Lotta al Covid come fratelli

Nel tempo in cui è stato scritto questo articolo, la strada che fiancheggia la redazione di “Avvenire” ha visto il passaggio di un numero di ambulanze pari a quello che in tempi normali transita in un giorno intero. Non è un dato scientifico, è una constatazione resa acuta dallo stress che un po’ tutti stiamo vivendo. È il limite del momento: un periodo nel quale è difficile mantenere separati il piano della razionalità da quello della suggestione. Ogni analisi su cosa sia giusto fare e cosa no per arginare la pandemia risente del grado di coinvolgimento personale e di quanto una misura tocca le nostre vite. Siamo diventati tutti esperti in una fase in cui anche gli esperti a volte sembrano abitare la terra del sentito dire.

È così che il Dpcm che ha avviato la prima stretta della seconda ondata della pandemia può essere visto come insufficiente o esagerato a seconda dei punti di vista, comunque necessario e allo stesso tempo totalmente sbagliato. Dovremmo abituarci a maturare giudizi ambivalenti: è quello che accade quando un evento imprevisto (ma allo stesso tempo prevedibile) si abbatte su una comunità divisa. Ma è questo, dunque, quello che siamo condannati a essere?

Le nuove chiusure allora sono giuste perché non si poteva restare con le mani in mano di fronte alla prospettiva di una crescita esponenziale dei ricoveri per Covid nelle terapie intensive. Perché si doveva assolutamente mettere un freno a una serie di attività nelle quali si è dimostrato impossibile contenere le violazioni alle più elementari norme di prudenza: dal parlarsi vicini con la mascherina abbassata agli assembramenti negli spazi della movida (e qui di certo molti esercizi andavano fatti chiudere prima, come sanzione). La risposta data mostra però anche diversi limiti. È sbagliata nel momento in cui si è scelto di limitare attività che erano state messe seriamente in sicurezza, e di farlo ovunque e per tutte le categorie senza distinzioni mirate. Ed è sbagliata perché paradossalmente si doveva essere ancora più duri, se è vero che il virus si sta diffondendo così velocemente.

Sul piano della contrapposizione non si va lontano. La realtà è che arrivare a bloccare il “tempo libero” con l’obiettivo disperatamente laico di “salvare il Natale”, è la fotografia del fallimento di una comunità. In un contesto in cui tutti siamo commissari tecnici, e ciascuno è portatore della sua personale verità sul virus, non c’è più un governo distinto dall’opposizione e una politica separata dal popolo. Si sarebbero dovuti potenziare i trasporti durante l’estate per permettere agli studenti di andare a scuola senza unirsi ai pendolari, si sarebbe dovuto rafforzare il sistema di tracciamento dell’epidemia e riorganizzare subito la sanità sul territorio (anche usando gli ingenti fondi a bassissimo costo dell’europrestito Mes), non si è colta l’opportunità per investire in tecnologia e formazione per rendere il lavoro a distanza più semplice a chi se lo può permettere.

Non è stato così perché dopo la clausura del lockdown è scattato un gigantesco e collettivo meccanismo di rimozione che ha indotto un intero Paese a pensare che la sofferenza patita bastasse di per sé a sconfiggere il virus, che quella privazione cui siamo stati sottoposti in una stagione in cui l’idea di sacrificio per gli altri non rientra nel codice dei valori condivisi, fosse sufficiente a farci ripartire esattamente “come prima”. La fretta comprensibile di cancellare il lutto ci ha fatto dimenticare che la perdita a un certo punto andrebbe invece elaborata. Non abbiamo previsto il peggio, ed è stato anche il fallimento della comunicazione pubblica.

Poche cose elementari non sono ancora patrimonio diffuso: il virus non è indebolito, le mascherine servono sempre, più contatti abbiamo e più rischiamo di nutrire la pandemia, non ci si deve prender gioco di chi si astiene dallo stringere le mani, pretende di sedersi sul sedile posteriore in auto o chiede di mettersi a tavola alternati e di parlare a bassa voce negli spazi chiusi, anche tra parenti. Si può vivere così? Il problema è che non c’è scelta. Dove il virus all’inizio ha potuto circolare liberamente e in segreto, come nei Comuni della Bergamasca, i morti sono quadruplicati, le ambulanze non hanno mai spento le sirene, il 118 ha squillato a vuoto per settimane, le persone sono morte sole. Questo l’Italia lo ha capito?

L’unica alternativa ai lockdown generalizzati è farne tanti piccoli e personali, salvando ciò che conta veramente. Non è una vita in formato ridotto, è il segno della capacità di rispettare sé stessi e il prossimo, di provare a essere comunità in un momento complicato, sapendo che nemmeno la prudenza basta ad azzerare il rischio. Il virus ci sta sfiancando e dividendo, gli scontri di questi giorni sono la prova che sta facendo al meglio il suo lavoro e si sta insinuando anche nel corpo sociale. Possiamo solo scegliere se lottare ciascuno per sé, ed essere lupi per gli altri, o tentare di vivere per davvero come fratelli e sorelle.

Massimo Calvi

Avvenire, 28.10.2020

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Donne e Covid: più colpite ma più forti

 Tra i tanti modi in cui la pandemia di Covid 19 ha impattato con le nostre vite, uno dei più evidenti riguarda la capacità del virus di accentuare le disuguaglianze e colpire dove persistono fattori di fragilità. In questo l'emergenza sanitaria sembra un rilevatore dei punti deboli di una società, mostrando dove si dovrebbe intervenire per promuovere un contesto più equo, giusto e rispettoso della dignità di tutti. Lo si è visto all'inizio con gli anziani, più colpiti ed esposti di fronte a questo male. Lo si nota pensando ai danni subiti dai più piccoli e dalla generazione privata di opportunità educative, di relazione e di gioco. Lo si osserva guardando al mondo del lavoro e alle categorie meno protette, o alle famiglie con meno mezzi. E lo si vede anche mettendo a fuoco l'universo femminile.

Sono molti gli indicatori che mostrano come una delle categorie più penalizzate dalla pandemia sia proprio quella delle donne: hanno avuto maggiori problemi sul lavoro perché occupate in settori più colpiti, si sono spesso fatte carico di compiti aggiuntivi durante il lockdown e la chiusura delle scuole ? sostituendosi in tanti casi agli insegnanti, o facendosi carico di parenti bisognosi di cura ? e stanno anche pagando un ritardo, che col tempo rischia di rivelarsi pesante, riguardo ai desideri di maternità. Tuttavia, una delle cose che sembra emergere con chiarezza, è come l'universo femminile si presenti quale un insieme caratterizzato da una migliore attitudine ad offrire le risposte giuste alla crisi, le più corrette in termini di comportamenti e di capacità di "resilienza" al presentarsi delle difficoltà, continuando ad offrire uno sguardo positivo e di speranza.

Un'indagine condotta sulla generazione dai 18 ai 35 anni dall'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo (Università Cattolica), durante l'avvio della seconda ondata di contagi, ha rilevato bene questa caratteristica che unisce a uno sguardo più severo e preoccupato, la volontà di una reazione positiva. Il 52,5% delle donne ha denunciato infatti un netto peggioramento della propria vita quotidiana, contro il 45,2% dei maschi. E questa incertezza più accentuata, che si è ulteriormente acuita rispetto alla prima fase della pandemia, sembra riferita proprio alla condizione di fragilità nel mercato del lavoro e al sovraccarico negli impegni a casa, soprattutto per chi ha figli piccoli. Questa speciale esposizione può essere anche all'origine di quella che si presenta come una maggiore lucidità che le donne dimostrano di fronte all'emergenza: il 73%, contro il 68% degli uomini, è infatti consapevole che tutti possono contrarre una forma grave di Covid?19, e l'80% (solo il 72,5% i maschi, quasi 8 punti in meno) è perfettamente consapevole di quanto sia importante rispettare le norme per evitare il contagio, come ad esempio il distanziamento fisico. «Nelle giovani donne sembra essere presente un misto tra malessere e resilienza: rispetto ai coetanei maschi si sentono più in difficoltà sia nel lavoro che nell'organizzazione familiare, e forse anche per questo risultano più consapevoli dei rischi della pandemia e più attente verso norme e condotte di contenimento del contagio», spiega Alessandro Rosina, coordinatore scientifico dell'Osservatorio Giovani e demografo dell'Università Cattolica.

Più ligie alle regole, dunque, più pronte a seguire le indicazioni per proteggersi dal virus, e di conseguenza meno esposte al rischio? E' quanto emerge anche da una altra ricerca, questa volta dell'Università Bocconi, che ha indagato le differenze di genere negli atteggiamenti e nei comportamenti che le persone hanno avuto nei confronti del virus in diversi Paesi. Posto che tra le persone più istruite, con redditi più elevati, e tra persone sposate che vivono insieme, oltre che tra i giovani, si registrano meno differenze nei comportamenti tra uomini e donne, queste ultime appaiono però mediamente più consapevoli della gravità del Covid (59% di donne contro 49% di uomini a marzo, 40% contro 33% ad aprile) e maggiormente responsabili nelle indicazioni per proteggersi (88% contro 83% a marzo, 78% contro 72% ad aprile).

Il problema, semmai, è che tanto i maschi quanto le femmine dimostrano di aver abbassato un po' la guardia col passare del tempo. Tuttavia anche in questa flessione le donne hanno mantenuto un tasso di prudenza maggiore, oltre che di consapevolezza e sguardo critico. Messe a dura prova ? e qui torniamo alla ricerca dell'Osservatorio Giovani del Toniolo ? le donne dai 18 ai 35 anni sembrano mostrare infatti anche un tasso di scontento più alto rispetto alle risposte della politica. Il 66,7% di loro ha apprezzato la gestione della prima fase della pandemia (meno, però, del 70% che risulta dalla media di tutti gli intervistati), ma solo il 47,7%, cioè la minoranza, pensa che la risposta per far fronte all'emergenza economica sia stata adeguata. Se l'ampia maggioranza dei maschi, il 58%, dà poi un voto positivo al governo, le donne si fermano al 43%, dunque una bocciatura. Ed è difficile non vedere, in questo, la manifestazione di una fatica maggiore sopportata durante la crisi, in assenza di misure specifiche legate alla dimensione femminile per ridurre questo peso.

Le ragioni della severità femminile forse si trovano bene riassunte in un altro dato, quello emerso nell'ultimo rapporto Caritas sulla povertà 2020, che ha visto nel volto di una donna madre di due figli l'identikit dell'utente che con più frequenza ha bussato alla porta per una richiesta d'aiuto dopo lo scoppio della pandemia: le donne che si sono rivolte lla Caritas erano il 50,5 nel 2019, sono diventate il 54,4% quest'anno, e in grande maggioranza erano madri. La recessione, quella generata dalla pandemia, pare dunque aver colpito più duramente le donne. Questa crisi non a caso è stata definita "She?cession", anteponendo il pronome inglese "she" (lei) al termine "recession". Una fase diversa dalla crisi del 2008, che invece si abbatté in particolare sugli uomini ("He?cession"). La differenza, come è emerso da una ricerca pubblicata su VoxEu, sembra dovuta al fatto che mentre in passato i settori più colpiti furono in particolare l'industria manifatturiera e l'edilizia, ambiti prevalentemente maschili, il Covid?19 ha messo in ginocchio specialmente l'assistenza all'infanzia, il commercio, il turismo: servizi, cioè, in cui sono più rappresentate le donne. Una circostanza che spiega come mai rispetto al trimestre aprile?giugno del 2019 quest'anno in Italia ci siano 470mila donne occupate in meno e di queste 323mila in meno tra quelle con un contratto di lavoro a termine.

Una caduta che ha riportato il tasso di occupazione femminile nel nostro Paese, già storicamente basso, ora al 48,4%. In quello che ha tutte le caratteristiche per essere un quadro preoccupante la nota positiva arriva dalla capacità di rispondere ai problemi che distinguerebbe la componente femminile per reattività e positività. Il sondaggio che l'Ipsos ha realizzato per l'Osservatorio Giovani del Toniolo nella prima metà di ottobre rivela che il 45% delle donne dice di apprezzare oggi ancora più di prima il valore della vita, ben 6 punti sopra le risposte degli uomini. Si parla sempre di under?35, dunque giovani, ma il dato resta indicativo. Le "ragazze" sembrano anche maggiormente disposte ad affrontare i cambiamenti che si renderanno necessari e rivelano un tasso di empatia più alto: rispetto a prima dell'emergenza Covid quasi il 30% di loro avverte un senso di vicinanze maggiore verso gli altri ed è pronta a dedicare più energia nelle relazioni, mentre i maschi restano in media 5 punti sotto. Più colpite dalla pandemia, le donne, paiono dunque anche più resilienti e capaci di mettersi in gioco per ripartire. Ma forse è così da sempre.

Massimo Calvi

Avvenire, 20.10.2020

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