Natalità, prospettiva da cambiare (col nudge?)

Non c’è una sola ragione che spiega il calo delle nascite in Italia e in Europa, come non c’è una sola cura contro l’inverno demografico. Eppure il mondo delle culle sempre più vuote è unito da una costante che dovrebbe far riflettere su un aspetto che troppo spesso si tende a non considerare decisivo: il fattore culturale, oltre alle ragioni economiche e materiali. Una recente ricerca del "Global burden of disease" e pubblicata sulla rivista scientifica Lancet ha rivelato che in quasi la metà delle nazioni del mondo il numero medio di figli per donna è ormai inferiore a 2,1, il livello considerato decisivo per garantire l’equilibrio tra le generazioni. In Europa non c’è più alcun Paese con un tasso di fecondità superiore a questa cifra – che ha un valore statistico ma allo stesso tempo altamente simbolico – mentre anche gli Stati Uniti d’America stanno conoscendo un processo di riduzione delle nascite significativo. Le aree del mondo con più nonni che nipoti, insomma, si espandono. Un Paese o un Continente più anziano si prepara a sperimentare problemi di crescita, indebitamento e sostenibilità dei sistemi di protezione sociale e, in prospettiva, maggiori tensioni. Per questo tutti gli organismi internazionali parlano di emergenza nei contesti in cui la gelata delle nascite è più drammatica.
In questo scenario l’Italia è tra le realtà che destano maggiore preoccupazione. Il tasso di fecondità è sceso a 1,32 figli per donna, a mancare non sono più solo i secondi figli, ma cominciano a essere drammaticamente “carenti” anche i primi, con la percentuale di donne che non diventano madri salita al 22% per la generazione nata nel 1970. Dopo tanti anni di denatalità le donne in età feconda sono così poche che è impossibile pensare di ribaltare la prospettiva demografica in breve tempo. Il fatto che l’Italia non sia un caso isolato nel panorama della denatalità dice però che anche il tono delle proposte per contrastare il declino deve poter fare un salto di qualità. Ci sono Paesi in Europa che ottengono risultati migliori grazie a maggiori servizi per le famiglie, aiuti ai genitori, incentivi fiscali. Le ricerche più recenti dimostrano che lo sviluppo inizialmente porta con sé denatalità, ma che per invertire la tendenza serve spingere ancora di più sullo sviluppo stesso, elevando la qualità dei servizi e delle opportunità per la famiglia. Tuttavia la realtà dimostra che questo non è sufficiente, se anche i Paesi più "virtuosi" non riescono ad avere una fecondità superiore al tasso di sostituzione, e se un sostanziale contributo alle nascite arriva dalla maggiore prolificità della popolazione immigrata.
È vero che il desiderio di genitorialità resta alto anche tra i più giovani, tuttavia si dovrebbe notare che la lista delle condizioni che si ritiene vadano soddisfatte prima della nascita di un figlio (o mantenute dopo) sembra allungarsi sempre di più. È in crisi il lavoro stabile e l’insicurezza domina il presente come il futuro. Il calo dei matrimoni rivela che la stabilità dei legami affettivi è sempre meno una prospettiva condivisa, invece le famiglie numerose si formano proprio in un contesto di solida tenuta familiare. Lo sviluppo e la società dei consumi hanno radicato l’idea che conti più investire sulla qualità che sulla quantità dei figli, ed è comprensibile, tuttavia questo, in un contesto di risorse limitate, ha trasformato i bambini in qualcosa di sempre più simile a un bene di lusso, quasi un "optional" da aggiungere a molte altre cose considerate irrinunciabili. In un simile contesto non servono solo aiuti e sostegni, è chiaro che occorra qualcosa capace di cambiare radicalmente prospettiva culturale, una tensione ideale fatta di testimonianza, una "spinta gentile" che suggerisca di guardare il mondo ripartendo dai figli, dai fratelli, dalla forza e dalla bellezza di una famiglia unita.

Massimo Calvi
Avvenire, 5.12.2018
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Metropoli contro periferie


Dalla scelta della nuova sede di Amazon che sta facendo discutere gli Stati Uniti alla rivolta dei "gilet gialli" in Francia, fino allo scontro italiano su infrastrutture come Tav, Tap o termovalorizzatori, l’attualità sta fornendo molti elementi per riflettere sulla dialettica tra città e territori periferici, tra metropoli e piccoli centri, tra la vita urbana e quella di chi abita più vicino alle campagne. Molti osservatori hanno giustamente notato come tanta parte di questo tipo di tensioni sia alla radice del nuovo conflitto tra il "popolo" e le "élite", la stessa dinamica che alimenta il populismo politico in Occidente. Tuttavia la contrapposizione che emerge ha anche una dimensione geografica da non sottovalutare se si vogliono cercare risposte costruttive a questioni che non hanno un vero fondamento economico.
Prendiamo il caso della nuova sede di Amazon negli Stati Uniti. Il colosso mondiale delle vendite online cercava da tempo un luogo dove collocare il suo secondo cuore pulsante, dopo Seattle, che si trova sulla costa Ovest. Molti speravano che Amazon raccogliesse l’offerta di un territorio o una città con ambizioni di rilancio, invece la scelta è caduta sui quartieri di due grandi e ricche metropoli della costa Est, New York e Washington. La decisione ha riacceso il dibattito sulle due Americhe, quella dell’interno e quella della costa, l’America profonda e quella delle élite, il Paese che vota Trump e quello con simpatie democratiche. In realtà la scelta di Amazon, al di là della convenienza fiscale ed economica, ha privilegiato esattamente le due città degliStati Uniti col più alto numero di talenti occupati in settori tecnologici, metropoli già capaci di attrarre le migliori risorse umane del mondo.
L’investimento su questo tipo di futuro, essenzialmente legato al capitale umano, ci ricorda che oggi le grandi città, le megalopoli,sono le uniche aree nel mondo al di fuori dell’Africa in cui la popolazionecresce sia internamente che per attrazione. I territori periferici, al contrario, spesso conoscono una dinamica demografica opposta: la popolazione invecchia e si contrae, i piccoli ospedali chiudono e vengono accorpati in strutture più lontane, ci sono meno bambini e le scuole si riducono, i piccoli negozi lasciano ancora più spazio alle grandi superfici commerciali, i servizi si diluiscono, anche il postino non passa più tutti i giorni. Se nelle metropoli il problema principale riguarda la vivibilità, con traffico e inquinamento in testa alle lamentele più ricorrenti, nelle campagne e nei territori periferici dei Paesi sviluppati il cahier de doléances ha una lista di questioni capovolta. I "gilet gialli" che hanno paralizzato la Francia, portatori di quella rabbia che solo la Rete riesce a gonfiare a certi livelli, protestano contro l’aumento delle tasse sul diesel e contro il fisco in generale, ma soprattutto verso un modo di pensare la società e lo sviluppo che è percepito a misura delle sole metropoli.
Il vero inquinamento dei "luoghi che non contano", come sono stati definiti, è la paura di diventare sempre più marginali perdendo, anche per effetto di una demografia negativa, i vantaggi di una migliore qualità della vita e di una maggiore libertà d’azione. E in questo non c’è una grande differenza tra Usa, Francia e Italia. Le grandi città chiedono al Paese di investire in infrastrutture e tecnologia, hanno bisogno di treni ad alta velocità, termovalorizzatori, energia; i "territori" e le periferie sono i luoghi dove spesso tutto questo finisce per insistere senza ricadute significative in termini di nuove opportunità.
La contrapposizione tra campagna e città, o tra centro e periferie, non nasce oggi, tuttavia questa fase storica sta proponendo una polarizzazione preoccupante e che, oltre al conflitto rancoroso che manifesta, sembra trovare rappresentanza solo in una politica che cavalca la rabbia senza riuscire a fare vera sintesi dei bisogni delle comunità. Eppure molti indicatori rivelano come in Italia non siano le grandi città i luoghi nei quali la qualità del vivere è percepita migliore. I centri minori e i territori marginali dovrebbero tentare, anche facendo sistema, di individuare risposte innovative e originali per essere sempre di più spazi vitali e generativi, rifuggendo scelte antistoriche e attrezzandosi per attirare le risorse umane che desiderano evadere da polveri sottili, strade congestionate e continue nuove aperture di antiche trattorie.

Massimo Calvi
Avvenire, 21.11.2018

Metà nazioni del mondo in declino demografico

Il tasso di fecondità di un Paese, e in generale la sua vitalità demografica, può essere considerato un indicatore economico attendibile: la dinamica di una popolazione è in grado di dire se una nazione o un Continente stanno vivendo una fase di sviluppo, oppure se si stanno preparando ad affrontare un contesto tendenzialmente recessivo. Da questo punto di vista il quadro che emerge da un rapporto del Global Burden of Disease pubblicato sulla rivista "Lancet" dovrebbe indurre a una certa preoccupazione la parte del mondo che oggi si considera più ricca. In ormai quasi la metà dei Paesi, infatti, 91 su 195, il tasso di fecondità totale si trova sotto il livello di 2,1 figli per donna, la cifra che consente di mantenere almeno stabile la popolazione. Solo in 104 nazioni la fecondità permette invece alla popolazione di aumentare. In sostanza mezzo mondo si sta lentamente spegnendo da un punto di vista demografico, con un numero di nonni che supera i nipoti, mentre l’altra metà è in vitale espansione.
La tendenza globale è nota, ma mai prima d’ora era stata fotografata così dettagliatamente a livello locale. Il rapporto mostra che dal 1950 al 2017 la popolazione nel mondo è più che triplicata, salendo da 2,6 miliardi ai 7,6 attuali, mentre il tasso di fecondità si è dimezzato, passando da 4,7 a 2,4 figli per donna. In questo processo di "baby-sboom", in cui – per fortuna – le nascite da madri adolescenti diminuiscono e la mortalità declina, l’età media nel mondo è salita da 26 a 32 anni, sei in più. In sostanza i tassi di fecondità si stanno abbassando ovunque, a mano a mano che si diffondono lo sviluppo e l’istruzione, tuttavia la popolazione mondiale continua a crescere a causa soprattutto dell’aumento dell’aspettativa di vita, e questa tendenza dovrebbe proseguire fino al 2050, quando la terra, secondo le stime delle Nazioni Unite, ospiterà 9,7 miliardi di persone. Quello che più deve interessare non sono però le cifre generali, ma come questo processo si sta manifestando, e con quali squilibri.
Nel 1950 l’Europa e l’Asia Centrale "fornivano" un terzo della popolazione mondiale, oggi la loro quota è scesa a un quinto. Tra i Paesi più colpiti dall’"arretramento" demografico ci sono Italia, Spagna, Portogallo, Norvegia, Corea del Sud, Stati Uniti, Australia, Giappone. Le aree più vitali si trovano nell’Africa Subsahariana, in America Latina, in Asia meridionale, Medio Oriente, Caraibi. Gli estremi sono rappresentati da Cipro, dove il tasso di fecondità è di un solo figlio per donna, e Niger, con 7,1 figli.
Cosa succederà nei prossimi decenni a fronte di una popolazione terrestre che invecchia e aumenta con spinta così disomogenea? Difficile fare previsioni, perché il numero di nati e di morti deve confrontarsi sempre anche con la dinamica delle migrazioni. Tuttavia per i Paesi con più nonni che nipoti, e per quelli come l’Italia dove la popolazione diminuirà del 17% da qui al 2050 (è il record negativo nell’Ue), non è difficile prevedere che la lotta per contrastare la crescita del debito e le spinte recessive sarà molto più ardua, e che le scelte di politica pubblica saranno più difficili. Come si è visto l’infelice circostanza può conoscere punte estreme, ma di fatto interessa gran parte del mondo sviluppato. In questo senso le tensioni che stanno emergendo in molti Paesi in declino demografico, dal dilagare dei nazionalismi al populismo che diffonde odio, possono essere viste non tanto in termini di risposta programmatica a un problema, ma come la reazione di un mondo al quale incomincia mancare l’ossigeno e a restringersi drammaticamente la visione del futuro.

Massimo Calvi
Avvenire, 10.11.18
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L'Ue, la Chiesa, il non profit e l'Ici

Che cosa prevedeva la legge sull’Ici?

L’Imposta comunale sugli immobili è stata istituita nel 1992 per tassare il patrimonio immobiliare. La legge sull’Ici esentava una lunga lista di strutture, e tra queste vi erano anche gli immobili posseduti da enti non commerciali, cioè non profit, ma solo a patto che all’interno vi si svolgessero esclusivamente attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative, sportive, nonché attività di religione e di culto. Dunque le esenzioni riguardavano gli immobili di tutti gli enti non profit, non solo quelli di proprietà della Chiesa. Inoltre, alberghi o ristoranti non erano affatto esenti dall’Ici, anche se gestiti da enti non profit o realtà ecclesiastiche.

Perché le esenzioni Ici al non profit sono state messe in discussione?

A partire dal 2006 la Commissione europea ha ricevuto una serie di denunce che contestavano la legittimità delle esenzioni Ici al non profit. L’iniziativa nasceva dal partito radicale e ha prodotto un lungo contenzioso con Bruxelles. Tra i soggetti che negli anni si sono distinti nel braccio di ferro anche due realtà che si ritenevano danneggiate dalla disparità di trattamento: una scuola elementare non statale di Roma intitolata a Maria Montessori e un Bed&Breakfast toscano. A loro giudizio le esenzioni concesse alle scuole paritarie non profit o alle strutture di turismo sociale li avrebbero sfavoriti.

Qual è stata la risposta della Commissione europea?

Il 19 dicembre 2012 la Commissione europea ha emanato una decisione nella quale, alla luce delle norme Ue sugli aiuti di Stato, ha considerato effettivamente illegittime alcune delle agevolazioni Ici. Bruxelles non ha messo in discussione i sostegni alle attività sociali, ma ha rilevato che per il diritto europeo non potevano essere concessi in quel modo, cioè sulla base dell’assenza dello scopo di lucro di un’attività economica. Allo stesso tempo la Commissione ha poi riconosciuto che sarebbe stato impossibile per l’Italia recuperare le somme a causa della difficoltà di ricostruire il dovuto dalle banche dati catastali e fiscali. Inoltre ha "promosso" le agevolazioni della "nuova" imposta che dal 2012 ha sostituito l’Ici, cioè l’Imu.

A quanto ammonta l’Ici che lo Stato non aveva previsto di incassare?

Da sempre circolano cifre fantasiose su quanta Ici sarebbe stata scontata agli enti non profit. In queste ore si parla di 5 miliardi come stima dell’Associazione dei Comuni italiani (Anci). In realtà l’ufficio studi Anci non ha mai fornito cifre in merito. Il Tesoro, invece, qualche anno fa, con il gruppo di lavoro sull’erosione fiscale ha calcolato che tutte le esenzioni Ici concesse a tutto il non profit italiano siano ammontate a circa 100 milioni l’anno. Va precisato che non si tratta di somme evase, ma di imposte che lo Stato italiano non ha mai richiesto agli enti non profit.

Che cosa dice ora la sentenza della Corte di giustizia dell’Ue?

La Corte di giustizia di Lussemburgo ha confermato che gli aiuti della nuova Imu concessi alle attività sociali sono conformi al diritto europeo, ma ha annullato la decisione con cui la Commissione aveva giudicato impossibile recuperare gli sconti della "vecchia" Ici sulle attività economiche del non profit. Questo perché, secondo i giudici del Lussemburgo, l’Italia avrebbe potuto trovare modalità alternative per riscuotere almeno parte delle somme. Cosa succede ora è difficile da prevedere, tra calcoli da fare, impossibilità di ricostruire dati del passato, prescrizioni fiscali, valutazioni politiche o altro.

Massimo Calvi
7.11.18

Famiglie numerose contro Macron

Le famiglie numerose del mondo sfilano per il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron. E' una sfilata virtuale, cioè si tiene in rete via social network, e di certo non è stata richiesta dall'Eliseo. Tutt'altro: nasce per reazione a una discutibile frase sulla procreazione delle donne africane pronunciata a fine settembre a New York durante un evento della Gates Foundation, anche se col passare dei giorni la protesta su Twitter da "rivendicazione procreativa" si è trasformata in un simpatico e gioioso carosello di immagini di grandi famiglie che è piacevole scorrere come su un grande album digitale. Ma andiamo con ordine. La frase incriminata di Macron è la seguente:"Presentatemi quella donna che ha deciso, essendo perfettamente istruita, di avere setto, otto o nove figli". Il contesto, come detto, era quello di un evento a margine dell'assemblea generale delle Nazioni Unite di fine settembre, il tradizionale "Goalkeepers" della Fondazione Gates, dedicato quest'anno al tema della crescita della popolazione giovanile nel mondo. E, parlando della situazione demografica africana, Macron ha argomentato che se le donne potessero avere maggiore accesso all'istruzione molto probabilmente "sceglierebbero" di avere famiglie meno numerose. Le parole del presidente francese sarebbero finite nel dimenticatoio se non fosse che dopo aver visto a distanza di un mese un servizio del Guardian sull'argomento, la dottoressa Catherine R. Pakaluk, docente di ricerca sociale ed economica all'Università Cattolica di Washington, e madre di 6 figli, ha deciso di pubblicare la foto della propria famiglia su Twitter seguita dall'hasthag #postcardsforMacron (cartoline per Macron).
Da quel momento, come spesso accade sui social, decine e decine di genitori da varie parti del mondo hanno incominciato a inviare le proprie foto, indicando un po' provocatoriamente il numero di figli e il titolo di studio della madre. La protesta è stata cavalcata in parte da esponenti dell'ultradestra (anche Marine le Pen si è accodata alla catena di post), ma in breve è andata oltre.
E, come si vede da molte foto, è diventata una gioiosa carrellata di immagini di famiglie numerose. In realtà la vera ragione della critica al presidente francese non dovrebbe risiedere tanto nell'accostamento tra livello di istruzione e numero di figli. E' abbastanza incontestabile che al crescere dell'istruzione delle donne nel mondo si assiste generalmente, e purtroppo, a un ridimensionamento della dimensione della famiglia. A prescindere dalla vocazione e dalle vicende personali, le ragioni sono note e abbastanza comprensibili (lo studio, e poi il lavoro, tendono in media a ritardare l'età del matrimonio e l'età del primo figlio, fanno crescere il costo del mantenimento della prole… etc). Questo non impedisce ovviamente a donne istruite di avere bellissime famiglie numerose.
Macron nell'intervento aveva anche detto di essere "perfettamente d'accordo col fatto che una donna abbia sette o otto figli, se si tratta di una sua scelta, al termine dei suoi studi, anche se oggi non è questo il caso". Il riferimento era al "problema della demografia africana", alla "fecondità non voluta" nel Continente, al caso delle ragazze che "a 10 anni lasciano la scuola per sposarsi a 12 anni". Questioni certamente importanti e che vanno affrontate nel loro contesto specifico, senza pretese di imperialismo culturale.
Il problema è però lo scenario in cui quelle frasi sono state pronunciate. Un consesso nel quale leader politici europei e facoltosi uomini d'affari occidentali guardano all'Africa soprattutto come "problema demografico" da risolvere, vuoi pure con l'istruzione (quando basta), perché i figli dell'Africa sono troppi. Un contesto nel quale, dunque, prevale l'uso strumentale dell'istruzione e la generatività delle coppie è svalutata a priori se non si adegua ai canoni prescritti dai "tecnici" occidentali, che finanziano la salute riproduttiva (leggi: contraccezione). Una miopia e una chiusura cui le tante cartoline a Macron rispondono con il sorriso di famiglie numerose senza rimpianti.

Massimo Calvi
Avvenire Web 2.11.2018
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Guerra ai diesel: perché è giusta (e perché no)

Dallo scandalo Dieselgate in poi, cioè da quando, nel 2015, è emerso che diverse case truccavano i test sulle emissioni, le auto alimentate a gasolio sono diventate il nemico numero uno da combattere nelle città. Ma i diesel sono veramente così pericolosi? Qual è l’impatto reale sull’ambiente e sulla salute? E, soprattutto, il danno procurato dai veicoli a gasolio rispetto ad altre fonti di inquinamento giustifica tanto accanimento? Sono domande legittime, che la gente si pone sempre più spesso di fronte alle limitazioni che generano tanti disagi. Il sospetto che dietro la "campagna" anti-diesel possano celarsi interessi industriali in effetti è andato crescendo col tempo: su 10 veicoli diesel venduti nel mondo, ben 7 sono comprati nell’Ue. Si tratta cioè di un prodotto molto europeo di un’industria molto old-economy, mentre nuovi soggetti tecnologici e nuovi Paesi si stanno imponendo nel mondo automobilistico. In realtà tanto successo dei veicoli a gasolio è dovuto anche a un vantaggio fiscale che in Europa premia questo carburante rispetto alla benzina con sconti sulle accise che vanno da 10 al 40% (in Italia oggi siamo al 13%). Un trattamento di favore che si giustifica sempre meno: molte ricerche dicono che l’ostilità verso le auto a gasolio ha molte giustificazioni, soprattutto nelle città, anche se le misure d’emergenza hanno un effetto pressoché nullo.
Gli effetti sul clima
Quando si parla di tutela dell’ambiente una delle preoccupazioni principali riguarda le emissioni di CO2, per gli effetti dell’anidride carbonica sul surriscaldamento climatico. I veicoli a gasolio sono sempre stati considerati più efficienti ed "ecologici" di quelli a benzina in quanto consumando meno emettono circa il 20% in meno di CO2. Alcuni studi recenti (su internet: tinyurl.com/y8o4mq69) hanno però dimostrato che tra benzina e diesel non c’è molta differenza, anzi: complessivamente un’auto diesel sarebbe responsabile di più CO2 emessa rispetto a un modello a benzina se si tiene conto anche del processo di raffinazione del gasolio e delle differenze nella produzione dei motori (analogo discorso si può fare per il gas auto). In città tuttavia la gran parte della CO2 arriva dalle combustioni degli impianti di riscaldamento e delle industrie, mentre il trasporto su strada incide al massimo per il 15%.
Oltre il Dieselgate
Passando dal clima alla salute delle persone, il primo problema dei veicoli a gasolio è rappresentato dagli ossidi d’azoto. Lo scandalo "Dieselgate" ha origine proprio dalla difficoltà che le case hanno incontrato nel rispettare i limiti di NO2, che è il risultato di ogni tipo di combustione e a sua volta è responsabile della diffusione di altri inquinanti secondari (come l’ozono o il particolato fine). L’NO2 causa problemi all’apparato respiratorio e nelle città è dovuta principalmente al traffico veicolare, in particolare proprio ai mezzi a gasolio. Il diossido d’azoto non è il peggiore degli inquinanti, tuttavia secondo l’Agenzia europea dell’Ambiente il 7% dei cittadini europei vive in aree con alte concentrazioni di NO2 e questo causerebbe 68mila morti premature ogni anno. Dopo il Dieselgate si pensava di aver risolto il problema, in realtà una serie di test effettuati dall’Ong Transport&Environments sui veicoli in strada ha dimostrato che anche le motorizzazioni più recenti, Euro5 ed Euro6, possono avere emissioni 5-6 volte superiori rispetto ai limiti consentiti (tinyurl.com/y75jzhz7). In Europa oggi circolerebbero 43 milioni di diesel con meno di 10 anni (5,2 milioni in Italia) che inquinano ancora più di quanto dovrebbero. Forse i limiti sono eccessivi, o forse no, il problema del diesel resta la difficoltà "industriale" a rispettarli.
Polveri di città
Nelle città il particolato fine è considerato il principale nemico per la salute: i blocchi vengono decisi proprio in base ai livelli delle cosiddette polveri sottili. Pm10 e Pm2.5 sono prodotti dalle combustioni, dalle erosioni e dalle azioni meccaniche (ad esempio dall’attrito dei freni o dal consumo degli pneumatici). I veicoli diesel hanno una parte significativa di responsabilità, ma non tutta. A livello nazionale i riscaldamenti producono quasi il 70% del Pm2.5. In Lombardia all’incirca la metà delle emissioni di particolato, stando alle rilevazioni dell’Agenzia regionale per l’Ambiente sul ruolo dei combustibili (tinyurl.com/y8qnkeze), si deve alle stufe a legna o pellet e ai camini, un terzo arriva da vari tipi di erosione o attrito, i diesel sono al terzo posto, con un contributo attorno al 10-15%, mentre le auto a benzina hanno un peso pressoché nullo. Il problema è che un dato medio regionale, che mixa lo smog in città e in montagna, vale poco: nell’area metropolitana la "responsabilità" del traffico e dei mezzi a gasolio aumenta considerevolmente, fino a raggiungere percentuali del 40%. Il particolato in Europa è la principale causa di morti premature dovute allo smog, 430mila l’anno, e tra queste ben 20.000 solo in Italia. La questione riguarda soprattutto le vecchie motorizzazioni diesel, fino agli Euro4. Il problema del particolato è che quando l’aria nelle strade ne è piena, solo la pioggia o un forte vento riescono a spazzarlo via: per questo bloccare i veicoli diesel una volta che il danno è fatto non riesce a far rientrare il particolato nei limiti.
Un incubo ultrafine
L’innovazione tecnologica sembra aver risolto alcuni problemi legati all’inquinamento prodotto dalle auto. Purtroppo per i diesel gli incubi sembrano non finire mai. Lo sviluppo che ha permesso di abbattere il particolato avrebbe infatti solo spostato il problema. Oggi il nuovo nemico si chiama "polveri ultrafini": sono particelle ancora poco studiate, tanto è vero che al momento non esistono limiti, ma alcune ricerche sostengono essere molto più dannose del particolato perché penetrano nel sangue e dunque possono arrivare a vari organi e al cervello (tinyurl.com/y93ej3te). Sono causa di infarti e tumori e si è visto che riescono anche a oltrepassare la barriera placentare e giungere al feto. Cosa c’entra il diesel? Il fatto è che il 90% delle particelle emesse dai nuovi diesel sarebbero proprio polveri ultrafini che rispetto a quelle emesse dalle auto a benzina avrebbero altissime concentrazioni di Idocarburi aromatici policiclici (Iap) e benzopirene, le sostanze più pericolose. In attesa di nuove e più approfondire ricerche su questo fronte, per i motori a gasolio il futuro sembra una strada sempre più in salita.
Una svolta industriale
La lotta all’inquinamento richiede interventi di ampio respiro, che coinvolgano non solo il traffico veicolare, ma anche le industrie, l’agricoltura, gli impianti di riscaldamento. I veicoli diesel non sono l’unico problema, tuttavia se ci si concentra sul traffico le ragioni per metterli nel mirino sono tante, soprattutto nelle città. Non è solo una questione di salute: uno studio condotto a Barcellona ha mostrato che i bambini che frequentano scuole in zone ad alto traffico hanno dato risultati mediamente peggiori in una serie di test cognitivi (tinyurl.com/y93ej3te). Insomma, la questione è seria. E il peso politico delle metropoli avrà la meglio: la popolazione mondiale si concentrerà sempre più nelle aree urbane e questo spingerà sempre più l’industria verso la produzione di veicoli con emissioni "locali" ridotte: auto ibride, elettriche, a idrogeno.
Nuovi stili di vita
La transizione è già iniziata. Sarà un cambiamento non indolore: l’addio al diesel in Europa costerà migliaia di posti di lavoro. Politica e imprese hanno il compito di capire come innovare la produzione e sostenere, agevolandole, le scelte "ecologiche" dei consumatori. Eppure sarebbe un errore cedere alle semplificazioni ideologiche. La lotta contro i veicoli a gasolio ha il rischio di far perdere quella visione più ampia che dovrebbe caratterizzare ogni preoccupazione ambientale e per la salute. Dove e come verrà prodotta l’energia per alimentare le auto elettriche? Ha senso fermare un veicolo utilizzato una volta al mese per pochi chilometri invece di uno guidato intensamente tutti i giorni? E quali sostegni si danno a una mobilità veramente sostenibile e a basso impatto? Le misure d’emergenza si è visto che sono inutili rispetto agli interventi strutturali. Il messaggio che chi inquina un po’ meno è libero di consumare molto di più rischia di avere effetti controproducenti. Avere cura dell’ambiente in cui si vive significa soprattutto saper modificare gli stili di vita a li vello personale e su larga scala. E questa è la sfida più difficile.

Massimo Calvi
Avvenire
25.10.18
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I testimoni della Shoah e cosa rischiamo oggi


Nel mondo i sopravvissuti alla Shoah che ancora possono far sentire la loro voce sono ormai solo poche centinaia. Tra qualche anno non ci sarà più alcun testimone vivente di uno dei grandi genocidi della storia dell’umanità e di quei passaggi "burocratici" che possono condurre a tanto orrore. La conservazione della memoria e la sua trasmissione a livello popolare sarà più difficile, venendo meno la forza empatica di un racconto narrato mostrando le ferite impresse nella carne e nell’anima. La questione travalica i confini della terribile vicenda che ha interessato il popolo ebraico, e dovrebbe destare preoccupazione. Papa Francesco è entrato nell’argomento durante un incontro all’istituto Augustinianum di Roma, rimarcando quanto è importante «che i giovani conoscano come nasce un populismo», ovvero – ha detto riferendosi ad Adolf Hitler – «promettendo lo sviluppo e seminando odio».
Di fronte al risorgere dei nazionalismi in Italia e in Europa spesso ci si chiede se il Vecchio Continente non stia correndo il rischio di ritrovarsi in un contesto nel quale il potere costituito promuove e autorizza nefandezze di vario tipo ai danni di antiche o nuove minoranze. La risposta non può che essere rassicurante: l’Europa ha tutti gli anticorpi utili a prevenire derive totalitarie o la riproposizione di qualcosa di simile alle leggi razziali, a provvedimenti per limitare le libertà costituzionali, perseguire le persone sulla base delle proprie idee o appartenenze politiche, giustificare fenomeni come la segregazione in nome della razza, la deportazione e altre atrocità. Tuttavia quello che dovremmo chiederci non è se si possa riproporre un finale che la storia ha già mostrato, ma se si scorgono segnali di allarme, fatti, circostanze e approcci culturali in grado di ricreare quell’humus che ha reso possibile la deriva.
Quando il pubblico allo stadio fischia un giocatore di colore si può dire che non è razzismo, ma tifo. Quando dei giovani molestano uno straniero o lo usano come bersaglio, si può rispondere che sono ragazzate. Poi però arrivano trasmissioni televisive che mostrano in modo ossessivo solo i crimini commessi dagli immigrati. Poi i titoli di alcuni giornali si ampliano solo per denunciare le malefatte di determinati gruppi etnici. Col tempo si radica lo storytelling dell’invasione e della sostituzione etnica. "Noi" e "loro", "loro" e "noi", "noi" e gli "altri". Qualcuno incomincia a non volersi sedere in treno a fianco di un nero. La stampa scomoda viene intimidita con minacce di ridimensionamento o campagne di attacco via social network: cioè si scherza, ma nemmeno troppo.
A un certo punto nelle città di provincia si inizia a usare la burocrazia per rendere più difficile a chi non è italiano al cento per cento l’accesso ai servizi sociali o alle mense dei bambini. E poi cosa verrà una volta che ci avremo fatto l’abitudine, che la discriminazione sarà considerata normale e nessuno avrà il coraggio di alzare la voce? Forse è utile ricordare che il welfare "nazionalista" era molto apprezzato dalla maggioranza degli elettori ai tempi del nazionalsocialismo, e che dal riproporsi di questa prospettiva ci si può difendere solo con un sistema di diritti e garanzie universali. O che le firme sui certificati scolastici per dividere i bambini in base alla nazionalità lasciano traumi anche se dopo non si viene deportati.
In un episodio di una serie televisiva di qualche anno fa, "Black Mirror", soldati vengono addestrati per sterminare persone che hanno l’aspetto di pericolosi zombie, definiti per questo "scarafaggi" umani. Lo sviluppo della trama farà scoprire che gli occhi dei soldati vedono una realtà alterata da un chip introdotto nel loro cervello, e che stanno sterminando famiglie bisognose e inermi, insieme a chi li protegge. Un paragone col presente è certamente esagerato, forse però dovremmo chiederci se qualcuno non stia già diffondendo "dispositivi" (slogan, parole d’ordine, meccanismi mentali...) che alimentando l’odio rendono più difficile alle persone mantenere uno sguardo umano sulla realtà.
Quando verrà meno anche l’ultimo testimone diretto degli orrori che l’Europa ha conosciuto, e con lui la memoria delle tante piccole tappe di avvicinamento alla "soluzione finale", sarà un po’ come ripartire da zero: intere generazioni non avranno più l’opportunità di leggere il dolore dalla voce, dagli occhi e dalle mani segnate di una persona in carne e ossa, con un numero di serie tatuato sull’avambraccio. I segnali che la memoria collettiva è fragile e va esercitata sono palesi. Una possibilità, nel tempo in cui si tende a svalutare anche lo studio della storia, è quella di mantenere vivo il sapere, raccontare, studiare e far studiare, parlarne, creare occasioni di formazione e dibattito, usare la Rete in modo critico, non tacere di fronte agli allarmi che suonano. I cristiani dovrebbero essere in grado di discernere, distinguere tra il controllo dei confini politici e la difesa del confine della propria umanità. E ricordare che essere al riparo da un brutto finale già visto non autorizza ad accettare in silenzio molto di quello che viene prima.

Massimo Calvi
Avvenire, 24.10.18

Lodi, niente mensa agli stranieri

La sfida della mensa scolastica che si sta disputando a Lodi, dove ai genitori extracomunitari viene chiesto un supplemento di documenti per ottenere gli sconti riservati ai meno abbienti, ricorda tanto quei cartelli che negli anni 60 e 70 comparivano agli ingressi degli stabili delle città del Nord sui quali la scritta «Affittasi appartamento» era accompagnata dalla postilla «non si accettano meridionali». Tra i due episodi ci sono però almeno un paio di differenze: la prima è che oggi nessuno si sognerebbe di appendere su una sede istituzionale un cartello con scritto «gli immigrati non sono graditi», anche se il senso di tante azioni dice proprio questo; la seconda è che negli anni della grande immigrazione dal Meridione d’Italia la politica e il dibattito pubblico non si sono mai abbassati al livello dei cartelli sui portoni, né hanno cavalcato consensi alimentando divisioni e ostilità, ma hanno operato per spegnere i focolai delle paure e favorire l’integrazione.
Col tempo le condizioni del Paese e gli approcci alle questioni sociali sono mutate, ma il tema si ripropone: che problema abbiamo oggi in Italia con gli stranieri? Che cosa spinge non pochi di noi a guardarli spesso con ostilità, fin quasi a perdonare i connazionali che delinquono, violano le regole o sottraggono risorse alla comunità con l’evasione fiscale, e fino al punto di far pagare il conto ai bambini? Per capirlo bisogna partire riconoscendo che a Lodi (o negli altri Comuni a guida leghista in cui si registrano provvedimenti simili) non si sta negando il pasto in mensa a nessuno, l’intenzione esplicita è quella di verificare chi ha realmente diritto agli sconti. E non è una misura di per sé illegittima.
Chiedere ai cittadini extracomunitari di esibire oltre all’autocertificazione Isee, come avviene per gli italiani, anche documenti relativi a eventuali proprietà nel Paese d’origine può servire a stanare eventuali furbetti, ma anche a rendere la vita difficile agli stranieri d’origine, a marcare il "noi" e "loro". La realtà insegna, infatti, che in certe situazioni e in certi Paesi possono servire mesi per ottenere le carte necessarie, quando ci sono. Anche nella progredita Italia le carte catastali non sono sempre "precise", mentre per un documento di identità, un codice Pin o un rimborso da un ente pubblico talvolta si aspettano settimane o mesi. Insomma, non stiamo discutendo di correttezza formale, ma di una regola che serve a segnare una differenza tra gli italiani e quella parte di mondo che fa "concorrenza" nella povertà. Altro che lotta alla «pacchia»...
Dietro misure di questo tipo purtroppo non si scorge solo un desiderio di legalità, non si vede l’avvio di un percorso per riposizionare l’Italia nelle classifiche internazionali della corruzione, della trasparenza, del sommerso, e nemmeno un disegno per inaugurare la stagione delle dichiarazioni fiscali fedeli alla reale situazione delle famiglie. Si legge invece la volontà di discriminare, e non è difficile capirne il motivo: la povertà assoluta riguarda il 6% degli italiani e il 33% degli stranieri. Gli stranieri rappresentano un "problema" enorme perché sono più poveri di noi e, nonostante questo, hanno anche famiglie più numerose. La loro presenza è come un pugno nello stomaco per una società che fatica ad aumentare il proprio benessere senza trasferire debito alle future generazioni, cioè ai propri (pochi) figli, e non riesce a costituire il capitale sociale necessario per promuovere una diffusa e civile convivenza.
Quanto accade a Lodi è lo specchio di tante contraddizioni. Una colletta tra famiglie e realtà sociali ha permesso di raccogliere fondi e coprire il costo della mensa fino a dicembre per i 300 e passa bambini penalizzati dal provvedimento comunale.
Ma si dovrebbe guardare oltre questo gesto di solidarietà e di impegno civile a favore dei più deboli, per chiederci una volta di più quale società vogliamo costruire, che casa vogliamo abitare, che idea di Paese può avere cittadinanza (e riconoscere la cittadinanza) negli anni a venire. In un mondo ideale, e dove tutti rispettano le regole, la mensa scolastica potrebbe essere gratuita per ogni bambino, a prescindere dal reddito dei genitori e dal Paese di provenienza; nel mondo reale, nel quale evidentemente qualcuno ha interesse a fomentare la concorrenza fra i poveri e la cultura del sospetto, il rischio è ritrovarci presto alle prese con una nuova crisi e appesi ai portoni cartelli che invitano a non bussare.

Massimo Calvi
Avvenire, 16.10.18
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Reddito e flat tax, scorciatoie che non reggono


In economia non ci sono pasti gratis, scorciatoie o ricette miracolistiche. E le cure-choc prima o poi presentano un conto da pagare. L’economia per funzionare bene ha bisogno di idee chiare e obiettivi condivisi, azioni responsabili e visione di medio lungo periodo. Una classe politica concentrata solo sulle prossime elezioni o sui risultati dei sondaggi settimanali, non solo sta venendo meno al dovere di servire il bene comune, ma rischia di portare acqua al declino. Concetti di questo tipo andrebbero insegnati già nelle scuole dell’obbligo, come antidoto al radicarsi dell’egoismo e dell’avidità nel tessuto connettivo delle società e nelle teste della classe dirigente che si sta formando. Non si tratta di imporre una visione, ma di formare alla conoscenza di leggi fondamentali della natura.
Per fare un esempio: a nessun Paese nel mondo finora era mai venuto in mente di dotarsi di un sistema fiscale all’americana, cioè con aliquote molto basse, e allo stesso tempo di un welfare alla svedese, con servizi sociali elevati e diffusi. Negli Stati Uniti l’imposizione fiscale è contenuta (e l’evasione combattuta in modo militare), ma sanità e pensioni sono affari del tutto privati. In Svezia invece il welfare è esteso e gratuito, i bambini non pagano nemmeno la mensa scolastica, ma le tasse ovviamente sono piuttosto alte (e pagate da tutti, fino all’ultimo centesimo).
Un Paese che volesse pagare poche tasse e allo stesso tempo darsi un welfare generoso, in sostanza, andrebbe incontro a seri problemi. L’Italia in parte ha già conosciuto questa formula in passato, e non è andata molto bene. Negli anni 60-70 il nostro Paese si permetteva di spendere per la sanità e la scuola la stessa percentuale di Pil di Francia e Germania, ma presentava entrate fiscali inferiori di dieci punti. Inoltre, per più di un decennio oltre la metà delle nuove pensioni erogate erano trattamenti di invalidità. In sostanza, quel modello di sviluppo si è fondato su una parte di Paese che non pagava tasse, e un’altra che (soprav)viveva di sussistenze generose quanto insostenibili. Sappiamo tutti com’è finita: con un debito pubblico salito alle stelle, un futuro ipotecato per le generazioni successive, una continua rincorsa a riforme e interventi correttivi per rientrare non solo nei parametri europei, ma in quelli della pura e semplice sostenibilità economica.
Per tutti gli anni 90 l’Italia ha tentato, con riforme delle pensioni, privatizzazioni e tagli di vario tipo ai servizi di rimettersi in carreggiata. Purtroppo quando ce la stava ormai facendo si è trovata coinvolta come altri Paesi in una crisi di dimensioni epocali, quella scoppiata nel 2007, che ha quasi finito per annullare i risultati di tanti sacrifici.
È dunque comprensibile che oggi, dopo un ulteriore decennio di austerità e cinghie tirate, ci sia voglia di alleggerire la pressione e respirare un po’ dell’aria buona che si trova nelle fasi espansive. In questo senso l’idea che in un programma (o meglio: «contratto») di governo possano convivere misure come l’abbassamento delle tasse e al medesimo tempo l’introduzione di un reddito garantito per tutti, non è del tutto irrazionale.
Flat tax e reddito di cittadinanza, infatti, possono anche convivere, a condizione tuttavia che ci si avvicini al duplice obiettivo procedendo con molta cautela e tagliando con giudizio (e scelte comunque impegnative) altre spese. Il dibattito in corso nel governo gialloverde in vista della manovra evidenzia però il rischio di trascurare la lezione degli anni 70. Soprattutto se non ci si accontenta di incominciare ad abbassare un po’ le tasse e di consolidare il reddito di base ai più poveri già avviato nella scorsa legislatura con il reddito di inclusione sociale, ma se si pensa anche di condonare indistintamente le sanzioni a quanti non hanno adempiuto agli obblighi fiscali, se si lancia il messaggio che i pagamenti in contanti (e in nero) sono tollerati, se si vogliono alzare le pensioni anche a chi ha sempre evaso i contributi, se ci si vuole ritirare prima dal lavoro e se si vogliono rinazionalizzare le aziende privatizzate a loro tempo...
Secondo uno studio della Commissione europea sull’evasione dell’Iva, nel 2016 l’Italia è risultata ancora una volta il Paese meno virtuoso dell’Unione, con 36 miliardi non pagati. In base ai calcoli più accreditati l’evasione totale in Italia ammonterebbe ancora, nonostante i nuovi e più efficaci mezzi di controllo, ad almeno 130 miliardi. Ma fermandoci alla sola Iva, se fosse versata come in Svezia, dove l’evasione è pari a zero, l’Italia potrebbe permettersi un sostegno intelligente ai più poveri, giusta attenzione alle famiglie con figli, un taglio dell’Irpef per tutti, forse anche qualche sconticino previdenziale e, magari, potrebbe rimanere anche qualcosa per ridurre il debito. Certo, non tutti sarebbero contenti, e gli effetti non sarebbero immediatamente positivi.
Ma l’esempio può aiutare a mettersi in un certo ordine di idee. L’alternativa alla strada sostenibile è attingere ancora di più al deficit, come si è fatto in passato. La scorciatoia, per un Paese con un debito molto alto, ha però una controindicazione: se si vuole andare con i conti in 'rosso' ci si deve far prestare i soldi da qualcuno, cioè è necessario indebitarsi rivolgendosi ai 'mercati'. Ma, come si dovrebbe insegnare a scuola, una volta che ci si affida totalmente al mercato bisogna saper rispettare le sue regole. E in caso di crisi, o di tensioni successive, poi non si può dare la colpa a qualcun altro.

Massimo Calvi
Avvenire, 25.9.18

Più fede, più donne, più etica in azienda

Che cosa rende un’azienda più attenta all’etica o più attiva nella Responsabilità sociale d’impresa? La risposta sorprenderà molti, e probabilmente anche chi ha dimestichezza con la Corporate social responsability (Csr): in Italia il tasso etico di un’impresa è legato in modo significativo anche alla religiosità del territorio in cui è ubicata, ovvero alla maggiore o minore partecipazione alla Messa domenicale degli abitanti di quella regione, così come alla religiosità degli amministratori delegati, oltre che alla presenza di più donne nei Consigli di amministrazione.
A rilevarlo è una ricerca pubblicata da poco sul "Journal of Business Research" firmata da Maretno Agus Harjoto della Pepperdine University Graziadio School of Business in California e Fabrizio Rossi, dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale (su internet: tinyurl.com/ycbqkpa3 ). La conclusione cui sono giunti i due economisti non sorprenderà chi conosce la Dottrina sociale della Chiesa e l’origine francescana dell’economia civile di mercato, che già a partire dal ’400 ha fissato i principi fondamentali dell’attività imprenditoriale orientandola alla promozione del bene comune. Tuttavia lo studio aggiunge elementi importanti nel momento in cui dimostra la relazione positiva tra pratica o tensione religiosa e le buone azioni di un’impresa.
«L’importanza dei risultati emersi nella ricerca è duplice – spiega Fabrizio Rossi, uno dei due autori –. Da un lato abbiamo constatato che il tasso di religiosità incide realmente sul comportamento etico delle aziende. Dall’altro che il cattolicesimo come fattore culturale e norma sociale diventa persino una determinante positiva per la buona governance dell’impresa. In pratica elementi come la pressione sociale derivante dalla religiosità del territorio, la rappresentanza femminile nei consigli di amministrazione e il livello personale di religiosità dei vertici aziendali giocano ruoli significativi nelle performance di Csr. È come se le aziende tenessero in considerazione, indirettamente, le parole dei Papi e il messaggio della Dottrina sociale della Chiesa, attraverso due canali: la cultura religiosa locale e la religiosità individuale dei loro Ceo».
Come si è giunti a questi risultati? I ricercatori hanno innanzitutto verificato che vi fosse attinenza tra il Magistero cattolico e le pratiche di responsabilità sociale attraverso l’analisi dei testi di riferimento: le encicliche Rerum novarum di papa Leone XIII, Mater et magistra di Giovanni XXIII, Centesimus annus di Giovanni Paolo II, Caritas in veritate di Benedetto XVI, Laudato si’ di Francesco, e l’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Appurata la solidità teorica del legame tra Responsabilità d’impresa e pensiero cattolico, il lavoro ha preso in esame governance e pratiche di Csr di 156 imprese quotate in Borsa dal 2002 al 2014, appartenenti a 9 settori dell’industria e dei servizi, e le ha analizzate alla luce di diverse componenti socio-economiche e demografiche delle regioni di riferimento. Lo studio ha così verificato che all’aumentare del tasso di religiosità di un territorio, misurato con i dati Istat sulla frequentazione della Messa domenicale, cresce in modo statisticamente significativo il livello di responsabilità sociale di un’azienda e inoltre aumenta la probabilità che questa ottenga valutazioni etiche elevate, come si evince dai rating sostenibili attribuiti dalla società di valutazione Standard Ethics.
Sempre in fatto di azioni di Csr e rating etico, la relazione positiva è ancora più decisa quando nelle aziende l’amministratore delegato è credente, come risulta nel 24% del campione.
Quanto all’impatto positivo della presenza femminile nei consigli di amministrazione, è noto da tempo e documentato da tante ricerche che un numero elevato di donne nei centri di comando (una sola non basta, ne servono più di due per "piegare" gli uomini ad essere maggiormente responsabili) abbia un impatto positivo sulla responsabilità sociale. La stessa presidente del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, di recente ha indirettamente citato questi studi con una battuta su Lehman Brothers, il colosso della finanza che con la sua caduta 10 anni fa ha dato il via alla Grande crisi: se al posto dei "fratelli" Lehman ci fossero state le "sorelle" Lehman, ha detto Lagarde, il mondo oggi sarebbe diverso.
Ebbene, la ricerca di Harjoto e Rossi non solo ha confermato questa relazione positiva nel campione analizzato, dove le donne nei Cda erano in media l’8,6%, ma ha aggiunto un altro elemento: la presenza stessa di donne nei Consigli può essere incentivata dalla maggiore pratica religiosa, come suggerito da un’analisi dei testi del magistero in riferimento al contributo femminile nella società.
Le ricerche non sono Vangelo, è il caso di dirlo. Ma di fronte a molti studi che mostrano l’Italia come un Paese con pratiche di governo societario tutt’altro che eccellenti e una concentrazione proprietaria elevata che favorisce azioni non etiche da parte degli azionisti di controllo a spese degli altri portatori di interessi, ecco che il ruolo della religione cattolica, unita alla "sensibilità" femminile, possono aumentare il tasso di responsabilità delle aziende.
Va detto che aver escluso dallo studio la finanza e le utilities, cioè le imprese che forniscono pubblici servizi, dove la relazione con la politica è più intensa, può aver involontariamente migliorato il rapporto tra etica d’impresa e religione, ma d’altra parte il fattore religioso sembra agire meglio quando l’attività economica è orientata alla produzione o si tiene lontano dalla tentazione della rendita a ogni costo e della speculazione. In ogni caso lo studio indica che la fede è un’ottima "arma" di difesa: «Ad emergere è anche il fatto che la religione può agire concretamente come freno dei comportamenti opportunistici», argomenta Rossi.
Informazioni di questo tipo sono molto importanti per i manager, gli investitori e i regolatori nella sfida di migliorare l’impatto delle imprese nella società, come rilevano i ricercatori. Ma la questione chiama in causa soprattutto la Chiesa e i fedeli. Un’impresa non è un soggetto avulso rispetto al territorio in cui opera, e il modo positivo o negativo in cui interviene nel mercato è sempre anche espressione del livello etico, di consapevolezza e di educazione della sua comunità di riferimento. La ricerca può dunque essere vista come un invito a non fermarsi qui, ma a spendere ancora più energie nel promuovere una formazione economica alla luce dei valori della Dottrina sociale.

Massimo Calvi
Avvenire, 8.9.2018
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C'è un grande vuoto verde

Il rischio che corre oggi chi ha un minimo di sensibilità ecologica e ha a cuore le sorti del pianeta insieme a quelle del genere umano è di cedere alla rassegnazione: pensare che la causa ambientale sia persa in partenza e che l’incapacità di attuare riforme radicali nel modello di sviluppo dovuta all’avidità degli uomini abbia già scritto il destino della Terra. Le cronache del clima forniscono buoni motivi per alimentare l’angoscia. Senza andare lontano, basterebbe ricordare il caldo record registrato nel Nord Europa quest’estate, la siccità e gli eventi atmosferici estremi che si ripetono con regolarità impressionante, la ritirata dei ghiacciai sulle Alpi. Anche a queste latitudini, dove la tecnologia e le maggiori risorse permettono una resilienza migliore ai cambiamenti del clima, si sperimenta in piccolo quello che popolazioni meno fortunate vivono altrove come una lotta per la sopravvivenza, trovando nella migrazione l’unica risposta possibile.
È bene ricordare tutto questo nel giorno in cui la Chiesa italiana celebra la Giornata nazionale per la custodia del Creato. Il  Messaggio per promuovere la riflessione parla proprio del pericolo che si faccia strada «un senso di impotenza e di disperazione», quasi fossimo di fronte «a un degrado inevitabile della nostra Terra», ma la prospettiva resta aperta alla speranza, nell’invito a «non cedere alla rassegnazione» e nel segno di quella «conversione ecologica» che è tratto distintivo dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. Nutrire fiducia nel futuro dell’umanità e della sua «casa comune» è la vera sfida di questa epoca. Per capire come affrontarla, superando la resistenza naïf dei negazionisti del clima, si può guardare a quanto accaduto in Francia giusto questa settimana con le dimissioni di Nicolas Hulot, il ministro alla Transizione Ecologica e Solidale del governo Macron.
Hulot, grande personaggio pubblico, era considerato un "animale raro" nel mondo ecologista, una personalità capace di fare sintesi tra la caratterizzazione estrema che nelle campagne d’Oltralpe (e non solo, purtroppo) si tende ad avere degli ambientalisti, visti o come dolci sognatori o come cinici e radicali misantropi. La sua rinuncia è stata interpretata come l’impossibilità di piegare il sistema economico neoliberista alle ragioni della difesa dell’ambiente, l’interesse delle lobby alla causa della tutela del pianeta, le abitudini radicate delle persone all’urgenza di adeguare gli stili di vita.
È vero però anche un altro aspetto: la difficoltà dell’ecologismo di incarnarsi nella vita reale, di essere generativo e fecondo non solo di slogan ultimativi. È una crisi dovuta alla fatica della mediazione, alla libertà di accettare compromessi se servono ad avviare veri processi di cambiamento. Non è facile, e lo si capisce da questioni locali come la Tav, l’Ilva, la Gronda di Genova. Lo sforzo di trovare continui punti di equilibrio tra interessi individuali e Bene comune conduce in un terreno pieno di contraddizioni, non solo a livello macro. Qualche esempio? I giovani si credono a basso impatto ambientale in virtù dell’economia condivisa che frequentano, ma quest’estate si è registrato il record storico di aerei in cielo perché i voli "low cost" col trolley hanno sostituito gli assai meno inquinanti viaggi in treno con zaino e sacco a pelo; le applicazioni promettono spostamenti smart, ma l’auto condivisa tende a far salire traffico e inquinamento; lo scambio di case mette fuori gioco le multinazionali delle vacanze, ma il turismo di massa sta letteralmente devastando i luoghi caratteristici. Su questo piano, non se ne esce più.
Il limite di questa epoca è la polarizzazione delle posizioni, funzionale solo alla conquista di consenso immediato. Il mondo appare diviso tra chi si batte per salvare la Terra arrivando a considerare gli esseri umani un problema per la biodiversità, e l’universo rappresentato da Donald Trump, persuaso che il Pil e la Borsa si nutrono solo bruciando carbone e accendendo motori a gasolio. Il risultato è una comunità orfana della questione ambientale e di una sua vera rappresentazione culturale e politica. Ma scelte più decise, a livello di soggetti economici come di famiglie, e capaci di incidere sugli stili di vita nel segno della sobrietà, oggi sono fondamentali. La "conversione ecologica" che la Chiesa continua a richiamare, ha sempre più bisogno di percorsi di formazione importanti nella prospettiva di educare a una vera "ecologia integrale". E di politici all’altezza.

Massimo Calvi
Avvenire, 1.9.18
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Quei nidi di futuro (perché serve investire nella fascia 0-3 anni)


È meglio avere un figlio che frequenta l’asilo nido oppure un nonno in pensione anticipata che si occupa del nipote? Per tentare di rispondere a questa domanda in modo esauriente probabilmente si dovrebbe organizzare un convegno e invitare esperti di molte discipline. Questo perché il quesito - che ovviamente parte dal presupposto che entrambi i genitori vogliano avere un lavoro retribuito - deve tenere conto di un ventaglio ampio di fattori: economici, sociali, culturali, affettivi, e via dicendo. Se però ci mettiamo ad analizzare le politiche messe in campo dall’Italia negli ultimi anni per migliorare il proprio “capitale umano” possiamo arrivare già a una risposta parziale e ammettere che sono molti gli aspetti critici che dovremmo affrontare.
Gli studi più recenti dimostrano infatti che in fatto di sviluppo cognitivo, ma anche di capacità relazionali e di concentrazione, gli investimenti nei primissimi anni di vita di un bambino, cioè dalla nascita fino ai tre anni di vita, hanno il rendimento più alto e costano molto meno rispetto a interventi in altre fasce di età. Il premio Nobel per l’Economia nel 2000, James Heckman, lo ha dimostrato chiaramente, in particolare riferendosi all’infanzia più svantaggiata, quella cioè che vive in un contesto familiare o territoriale penalizzante. In sostanza, se un Paese ha intenzione di elevare il capitale umano della sua popolazione e offrire migliori opportunità ai cittadini del futuro dovrebbe destinare una buona parte di risorse proprio nei primi anni di vita dei bambini.
Fino a qualche anno fa l’Italia spendeva per i piccoli fino a 3 anni metà delle risorse destinate alle altre fasce di età, e un quarto in meno rispetto alla media dei Paesi Ocse. Forse il collegamento è un po’ ardito, ma quando parliamo di capitale umano dovremmo sempre tenere presente che il nostro Paese ha una percentuale di laureati che è circa la metà della media Ocse e molto più bassa anche della media europea, e detiene il record europeo di giovani sotto i 30 anni che non studiano e non lavorano, il 24%, contro una media Ue del 14%.
Negli ultimi dieci anni, diciamo dallo scoppio della Grande crisi, la situazione si è fatta più complicata in seguito all’aumento della povertà relativa e assoluta e con il peggioramento delle condizioni economiche in particolare delle famiglie con figli piccoli a carico. La crisi ha come ribaltato i rapporti di forza tra le famiglie con minori e quelle con pensionati: gli ultimi dati di Istat e Banca d’Italia indicano proprio che in fatto di reddito medio e di ricchezza la situazione è migliorata notevolmente per i maggiori di 65 anni e peggiorata per chi ne ha meno di 35. Non tutti gli over65 sono “ricchi”, ovvio. Ma lo squilibrio c’è. Le famiglie con figli, insomma, hanno molte meno risorse da investire nell’educazione dei bambini rispetto a un tempo non lontano e durato troppo poco. E questo, in particolare nelle aree svantaggiate, potrà rappresentare, e già rappresenta oggi, un grosso deficit.
Nell’educazione, come in altri ambiti, i soldi ovviamente non sempre fanno la differenza. Ma su larga scala le minori risorse si associano quasi sempre a maggiori problemi. Lo si può vedere ad esempio negli investimenti pubblici destinati agli asili nido. Molti studi sono riusciti a dimostrare che bambini che hanno avuto l’opportunità di frequentare un nido hanno poi ottenuto punteggi scolastici mediamente migliori in diversi ambiti, ma soprattutto che in genere un’assistenza all’infanzia di qualità offre stimoli positivi che permettono di raccogliere molti frutti più avanti.
Il nido insomma non è solo un sostegno alle coppie che lavorano, un “parcheggio” che consente di armonizzare i tempi della famiglia con quelli del lavoro: è una forma di “investimento” sui bambini che può fornire delle carte in più a chi ha meno mezzi. È anche per questo che nel 2010 l’Europa si è data come obiettivo far raggiungere agli Stati membri un’assistenza all’infanzia per almeno il 90% dei bambini tra i 3 e i 6 anni e almeno il 33% per quelli da 0 a 3. In questo lasso di tempo l’Italia ha fatto passi notevoli: ha superato il primo obiettivo, ma è molto lontana dal raggiungere il secondo. Come mostra il rapporto dell’Ufficio valutazione d’impatto (Uvi) del Senato, gli utenti dei nidi pubblici hanno raggiunto il 12-14% in media negli ultimi anni, ma se nelle aree del Nord si supera anche il 25%, ecco che regioni come Puglia, Calabria, Sicilia e Campania non raggiungono nemmeno l’obiettivo minimo di una copertura del 6%. Questa forte disparità riflette anche le differenze di sviluppo territoriale e al contempo può esserne una causa.
Tra i tanti investimenti che un Paese può fare per migliorare le condizioni di vita dei suoi cittadini negli anni a venire quello nell’educazione dei più piccoli è certamente strategico. Anche il Contratto di Governo sottoscritto da Lega e M5s lo riconosce. Il sostegno può esprimersi in varie forme, attraverso strutture statali, con il coinvolgimento del Terzo settore o del mondo delle imprese, promuovendo servizi in cui sono protagoniste le stesse famiglie. Secondo il dossier del Senato, per raggiungere la copertura dei nidi prevista dalla “Buona Scuola” potrebbero servire da 1 a 2,6 miliardi l’anno. Solo a titolo di paragone, e non per fare contrapposizioni, la spesa minima prevista per abbassare un po’ l’età pensionabile oggi è stimata in almeno 5 miliardi l’anno. Dunque, per provare a rispondere alla domanda iniziale: forse l’ideale è avere un bambino che frequenta il nido e un nonno giovane in pensione che lo va a prendere e aiuta i genitori nella sua crescita. Ma dovendo scegliere?

Massimo Calvi
Avvenire, 25.7.2018

Bambini, stop al porno: limitare gli smartphone


La cronaca continua a raccontare di violenze e soprusi ai danni di donne commessi da loro compagni, mariti o ex coniugi, di femminicidi quali ultimo atto di relazioni guaste, spesso fondate sulla prevaricazione. Nelle riflessioni attorno a questo fenomeno un aspetto di cui si parla forse troppo poco è il ruolo che può avere la diffusione della pornografia nella formazione emotiva e nella futura relazione uomo-donna, soprattutto tra i più giovani. L’allarme ha un valore in prospettiva: a causa della ampia diffusione di tablet e smartphone connessi a internet è sempre più frequente che anche bambini di 8-10 anni abbiano accesso a contenuti pornografici e violenti. Quando capita di parlarne tra adulti spesso si tende a sminuire la portata del problema. In fondo, si obietta, la visione di immagini pornografiche non trasforma tutti in prevaricatori o assassini. Oppure, altro argomento, non sarà "un po’ di nudo" a rendere più violenti i maschi, anche perché a fare la differenza è sempre l’educazione impartita dai genitori. La condizione della donna nella società, inoltre, non è peggiorata (solo) a causa della pornografia, né si può dire che le cose vadano meglio nelle società in cui è vietata del tutto.
Tuttavia ci sono molte ragioni per parlare di un allarme sociale, che produrrà frutti guasti in futuro. La pornografia rappresenta sempre una degenerazione, a ogni livello e ogni età, ma se è impossibile oscurarla poniamoci almeno qualche domanda che tenga conto dei cambiamenti avvenuti. Che adolescenti saranno i tanti bambini che già negli anni della scuola primaria si stanno abituando a guardare filmati pornografici? Che immagine della donna e delle relazioni affettive potranno sviluppare da adulti? C’è un altro aspetto che rende più urgente aprire una discussione: il mercato del porno è cambiato radicalmente. L’accesso libero e gratuito a un bacino sconfinato di filmati pornografici, senza filtri né alcun tipo di controllo, ha prodotto una situazione da "far-west" che non prevede alcun tipo di protezione. Nella stragrande maggioranza dei video pornografici offerti alla libera fruizione tutto è "messa in scena" e recitazione, la rappresentazione però si snoda secondo un copione di dominazione e violenza, di sottomissione del corpo femminile fino all’umiliazione se non alla tortura. Il piacere è presentato in funzione dell’annientamento della donna, il cui ruolo è ridotto a un oggetto nella totale disponibilità dell’uomo.
Siamo in un mondo in cui la libertà di espressione è garantita e tutelata. Ed è una fortuna. Nel momento in cui ci si trova ad analizzare le manifestazioni di violenza, però, sarebbe opportuno riflettere su tutto quello che può averle alimentate, anche solo in parte. Domandiamoci allora se non sia possibile fare qualcosa di più, a livello tecnico o legislativo, per porre dei freni e proteggere almeno i minori. È giusto, ad esempio, che internet sia completamente aperto e fruibile da chiunque entri in possesso di uno smartphone? Perché i contenuti violenti e pornografici non possono diventare accessibili solo a utenti identificati? E se erigere barriere in rete è difficile, perché non proibire ai più giovani di utilizzare alcuni strumenti, ad esempio facendo in modo che sul mercato siano disponibili smartphone per maggiorenni e per minorenni, con diversi livelli di accesso alla rete e dunque di protezione? Di limiti sensati è piena la nostra società: le automobili si guidano solo dai 18 anni in avanti e in base alla cilindrata, alcool e sigarette non possono essere venduti ai minori, anche per le scommesse ci sono barriere.
Appellarsi alla questione educativa è fondamentale, ma lasciare che ogni responsabilità ricada solo sui genitori significa non tenere conto dei limiti che questo comporta: spesso è proprio la loro assenza a trasformare un problema privato in un’emergenza pubblica. Forse occorre fare di più e servirebbero segnali più forti. Quando ci troveremo a esprimere condanna e indignazione per il prossimo caso di cronaca dovremmo chiederci se non abbiamo dimenticato di fare qualcosa di semplice, ma importante, per evitare che tra bambini di oggi cresca l’uomo violento di domani. Le donne non hanno proprio niente da dire?

Massimo Calvi
Avvenire, 19.7.20018
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Niente figli per Contratto

Da dieci anni in Italia le nascite sono in calo e nel 2017 è stato toccato il nuovo record negativo: solo 458.151 bebè, 15mila in meno dell’anno prima. Il nuovo ministro della Famiglia e della Disabilità, Lorenzo Fontana, commentando il Bilancio demografico nazionale Istat, ha ribadito come aveva già fatto in un’intervista ad Avvenire di volersi impegnare fortemente «per il rilancio demografico, con politiche concrete di sostegno alla natalità». Ma che cosa potrà fare il ministro della Famiglia, a capo di un dicastero senza portafoglio? I margini di manovra non sono pochi, in una dialettica costruttiva tra ministri, e sebbene il premier Giuseppe Conte non abbia mai menzionato la famiglia nel discorso programmatico alle Camere, il rilancio della natalità è un tema previsto espressamente dal Contratto tra Lega e M5s. Tuttavia ci sono alcuni potenziali ostacoli di carattere economico che andrebbero considerati, perché proprio il Contratto e la natura stessa dell’alleanza di governo contengono elementi che rischiano di ostacolare l’obiettivo di riempire le culle.
È difficile che le nascite possano ripartire, ad esempio, senza una ripresa economica solida e duratura, un calo della disoccupazione, soprattutto giovanile, e un aumento dei tassi di occupazione, in particolare delle donne. Nel mondo occidentale la fecondità, come ha mostrato anche una recente ricerca pubblicata sull’European Journal of Population (1), è ormai sempre più correlata al reddito e al benessere, ma anche alla disponibilità di due stipendi in casa (2), alla presenza di servizi per l’infanzia e di pratiche che permettono di armonizzare il tempo per il lavoro e quello per la famiglia. Il Contratto parla di potenziamento degli asili nido e aiuti alle mamme occupate, e l’auspicio è che si possa intervenire al più presto, ma molto dipenderà da come andranno l’economia e l’occupazione. Al momento le previsioni Ue dicono che la crescita del Pil italiano dovrebbe già rallentare all’1,2% nel 2019, dall’1,5% di quest’anno, e per gli analisti ci sono due grandi fattori di ulteriore incertezza: la questione dei dazi commerciali sollevata dagli Usa e la tenuta delle istituzioni europee alla luce del nuovo assetto politico in Italia. La partita della natalità si giocherà anche su questo fronte e sulla capacità del governo di rafforzare la ripresa in un contesto di stabilità.
La tenuta dei conti pubblici è un altro tema che dovrebbe stare a cuore al ministro della Famiglia. Diversi studi hanno mostrato che esiste una correlazione stretta tra alto debito pubblico e bassa natalità, perché l’incertezza sul futuro incide seriamente sulla scelta di avere un figlio. Se si osserva l’andamento del rapporto tra debito e Pil e il numero medio di figli per donna, come mostra un grafico realizzato dal demografo dell’Università Cattolica, Alessandro Rosina, si nota che da metà anni 60 a oggi l’andamento è stato perfettamente speculare e opposto: tanto debito, poche nascite; poche nascite, tanto debito. L’intenzione di spendere in deficit per mantenere le promesse del Contratto, dunque, può rivelarsi un’arma a doppio taglio. La crisi economica dell’ultimo decennio ha insegnato, e diverse ricerche lo hanno documentato, che possono bastare tensioni sugli spread (3) o la vicinanza di persone che hanno incontrato problemi occupazionali (4) per trasferire insicurezza e far calare il numero di figli. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha fornito ampie rassicurazioni, tuttavia i timori dei mercati sulla solvibilità dell’Italia dovrebbero essere condivisi anche dal ministro della Famiglia.
Il tema previdenziale è un altro capitolo molto delicato. Diverse analisi, si veda ad esempio un paper della Bce del 2014 (5), hanno indicato che c’è un legame tra l’ampliamento del welfare pensionistico e la riduzione della fecondità, e questo accade in particolare quando gli Stati destinano più risorse per gli anziani che per i giovani. Se si guarda alle riforme previdenziali italiane degli anni 90 – interessante a tal proposito una ricerca di qualche anno fa di Francesco Billari e Vincenzo Galasso (6) – si può vedere che le generazioni cui è stata allungata la vita lavorativa hanno conosciuto un aumento dei tassi di fecondità. In sostanza, la promessa di ammorbidire le regole per il pensionamento può far piacere a chi non è lontano dal traguardo, ma può avere effetti negativi sulle generazioni più giovani, quelle i cui contributi serviranno a finanziare gli sconti della riforma.
L’aspetto più critico riguarda però la questione migratoria. I Paesi con i tassi di fecondità più alti in Occidente devono questo risultato anche al contributo della popolazione immigrata, perché gli stranieri tendono ad avere più figli o quantomeno ad averne subito. Col tempo questo effetto si attenua, tuttavia la dinamica migratoria continua a restare decisiva per tenere alti i tassi di fecondità. Una politica di ostacolo all’immigrazione, o che miri a penalizzare le famiglie di stranieri, può compromettere seriamente l’obiettivo demografico. Per chi ne fa un discorso "identitario" in senso nazionalista ovviamente non è un problema, ma se si vuole quantomeno garantire la sostenibilità del welfare in futuro (oltre alla tenuta del tasso di "umanità" di una popolazione), allora il timore è più che motivato.
La storia recente insegna anche, come suggerito da una ricerca pubblicata sul New York Times (7) e da un’inchiesta dell’Economist (8) che le forze politiche anti-sistema tendono a emergere e affermarsi in contesti caratterizzati da bassa natalità e contrazione della popolazione, territori diventati meno attrattivi e che stanno sperimentando un processo di desertificazione. Andrés Rodiguez-Pose, professore di Geografia economica alla London School of Economics, ha descritto il populismo come «la vendetta dei luoghi che non contano» (9). La questione ha un lato paradossale: uno scenario di sviluppo sostenibile con le culle che tornano a riempirsi dovrebbe in teoria condannare le forze populiste all’estinzione.
Nella ricerca di soluzioni al problema italiano si guarda spesso al modello francese, caratterizzato soprattutto da incentivi fiscali e assegni universali alle famiglie numerose, ma anche a quello tedesco, più orientato a favorire le politiche di conciliazione e i servizi per la cura dei figli, e che ha permesso alla Germania di uscire dalla trappola della fecondità in cui era caduta, come ha ben argomentato Rosina su Repubblica (10). Nel governo sembrano convivere entrambe le visioni. La flat tax ad esempio potrebbe interessare inizialmente le famiglie numerose, mentre nel Contratto si parla espressamente di politiche per la conciliazione lavoro-famiglia e di investimenti in asili nido con interventi a livello locale. L’impostazione culturale al momento sembra richiamare soprattutto l’approccio di Paesi come la Polonia e l’Ungheria. O come la Turchia di Erdogan, dove a rilanciare la natalità sembra essere stato un mix di misure neoliberiste e localiste orientate dall’ispirazione religiosa delle istituzioni politiche, a quanto evidenzia uno studio di O. Aksoy e F. Billari pubblicato sull’American Journal of Sociology (11).
Quale sarà la politica più efficace per tornare a riempire le culle in Italia? A prescindere dalle decisioni del governo, una buona politica demografica si fonda sempre su un mix condiviso di interventi, ma soprattutto sullo sforzo di garantire condizioni di sviluppo migliori e uniformi su tutto il territorio, assicurando alle famiglie un contesto di stabilità capace di generare fiducia nel futuro. Le nascite ripartono sempre quando i conflitti sono finiti.

Massimo Calvi
Avvenire, 14.6.2018
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Più ricchi, più nascite

Per decenni gli esperti di demografia e di economia della famiglia hanno analizzato le dinamiche della popolazione alla luce di una regola solidissima: nei paesi più ricchi si fanno meno figli. La questione è stata studiata, approfondita, dibattuta, ma questa norma ha sempre resistito. Ora invece, stando a una ricerca appena pubblicata sull’European Journal of population, la teoria della transizione demografica secondo la quale l’avanzata dello sviluppo porta inevitabilmente un calo della fecondità, starebbe vacillando. Le prove sulla possibilità di invertire il declino delle nascite con l’aumentare del benessere dicono che anche le previsioni demografiche disastrose relative all’Europa potrebbero dover essere riscritte. Forse è presto per parlare di rivoluzione copernicana, ma la scoperta apre un ampio ventaglio di riflessioni sull’evoluzione della famiglia nelle economie avanzate.
"A sorpresa i risultati della nostra ricerca indicano che lo sviluppo non agisce più come un contraccettivo nelle regioni sviluppate, ma potenzialmente potrebbe promuovere una maggiore fecondità", ha spiegato Sebastian Kluesener, che firma lo studio insieme a Mikko Myrskyla, direttore dell’istituto Max Planck per la ricerca demografica, e a Jonathan Fox dell’Università Libera di Berlino. Ma a cosa si deve questa inversione di tendenza? Analizzando 250 regioni di 20 paesi europei i ricercatori hanno trovato che nei territori più sviluppati si è incominciato a registrare un chiaro aumento del numero di figli per donna al crescere del reddito. Nel 1992 il rapporto tra fecondità e retribuzioni non mostrava differenze sostanziali al variare della ricchezza. Vent’anni dopo, nel 2012, ecco invece un trend in decisa crescita: più benessere, più bambini. La tendenza riguarda in realtà i contesti più evoluti. Il reddito, cioè, diventa una forza trainante per la fecondità quando persone con buoni livelli di retribuzione hanno la fortuna di vivere in una regione in cui sono diffusi i servizi per la cura dei figli, dove le aziende consentono congedi parentali generosi e margini di flessibilità e gestione del tempo che favoriscono la conciliazione tra il lavoro e la vita familiare.
Alla conclusione che nei contesti più avanzati tassi di sviluppo ulteriori possono invertire il declino della fecondità era già arrivata qualche anno fa una ricerca condotta da Francesco Billari, docente di demografia alla Bocconi, insieme sempre a Mikko Myrskyla, e pubblicata su Nature. Se si pensa all’Italia è avvenuto proprio questo: a differenza del passato i tassi di fecondità sono ormai più alti nel Nord sviluppato che al Sud. Oggi la conferma a questa intuizione è ancora più solida e indica che la fecondità può aumentare ulteriormente se lo sviluppo aumenta. In un Continente sempre più vecchio l’analisi ha anche un valore "storico". Nell’antichità e nella società agricola il numero di figli e le risorse disponibili hanno di fatto sempre avuto una relazione positiva. Con l’avvento della rivoluzione industriale il discorso si è fatto più complicato: dal XIX° secolo le transizioni demografiche hanno insegnato che lo sviluppo riduce sempre la taglia della famiglia. Un "paradosso" cui sono state date molte spiegazioni: economiche, sociali, culturali, religiose. Se ci si limita a uno sguardo economico sulla persona umana, la teoria insegna che lo sviluppo fa salire i costi opportunità dei figli e spinge le persone ad averne meno. L’ingresso delle donne nel mercato del lavoro ha accentuato questo processo. Ora non è più così. Ma cosa serve per sostenere la fecondità nei paesi ricchi, in particolare nelle regioni più depresse di questi?
Le misure in grado di incidere sulla natalità sono molte e note. Un primo gruppo di aiuti prevede incentivi monetari alle famiglie, sussidi o detrazioni fiscali elargiti in base ai figli. Quando sono ben calibrati funzionano, come insegna l’esempio francese, tuttavia si è visto che questo tipo di misure avvantaggia chi vive nelle aree meno "avanzate". Dove invece il contesto è più competitivo, come le grandi città o le regioni più innovative, ecco che funzionano meglio altri interventi. Nelle famiglie in cui l’istruzione è alta ed entrambi i genitori lavorano, la fecondità è sostenuta da una precisa combinazione di fattori: divisione paritaria dei compiti tra padre e madre, disponibilità di servizi pubblici di assistenza all’infanzia, congedi parentali estesi, possibilità di rientrare al lavoro dopo la nascita dei figli senza penalizzazioni di carriera, accordi di lavoro flessibili che consentono di conciliare il lavoro e la cura della prole. Internet e le tecnologie digitali rappresentano un altro elemento positivo, perché riavvicinano il lavoro alla casa, un po’ come era nella società agricola, e favoriscono una migliore gestione del tempo da parte dei genitori. I territori più avanzati, inoltre, attirano migranti e giovani, circostanza che si accompagna a un aumento delle nascite e della popolazione. Francia, Belgio, Svezia, Norvegia, Austria sono i paesi in cui questi processi appaiono più evidenti.
La scoperta che i tassi di natalità possono riprendere vigore anche nel mondo più sviluppato è una buona notizia. Ed è significativo che a fare la differenza sia un aumento del "benessere" inteso come ricchezza di lavoro, di reddito, ma anche di tempo, servizi, qualità della vita e relazioni. Tuttavia ci sono alcuni elementi critici da considerare. Intanto il rialzo della fecondità registrato nelle aree più attive resta contenuto, quasi sempre sotto il tasso di sostituzione dei 2,1 figli per donna. Dunque stiamo parlando di una ripresina. Inoltre, se abbiamo trovato il modo per favorire le nascite nel mondo ricco, è anche vero che le condizioni ideali non sono facili da raggiungere, e questo può premiare le élites, generando nuove disuguaglianze e ulteriori tensioni tra i "centri" più progrediti e le "periferie" dello sviluppo. Il rischio, insomma, è che i figli diventino un privilegio.
"In un Paese che ha tassi di sviluppo al suo interno molto diversi – spiega Billari – servirebbe un mix di politiche con interventi come il reddito garantito per i minori, a beneficio soprattutto dei contesti più poveri, e più servizi e welfare quando è necessario favorire la conciliazione". Al di là di tutto, le ricerche dimostrano che dove la ricchezza e il benessere sembrano avere dato tutto alle persone, il desiderio di figli e di famiglia non si spegne, ma continua a essere forte e, appena trova lo spazio, riemerge con tutta la potenza del messaggio di gioia e speranza che porta con sé.

Massimo Calvi
Avvenire, 25.5.2018
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Quoziente familiare, la promessa tradita


Famiglia è una parola che non può mancare in un programma elettorale che si rispetti. Le elezioni politiche del 2018 hanno ovviamente confermato questa regola. Ma c’è un’altra consuetudine, meno felice, che l’ultima tornata elettorale ha rispettato in pieno, nonostante il forte elemento di novità emerso dalle urne: quando è il momento di governare, la prima cosa che si sacrifica è proprio la famiglia. Il "Contratto per il governo del cambiamento" sottoscritto da Lega e Movimento 5 Stelle non si è sottratto alla logica del tradimento delle promesse. Se si guarda a ciò che è rimasto di quanto annunciato prima del voto, la parte più ridimensionata riguarda proprio il sostegno alla natalità.
L’aspetto paradossale è che all’inizio i programmi di Lega e M5s erano molto diversi tra loro, con una sola eccezione: la voce famiglia. La distanza sul resto dei temi era tale che l’esito elettorale ha fatto emergere la rappresentazione di un’Italia divisa in due, con aspirazioni in parte caricaturali e apparentemente inconciliabili da un punto di vista economico: un Nord che lavora ed è interessato a pagare sempre meno tasse, e un Sud impoverito e inoperoso ansioso di percepire un reddito di cittadinanza. Niente di più sbagliato: la magia di mantenere in equilibrio "Flat tax" e rendita mensile alle persone inattive sembra avere superato (sulla carta) anche lo scoglio delle ingenti risorse che servirebbero a finanziarle; mentre una cosa certo impegnativa ma più "semplice", perché già condivisa e largamente sostenibile, ossia il varo di un grande piano per la Famiglia, è stata abortita.
Vediamo perché. Nei due programmi depositati, dunque quelli validi al di là degli annunci, sia la Lega (al punto 7), sia il M5s (punto 11), in capo a una serie di misure di contorno parlavano di una grande riforma fiscale per la famiglia, richiamando espressamente il modello francese del "Quoziente familiare". Nel Contratto questa promessa è scomparsa. Si parla invece di welfare familiare sul territorio, di asili nido gratuiti solo per le famiglie italiane, di qualche politica per favorire la conciliazione vita-lavoro delle donne, di "premi" per le madri e sconti sui prodotti della prima infanzia. Del Quoziente fiscale nessuna traccia.
Prima del voto quasi tutte le forze politiche si erano impegnate con il Forum delle Famiglie sottoscrivendo il "Patto per la natalità", impegno trasversale a imprimere una svolta in questo ambito. Il Quoziente – o il Fattore Famiglia, che meglio si addice alla realtà italiana – avrebbe dunque potuto rappresentare la riforma fiscale necessaria a riconoscere che chi mantiene più figli sopporta maggiori costi ed è quindi giusto paghi meno tasse rispetto a oggi.
Una misura importante, oltretutto, per tentare di contrastare il declino demografico che sottrae ossigeno all’Italia che verrà. L’obiezione all’idea che si possa parlare di una "promessa tradita" già la si conosce: l’introduzione della Flat Tax, con due sole aliquote al 15 e al 20%, porterebbe una riduzione fiscale assai generosa per tutti. È vero? In realtà la "tassa piatta" non distingue tra chi ha figli e chi no, premia soprattutto i redditi più elevati, mentre le previste deduzioni fiscali sulla base del reddito familiare concesse ai genitori avrebbero la consistenza di un’elemosina. Di grandi piani per riempire le culle e ridare slancio alla demografia asfittica del secondo Paese più vecchio al mondo, insomma, finita la campagna elettorale, non se ne vedono già più. E non è solo una questione di risorse stanziate: c’è un dato culturale di fondo che emerge dal "contratto" e allunga un’ombra sull’idea di Famiglia immaginata. Il termine "conciliazione", ad esempio, è declinato solo al femminile, come se l’unica funzione dei papà fosse quella di procurare il nutrimento alla prole e accontentarsi di osservare i figli mentre dormono. Ma in che epoca siamo? Gli asili nido gratuiti solo per gli italiani rappresentano poi qualcosa di ancora più inquietante, perché si introduce una discriminazione alla nascita che non trova giustificazioni: è possibile penalizzare in partenza un bambino che viene al mondo nel nostro Paese, compromettendo le sue possibilità di crescita e integrazione? Non si promuove la famiglia selezionando le famiglie.
La quadratura di un’intesa che nasce sacrificando genitori e figli si completa nell’idea che a finanziare gran parte delle mirabolanti promesse su altri capitoli sia ancora una volta la convinzione di poter spendere in deficit, cioè trasferendo sul futuro il costo delle riforme. E qui spiace constatare come il nuovo che avanza dimostri, al di là dei vincoli europei, di non aver compreso una delle più chiare lezioni della storia recente: il vero furto di futuro, lo scippo che ha sottratto risorse ai giovani e alle famiglie di oggi, non è opera di un nemico esterno, né di una popolazione straniera. Ha invece il profilo delle categorie tricolori che depredano risorse al fisco e possono continuare a farlo, delle riforme previdenziali nazionali che hanno penalizzato le generazioni successive, della fiscalità tutta italiana che favorisce rendite e patrimoni al posto del lavoro. O di quel pragmatismo miope che ai politici sconsiglia sempre di favorire i giovani e le famiglie, considerato che il Paese che vota è sempre più anziano. Solo una domanda: c’è ancora spazio per cambiare?
Massimo Calvi
Avvenire, 20.5.18
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Politica dei veti, come un condominio

Nelle famiglie, sul lavoro, nelle compagnie di amici impegnati in un’avventura, nelle assemblee di condominio, in tutti i gruppi di persone riuniti attorno a un obiettivo c’è sempre qualcuno che si distingue perché "rema contro", si oppone per principio, stronca le idee sul nascere. Il suo ruolo non è di per sé negativo: a volte i muri alzati pur senza valide ragioni servono a riattivare lo spirito critico del gruppo. Il problema nasce quando l’attitudine a lavorare "contro", o a lavorare "senza", si diffonde come un virus nella maggioranza, relegando ai margini chi cerca di lavorare "per" o lavorare "con". Quello che sta caratterizzando la politica italiana si avvicina molto a questo tipo di deriva. Il gioco dei veti incrociati che è sembrato a lungo rendere impossibile qualunque alleanza tra le forze rappresentate in Parlamento riproduce alla perfezione la dinamica deleteria e sterile di un gruppo che non è capace di progredire proprio perché non è in grado di mediare, collaborare, tendere a un obiettivo comune per il bene di tutti, anche rinunciando a una parte di interessi personali. I 5stelle che propongono un contratto alla Lega senza Berlusconi, il Pd renziano che non ha alcuna intenzione di allearsi con i 5stelle, la Lega che non ne vuole sapere del Pd, Berlusconi che si accorderebbe con il Pd, ma non vuol neanche vedere i 5stelle... Lo schema di chi si dice pronto a governare, ma solo a condizione che non ci sia qualcun altro, riproduce bene situazioni che ciascuno di noi sperimenta regolarmente nella vita quotidiana: il parente che si rifiuta di cedere un pezzo di terreno o di casa che non gli serve solo perché non vuole che vada a un altro parente; il collega che coglie sempre ed esclusivamente il lato negativo di ogni idea oppure la boccia perché arriva da qualcuno in particolare; il condòmino che si oppone a un’opera utile a tutti solo per ripicca contro altri condòmini. Si potrebbe andare avanti all’infinito. La politica ha sempre ragioni superiori, un lato nobile per quanto interessato che può giustificare veti, sgambetti, voltafaccia, trasformismi: la sopravvivenza della propria forza alla tornata elettorale successiva. È la logica del consenso e va rispettata. I "no", insomma, sono sempre esistiti, sono legittimi e restano funzionali alla dinamica democratica. Tuttavia l’impressione in questa fase storica è che a prevalere sia la predisposizione a considerare la propria visione come l’unica possibile, quasi una verità assoluta e irrinunciabile. E che questo sia il frutto di un dato culturale che appartiene ormai a gran parte della società: la difficoltà a lavorare "con" e a lavorare "per", la fatica di mediare e di accettare ragionevoli compromessi. Un mondo di opinioni polarizzate in stile ultras da stadio che la dimensione dei social network riesce a rappresentare al meglio, anche se non ne è la causa. La politica dei veti trae fondamento tra le altre cose da una specifica narrazione e retorica, quella della propria "base" di elettori che non capirebbe le convergenze. Per questo più che un rifiuto, a essersi manifestata in queste settimane sembra essere piuttosto una paura ad assumere responsabilità di governo sulla base di un patto con un’altra forza. Un timore del tutto comprensibile alla luce di una campagna elettorale caratterizzata come mai si era visto in passato da programmi nel loro insieme irrealizzabili perché economicamente insostenibili. La questione, però, può anche essere un’altra: ha ancora senso riferirsi a una "base" di elettori se oggi le basi, quando ancora ci sono, risultano sempre più fluide, mobili e incerte?
C’è una lezione che ci arriva dalla storia più recente. Molte delle realtà che sono diventate motore di sviluppo e ragione di successo per il nostro Paese, dalle cooperative ai distretti industriali, sono nate con un approccio diametralmente opposto alla logica dei veti e delle contrapposizioni, in quanto animate da persone che hanno saputo far prevalere i punti in comune anziché dinieghi preventivi o gelosie. Il bene comune, il bene del Paese richiede sempre uno sforzo per far sì che la ricerca dell’affermazione individuale non escluda la possibilità di un benessere maggiore per tutti, a partire dai più deboli. La buona politica è molto più di un’assemblea di condominio permanente tra persone che non si sopportano. Sarà davvero riuscito il buon "amministratore" della casa di tutti gli italiani, il presidente della Repubblica, nell’impresa di provocare un sussulto di responsabilità?

Massimo Calvi
Avvenire 10.5.18
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Dipendenza degli anziani, Italia da record


L'Europa è un continente sempre più vecchio e l'Italia lo è ancora di più. Circa un europeo su cinque oggi ha più di 65 anni e per ogni anziano ci sono ormai solo poco più di tre persone in età lavorativa. I dati sull'indice di dipendenza degli anziani relativi 2017 sono stati diffusi da Eurostat l'8 maggio e ripropongono seriamente il tema della sostenibilità dello Stato sociale negli anni a venire. Infatti, più sono gli anziani in pensione in rapporto ai giovani che possono lavorare, pagare tasse e contributi sociali e finanziare il Welfare State, e meno un Paese può guardare con serenità al proprio futuro. L'indice di dipendenza degli anziani, che misura proprio il "supporto" disponibile per gli over-65, ha raggiunto lo scorso anno il livello record del 29,9% in Europa.
La crescita di questo indicatore è costante negli anni. Vent'anni fa era attorno al 20%, il che significa che nel 1997 c'erano ben cinque giovani a potersi "fare carico" di un anziano. Dieci anni fa l'indice era invece al 25%, dunque nel 2007 per ogni persona sopra i 65 anni gli individui tra i 15 e i 64 anni erano scesi a quattro. Oggi, come detto, le persone in età lavorativa per ogni ultrasessantacinquenne sono scese a tre.
In questa classifica il record negativo spetta all'Italia, con un indice di dipendenza prossimo al 35%, seguita da Grecia (33,6%), Finlandia (33,2%), Portogallo (32,5%) e Germania (32,4%). L'Italia è anche nel gruppo di Paesi che hanno visto l'indice di dipendenza aumentare più rapidamente negli ultimi 20 anni, con una crescita del 9,6%.
Il tema del crollo del numero di persone in età da lavoro rispetto a chi si è ritirato non riguarda solo l'Europa. Il calo della natalità, unito all'aumento delle aspettative di vita, sta creando problemi un po' ovunque nel mondo. Nel 1980 i paesi che facevano i conti con il calo dei 15-64enni erano solo 9, oggi sono ben 40. L'Economist di recente ha dedicato un'inchiesta a questo argomento, riportando l'opinione di un economista della Commissione europea, Jorg Peschner, convinto che i Paesi con problemi demografici passino troppo tempo a chiedersi come dividere la torta che si restringe (ad esempio quella previdenziale) e troppo poco tempo a chiedersi come evitare che questo non avvenga.
Le ricette per contrastare il declino demografico e il calo della popolazione attiva sono note, spaziano dalle misure per favorire la natalità agli interventi per riuscire ad attirare popolazione giovane da altri Paesi o da altri continenti. La questione, come rilevato sempre dall'Economist, è che i Paesi con il più grande deficit demografico sono spesso anche quelli che maggiormente si oppongono all'immigrazione.
Massimo Calvi
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Previsioni demografiche, bollettino di guerra

«Questi non sono più dati Istat, ma un bollettino di guerra». È difficile trovare parole migliori di quelle usate dal presidente del Forum delle Famiglie, Gigi De Palo, per commentare il rapporto sul futuro demografico dell’Italia diffuso dall’Istituto nazionale di statistica. In realtà anche questo ultimo "bollettino dal fronte" ci informa di qualcosa che già sappiamo da tempo: e cioè che nel giro di mezzo secolo diventeremo un Paese sempre più anziano, con un’età media di 50 anni, una popolazione diminuita del 10%, un numero di morti che ogni anno sarà il doppio del numero di nascite. Se conosciamo già l’esito possibile, sappiamo anche che sarà difficile assicurare la tenuta del sistema di sicurezza sociale, dalla sanità alle pensioni. Il dato preoccupante, in tutto questo, è che se abbiamo una chiara visione del futuro, non sembriamo disporre degli strumenti culturali e materiali necessari per invertire la tendenza.
La serietà della situazione può essere messa meglio a fuoco elencando una serie di verità abbastanza scomode. Ad esempio che non basta una politica fiscale intermittente per rilanciare le nascite, perché servirebbero misure imponenti; che non sono sufficienti incentivi economici simbolici per aiutare le coppie a soddisfare i propri desideri di genitorialità, perché non è con gli spiccioli che si cambia la vita; che non bastano neppure timide politiche per la conciliazione, se a essere carente è il lavoro stabile di massa e retribuito dignitosamente; e che è illusorio pensare a rivoluzioni culturali capaci di fare la differenza.
Nei Paesi sviluppati ci sono aspirazioni di maternità e paternità non realizzate, è vero, ma dove il benessere avanza o si è consolidato, e il costo dei figli sale, la tendenza è ovunque quella di famiglie che riducono la propria taglia. A mancare non sono tanto i primi o i secondi figli, non è questo il cuore del problema, la differenza demografica la fanno i terzi e i quarti e i quinti, e su larga scala. Ma, con un atto di onestà intellettuale, chiediamoci quante coppie in Occidente hanno la possibilità di sostenere una famiglia numerosa senza che almeno uno dei due genitori rinunci a molto di quanto si ritiene ormai irrinunciabile. O se è possibile limitare ai figli ciò che per tanti, dopo l’amore, è considerato il minimo per assicurare loro un futuro dignitoso e di indipendenza. E ancora, se è lecito giudicare una trasformazione così imponente dei costumi quando il presente parla già di figli da mantenere e allo stesso tempo di genitori anziani da assistere.
Nessun Paese europeo, nemmeno quelli del Nord dove il welfare o le politiche fiscali per la famiglia sono considerate esemplari, riesce ad assicurare tassi di fecondità in grado di garantire la stabilità della popolazione, più di 2 figli per donna. La fotografia della famiglia a bassissimo reddito, con prole numerosa, appartiene sempre di più alle coppie di immigrati, e questo ci dovrebbe portare a considerare un’altra verità ingombrante: la possibilità di mantenere stabile la popolazione, o di avere tassi di fecondità superiori alla media, visto che le persone in età feconda continuano a ridursi, è sempre di più legata alla capacità di gestire in modo responsabile i flussi migratori.
È per questo che, guardando alle previsioni dell’Istat, la soluzione non può essere cercata solo bussando alla porta della politica. Un programma per favorire la costruzione di un Paese aperto alle famiglie richiede responsabilità, visione di ampio respiro e di lungo periodo, e nessuna barriera ideologica. La drammatica realtà è che alle urne, come si è visto, oggi non avrebbe alcuna possibilità di affermarsi. Gli italiani si dimostrano elettoralmente molto più propensi a preferire un modello in cui chi lavora paga poche tasse (o non le paga affatto) e chi non lavora ottiene un reddito garantito, lasciando il debito pubblico libero di crescere. È la storia degli ultimi 25 anni a dirlo, il dato che si aggiunto è l’ostilità verso lo straniero. Una visione totalmente sterile.
La politica ha le sue gravi responsabilità per un’indifferenza suicida verso la famiglia, ma non è la sola colpevole del passo incerto di un Paese nel quale le buone intenzioni diventano opzioni irrealizzabili in quanto promesse non sostenibili. Una demografa italiana, Letizia Mencarini, che ha indagato a fondo il legame tra figli e felicità, ha scritto che nella società contemporanea i figli sono diventati «un optional», eppure, nonostante le difficoltà, diventare genitori non è «fuori moda», i bambini continuano a nascere anche dove è più difficile e appena meno di un quinto degli adulti non diventano mamma o papà. Come dire che se c’è qualcosa che sfugge alla razionalità, è da qui che si deve ripartire. I "bollettini di guerra" possono essere scongiurati solo se ciascuno smette di ricercare esclusivamente il proprio interesse personale o benefici immediati per sé facendo pagare il conto a tutti gli altri.

Massimo Calvi
Avvenire, 4.5.2018
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