendere le molte resistenze nei confronti delle politiche che vogliono attribuire ai figli l’importanza che si meritano, ad esempio attribuendo loro una sorta di «neutralità fiscale», come sostiene Dumont. Un approccio anti-famiglia che non è più confinato solo nei Paesi del Sud Europa, tradizionalmente meno generosi in fatto di sostegni pubblici alle famiglie. Fino al 2019, stando ai dati Ocse, l’Italia spendeva solo l’1,4% del Pil in politiche di welfare familiare. Più del Portogallo (1,2%) e della Spagna (1,3%), ma meno della Grecia (1,8%), della Germania (2,4%) o della Francia (2,74%). I tassi di fecondità a livelli da estinzione sembrano una diretta conseguenza: Italia 1,24 figli per donna, Spagna 1,2, Portogallo 1,4, Germania 1,5, Francia 1,8.

Che fare? «Nessuno mette in discussione che la politica economica, monetaria, energetica, estera abbiano delle conseguenze. Bizzarramente però alcuni pensano che la politica familiare sia neutra. Non è così! Alti e bassi delle politiche familiari coincidono quasi sempre con aumenti e cali dei tassi di fecondità. E se guardiamo all’Europa i Paesi con la spesa più alta, salvo rare eccezioni, hanno una natalità più vivace». Un caso di scuola riportato da Dumont è quello del territorio della Saar, che ha avuto tassi di fecondità francesi finché, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, è rimasto sotto l’influenza e i sostegni di Parigi, ma quando nel 1957 è passato alla Germania in seguito a referendum popolare, ha visto calare le nascite a livelli tedeschi.

Insomma, le buone politiche, come le cattive, funzionano. O anche: più spendi, meglio spendi. Ma se è così, quali caratteristiche devono avere gli interventi perché non si traducano in uno spreco di risorse pubbliche o, tutt’al più, rappresentino solo una forma di “redistribuzione” elettorale? La lezione del professor Dumont è da mandare a memoria: «Una buona politica familiare deve essere “universale”, rivolta a tutti, e “transpolitica”, ovvero condivisa dai partiti in modo che non cambi a ogni governo. Poi “trasversale”, cioè agire su più fronti: quello della giustizia fiscale per chi cresce figli, in conformità con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789, a livello sia di imposte nazionali sia locali; ma anche quello degli assegni familiari, della politica delle abitazioni, dei servizi per la conciliazione tra vita familiare e professionale. Poi “addizionale”: le famiglie con figli devono essere aiutate con interventi statali e pure sul territorio. Deve anche essere “perenne”: le coppie devono sapere che i sostegni sono sì generosi, ma anche che ci saranno sempre. Si potrebbe aggiungere che una politica natalista ha bisogno anche di essere “misurabile”, per ridurre concretamente il differenziale tra i figli che si desiderano e i figli che si hanno».

In Italia, come rilevano molte indagini, lo spread tra i bambini che si sognano e quelli che si hanno nella realtà è tra i più elevati in Europa. Per il Dumont-pensiero questa è la prova che una vera libertà di scelta su quanti figli avere, di fatto non c’è. È l’ideologia malthusiana ad aver radicato l’idea che troppi bambini, in fin dei conti, è meglio di no? O a incidere è pure un pensiero politico ed economico di corto respiro, persuaso che chi viene al mondo servirà al mercato solo vent’anni dopo? «La popolazione mondiale non cresce per l’aumento delle nascite, ma per il calo dei tassi di mortalità – risponde Dumont –. La prospettiva malthusiana è radicalmente sbagliata. I bebè sono realmente un elemento “attivo” dell’economia e della società, perché ogni bambino che nasce stimola la popolazione a fare sforzi per accoglierlo. Dovremmo tutti capire che una società che non fa figli, in uno scenario di invecchiamento e devitalizzazione progressiva incontra difficoltà nel mercato lavoro, problemi sociali, economici, di trasmissione dei saperi tra le generazioni. L’Italia sta vivendo una fase di questo tipo. La cultura incide, ma buoni e significativi aiuti a tutte le famiglie fanno capire che uno Stato incoraggia e sostiene le coppie nella libertà di scegliere i figli che desiderano».

Massimo Calvi
Avvenire - NOI Famiglia e vita
19.2.23

Niente figli, costano troppo

«Aiuti». Gli italiani per fare più figli chiedono «aiuti». È questa la parola che ricorre più spesso se si domanda alle persone di associare un termine alle misure per rilanciare la natalità. Nello specifico, le ragioni principali della scelta di non avere figli nel nostro Paese sono sostanzialmente due: il costo del mantenimento della prole, elemento decisivo per più di due italiani su tre (69%), e la difficoltà a conciliare la cura della famiglia con il lavoro (53%).

Sono amare conferme le indicazioni emerse da un’indagine a campione di Community&Research, condotta da Daniele Marini, sociologo dell’Università di Padova, presentata nel corso di un evento organizzato da Plasmon per lanciare insieme alla Fondazione per la Natalità il progetto «Adamo 2050», una piattaforma digitale di incontro tra istituzioni e soggetti privati per promuovere soluzioni a favore della genitorialità.

Mantenere un figlio in Italia costa 650 euro al mese e per un italiano su due la denatalità ha ragioni economiche o lavorative. È cioè figlia di un contesto incapace di vedere nei bambini che nascono un valore per tutta la comunità, e non un fatto esclusivamente privato. Anche per questo, come ha sottolineato la ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella, la sfida diventa culturale: «Bisogna coinvolgere e promuovere una mobilitazione collettiva sulla natalità a partire da aziende e sindacati, enti non profit, associazioni, enti locali, per cercare di cambiare un clima culturale. Serve investire su politiche che creino un ambiente economico e culturale a favore della natalità, con la complicità di tutti gli attori della società civile».

Il desiderio di maternità in Italia non è cambiato: «Le donne dicono che vorrebbero due figli e poi non li fanno o ne fanno solo uno, lo fanno tardi, o a volte non ne fanno nessuno - ha continuato la ministra -. Per questo la maternità va accompagnata con una serie di servizi, una filiera fino almeno al primo anno di vita del bambino. Dobbiamo costruire un welfare di prossimità, e mettere assieme tutte le buone pratiche nate nei comuni e nelle aziende. Tornare a dare valore sociale alla maternità». Roccella ha anche annunciato l’intenzione di promuovere un codice deontologico da sottoporre ad aziende e associazioni di categoria per favorire la conciliazione tra la dimensione familiare e quella lavorativa nelle imprese.

I termini dell’emergenza natalità sono drammatici. Nel 2022 sono nati circa 400mila bambini, il 25% in meno rispetto a dieci anni fa, e se il trend calante proseguisse senza modifiche, nel 2050 non solo ci troveremmo con un lavoratore attivo per ogni pensionato, «un rapporto insostenibile» come ha sottolineato il demografo ella Cattolica Alessandro Rosina. Non solo: paradossalmente, nel 2050 potrebbero non nascere più bambini. Un futuro distopico rappresentato in modo sconvolgente da un cortometraggio realizzato da Dude per Plasmon nel quale si descrive la triste e desolata giornata di Adamo, l’ultimo bambino nato in Italia.

«La nascita di un figlio è la seconda causa di povertà in Italia ma è anche una straordinaria manifestazione di bellezza – ha detto Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la natalità e del Forum delle Famiglie, al lavoro per preparare i prossimi Stati Generali della Natalità –. L’impegno delle imprese contro il declino demografico è positivo, dobbiamo fare squadra per mettere i giovani nelle condizioni di realizzare i loro sogni».

L’indagine realizzata da Marini coglie bene questa asimmetria tra desideri e realtà che caratterizza in negativo in particolare l’Italia. Tra chi ha già figli, il 34,3% ne desidera altri, percentuale ancora più alta per la I-generation, i giovani con meno di 27 anni (58%), e i millennials (51%). Quanto a chi non è genitore, il 40% manifesta il sogno di un bambino, e chissà se riuscirà mai a realizzarlo. Il contesto non aiuta: quando si chiede alle persone come vedono il futuro, il termine più votato è “incerto”, mentre il “pessimismo” è la condizione più frequente. Eppure, avere figli è associato a parole come “gioia”, “soddisfazione”, “speranza”. Più che una fotografia sembra una richiesta d’aiuto. O meglio: di aiuti.

Massimo Calvi
Avvenire 17.2.23

I 30 all'ora in città e non solo

Le automobili non sono fatte per viaggiare a 30 all’ora. E le città non sono fatte per essere invase dalle automobili. Si gioca tutta qui, in questa contrapposizione di funzioni e di prospettive, e anche di interessi, la partita sul limite di velocità e il dibattito nato dopo l’ordine del giorno del Consiglio comunale di Milano per entrare a far parte del club delle “Città 30” dal 2024. Il che significa che presto, come in altre aree urbane più o meno ampie, da Parigi a Olbia, da Cesena a Bruxelles, anche nel capoluogo lombardo nella stragrande maggioranza delle strade il limite di velocità potrebbe scendere da 50 a 30 chilometri orari.

La conseguenza di una svolta di questo tipo è facilmente intuibile, anche se si tratta di una fase tutta da inventare. Se si escludono situazioni curiose e divertenti, come i runner o i ciclisti fotografati dai velox parigini, l’idea di una città a 30 all’ora si fonda su un principio abbastanza semplice: mettere sullo stesso piano chi si sposta in auto con chi preferisce usare i mezzi pubblici, la bicicletta, il monopattino o altre forme di mobilità leggera, oppure cammina.

A qualcuno questa forma di uguaglianza può apparire esagerata. In realtà una città che introduce il limite dei 30 per le auto non si ferma a questo, ma avvia un percorso che in prospettiva conduce a restringere le corsie delle strade, ad ampliare i marciapiedi, a realizzare più corsie riservate per le due ruote, a estendere le aree pedonali, a regolare diversamente il sistema e gli orari delle consegne, e via dicendo. Dietro i 30 all’ora, insomma, c’è il tentativo di fare in modo che lo spazio urbano non sia più solo “a misura di auto”, così da costringere le persone a dover usare le quattro ruote anche quando potrebbero farne a meno, ma renda gli spostamenti efficienti anche scegliendo altre modalità.

Non più la libertà di usare l’auto, insomma, ma la libertà aggiuntiva di non usare l’auto. Una trasformazione di questo tipo chiaramente non può essere indolore, perché incide radicalmente su abitudini consolidate. Tuttavia, il limite a 30 all’ora non compromette in alcun modo la libertà di spostarsi in auto e nemmeno rischia di aumentare i tempi dei trasferimenti. Dove il limite è stato introdotto il tasso di incidenti è sceso mentre la velocità media è rimasta pressoché immutata, o è calata di poco. Questo significa che a venire meno sono soprattutto le accelerazioni (e le frenate), cioè il momento della guida in cui si inquina di più. Non è un dettaglio, perché un’automobile produce più emissioni nocive a 30 km orari che tra i 50 e gli 80, ma solo se si mantiene la velocità costante, cosa impossibile in città.

Il tema dei 30 all’ora può porre un problema politico più serio nel momento in cui diventa il tassello di una strategia per bloccare un mezzo di trasporto che, purtroppo, non concede a tutti il privilegio della scelta. Se ad esempio si pensa a Milano e alla Lombardia – ma non solo – cioè a quanto sia necessario gravitare sul capoluogo per studiare, lavorare o curarsi, e a quanto può essere complesso e costoso raggiungerlo, anche solo dal vicino hinterland, dato che gli investimenti hanno per decenni privilegiato le infrastrutture stradali rispetto a forme di trasporto più sostenibili, servirebbe un supplemento di attenzione evitando inutili e fastidiose contrapposizioni ideologiche. Questo aspetto non ha nulla a che vedere con i 30 all’ora, ma resta inevitabilmente sullo sfondo.

Una metropoli sulla quale convergono milioni di persone, e i cui confini non coincidono più con quelli amministrativi, ha bisogno che l’obiettivo del miglioramento della qualità della vita appartenga a un patrimonio condiviso di valori, sia cioè un programma trasversale, un fattore di collaborazione e non un motivo di scontro. Tra l’immaginario politico di chi prende a martellate le piste ciclabili o brama di parcheggiare il diesel in piazza Duomo e quello di chi pensa a una città su misura per single in bike-sharing e genitori in cargo-bike, ci sono milioni di famiglie con problemi veri e la richiesta di provvedimenti che li risolvano a vantaggio di tutti. In questo senso, incominciare a parlare seriamente di 30 all’ora, e poi di molto altro ancora, può essere solo una straordinaria opportunità per un’area metropolitana così grande e moderna, eppure ancora così poco europea.

Massimo Calvi

Avvenire, 19.1.23

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