Perché la riforma del catasto è giusta

C'è un numero che molte famiglie conoscono bene, quando presentano le dichiarazioni Isee per chiedere sconti sulle tariffe della mensa scolastica dei figli, agevolazioni per l’università o il nuovo assegno unico: è il «valore dell’immobile ai fini Imu». Si tratta del valore catastale della casa in cui abita la famiglia o delle altre possedute. Come tutti sanno, se quel valore è alto, allora anche l’Isee, come le tasse, risulterà più alto, e dunque si potrebbero perdere dei benefici; se invece il valore è basso, ovviamente si possono avere vantaggi, non solo fiscali: tanto per fare un esempio un assegno-figli più alto oppure una retta per la mensa più bassa.

Qual è il problema? Non è difficile da spiegare: le rendite catastali non corrispondono ai valori di mercato degli immobili. Questo perché, per semplificare, molte case popolari di un tempo sono diventate con gli anni residenze di pregio nei centri storici delle città, mentre le moderne abitazioni degli anni Settanta oggi possono essere immobili di scarso valore ai margini delle metropoli. Niente di male, è il mercato. D’altro canto quante sono le case di campagna che, ristrutturate, hanno acquisito piscine e non solo, e sono diventate residenze prestigiose, ma continuano a risultare luoghi di lavoro o abitazioni modeste? Il punto, come si intuisce, è che se le rendite catastali non vengono aggiornate, ci si può trovare ad avere famiglie che beneficiano di vantaggi non coerenti con il loro livello di benessere, e altre che invece non ottengono i benefici cui avrebbero diritto.

Questo che abbiamo descritto è solo uno degli aspetti critici legati all’inadeguatezza dei valori catastali, ma è un nodo che va preso in esame. Il grosso del dibattito sulla possibile riforma del catasto – che il governo vorrebbe avviare, anche perché è uno degli interventi che l’Europa ha vincolato ai fondi del Pnrr – finora ha messo in luce soprattutto il rischio che la pressione fiscale possa salire in particolare per i possessori di seconde case, terze o successive. La questione, ovviamente non può essere trascurata. Perché a prescindere da come quegli immobili sono stati acquisiti – se cioè frutto di eredità, di investimenti con mezzi propri dichiarati oppure no – tutti concordano sul fatto che non è questo il momento di aumentare le tasse sul ceto medio.

Ora, detto che accostare il concetto di ceto medio con quello di rendita è esercizio non privo di una certa originalità, la questione dell’opportunità di una manovra fiscale in questo momento non può occultare l’obiettivo della giustizia fiscale. I modi per evitare una manovra impopolare e mantenere il gettito complessivo invariato ci sono. Il presidente del Consiglio Mario Draghi, in questo senso, ha fornito tutte le rassicurazioni. Nessuno vuole più tasse e nessuno ha voglia di chiedere un inasprimento del prelievo, dato che rischierebbe di gravare anche su chi le tasse già le paga. Sarebbe tuttavia un tradimento del principio di giustizia, non solo fiscale, se chi possiede immobili dal valore di mercato elevato continuasse a godere di vantaggi rispetto a chi abita o possiede case di minor valore. Non è un discorso di cifre assolute, ma relative.

La riforma del catasto, per procedere, richiederà un clima di concordia e di pace sociale, ma è necessaria, perlomeno se si è dell’idea che chi è un po’ più ricco è giusto che paghi un po’ di più e chi è più povero un po’ di meno, evitando che accada il contrario. Non è il caso di alimentare lotte di classe, ma nemmeno ci si dovrebbe battere per conservare un sistema che ogni evidenza indica essere ingiusto e iniquo.

Massimo Calvi

Avvenire 30.9.2021

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Vaccini e adolescenti: che fare?

E' giusto, sicuro, raccomandabile vaccinare adolescenti e bambini contro il Covid-19? La questione agita i pensieri di tanti genitori. L’argomento è delicato, perché ragioni scientifiche si mischiano a questioni etiche, in un clima caratterizzato da sospetti, paure, informazioni spesso incontrollate e contraddittorie, dove orientarsi e fidarsi diventa esercizio complesso. A chi dovrebbe credere un genitore se, ad esempio, un pediatra sconsiglia il vaccino e altri lo raccomandano, se gli esperti di un Paese esprimono un orientamento e quelli di un altro sembrano dire l’opposto, se Internet offre tutto e il contrario di tutto alimentando un dibattito che può essere paragonato al confronto tra i tifosi di squadre di calcio? Proviamo a capirci qualcosa.

In Europa l’Agenzia del farmaco (Ema), dopo aver valutato i risultati di uno studio su quasi 6mila ragazzi, ha autorizzato l’impiego di due vaccini, Pfizer-Biontech e Moderna, per i giovani a partire dai 12 anni. Questo significa che entrambi i preparati hanno dimostrato di funzionare, cioè sono in grado di prevenire la malattia grazie a una risposta anticorpale significativa, e soprattutto di essere sicuri perché possono far insorgere solo alcuni e lievi effetti collaterali. I dubbi nascono nel momento in cui si provano a valutare i limitati rischi del vaccino in rapporto ai pochi danni che il Covid può procurare agli adolescenti sani.

L’evidenza mostra che i 12-17enni, come tutti, dopo il vaccino possono avere disturbi lievi, come dolore al braccio, febbre, brividi... sintomi minimi che si risolvono in brevissimo tempo. L’effetto collaterale che genera più ansia tra i genitori è la possibilità che emergano miocarditi o pericarditi, cioè infiammazioni del cuore o della membrana che lo avvolge. Si tratta di pochi casi per milione e ne sono interessati più che altro i giovani maschi dopo la seconda dose. Nella stragrande maggioranza dei rari casi in cui è si è presentato, il disturbo è rientrato in pochi giorni, talvolta è stata necessaria una cura a base di antinfiammatori.

Una recente ricerca statunitense (in fase di prestampa e non sottoposta a revisione tra pari) ha rilevato che i ragazzi tra i 12 e i 15 anni avrebbero 4-6 volte più probabilità di andare incontro a una diagnosi di miocardite dopo il vaccino Pfizer che di finire in ospedale a causa del Covid. Lo studio ha contato 162 casi per milione di dosi nella fascia 12-15 anni e 94 per milione in quella 16-17. Tuttavia la ricerca si limita ad indicare la diagnosi registrata sulle cartelle cliniche senza specificare la gravità dei sintomi. Qualche dubbio è stato manifestato riguardo all’affidabilità dei dati: in Gran Bretagna ad esempio i casi di miocardite registrati, sono stati 6 per milione di dosi, e per l’autorità inglese del farmaco tutti i ragazzi interessati hanno mostrano solo sintomi leggeri rientrati in pochi giorni.

Il secondo argomento che può alimentare il dubbio riguarda il fatto che i bambini sani non sembrano ammalarsi in modo serio di Covid-19: i casi di ricoveri in terapia intensiva o di decessi interessano quasi esclusivamente bambini con fragilità evidenti, come cancro, disturbi cardiaci, diabete, malattie renali. Perché dunque, ci si chiede, non vaccinare solo chi è più a rischio? E lasciare sia la malattia a immunizzare in modo naturale i ragazzi? Mentre non è ancora del tutto chiaro quale sia la migliore protezione anticorpale, se quella del vaccino o della malattia, è vero che tutti gli studi mostrano che sotto i 17 anni chi si contagia o non manifesta sintomi oppure tende a sviluppare una forma leggera della malattia. Questo però non vuol dire che il rischio sia zero. Anzi. Una preoccupazione riguarda gli effetti del long-Covid: un ampio studio britannico pubblicato sulla rivista “The Lancet Child & Adolescent Health” ha mostrato che il 4,4% dei ragazzini che avevano contratto il Covid-19 aveva ancora sintomi dopo 4 settimane, perlopiù affaticamento (84%), mal di testa o perdita dell’olfatto (78%). E l’1,8% ha avuto sintomi per più di due mesi. Il long-Covid, insomma, è raro, risulta molto più contenuto nei minori rispetto agli adulti, ma, come ha spiegato Sir Terence Stephenson, autore principale dello studio, si manifesta e può dare «sintomi persistenti anche diverse settimane dopo la malattia». 

Un altro motivo per temere il Covid negli adolescenti è l’aumento registrato dei casi di Sindrome infiammatoria multi sistemica (Sims o Mis-C), soprattutto con la diffusione della variante Delta, diventata predominante. Si tratta anche qui di effetti lievi, ma ci sono stati casi di complicanze gravi. Uno dei motivi che ha spinto i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie degli Stati Uniti (Cdc) a raccomandare la vaccinazione ai 12-17enni lo scorso maggio riguarda non solo il tasso di ospedalizzazione registrato per questa fascia di età, 51 casi ogni 100mila abitanti, ma anche il fatto che sulle 3.742 segnalazioni totali di sindrome infiammatoria multi sistemica, il 21,5% abbia interessato adolescenti. Anche per quanto riguarda le miocarditi, la “sfida” tra vaccino e Covid resta aperta.

Un altro studio americano diffuso a fine luglio (non sottoposto a revisione), ha rilevato che negli adolescenti maschi il rischio di andare incontro a infiammazioni cardiache può essere sei volte superiore tra chi si ammala di Covid rispetto a chi si è vaccinato. La ricerca, effettuata sulle sole cartelle cliniche, ha stimato 450 casi per milione di miocarditi tra i ragazzi che hanno sviluppato il Covid. Che si tratti di long-Covid, di Sims, di miocarditi da vaccino o da Covid, parliamo in ogni caso di eventi rari e che producono sintomi lievi nella stragrande maggioranza dei casi, mentre resta difficile dire se lasceranno o no strascichi nel lungo periodo. Il peso dei rischi e dei benefici è un esercizio complesso, come si evince dalle relazioni presentate ai governi dagli organismi tecnici e scientifici di vari Paesi. Valutazioni che non sempre sono state riportate con completezza. 

Il presidente del Consiglio superiore di sanità e coordinatore del Comitato tecnico scientifico italiano (Cts), Franco Locatelli, ha detto chiaramente che l’ago della bilancia pende a favore del vaccino anche agli adolescenti, invitando a non fare allarmismi sui bambini. L’associazione dei pediatri italiani, di fronte al fatto che con la variante Delta si avuto un forte aumento dell’incidenza dei casi pediatrici, è della stessa opinione: «Se è vero che il Covid in età pediatrica ha manifestazioni importanti rare – ha spiegato la presidente della Società italiana di pediatria, Annamaria Staiano – queste non si possono escludere. In Italia abbiamo avuto 700mila bambini colpiti dal Covid, di cui 3mila sono stati ricoverati e 30 sono morti, anche se in questo caso erano presenti altre patologie». Quanto al Comitato di bioetica, si è espresso tra le altre cose contro l’obbligatorietà del vaccino ai ragazzini, ma ha suggerito di difendere la volontà del minore di vaccinarsi chiedendo che l’adolescente «sia informato che la vaccinazione è nell’interesse della sua salute, della salute delle persone prossime e della salute pubblica». 

In Francia il Comitato Consultivo Etico Nazionale (Ccne), in un parere espresso a fine giugno, ha invece affermato che il beneficio individuale dai 12 ai 15 anni c’è, ma «è molto limitato», perché «i casi di malattia grave da Covid sono rari, mentre non ci sono studi sulla sicurezza del vaccino somministrato in questa fascia di età». Il Comitato francese ha però anche rilevato che ci può essere «un beneficio indiretto» nel vaccinare gli adolescenti, perché se questi non fossero più veicoli d’infezione, allora potrebbero essere risparmiate loro quelle restrizioni delle relazioni che hanno procurato loro moltissimi problemi di salute mentale, dalla depressione ai disturbi del sonno. Il Ccne parla anche di «vaccinazione altruista»: l’immunizzazione dei più giovani per compensare la quota di adulti che non intendono vaccinarsi, e dunque per frenare la circolazione del virus e proteggere i più fragili tra i loro coetanei, nelle altre fasce di età, chi non può vaccinarsi e le donne incinte. 

Ad aver introdotto un elemento nuovo è stata la variante Delta, più contagiosa e anche capace di “bucare” lo scudo vaccinale. Si deve anche a questo il ripensamento della Stiko, la Commissione tedesca per le vaccinazioni del Robert Koch Institute. In un primo parere aveva affermato che non era il caso di spingere sulla vaccinazione nella fascia di età 12-17, salvo per i soggetti a rischio. Poi, ad agosto 2021, la Commissione ha deciso di raccomandare la vaccinazione per tutti i ragazzi alla luce «di nuovi dati quantitativi sulla sicurezza della vaccinazione e sugli effetti della malattia», anche considerando il positivo effetto indiretto sulle altre fasce di età. 

Le preoccupazioni degli esperti dei diversi Paesi si ritrovano nel parere del Comitato per le vaccinazioni e le immunizzazioni (Jcvi) britannico, organismo indipendente di consultazione del governo, secondo il quale non sarebbe necessario vaccinare i 12-15enni, dato che «il margine di beneficio», pur essendoci, «è troppo piccolo per giustificare la vaccinazione di massa». L’organismo ha spiegato che tra i bambini sani “solo” 2 su un milione finiscono in terapia intensiva, contro i 100 su un milione tra chi ha problemi di salute, e dunque la vaccinazione può essere consigliata solo a questi. Gli esperti britannici hanno però chiarito che l’orientamento non tiene conto dei danni che possono essere procurati agli adolescenti dalla chiusura delle scuole a causa della pandemia o dall’interruzione delle relazioni sociali. Valutazione che – hanno spiegato – spetta ad altri. 

Uno degli argomenti a favore dell’“esenzione” dei giovani dal vaccino, in chiave di massima precauzione, si fonda sull’idea che l’immunità di popolazione può essere raggiunta anche senza di loro. Posto che questo poteva valere prima della comparsa della variante Delta, e oggi non più, appare abbastanza contraddittorio difendere il diritto di non vaccinarsi per gli adulti e poi battersi per esentare anche i giovani. Non a caso il Centro Europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) in un rapporto del giugno 2021, ha invitato a considerare l’immunizzazione dei gruppi di età più giovane in particolare alla luce dell’incidenza del Covid-19 nella popolazione e di quanto si è riusciti a vaccinare le altre fasce di età. 

Le valutazioni scientifiche e/o politiche evolvono a mano a mano che emergono nuove evidenze e nuovi studi, come è logico che sia. La spinta che tutti i governi dei principali Paesi stanno imprimendo a favore del vaccino agli adolescenti tiene conto di molti fattori e di un contesto in evoluzione. La prudenza che tanti genitori hanno manifestato di fronte a notizie incerte e contrastanti può essere capita, anche se col procedere delle inoculazioni la convinzione circa la sicurezza dei vaccini si sta radicando nella popolazione. Volendo ricorrere all’immagine dei due piatti della bilancia si potrebbe dire che in fatto di reazioni avverse da vaccino e di danni da Covid le ragioni pro o contro l’iniezione possono indicare un pareggio, in un contesto in cui si parla comunque di effetti rari e lievi, come ha ben sintetizzato un editoriale recente su “The Lancet”. 

A far pendere l’ago a favore della vaccinazione ci sono però molti altri elementi: dato che la variante Delta è molto più insidiosa per tutti, compresi i neonati, i giovani e i vaccinati fragili – negli Stati Uniti un’infezione su cinque ormai si manifesta in età pediatrica, e i ricoveri di bambini sono in aumento ovunque – ecco che con un maggior numero di adolescenti protetti si abbasserebbe anche il rischio di contagio tra loro e di possibili problemi sanitari maggiori per gli stessi ragazzi. Inoltre diminuirebbero le probabilità di chiusure delle scuole o di nuove limitazioni alla socializzazione, dalle attività sportive alla cultura. Il tema della salute mentale di una generazione che ha già pagato un prezzo elevatissimo alla pandemia ha un peso che non va sottovalutato nel decidere se vaccinare o no i propri figli.

Massimo Calvi

Avvenire, 23.9.2021

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Un figlio costa 700 euro al mese

Mantenere un figlio costa in media 645 euro al mese in Italia. Al Nord la spesa è di 714 euro, mentre al Sud, dove il costo della vita è inferiore, si scende a 512 euro. Utilizzando un altro criterio di calcolo, che guarda a quanto dovrebbe spendere ogni mese una famiglia per mantenere inalterato il proprio livello di "benessere", si scopre che ciascun minorenne richiede in media 720 euro al mese, o che alle famiglie non povere servirebbero 763 euro a figlio, e 510 a quelle in povertà assoluta.

Queste cifre – frutto di un’elaborazione dei dati dell’Indagine Istat sulle spese delle famiglie 2019 – emergono da una ricerca condotta da Giulia Bovini e Fabrizio Colonna, della Banca d’Italia, contenuta nell’e-book "L’assegno unico e universale per i figli: una novità italiana e il contesto europeo" (qui: tinyurl.com/assedem) curato da Alessandro Rosina per Neodemos, il think tank dei demografi italiani. È di fatto la prima raccolta di articoli accademici che permette di confrontare i sostegni alle famiglie previsti in diversi Paesi, e far capire dove si collocherebbe il nuovo assegno italiano. Il paragone internazionale lascia intuire che se l’assegno unico, il cui debutto a pieno regime è previsto da gennaio 2022, dovesse replicare la formula della misura-ponte in vigore da luglio, avrà un effetto nel contrastare la povertà, ma difficilmente riuscirà a sostenere le nascite e rispondere alla grave crisi demografica che interessa il nostro Paese.

L’assegno temporaneo prevede 167,5 euro al mese a figlio per i nuclei con Isee sotto i 7mila euro, 84 euro se l’Isee è tra i 7 e i 15mila euro, 30 euro per gli Isee da 40.000 euro e niente oltre i 50.000. Una progressività molto accentuata, che ricalca quella del "vecchio" assegno per il nucleo familiare dei lavoratori dipendenti, e che rischia di essere riproposta come formula anche per il futuro assegno unico. Le simulazioni al quale lavorano i tecnici del Ministero dell’Economia stanno infatti rivelando che le risorse disponibili non sono sufficienti al varo di uno strumento adeguato agli obiettivi della delega, cioè «favorire la natalità, sostenere la genitorialità e promuovere l’occupazione, in particolare femminile». Calcoli più precisi sulle risorse realmente disponibili potrebbero mostrare che servirebbero altri 2 miliardi per arrivare all’obiettivo dei 21 miliardi ipotizzati finora (15 miliardi delle misure già in vigore e 6 stanziati in aggiunta).

«Per essere considerato uno strumento di politica familiare l’assegno deve rispondere ad alcune caratteristiche di base – spiega Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica –. Deve essere strutturale e continuo nel tempo, universale, percepito come un aiuto non simbolico anche dal ceto medio, chiaro e semplice da ottenere, inserito in modo integrato e coerente in un sistema più ampio di politiche familiari e a favore delle nuove generazioni».

Il confronto con le esperienze internazionali dice che l’Italia è solo all’inizio del cammino. Se il modello francese venisse importato nel nostro Paese, ad esempio, vi sarebbero vantaggi per le famiglie meno abbienti, ma anche sconti cospicui per le famiglie con 3 figli e redditi medio alti. La generosità del sistema tedesco, che offre un minimo di 2.600 euro annui per figlio a tutte le famiglie, dimostra invece quanto sia importante adattarsi alle nuove sfide e aggiungere nuovi strumenti se necessario, come ha fatto la Germania introducendo l’assegno parentale per i genitori che non lavorano o smettono di lavorare. La formula svedese, d’altro canto, è uno spot formidabile a favore di sostegni totalmente universali, cioè uguali per tutti. Il Regno Unito testimonia che tagliare assegni e crediti di imposta lasciandoli alle sole fasce più povere per ragioni di bilancio, come avvenuto, può portare a una riduzione della natalità negli anni successivi. Dal caso russo, analizzato dal demografo Massimo Livi Bacci, ecco invece la lezione che risorse consistenti possono far risalire i tassi di fecondità nel breve periodo, ma se l’attenzione alla famiglia non è integrata in un sistema più ampio di servizi, la natalità può tornare a scendere nel medio periodo.

Formule "magiche" per sostenere i desideri di genitorialità, insomma, non esistono. Determinante è invece la chiarezza degli obiettivi. Nel saggio di Neodemos la sociologa Chiara Saraceno dice chiaramente che una misura di politica familiare può avere tre obiettivi diversi: il contrasto alla povertà, il sostegno alla natalità, la riduzione delle disuguaglianze tra famiglie con e senza figli. E la ricetta dello strumento deve variare in base a cosa si vuole ottenere. Se l’intenzione è aiutare i poveri, allora l’assegno deve essere sottoposto alla prova dei mezzi, come in Spagna e Portogallo o nelle Americhe, sapendo che questo può rappresentare un disincentivo all’aumento del reddito o alla ricerca di lavoro. Se l’obiettivo è affrontare l’emergenza demografica e sostenere le nascite, come in Francia o in Germania, gli aiuti devono essere generosi e universali e possono anche partire dal secondo figlio. Se l’obiettivo infine è ridurre le disuguaglianze tra chi ha figli e chi no (l’equità orizzontale richiesta dalla nostra Costituzione), la misura deve essere universale sia per quanto riguarda l’importo che i destinatari.

«I sistemi più universalistici danno migliori risultati sia in termini di contrasto alla povertà sia di sostegno alla fecondità», spiega Saraceno, ma se sono anche inseriti in «un pacchetto in cui è sostenuta l’occupazione delle madri, e i servizi per la prima infanzia sono accessibili».

Il nuovo assegno unico italiano, in virtù delle poche risorse disponibili frutto anche di scelte di campo, si avvia dunque ad essere più uno strumento di contrasto alla povertà che di sostegno alle nascite. «In un momento caratterizzato dalla pandemia questo obiettivo può essere comprensibile – sostiene Rosina –, un assegno con queste caratteristiche non sosterrà le nascite, ma ha valore se rappresenta l’avvio di un processo di cambiamento del modo di intendere le politiche familiari. Per questo è decisivo stabilire subito che le risorse andranno aumentate e che dovrà essere prevista una valutazione dell’impatto della misura introdotta. L’Italia ha bisogno di invertire il declino demografico risollevando i tassi di fecondità. Il rischio invece è che nei prossimi mesi, di fronte a un naturale rimbalzo delle nascite dopo la frenata dovuta alla pandemia, ci si illuda che questo sia l’effetto del nuovo assegno unico, fermando così il processo di riforma».

Massimo Calvi

Avvenire, 22.9.2021

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Il buon diritto al non contagio

Negli Stati Uniti, dove le battaglie per la libertà si caratterizzano sempre per le tonalità vivaci che arrivano ad assumere, alle cause intentate dai no-vax contro le imposizioni sanitarie si stanno ora aggiungendo iniziative legali per tutelare il diritto di non essere contagiati. Chi le promuove contesta agli Stati che vietano l’obbligo di mascherine nelle scuole o non richiedono una forma di Green pass in altri contesti, di non fare abbastanza per contrastare la pandemia, e dunque di allungare i tempi del ritorno alla normalità, oppure di discriminare i ragazzi più fragili nel momento in cui riprendono a fare vita comunitaria. Il tema dei diritti di chi vuole essere protetto dall’infezione ribalta un po’ la prospettiva cui ci ha costretto fin qui la narrazione della 'libertà' ai tempi della pandemia, questione che in Italia finora ha riguardato solo chi rivendica il diritto, tutelato dalla Carta costituzionale, di non essere sottoposto a un trattamento sanitario contro la propria volontà.

Il nuovo punto di vista può essere lo spunto per incominciare a porre la questione dei diritti dei vaccinati, cioè della tutela e della rappresentazione di chi ha messo in gioco sé stesso compiendo un passo importante per rimettere in moto il meccanismo della vita, delle relazioni sociali, dell’economia e di tutto il resto, a beneficio dell’intera comunità.

È vero che il vaccino non assicura la protezione totale dal contagio, dall’ospedalizzazione e nemmeno dalla morte. Anzi: a causa della variante Delta molte speranze sull’immunità di popolazione sono venute meno. Ed è vero che concentrarsi solo sui vaccini come risposta al Covid rischia di trasmettere un messaggio sbagliato, e cioè che il Green pass venga interpretato come il lasciapassare per una vita totalmente libera da ogni prudenza. Tuttavia ogni evidenza dimostra che il vaccino è uno scudo formidabile: i dati dell’ultimo Bollettino dell’Istituto superiore di sanità, ad esempio, segnalano come tra i vaccinati si siano avuti finora circa 1,7 decessi per milione contro i 14 tra i non vaccinati, che dunque hanno un rischio oltre 8 volte superiore di andare incontro alla morte rispetto a chi ha ricevuto due dosi.

Guardando a chi ha meno di 80 anni, per fare un altro esempio, si contano 39 ricoveri in terapia intensiva per milione tra i non protetti e solo 3 tra chi si è vaccinato. Tutta la critica all’efficacia del vaccino, insomma, può essere utile fintanto che aiuta a tenere alta l’attenzione verso ciò che si può fare di meglio rispetto all’immunizzazione di massa, ma non può diventare la giustificazione morale a una visione, più ideologica che politica, che ha l’effetto di ostacolare e ritardare provvedimenti che mirano solo ad aumentare la protezione dal virus a beneficio di tutti.

Probabilmente la battaglia in difesa della massima libertà individuale si avvale di un’interpretazione ardita della realtà di questa fase di emergenza. Lo Stato che decide regole severe e limitazioni, magari anche problematiche in termini di coscienza e di diritto, non ha affatto le caratteristiche di un Leviatano che governa in modo autoritario una popolazione di lupi litigiosi. È invece l’espressione – siamo o no in democrazia? – di un contratto sociale nel quale i cittadini hanno scelto di proteggersi dal virus, in quanto comunità, anche attraverso una campagna di vaccinazione. Nella narrazione che presenta come vittima chi, legittimamente, ha scelto di restare al di fuori di questo accordo, c’è il capovolgimento di un principio etico fondamentale. Quello per cui l’assunzione di responsabilità collettiva di una popolazione adulta serve a proteggere tutti, ma soprattutto i più deboli, e persino i più piccoli se ad esempio si è dell’idea che i bambini non abbiano bisogno di Green pass.

La presa in ostaggio dei concetti di libertà, coscienza, diritto, produce effetti paradossali. Pensiamo alla sentenza con cui la Cassazione ha stabilito che l’iniziativa di un singolo intenzionato a rimuovere il crocifisso da un’aula non può prevalere rispetto al volere della comunità scolastica: nella scelta di mantenere il simbolo della cristianità, si può forse ravvisare una limitazione della libertà o la lesione di un diritto individuale? L’immagine di una maggioranza che impone e s’impone, insomma, non corrisponde alla realtà della vicenda che stiamo vivendo insieme, come umanità, forse per la prima volta nella storia del mondo. In questo senso, riconoscere un diritto dei vaccinati, significa anche saper guardare oltre i confini di sé, per arrivare a difendere il diritto dei 'vaccinandi', i poveri dei poveri, i popoli che non conoscono il privilegio di scegliere se, dove, come e quando inocularsi un siero che aiuta a vivere e a sopravvivere.

Massimo Calvi

Avvenire, 11.9.2021

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