In economia non ci sono pasti gratis, scorciatoie o ricette
miracolistiche. E le cure-choc prima o poi presentano un conto da pagare.
L’economia per funzionare bene ha bisogno di idee chiare e obiettivi condivisi,
azioni responsabili e visione di medio lungo periodo. Una classe politica
concentrata solo sulle prossime elezioni o sui risultati dei sondaggi
settimanali, non solo sta venendo meno al dovere di servire il bene comune, ma
rischia di portare acqua al declino. Concetti di questo tipo andrebbero insegnati
già nelle scuole dell’obbligo, come antidoto al radicarsi dell’egoismo e
dell’avidità nel tessuto connettivo delle società e nelle teste della classe
dirigente che si sta formando. Non si tratta di imporre una visione, ma di
formare alla conoscenza di leggi fondamentali della natura.
Per fare un esempio: a nessun Paese nel mondo finora era mai
venuto in mente di dotarsi di un sistema fiscale all’americana, cioè con
aliquote molto basse, e allo stesso tempo di un welfare alla svedese, con
servizi sociali elevati e diffusi. Negli Stati Uniti l’imposizione fiscale è
contenuta (e l’evasione combattuta in modo militare), ma sanità e pensioni sono
affari del tutto privati. In Svezia invece il welfare è esteso e gratuito, i
bambini non pagano nemmeno la mensa scolastica, ma le tasse ovviamente sono
piuttosto alte (e pagate da tutti, fino all’ultimo centesimo).
Un Paese che volesse pagare poche tasse e allo stesso tempo
darsi un welfare generoso, in sostanza, andrebbe incontro a seri problemi.
L’Italia in parte ha già conosciuto questa formula in passato, e non è andata
molto bene. Negli anni 60-70 il nostro Paese si permetteva di spendere per la
sanità e la scuola la stessa percentuale di Pil di Francia e Germania, ma
presentava entrate fiscali inferiori di dieci punti. Inoltre, per più di un decennio
oltre la metà delle nuove pensioni erogate erano trattamenti di invalidità. In
sostanza, quel modello di sviluppo si è fondato su una parte di Paese che non
pagava tasse, e un’altra che (soprav)viveva di sussistenze generose quanto
insostenibili. Sappiamo tutti com’è finita: con un debito pubblico salito alle
stelle, un futuro ipotecato per le generazioni successive, una continua
rincorsa a riforme e interventi correttivi per rientrare non solo nei parametri
europei, ma in quelli della pura e semplice sostenibilità economica.
Per tutti gli anni 90 l’Italia ha tentato, con riforme delle
pensioni, privatizzazioni e tagli di vario tipo ai servizi di rimettersi in
carreggiata. Purtroppo quando ce la stava ormai facendo si è trovata coinvolta
come altri Paesi in una crisi di dimensioni epocali, quella scoppiata nel 2007,
che ha quasi finito per annullare i risultati di tanti sacrifici.
È dunque comprensibile che oggi, dopo un ulteriore decennio
di austerità e cinghie tirate, ci sia voglia di alleggerire la pressione e
respirare un po’ dell’aria buona che si trova nelle fasi espansive. In questo
senso l’idea che in un programma (o meglio: «contratto») di governo possano
convivere misure come l’abbassamento delle tasse e al medesimo tempo
l’introduzione di un reddito garantito per tutti, non è del tutto irrazionale.
Flat tax e reddito di cittadinanza, infatti, possono anche
convivere, a condizione tuttavia che ci si avvicini al duplice obiettivo
procedendo con molta cautela e tagliando con giudizio (e scelte comunque
impegnative) altre spese. Il dibattito in corso nel governo gialloverde in
vista della manovra evidenzia però il rischio di trascurare la lezione degli
anni 70. Soprattutto se non ci si accontenta di incominciare ad abbassare un
po’ le tasse e di consolidare il reddito di base ai più poveri già avviato
nella scorsa legislatura con il reddito di inclusione sociale, ma se si pensa
anche di condonare indistintamente le sanzioni a quanti non hanno adempiuto
agli obblighi fiscali, se si lancia il messaggio che i pagamenti in contanti (e
in nero) sono tollerati, se si vogliono alzare le pensioni anche a chi ha
sempre evaso i contributi, se ci si vuole ritirare prima dal lavoro e se si
vogliono rinazionalizzare le aziende privatizzate a loro tempo...
Secondo uno studio della Commissione europea sull’evasione
dell’Iva, nel 2016 l’Italia è risultata ancora una volta il Paese meno virtuoso
dell’Unione, con 36 miliardi non pagati. In base ai calcoli più accreditati
l’evasione totale in Italia ammonterebbe ancora, nonostante i nuovi e più
efficaci mezzi di controllo, ad almeno 130 miliardi. Ma fermandoci alla sola
Iva, se fosse versata come in Svezia, dove l’evasione è pari a zero, l’Italia
potrebbe permettersi un sostegno intelligente ai più poveri, giusta attenzione
alle famiglie con figli, un taglio dell’Irpef per tutti, forse anche qualche
sconticino previdenziale e, magari, potrebbe rimanere anche qualcosa per
ridurre il debito. Certo, non tutti sarebbero contenti, e gli effetti non
sarebbero immediatamente positivi.
Ma l’esempio può aiutare a mettersi in un certo ordine di
idee. L’alternativa alla strada sostenibile è attingere ancora di più al
deficit, come si è fatto in passato. La scorciatoia, per un Paese con un debito
molto alto, ha però una controindicazione: se si vuole andare con i conti in
'rosso' ci si deve far prestare i soldi da qualcuno, cioè è necessario
indebitarsi rivolgendosi ai 'mercati'. Ma, come si dovrebbe insegnare a scuola,
una volta che ci si affida totalmente al mercato bisogna saper rispettare le
sue regole. E in caso di crisi, o di tensioni successive, poi non si può dare
la colpa a qualcun altro.
Massimo Calvi
Avvenire, 25.9.18