Ci stiamo facendo troppi problemi sull'avere figli?

Sono molte le ragioni che spingono le persone a non volere figli. Ogni volta che ci si trova a commentare dati sul declino delle nascite o sulle intenzioni di fecondità, come è stato ancora in questi giorni dopo la pubblicazione di un’indagine Istat, è naturale confrontarsi con l’elenco dei tanti buoni motivi che spiegano il declino demografico. Ci sono le questioni economiche, quelle legate alla carenza di servizi, la penalizzazione delle donne circa le prospettive di carriera, il carico maggiore che grava sulle madri, il deficit di cura verso la maternità, i nuovi stili di vita, le incertezze circa il presente e il futuro, tra lavori instabili e sottopagati e mercati immobiliari. E poi c’è il grande tema della narrazione della genitorialità, cioè del racconto pubblico e privato attorno al fatto di avere figli oppure no che viene rappresentato alle nuove generazioni, e qui può rientrare anche il contributo negativo dei social network, se è corretto incolparli di favorire isolamento e ansie.

Sono tutte questioni estremamente serie, meritano di essere analizzate a fondo una per una, come già si fa, anche quelle dimenticate, ma di fronte all’ampiezza e alla complessità della questione la voglia è di razionalizzare e semplificare, tentare sintesi estreme. È chiaro in effetti che le “scuse” per non avere figli sono infinitamente molte di più di quelle che invitano ad averne, se il confronto è tra mille paure possibili e un semplice istante di perdita di controllo. Forse è proprio questo l’equivoco: pensare che la faccenda della genitorialità abbia a che fare con la ricerca e la programmazione della felicità. Non (per tutti) è così. Cioè in genere non si diventa genitori per essere felici, più spesso accade perché lo si è già, e lo si è in due e nello stesso preciso momento, condizione che favorisce il reciproco abbandonarsi. Dopo, il terreno sul quale procedere può cambiare significativamente, in una disputa non ben risolta tra felicità e senso della vita.

Ma torniamo al bisogno di semplificare. Perché è vero che la narrazione, o le narrazioni, sulla maternità/paternità contano, e chissà se più dei sostegni economici o dei servizi di cura e altro, anche se proprio le carenze di aiuti e denaro sono le prime richieste segnalate dai mancati e potenziali genitori. Il fatto è che se si insiste nel raccontare, ad esempio - essendo al centro del dibattito soprattutto le donne (si veda Laura Pigozzi, Non solo madri, Raffaello Cortina; o Alessandra Minello, Senza Figli, Laterza) - che la maternità è tutta rose e fiori, poi si corre il rischio di tradire le attese, ma se si vuole enfatizzare l’altra parte del racconto, la più oscura, il pericolo è di tradire e basta. Dovremmo chiederci, allora, nello scontro tra narrazioni: meglio trovarsi pentite di avere avuto figli, o di non averne avuti?
Per i maschi è, solo in apparenza, più semplice. Tra l’altro, l’indagine Istat mostra un dato che dice tanto del carico successivo: le donne che diventano madri hanno un po’ meno desiderio di prole rispetto a prima della maternità, i maschi, invece, quando nascono anche come padri, cambiano prospettiva e ne vorrebbero ancora di più di bambini. La questione dunque non è se diventare genitori sia faticoso, impegnativo, o persino limitante. Certo che lo è: essere madri o padri è comunque faticosissimo, pure se si rimuovessero tutti gli ostacoli. Ciò che andrebbe detto, semmai, liberati dal dilemma esistenziale frutto della mitizzazione di carriera e tempo libero, è che diventare genitori è un po’ come andare in coppia a scalare le montagne, o affrontare in bici una lunga salita, o sciare lungo un pendio di neve non battuta, o alzarsi la mattina presto per andare a correre al parco. Nessuno dice che non sia faticoso, o privo di rischi. In genere però ne vale la pena.

Massimo Calvi

Avvenire.it 24.12.2026

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Più che ascoltare i giovani, serve esserci per loro

Da qualche tempo, non da poco a dire il vero, quando si parla di questioni giovanili una delle argomentazioni più ricorrenti riguarda la (scarsa) capacità di ascolto da parte degli adulti, si tratti di genitori, istituzioni, politica o società in generale. “Dobbiamo ascoltare i giovani”, si afferma, e se già un po’ lo facciamo, allora servirebbe farlo “di più” e “meglio”. C’è tanto di vero in tutto questo, però l’impressione è che più ci diciamo che i giovani vanno ascoltati, e più i giovani – e non solo perché nel frattempo crescono e vengono rimpiazzati da altri – sembrano sfuggire ai tentativi di comprensione, perché si chiudono ancora di più, o perché le loro istanze si radicalizzano. Generalizzare non si deve, è chiaro che l’universo dei giovani non può essere racchiuso in una scatola, ma se c’è un racconto mediatico attorno a loro, è con questo che ha senso confrontarsi. E la narrazione condivisa ripete che i giovani non li si ascolta abbastanza. Forse allora, considerato il fallimento dei tentativi, si potrebbe provare a modificare lievemente l’approccio e pensare che prima sarebbe utile incominciare ad ascoltare noi stessi, cioè noi grandi, o vecchi se si vuole, e poi chiederci se più che “ascoltare” i giovani non sia importante innanzitutto “esserci” per i giovani, cioè i nostri figli, i loro amici.

Ma cosa significa ascoltare noi stessi? Essenzialmente tentare un onesto confronto come generazione con la responsabilità del presente, per chiarire se esistono almeno un paio di punti fermi e accordarsi tra noi adulti intorno a cosa sia bene e cosa no. Perché ci si può disporre con apertura verso le ragazze e i ragazzi e la direzione dei loro tragitti, ma poi se non si è in grado di fissare un orario per metterli a letto o per il rientro a casa, tutto diventa difficile. Ascolto e comprensione sono concetti simili, ma fioriscono se il terreno è ricco di confronto e dialogo. Ora, c’è ancora qualcuno là fuori capace di essere un esempio, in questo? In un momento in cui alla libertà di parola si sta sostituendo la libertà di mettere a tacere le parole altrui, dai social, agli eventi, alle redazioni dei giornali? Più che ascoltare i giovani, forse si deve ricominciare dall’esserci, per i giovani. Che non significa, come un po’ semplicisticamente ritiene qualcuno, avere ancora la mamma sempre a casa, ma far capire loro che una casa c’è – dove, se possibile, costruire buoni e sacri ricordi – una famiglia c’è, e fuori dalla porta c’è anche una comunità che non si volta dall’altra parte commentando ogni volta che in fondo, cosa sarà mai, sono ragazzi, no? Esserci significa mettere innanzitutto una distanza, perché i giovani devono parlarsi e ascoltarsi per prima cosa tra di loro, sapendo che poi, se proprio serve, c’è anche l’adulto, ma, appunto, un adulto, non un altro giovane insicuro e soltanto un po’ più vecchio. Ascoltare non è aprire le orecchie, ma far arrivare la voce alla coscienza. In questo senso può far luce il contesto ecclesiale, dove, anche qui, da più parti, si riflette sulla capacità di porsi in ascolto delle nuove generazioni e del loro bisogno rinnovato di spiritualità, salvo poi dover prendere atto di quanto le figure che dovrebbero ascoltare siano sì autorevoli, e capaci di coinvolgere, ma numericamente sempre più rare. O a corto di tempo, ovvero la condizione fondamentale dell’esserci nel bisogno. Insomma, se la vocazione alla presenza è in crisi, incominciamo ad occuparlo bene questo spazio vuoto, e con la forza morale che il ruolo richiede. Il resto verrà.

I giovani devono ascoltarsi soprattutto tra loro, tra maschi, tra femmine, e anche di più tra maschi e femmine, mentre quello che purtroppo si vede è una maggiore fatica al confronto e alla comprensione reciproca, tra mondi sempre più pericolosamente monadi. È questa incomunicabilità generazionale, che dalle aule di scuola sembra riproporsi nelle piazze, nella radicalizzazione delle posizioni ovunque, nella difficoltà a riconoscere e poi a tutelare i presìdi della democrazia, a doverci preoccupare. In un tempo in cui non è difficile scorgere fame e affamati, anche di giustizia, l’urgenza diventa parlare di cosa è bene e di cosa è male, non di cosa è destra e cosa è sinistra. Il compito dei giovani non è così difficile, è quello dei grandi, e dei genitori, a essere diventato terribilmente impegnativo.

Massimo Calvi

Avvenire, 10/12/2025

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Il fragile domani delle famiglie

C’è del fuoco sotto la cenere, nelle famiglie italiane. È alimentato da tanti motivi di preoccupazione, non sempre soverchianti, e ai quali magari si dà poco peso, ma che messi insieme arrivano a definire un quadro di fragilità importante, logorando il benessere e la tenuta emotiva, fino a prendere la forma dell’ansia o, nei casi estremi, del disagio psichico. Ci sono ad esempio i timori per la salute personale o di familiari, e le rinunce non solo alle cure, ma ad aspetti apparentemente futili della vita, come il parrucchiere, l’acquisto di mobili nuovi o la spesa per piccoli lavori in casa, le vacanze già programmate, una pizza, il cinema, un corso. Cose per le quali ci si può vergognare nel registrarne la mancanza, ma che comprimendo le libertà di scelta, se circondati dalla solitudine pur vivendo in famiglia, o sopraffatti dal doversi prendere cura sia di figli piccoli sia di genitori non autosufficienti, ecco, arrivano a intaccare un po’ il mito delle famiglie “che resistono” e che “ce la fanno”.

Addio al mito della "resilienza"

La celebrata resilienza, insomma, pur nella forza e nella libertà delle relazioni familiari, oggi «non può più essere data per scontata», come spiega Francesco Belletti, direttore del Centro Internazionale Studi Famiglia, nel presentare il “Cisf Family Report 2025”, dedicato quest’anno a indagare lo stato di benessere psicologico e relazionale delle persone, e intitolato “Il fragile domani”. Rapporto che si avvale indagini assai eterogenee, spaziando dagli animali domestici, accolti sempre più come figli o fratelli, all’ingresso nelle case italiane dell’intelligenza artificiale, dai conflitti per l’uso dello smartphone, fino ai rituali relazionali della vita domestica contemporanea che resistono, come il dialogo profondo con i figli o i pasti consumati tutti insieme, per ricordarci che la famiglia sì, c’è ancora, ma sta anche silenziosamente chiedendo aiuto.

Le tante economie della rinuncia

La ricerca che Eumetra ha condotto per il Cisf, intervistando un campione di 1.600 persone, è l’indagine più fresca sullo stato di salute del ceto-medio nazionale. E allora, prima di ogni discorso su drenaggi o recuperi fiscali, è utile sapere che nel 2024 le famiglie hanno tagliato molte spese, principalmente quelle per il benessere personale o il tempo libero (nel 32,5% dei casi), per la casa (32,4%), le cure sanitarie (18,5%), o le vacanze già preventivate (16,9%), ma hanno fatto di tutto per non comprimere quelle necessarie alle attività ricreative-educative dei figli (4,1%), oppure non rispettare la rata del mutuo o dell’affitto (il 2,9%, però, ha dovuto cedere). Il discorso è che se da un lato la famiglia continua a fare da filtro ai problemi, dall’altro «la condizione di affaticamento rischia di passare inosservata», argomenta Sara Nanetti, sociologa e co-autrice del report, suggerendo che è venuto il momento di «decostruire il mito della resilienza come virtù obbligatoria». C’è un dato nuovo, oltre la perdita di potere d’acquisto: «Chi si adatta sempre, alla fine si piega – spiega Nanetti – e la vera povertà familiare oggi non è riconducibile alla mancanza di denaro, ma comprende la progressiva erosione delle possibilità di scelta».

Sopraffatti dalla cura degli anziani

Quando si parla di scelte e ruoli familiari, il passo della cura, con la reciproca presa in carico tra generazioni, è un elemento molto forte nella nostra società: una persona su cinque si fa regolarmente carico di un familiare non autosufficiente. Ma l’evoluzione demografica, con genitori sempre più anziani, e nonni di conseguenza meno in condizione di seguire i nipoti, incomincia a stressare l’antica filiera delle relazioni: oggi tra le famiglie che hanno figli, quasi una ogni due (il 43%) cura almeno un anziano, e oltre la metà di queste (il 53%) ammette di sentirsi “sopraffatta” da un onere percepito molto più gravoso rispetto ai soli compiti genitoriali. L’hanno definita infatti la “generazione sandwich”, quella delle persone compresse da due fronti, e vede coinvolte soprattutto le donne, tra i 40 e i 60 anni. Una fragilità, una fatica, ulteriore.

Crescono l'ansia e lo stress

È bene ricordare che non siamo di fronte a un cataclisma, semmai a un logoramento quasi impercettibile ma costante. Che tuttavia può riservare sorprese. La famiglia, infatti, lo ricorda lo psichiatra Giovanni Migliarese, è allo stesso modo un ambito che può favorire il benessere di chi ne fa parte, come diventare fattore di rischio. Dai dati si vede che più di un italiano su tre segnala almeno un problema sanitario, ma a preoccupare è il 62% che dice di essere stato vittima nell’ultimo anno di fenomeni di ansia o stress. Le cause? Problemi di salute (45%), economici (35%), di lavoro (32%), di gestione del tempo (27%), e poi la solitudine (22%). Quattro su dieci hanno pensato di cercare supporto, e chi lo ha fatto contattando un professionista ha parlato di ansia (47%), depressione (39%), stress (37%), problemi relazionali o familiari (31%). La sofferenza c’è, la qualità e l’accesso a un welfare di sostegno possono fare la differenza. Una cosa che emerge è che i giovani cercano più facilmente l’aiuto, gli anziani meno. A preoccupare è questa tensione sotterranea e trasversale, che cova, e in un contesto che racconta di tanta solitudine e isolamento, può detonare.

Cani e gatti come fratelli e sorelle

La demografia resta sullo sfondo della condizione delle famiglie, inevitabile. Se i nonni giovani e accudenti diminuiscono, la famiglia con figlio unico, non più eccezione, è oggi la struttura dominante: il 59% dei nuclei ha un solo figlio, solo il 41% almeno due. Nel bisogno relazionale e nella domanda di legami entrano però gioiosamente gli animali domestici, i “pets” all’inglese, più sostituti di fratelli e sorelle che compagni di single o coppie senza prole, in una misura che forse non avevamo calcolato, presenti nel 60% delle case, ma addirittura nel 71% delle famiglie se ci sono dei figli e nel 75% in quelle dove il genitore è uno solo. «Antropomorfizzati», nota la sociologa Anna Bertoni, amabili, ma senza rischio di contestazioni, né discussioni attese nella fase della crescita. Fanno compagnia e ampliano la famiglia, ma impegnano (e costano) il giusto, allo stesso tempo qualcosa in meno e qualcosa in più.

Più fiducia nella propria famiglia

Come vedono il futuro le famiglie italiane? Qui viene il bello: più della metà è pessimista per le prospettive del mondo e dell’Italia, con il 57% che vede nero, ma quando si pensa alla propria famiglia, tutto cambia, e solo il 19% dice che andrà peggio. Siamo tutti più fragili e spaventati, anche più poveri e stressati, ma a casa, vicino ai nostri affetti, in famiglia, continuiamo a sentirci un po’ più al sicuro e ad avere fiducia. Non è poco.

Massimo Calvi
Avvenire 13.11.2025
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Più figli col reddito di cittadinanza, ma solo al Sud

Del Reddito di cittadinanza, la misura introdotta nel 2019 dal governo Conte e soppressa cinque anni dopo dall’esecutivo Meloni, che lo ha sostituito con l’Assegno d’inclusione, si è sempre parlato come di una misura per contrastare la povertà e limitare il disagio economico. D’altronde è per assolvere questo compito che era stato pensato e sostenuto dal Movimento 5 Stelle, insieme alla Lega. E anche le critiche funzionali alla sua soppressione non hanno mai negato del tutto il valore del contributo economico, concentrandosi semmai sull’equità di un bonus che penalizzava le famiglie con figli rispetto ai single, e soprattutto sull’efficacia di una strategia di lotta alla povertà che incorporava il rischio di disincentivare la ricerca di lavoro. Del Reddito non si è però mai parlato di un potenziale effetto secondario, non previsto dai suoi promotori, e che sta emergendo solo ora: il sostegno alle nascite.

Anche se parlare di “figli del Reddito” è una forzatura evidente, l’Iza, Istituto indipendente tedesco di ricerca sull’economia del lavoro, ha appena pubblicato uno studio sugli effetti del Rdc rispetto ai tassi di fecondità, condotto da tre economisti italiani (Guaranteed Minimum Income and Fertility, G.P. Dachille, M. De Paola, R. Nisticò, https://docs.iza.org/dp18105.pdf), e che offre diversi spunti interessanti di riflessione, non tanto in difesa del Reddito in sé, ma per come un sussidio di base può impattare sulle nascite a seconda del contesto in cui è calato. La ricerca, condotta utilizzando dati Inps, ha infatti stimato che se a livello nazionale il Reddito non ha inciso sulla fecondità, nel Sud Italia invece la probabilità di concepire un figlio nei primi due anni dall’avvio della misura è stata più alta dell’1,5% per le donne che ne hanno beneficiato, un aumento del 18% rispetto alla fecondità media del gruppo considerato. Il perché di questo risultato è l’aspetto più stimolante del documento di discussione, dato che chiama in causa ragioni culturali ed economiche specifiche di un territorio. Da un lato, infatti, al Sud si può parlare di norme sociali e di genere più “tradizionali” rispetto ad altre aree del Paese nello sguardo sulla famiglia e i figli come percorso di realizzazione personale. E non è un caso che l’impatto maggiore si sia avuto nei contesti con tassi più bassi di occupazione, ma allo stesso tempo con una disponibilità significativa di asili nido. È come se le donne, dove le opportunità professionali sono scarse, o il lavoro è pagato troppo poco, quando i loro compagni e mariti non hanno la possibilità o la volontà di beneficiare dei congedi parentali, ma con servizi educativi e di cura alla portata, trovassero nel contributo di un reddito di base quel supporto di sicurezza e di stabilità capace di dare forma al desiderio di figli. Interessante, in questo senso, che l’effetto si sia fatto sentire soprattutto tra chi era in affitto, dunque in condizioni più precarie, e che abbia riguardato le donne più avanti con l’età, e spesso già madri.

La teoria economica segnala che, quando non si ha un impiego, i costi-opportunità legati all’arrivo di un figlio sono inferiori, perché la “carriera” risente meno della nascita, e lo studio accenna a questa possibilità motivando l’aumento della fecondità solo al Sud. Tuttavia, ciò che sta emergendo negli ultimi anni, cioè la rinuncia ai figli da parte delle fasce più fragili della popolazione, ha un po’ cambiato le carte in tavola rispetto a questa prospettiva. Ora, invece, quanto emerso sembra indicare che nei contesti con minori opportunità lavorative, e in presenza di determinate norme sociali, un trasferimento di 500 euro al mese può aumentare del 20% le probabilità di avere un figlio. Da questo punto di vista il divario con il Centro-Nord appare netto, proprio come se ci fossero due Italie. E lo si vede bene anche da un altro dato che la ricerca evidenzia, relativo all’impatto del Reddito di cittadinanza sull’offerta di lavoro: se al Sud il contributo non ha avuto ricadute osservabili, i beneficiari del Centro-Nord hanno invece ridotto la loro probabilità di occupazione del 7%, lavorato 4,5 giorni in meno e visto i loro guadagni calare del 10% nei nove mesi tra giugno 2019 e febbraio 2020. In un contesto diverso, cioè, il sussidio. oltre a non avere inciso sulle nascite, ha scoraggiato la ricerca di lavoro al punto da “impoverire” i suoi destinatari.

Per gli autori della ricerca, i risultati emersi “indicano che, sebbene concepite principalmente per fornire sostegno finanziario alle famiglie povere, le politiche di reddito minimo possono avere effetti positivi sostanziali sui tassi di fecondità”. Una utile indicazione, insomma, “per i governi di Paesi ricchi come l'Italia, dove i tassi di fecondità sono persistentemente bassi e richiedono approcci innovativi per affrontare l'invecchiamento della popolazione e le sfide demografiche”. Di certo, e in senso più ampio, quando si parla di misure pro-natalità nel nostro Paese si dovrebbe considerare che le differenze territoriali interne sono talmente forti, non solo da un punto di vista economico, ma anche culturale e sociale, che non tenerne conto, e ragionare solo su misure calate da contesti profondamente diversi e lontani anche geograficamente, può rappresentare un limite non da poco.

Massimo Calvi
Avvenire, 9.10.2025

La pace ha bisogno di compassione non di rancore

C’è qualcosa che fa male al cuore in queste ore mentre si seguono le gesta della Flottiglia, la conclusione prevedibile e attesa del suo navigare in acque agitate e le reazioni all’abbordaggio israeliano, le piazze che in Italia si riscaldano, la lotta politica che ritrova il passo abituale della contrapposizione e delle strumentalizzazioni. Fa male perché c’è un dolore di fondo che nasce dalla sofferenza oggettiva e reale di persone e popoli, di bambini e famiglie, ma anziché di lacrime gli occhi si gonfiano di rabbia e di sangue, e le istanze di giustizia faticano a trovare percorsi di sostegno autentici, canali di aiuto capaci di restituire la speranza di un approdo. La natura di questo conflitto tra Israele e Hamas, con il male che sta diffondendo, sembra aver consumato fino a lasciare scoperti i fili di trasmissione di quel poco di umanità che resta, e il rischio di cortocircuito compromette ogni tentativo di accendere un sano confronto, anche tra amici, tra colleghi, in famiglia. Non dovrebbe essere così quando c’è una guerra. Le persone dovrebbero poter provare compassione, parlarne, organizzarsi, inviare aiuti, spendersi in prima persona, ritrovarsi nelle piazze, conoscere un’occasione di confronto politico ampio, che è diverso dal replicare in casa la dinamica stessa del conflitto. Le istanze di pace si nutrono di una grammatica ancora ben leggibile, ma fatichiamo a ritrovarle quale costante, cioè cifra prevalente. Certo, l’occasione è grande. C’è in Italia un governo di destra-centro, e si attraversa una fase in cui le destre e le sinistre globali sono tornate a sfidarsi in campo aperto, un terreno di riarmo planetario tale per cui pronunciare la parola pace è come emettere un sospiro terminale. La strumentalizzazione è possibile, c’è, si tocca con mani, ma è persino scontata. Come potrebbe non esserci se la politica tutta tentenna nel leggere la novità di un conflitto in cui le istanze di giustizia e di vicinanza alla sofferenza non riescono a indirizzarsi nei canali di sempre?

Perché c’è nel Dna italiano qualcosa che è un di più, una capacità di aiutare e di spendersi per le sofferenze, una forza che può anche avere appartenenza politica. E nasce innanzitutto da una rete di base fatta di comitati, associazioni, organizzazioni, gruppi, realtà di impegno civile, il nostro mai abbastanza celebrato Terzo settore o Non profit, un universo di persone nelle quali batte forte un cuore, e questo pulsare serve a muovere gambe e braccia, in un impegno che genera solidarietà, cultura ed economia. Ci sarà, insomma, anche una contrapposizione strumentale in atto, in tanti ambiti, ma saper mantenere separati i piani oggi è fondamentale, come capire la differenza tra Israele ed ebrei, tra palestinesi e Hamas. Si ricordava, in questi giorni, discutendo di Flottiglia, la “nave dei folli”, quella che il 7 dicembre 1992 partì dal porto di Ancona con 496 persone dirette a Sarajevo, tra le quali don Tonino Bello, che cinque giorni dopo terrà un discorso memorabile nella capitale bosniaca assediata dall’esercito serbo. L’ex Jugoslavia era qui, vicinissima: il 29 maggio 1993 un convoglio di aiuti umanitari partito da Brescia venne assalito da un’unità paramilitare bosniaca e tre giovani pacifisti italiani, Sergio Lana, Guido Puletti, Fabio Moreni, persero la vita. Tempi lontani, certo, paragoni improponibili: ma ce ne ricordiamo? Riusciamo a fare memoria di chi siamo nel profondo, o anche di cosa siamo stati, quando cerchiamo di dare forma o senso a uno sforzo umanitario, incasellandolo in appartenenze, tifoserie, convenienze, o lotte politiche? È questo che fa male, oggi, l’aiuto “a perdere”.

L’impegno ha bisogno di spazi per esprimersi, più che di bandiere, fumogeni, plexiglass e sampietrini, ma anche di occasioni di ascolto. Forse è mancato il contesto, o la lucidità, per renderlo possibile. Siamo in tempo per non lasciare che il desiderio di rivalsa reciproca degeneri in uno scontro del quale non c’è bisogno, ma che pure talune frange contrapposte alimentano e desiderano, quasi non aspettassero altro da tempo. Non ne hanno bisogno le famiglie che soffrono veramente - in questo momento in particolare a Gaza, certo anche nelle tante, troppe altre guerre - e non lo vuole chi sa che cosa significhi veramente compromettersi per la pace. L’Italia, in fondo, è molto di più della rappresentazione in corso.

Massimo Calvi
Avvenire, 3.10.2025

Il sacrificio di Charlie Kirk e l'origine della violenza politica

La mattina in cui in Italia i giornali riportavano la notizia dell’assassinio dell’attivista e influencer conservatore americano Charlie Kirk, il figlio adolescente di un caro amico è stato in grado, mentre facevano colazione, di spiegare a suo padre chi era Kirk, cosa sosteneva, la sua modalità di provocare e stimolare il dibattito e di rapportarsi a chi non la pensava come lui. Non era un suo “follower”, ma ne conosceva benissimo il pensiero dai post e dai video condivisi sui social network. Era sconvolto esattamente come se avessero ucciso un politico o un attivista italiano. La stessa cosa ha riguardato diversi ragazzi figli di conoscenti.

C’è una generazione che di Kirk, e non solo, sapeva e sa più di molti analisti affermati, senza frequentare i canali con cui abitualmente si informano le persone di età più avanzate. Attenzione: dire che “conoscevano Kirk” non significa affermare che ne condividessero il pensiero, o che non visualizzassero contenuti di segno opposto, ma che nel villaggio dei social, se si parla di idee, i confini sembrano ormai il residuo di un’epoca. Al punto che chiedersi “cosa succede oggi in America” può apparire una domanda fuori contesto, non come l’interrogarsi – casomai – sulla modalità con cui gli algoritmi delle big-tech decidono quali contenuti devono essere visualizzati e quali invece no. La realtà è che quanto succede negli Stati Uniti accade esattamente qui come altrove, l’odio che si insinua in determinati contesti ne contagia altri che erroneamente riteniamo protetti, e non ci sono dogane capaci di arginare il virus della contrapposizione, e nemmeno il merchandising della propaganda. La maglietta indossata dall’assassino di Kirk sta andando a ruba, a prezzi che arrivano a toccare i 500 dollari. Su una delle cartucce usate dal killer c’erano riferimenti a “Bella ciao”, che per gli italiani è il canto simbolo della liberazione, mentre per i giovani globali un testo sì antifascista, ma riscoperto di recente grazie a una serie tv, “La Casa di carta”, nella quale il concetto di oppressione è alternativo a quello di redistribuzione per mezzo delle armi. Insomma, anche parlare di destra e di sinistra sembra un po’ fuori dal mondo, se i codici di base sono sempre più spesso quelli dell’odio o della violenza.

Molti commentatori, giustamente, hanno posto l’attenzione sulla polarizzazione che caratterizza in gran parte il confronto nelle piazze digitali, dove nessuno sembra capace di discutere con nessuno se non opponendo il proprio elenco di verità e di crudeltà in uno scontro senza soluzione. La scrittrice britannica Naomi Alderman la chiama “la trappola della faida infinita”. Paradossalmente, il linguaggio di Kirk sembrava voler rompere proprio questo schema, sfidando con gli argomenti chi non la pensava come lui, e provocando le persone a smentirlo – “Prove me wrong”, dimostrami che ho torto, era il format dei suoi dibattiti. Una tecnica di persuasione anche questa, raffinata, ma comunque una modalità di confronto in campo aperto, e in virtù di argomenti sensati. Che è totalmente in controtendenza rispetto al flusso di questa stagione in cui la suggestione dei “pensieri unici” è tornata a essere una prospettiva seducente perché facile, e la forza e la sopraffazione muscolare, tra risvegli “woke” e culture da cancellare, sono da tempo gli ingredienti del racconto quotidiano.

Sicuri, insomma, che tutto dipenda soltanto dagli strumenti della comunicazione digitale? O che non si stiano riesumando schemi noti, determinati dalla semplificazione e dalla crisi del pensiero, in cui le etichette appiccicate sulle giacche degli esseri umani servono a offuscarne l’identità per renderle bersagli facili e legittimi dopo che si sono armati i bambini? I ragazzi assassini degli anni di piombo non erano accecati dai social. Più che l’ecosistema delle “reti sociali”, a preoccupare è questo clima diffuso da scontro tra “centri sociali”. Un contesto in cui le istanze di giustizia sono troppo spesso rivendicate con gli occhi gravidi di rabbia e dove, anziché «scegliere la logica dell'incontro» – le parole usate dal cardinale Mauro Gambetti all’assemblea del World Meeting on Human Fraternity della settimana scorsa – ci si lascia piuttosto «imprigionare dalla logica del nemico».

L’omicidio di Charlie Kirk, avvenuto alla vigilia di un altro 11 settembre, rischia così di rappresentare un nuovo spartiacque. Ma se la sensazione è quella di essere in trappola, prigionieri di risposte già scritte da un’intelligenza esterna incapace di umanità ed empatia, perché si vuol conoscere solo una parte della storia, allora non ci sono soluzioni semplici. Si deve invece credere nella pace, stare dalla parte di chi cerca il dialogo e vuole “costruire ponti”, come ricorda Papa Leone, coltivare l’ascolto dell’altro, confrontarsi rispettando la diversità e camminarle a fianco. La resistenza all’odio e a chi lo semina è possibile. E la vera libertà è anche saper provare pietà e compassione per le vittime, e persino per i carnefici.

Massimo Calvi
Avvenire, 17.9.2025
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Il governo della Grecia taglia le tasse di più a chi ha figli

I tanti italiani che questa estate durante le vacanze hanno apprezzato le città, il mare e le spiagge della Grecia hanno sicuramente compreso che i prezzi competitivi e convenienti di ristoranti e ombrelloni non erano tanto dovuti a generosità e gentilezza, che pure non mancano, quanto a una condizione economica che seppur in miglioramento risente ancora del decennio di austerità imposto dalla Troika (Bce, Commissione europea e Fmi), in seguito alla crisi del 2010, quando Atene arrivò a un passo dal default e persino dall’uscita dall’euro.

Le cose oggi in Grecia non vanno male, il Pil quest’anno è atteso in crescita del 2,3%, la disoccupazione è scesa all’8% a luglio, il bilancio pubblico mostra surplus e il rapporto debito Pil è previsto in calo al 140,6% il prossimo anno. Il contesto è quello di un’economia in ripresa, ma con diversi problemi strutturali. E una delle questioni da affrontare riguarda gli stipendi e il potere d’acquisto. Solo per fare un esempio, il reddito medio a parità di potere d’acquisto in Grecia nel 2024 è stato di 32mila dollari, in Italia di 51mila. Anche se un paragone col nostro Paese è improbabile, considerando che si tratta di una nazione con 10 milioni di abitanti, come la sola Lombardia, ci sono due sfide che accomunano italiani e greci in questo momento: il basso potere d’acquisto dei salari e la crisi della natalità. Detto del primo problema, la demografia è una seria fonte di preoccupazione: il tasso di fecondità è di 1,4 figli e secondo le previsioni la Grecia entro il 2050 perderà due milioni di abitanti e avrà una quota di over65 attorno al 36%.

Noi italiani sappiamo bene cosa questo significhi, dai problemi che l’invecchiamento della popolazione comporta per la crescita, i conti pubblici e la tenuta dei sistemi sanitari e previdenziali. È per questo che il governo di centrodestra guidato da Kyriakos Mitsotakis, in carica dal 2019, ha appena annunciato un piano di misure fiscali da circa 1,6 miliardi l’anno per aumentare i redditi, guardando in particolare al ceto medio, ai giovani e alle famiglie con figli. Nel momento in cui in Italia si discute di questioni molto simili, è interessante confrontarsi con la creatività di un altro Paese. Al centro delle misure di Atene c’è la riforma dell’imposta sui redditi, con la decisa riduzione delle aliquote per le famiglie. Altri interventi riguardano l’aumento del salario minimo dagli 880 euro attuali a 950 entro il 2027, l’adeguamento delle pensioni e delle retribuzioni pubbliche, l’abolizione delle tasse sulla casa nei comuni con meno di 1.500 abitanti e altri incentivi contro lo spopolamento delle aree interne, esenzioni fiscali per chi affitta, limiti alla diffusione di Airbnb.

Ma è la manovra sull’Irpef l’aspetto ovviamente più interessante. Tutte le aliquote nelle fasce di reddito da 10 a 40.000 euro sono ridotte del 2%, cioè scendono al 20% fino a 20mila euro, al 26% da 20 a 30mila euro e al 34% dai 30 ai 40mila. Fino a 60mila si applica poi il 39%, oltre il 44%. La prima aliquota del 20% viene però ridotta ulteriormente al 18% per chi ha un figlio, al 16% per chi ne ha due, al 9% per chi ne ha tre. Con più figli a carico le tasse si azzerano. Riduzioni simili e misurate in base al numero dei figli anche per i redditi da 20 a 30mila euro. Inoltre, niente più tasse per i giovani fino a 25 anni con redditi inferiori a 20mila euro, e aliquota del 9% per chi ha dai 26 ai 30 anni.

Il premier Mitsotakis, presentando le misure, ha espresso un concetto molto semplice: “Sappiamo che il costo della vita è una cosa se non hai figli e un’altra se ne hai due o tre. Per questo come Stato dobbiamo trovare un modo per premiare i cittadini che scelgono di avere figli”. C’è, in questo piano, un evidente sguardo rivolto alle elezioni del 2027. Ed è difficile dire se il taglio delle tasse riuscirà a modificare le prospettive demografiche, considerato l’impatto limitato che generalmente hanno sulle nascite i risparmi fiscali e le erogazioni monetarie nei casi dei redditi più bassi. Di certo per il ceto medio e medio-basso greco si tratterà di una boccata d’ossigeno, dopo tanti anni di sacrifici. Ed è significativo che, nell’ambito di una manovra di riduzione del prelievo fiscale, sia stato introdotto un premio aggiuntivo riservato alle famiglie con figli, oltre che ai giovani. Gli italiani che andranno in Grecia la prossima estate avranno qualche argomento in più di cui parlare, prezzi degli ombrelloni a parte.

Massimo Calvi
Avvenire.it 12.9.2025

Il legame tra depressione e denatalità

Più sviluppo, più ricchezza, più depressione, meno nascite. È questa la traiettoria che sta interessando oggi le società avanzate? La risposta non è semplice, tuttavia secondo alcuni studi la depressione e l’ansia sono associate a una minore probabilità di diventare genitori. Al punto che, anche se l’impatto dei disturbi mentali non sembra poter fare la differenza nei tassi di fecondità di un Paese, parlare di denatalità come conseguenza del benessere rischia di passare per un goffo esercizio autoassolutorio. Diciamo che è abbastanza scontato che i disturbi mentali si riflettano su aspetti fondamentali della vita, e di conseguenza anche sulle nascite. Ma proprio per questo diventa importante analizzare come questa dinamica si manifesti. Una ricerca condotta in Norvegia e pubblicata da poco sull’European Journal of Population ha rilevato che nel periodo dal 2009 al 2018 il tasso di fecondità totale per le donne che hanno avuto problemi di depressione è stato di soli 1,34 figli, contro 1,60 di chi non ha sofferto. Per gli uomini la differenza è stata ancora più netta: 0,90 contro 1,41. Risultati simili sono nel caso dell’ansia, mentre l’impatto sulle nascite è stato ancora più forte per i disturbi bipolari (1,17 figli), alimentari (1,35) o della personalità (1,05).

Il caso della Norvegia è emblematico, perché si tratta di una nazione ricca e nota per la generosità dei sostegni alle famiglie, ma che, come molti Paesi nordici, ha visto negli ultimi anni calare rapidamente la natalità, in particolare dal 2009. I percorsi attraverso con cui il disagio arriva a compromettere una prospettiva familiare sono molti: la fatica che si sta attraversando può deprimere il desiderio di figli, oppure rendere più difficile entrare in una relazione di coppia, senza contare l’impatto sulla fertilità delle terapie farmacologiche seguite per curare la salute mentale. Dunque, più disagio psichico meno nascite? In realtà questa chiave di lettura è più suggestiva che numericamente significativa: lo studio ha infatti notato che se nessuno avesse avuto problemi di salute mentale nel decennio considerato, in Norvegia il tasso di fecondità nel Paese sarebbe stato più alto solo di 0,05 figli per donna. In buona sostanza, se a livello personale la salute mentale può sicuramente incidere, sui grandi numeri non si può concludere sbrigativamente che nascono meno figli perché più persone “stanno male”. Questo può essere vero nelle nazioni con un welfare sanitario poco sviluppato, ma studi accurati ancora non ce ne sono.

Il legame tra disturbi mentali e demografia, però, non è questione da poco, considerata l’evoluzione in atto, intesa come peggioramento, della salute mentale nei paesi avanzati (come ben descritto in uno studio pubblicato su Social Science & Medicine). La depressione tra le donne in età fertile ha infatti avuto un trend in crescita costante dal 1992 al 2021, passando da 77,6 a 127 milioni di casi, ed entro il 2030 si arriverà a quota 165 milioni. La tendenza a livello globale è dovuta in buona parte agli andamenti demografici, tuttavia negli ultimi 30 anni l’incidenza è passata da 5.675 casi a 6.490 ogni 100mila persone, e potrebbe crescere fino a 7.847 entro i prossimi 5 anni. La cosa veramente interessante, o preoccupante a seconda dei punti di vista, è che l’incidenza della depressione aumenta e aumenterà solo nei Paesi più ricchi, quelli che rientrano nel gruppo ad elevato indice Socio-demografico (Sdi, l’indicatore dell’Institute for Health Metrics and Evaluation che misura il livello complessivo di sviluppo di un territorio), mentre risulta in calo nei Paesi a medio o basso Sdi. Guardando poi le fasce di età più colpite e le tendenze della depressione nelle donne, la conclusione cui si arriva è che i problemi di salute mentale dipendono in buona parte delle tensioni che si vivono nella scelta tra famiglia e lavoro, guarda caso uno dei carburanti principali della denatalità contemporanea.

Non si tratta qui di mettere sotto accusa un modello economico, ma se la depressione può avere origine da ambienti altamente competitivi, lavori “avidi”, o contesti di impiego in cui la pressione a dover scegliere tra lavoro e famiglia non trova mediazioni semplici, che guarda caso sono gli stessi imputati della diminuzione delle nascite, forse qualche domanda dovremmo farcela. Salute mentale e denatalità, insomma, sembrano essere più che una la causa dell’altra, il prezzo del vivere nei contesti economicamente più ricchi e avanzati. La questione è se, e per quanto ancora, possiamo permetterci di far finta che non sia necessario pensare a qualche correttivo. La risposta non è facile. Di certo sostenere che le minori nascite dipendano dal maggiore “benessere”, sembra un tantino azzardato.

Massimo Calvi
Avvenire, 10.9.2025

Siti sessisti, mea culpa maschile, aiuto delle donne

In tanti dobbiamo fare autocritica, tra i maschi, a essere onesti, se all’inizio non abbiamo tutti e in massa preso sul serio l’indignazione contro le pagine e i siti di cui si parla in questi giorni, dove le donne sono catalogate, esibite a loro insaputa, insultate, per certi versi abusate, non solo virtualmente, e molto di peggio. Non era volontà di sottopesare il problema, ma va dato atto che col passare dei giorni è stato un crescendo di notizie, nuovi particolari, dettagli via via sempre più inquietanti, e l’ostinazione di tante donne, politiche, attiviste, intellettuali, di spettacolo, a non lasciar cadere la cosa, sta configurando oggi uno scenario che se lo si osserva nel suo insieme alzando un po’ lo sguardo dai tanti frammenti che lo compongono, spalanca orizzonti. È come un nuovo #MeeToo tutto tricolore, spontaneo, affatto ambiguo, che non va lasciato morire, si spera l’inizio di un processo importante per dire veramente qualcosa di condiviso in fatto di sguardo maschile sul mondo, mercificazione dei corpi, contenuti della rete, limiti e, soprattutto, educazione.

Parlavamo della sottovalutazione, non frutto di poca sensibilità, quanto della disillusione, perché in fondo cosa c’era di veramente nuovo in rete, questa volta? Foto di donne, corpi nudi, immagini contraffatte, video, frasi becere, scatti rubati, istinti, appetiti. Cose poco nobili, insomma, ma in tanti si son chiesti: non è questa la norma e la libertà della rete, tanto rivendicata e difesa, che sappiamo essere spazio nobile di discussione quanto fogna, luogo di lavoro e di amicizie o santità come anche inferno dell’umano? Qualcuno non a caso ha subito contrapposto l’orrore della pedofilia che impera nell’universo digitale, o di quanta sessualizzazione di minori si offre già sui nostri schermi, persino condivisa con innocenti intenti, ma priva di consensi consapevoli, da familiari e amici. Difficile, dunque, discernere. Le donne però, forse in ragione di un coinvolgimento di tante di loro poco avvezze a tali ribalte, qui non hanno lasciato che la storia prendesse la direzione verso cui solitamente vanno ad arenarsi vicende simili. All’inizio è stata la pagina social “Mia moglie”, dove tra consorti e compagne esibite a loro insaputa, per commentare tra soli uomini, si diceva già tutto della viltà cui un maschio può abbandonarsi e di troppe traiettorie interrotte di sviluppo. Poi è riemerso un sito, quel Phica.eu, prodotto di una fantasia congelata alla secondaria inferiore, già noto e segnalato ma, a riprova di quanto detto, tutt’altro che censurato, e la cui ragione può essere riassunta così: un luogo nel quale trovare, catalogate e ordinate per nome o per luogo, tutte le immagini possibili con pelle e carne a vista di migliaia di donne delle quali esistono foto o video, pubblici oppure presi a tradimento, e dove riunirsi tra maschi per riversare commenti in libertà e anonimato, meglio se d’istinto e ispirati da bassezza, odio, disprezzo o attitudine alla mercificazione del corpo, per scopi noti e intimi. Grazie alle denunce si sta risalendo ad alcuni responsabili e in questi giorni sono stati ipotizzati vari tipi di reato, dalla diffamazione all’istigazione a delinquere, dal vilipendio di organi politici al revenge porn, ma sembrano esserci anche i margini dell’estorsione laddove sono stati chiesti denari in cambio della rimozione di contenuti. Vedremo.

Vale la pena, in questa occasione, fermare un attimo il discorso sulle questioni giuridiche contingenti e riflettere su cosa tutti e tutte noi, la società, consideriamo legittimo esistere, essere promosso, accettato, e a disposizione, raggiungibile da chiunque, sempre e a qualsiasi età. Dunque, è bene strutturare questo nuovo moto di indignazione fino a convenire che da domani internet, per norma, può diventare un luogo un po’ diverso, un po’ più vigilato e perseguibile, ma anche leggermente meno accessibile da chi in fase evolutiva si sta formando un’idea di come stare nel mondo e insieme agli altri. Senza illusioni, perché non esiste una soluzione facile di fronte allo sconfinato universo digitale in cui maschi orfani della protezione patriarcale mostrano ogni giorno la pena di una condizione umana fragile e frustrata. Chissà, forse in ragione di un protagonismo femminile che ne mette a nudo l’inadeguatezza a una gestione paritaria, dignitosa e rispettosa della relazione. Ma se, appunto, una risposta semplice non c’è, potremmo convergere su alcuni principi di base e incominciare proprio dall’educazione, da quella capace di ricordare che affinché un corpo non diventi oggetto di mercificazione è bene innanzitutto evitare di esaltare e promuovere la sua offerta come merce. Il consenso fa tutta la differenza, quando si tratta di adulti e di contesti giuridici, ma ci sono età in cui questo scudo si rivela fragile e inadeguato. L’immagine della donna che ne fa il racconto della pornografia, l’accettazione della prostituzione diffusa se magari consente di arrotondare stipendi leggeri o fare shopping di lusso, la difesa di un mercato anche della maternità: non sono forse, questi, territori di frontiera, nei quali la neutralità del giudizio favorisce il formarsi di un’idea malsana delle buone relazioni tra esseri umani? E se esiste uno sguardo predatorio maschile, quale messaggio veicola l’esserne tante volte complici al femminile?

La questione non è né per soli uomini né per sole donne, ma riguarda chiunque, genitori e oltre, si sente coinvolto nell’educare una generazione migliore e cerca un alleato forte nel sostegno del discorso pubblico. Impresa ardua, fintanto che, a monte del tema del consenso sempre necessario, continuerà ad essere complicato intendersi su cosa è “voler bene” e “volersi bene”. Amiamoci, insomma, ma soprattutto rispettiamoci.

Massimo Calvi
Avvenire, 9.9.2025

Il ristorante che non vuole bambini ci serve un triste antipasto di futuro

Dovremmo, se non proprio rallegrarci, forse almeno sentirci un tantino sollevati dal fatto che qualcuno ancora avverte il bisogno di impedire l’ingresso a un ristorante sul mare ai bambini, come si è letto in questi giorni. Significa quantomeno che di bambini ne nascono ancora, e che un po’ di rumore di fondo lo continuano a produrre, per quanto oggettivamente fastidioso se frutto dell’abdicazione genitoriale. Tranquilli: tempo qualche anno, a colpi di venti-trentamila nati in meno, e di cartelli “No Kids” nessuno avvertirà più l'urgenza. I pochi bimbi in circolazione allora avranno bisogno, chissà, di strutture di vacanza esclusive loro dedicate, perché, come è giusto, continuino a condividere spazi e giochi con simili e coetanei sempre più rari, e non quali unici germi di speranza e futuro lasciati a vagare in una distesa di lettini occupati da adulti e anziani.

Mentre quei pochi che mamme e papà costringeranno ancora a una tavola apparecchiata, è facile immaginarli incapsulati in visori 3D, logica evoluzione della lobotomia per mezzo di tablet e smartphone. In ogni caso, pur impegnandosi a trovare un lato positivo nella sorpresa, è sempre un po’ triste venire a sapere che come i cani o altre bestie, o i diesel nelle aree urbane, anche i cuccioli dell’uomo possano incontrare divieti d’accesso. Anche perché l’ultimo caso di cronaca arriva da un bagno sulla riviera romagnola, Milano Marittima, terra, e sabbia, che ai bambini deve gran parte della sua (declinante: non sarà un caso?) fortuna.È il segno inevitabile dei tempi. Ragionare su concessioni e balneari non aiuta, porterebbe troppo lontano. Al fatto che ad esempio la spiaggia più bella per un bambino è quella libera, e che dalle 11 alle 17 è meglio non andarci per niente. O che sotto una certa età bastano un prato e una canna dell’acqua perché sia vera estate.

Ci sta, però, il diritto alla quiete. E aumentando in modo spropositato il numero di chi bambini e bambine non li cresce e non vuole immischiarsi, oppure ha già dato, si capisce il bisogno di spazi riservati. Luoghi puliti e ordinati, senza schiamazzi. Magari una coppia di genitori vuol passare una settimana in tranquillità, perché i nonni danno una mano, e potrebbe non farcela a confrontarsi con i modelli educativi altrui, ad esempio discendenti di chi si incolla in autostrada e lampeggia, o cose così. Però, però… Però, diciamo che anche volendola metterla bene, a essere comprensivi, c’è qualcosa che stona sempre quando uno spazio vicino a dove si respira aria, che sia di mare, di monti o di campagna, si chiude ai bambini e alle bambine.

Per quanto movimento facciano, ci sta la libertà di chiedere che stiano buoni e buone, dir loro in certi momenti di riposare, anche se non sono figli nostri. È la vita come dovrebbe essere, non come la stiamo spegnendo. Non tutti i posti sono per bambini, chiaro, e si soffre nel vederli condotti ovunque desiderino stare i loro genitori nei casi in cui l’urlo della loro nascita non è riuscito a provocare un minimo vento di cambiamento, ma tutti dovremmo riuscire a “convivere” con l’entropia di un bambino. Perché è il passo dell’esistenza, da sempre. Un giorno un guru dei social dirà che l’esercizio aiuta, magari che fa bene allo spirito e alla ricerca di sé, o ad addominali e glutei, e allora forse ci capiremo.

Per intanto qualche domanda dovremmo porcela di fronte al curioso e inspiegabile razzismo generazionale che si manifesta sempre ed esclusivamente nei confronti della giovanissima età: nessuno per fortuna proibirebbe una spiaggia o un ristorante a chi ha più di 80 anni, o a quelli dai 30 ai 50 non accompagnati, e invece ai piccoli sì. La realtà è che il cartello “No Kids” lo abbiamo appeso da tempo sulla porta d’ingresso delle nostre società, ricorda la cronaca, non solo in quel bagno o in quel locale. È questo che disturba e fa male veramente. Fino a chiederci: sicuri che vada tutto bene?

Massimo Calvi
Avvenire.it 31.08.2025
Avvenire, 1.09.2025

Roccella: Sulla famiglia il governo fa squadra

«Questo governo ha messo al centro la famiglia come non era mai avvenuto prima. Lo ha fatto con i criteri di indirizzo politico, con importanti investimenti, e con un potente messaggio culturale che ha fatto sì, ad esempio, che oggi tutti parlino di demografia quando fino a poco tempo fa l’argomento era residuale o addirittura tabù. E lo ha fatto con un grande gioco di squadra, perché la famiglia è sì materia del mio ministero, ma è una priorità trasversale all’azione di tutto il governo». Risponde così, Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, a quanti sostengono che il governo non stia facendo abbastanza per agevolare le famiglie e le coppie che desiderano figli. E assicura che la famiglia è, e resterà centrale nell’azione di governo.

Domanda: da cosa nascono le critiche?

C’è sempre chi, per polemica politica o ideologica, suggerisce che su un tema quello che si fa è poco, e che bisognerebbe fare “ben altro”. A chi è afflitto da questa sindrome consiglio un rimedio molto efficace: la realtà dei fatti. Poi è ovvio che se non ci fossimo trovati nel pieno di una grave crisi internazionale, e soprattutto se i superbonus edilizi non avessero divorato l’equivalente di dieci manovre finanziarie, gli investimenti avrebbero potuto essere ancora superiori. Ma nelle condizioni date, non capire quello che ho detto denota nel migliore dei casi scarsa consapevolezza.

C’è un tema di comunicazione, o di comprensione, di quanto si sta facendo?

Con il nostro governo la famiglia non è solo destinataria di misure specifiche, ma rappresenta un parametro per le politiche in ogni ambito. Faccio un esempio: se aumentiamo l’Assegno unico e i congedi parentali, rendiamo sostanzialmente gratuite le rette degli asili nido e ne realizziamo di nuovi, rifinanziamo i centri estivi e apriamo le scuole d’estate, aiutiamo le mamme lavoratrici, diamo un contributo per ogni nuovo nato – tutte cose che abbiamo fatto – si tratta di interventi diretti per le famiglie. Se al posto del reddito di cittadinanza introduciamo l’assegno di inclusione tarato fortemente sui figli, se nel fronteggiare il caro bollette potenziamo i sostegni alle famiglie numerose, nel riformare gli incentivi alle imprese inseriamo il welfare per la natalità fra i criteri premiali – tutte cose che abbiamo fatto – significa che il governo considera la composizione del nucleo familiare un elemento centrale anche per politiche che non riguardano in modo diretto la famiglia.

Si può quantificare questo impegno?

L’Ufficio parlamentare di bilancio, che come è noto è un organismo indipendente, ha quantificato in oltre 16 miliardi i benefici diretti e indiretti che nel 2024 sono arrivati alle famiglie. Le famiglie se ne sono accorte, e infatti la maggioranza mantiene tutto il suo consenso. Ma forse è vero, dovremmo raccontarlo di più.

La sensazione però è che le risorse economiche destinate al sostegno della natalità non siano molte…

È una sensazione sbagliata. Solo con le nostre tre leggi di bilancio, sono stati stanziati 4 miliardi, a cui si aggiungono tutti gli altri interventi, dall’assegno di inclusione cumulabile con l’assegno unico alla famiglia, ai fringe benefit aziendali mirati per i lavoratori con figli.

Lo scorso maggio è stato presentato il nuovo Piano Nazionale per la famiglia 2025-2027. Quali sono i punti centrali?

Il Piano segna una svolta rispetto al passato. Alla famiglia non ci si rivolge più segregandone per categorie i componenti e le loro specifiche fragilità: gli anziani, i minori, i lavoratori, i disabili, e via dicendo. Ovviamente ciascuno di questi sottoinsiemi ha esigenze particolari, e ce ne stiamo occupando anche in modo mirato. Ma la nostra visione guarda al nucleo familiare nella sua interezza, nel complesso delle sue relazioni, cercando di dare a quel nucleo gli strumenti per vivere il mondo ed evitare per quanto possibile le disfunzionalità. Alle condizioni di fragilità bisogna dare risposte efficaci in termini di politiche sociali, è evidente. Ma queste non esauriscono gli interventi a sostegno delle famiglie, altrimenti non faremmo altro che continuare a frammentare una società già minata dalla crisi demografica e alimentare le nuove solitudini, grande problema del nostro tempo. L’approccio del Piano, che ruota attorno ai Centri per la Famiglia, è proprio questo.

Qual è la strategia attorno ai Centri per la Famiglia?

I Centri esistono per legge da molti anni, ma privi di funzioni ben definite e quindi molto discontinui come presenza sul territorio e come riconoscibilità. Noi vogliamo potenziare questa rete e rendere i Centri una sorta di “Caf” per le famiglie, a cui rivolgersi sia per avere servizi diretti, sia per orientarsi meglio tra le opportunità e i sostegni che ci sono a disposizione. Come funzioni, si va dal supporto ai genitori nell’alfabetizzazione digitale fino ai servizi di accompagnamento come l’assistente materna, il supporto nei primi mille giorni di vita del bambino, il sostegno informativo per affidi e adozioni e così via. Abbiamo già stanziato 115 milioni: 60 con erogazioni dirette alle regioni, 55 attraverso un bando appena emesso, sempre rivolto alle regioni perché questa rete non deve essere calata dall’alto ma realizzata attraverso i territori, con approccio sussidiario, tenendo conto delle esigenze e delle specificità.

Lei sostiene spesso che all’origine della crisi demografica vi sia una questione culturale. Si deve anche a questo la difficoltà nel presentare misure a favore della famiglia?

Non lo dico io, lo dicono i numeri: dovunque c’è una correlazione diretta tra sviluppo e denatalità. È come se la denatalità fosse la conseguenza negativa dello sviluppo, non solo economico ma anche sociale e tecnologico. Tanto è vero che la crisi demografica colpisce non solo l’Italia ma tutta l’Europa, comprese nazioni come la Francia che hanno una lunga tradizione di politiche nataliste. È un problema che di cui ho discusso in un recente incontro proprio con la ministra francese. La Francia parte da numeri migliori ma adesso cala più velocemente di noi. Significa forse che gli interventi economici sono inutili? Certo che no, tanto è vero che li stiamo mettendo in campo. Significa che bisogna tifare per la decrescita? Ovviamente no. Il grande lavoro da fare, che passa anche attraverso le politiche materiali ma non può limitarsi a queste, è promuovere una visione della genitorialità attrattiva alla luce dei nuovi bisogni e dei nuovi stili di vita. Oggi è come se lo sviluppo, e la cultura marcatamente individualista che spesso lo accompagna, portasse con sé una sazietà di vita, un’idea dell’esistenza come un bene di consumo. Dobbiamo trasformare questa sazietà in una sovrabbondanza, che faccia percepire che dare la vita ad altri è qualcosa che aggiunge e non sottrae.

Converrà che in Italia il problema della denatalità sia un po’ più grave rispetto ad altri Paesi…

Quello che in numeri assoluti penalizza l’Italia è che la disattenzione nei confronti della famiglia ha portato i tassi demografici a calare già decenni fa, anche sulla scia di ideologie anti-nataliste all’epoca molto in voga. Basta ricordare quando si parlava di “sovrappopolazione” e in molti paesi, come in Cina, si puntava sui piani di controllo delle nascite. La diminuzione delle donne in età fertile significa che nel 1995, quando il tasso di fecondità in Italia era molto simile a quello attuale, 1,19 figli per donna corrispondeva a circa 500mila bambini l’anno. Oggi a poco più di 300mila. Il confronto con gli altri Paesi è importante, e ricordo che il nostro governo ha organizzato a Roma una conferenza europea sulla demografia. L’Europa dovrebbe avere a cuore la natalità almeno quanto l’ambiente e il digitale. Anche perché, senza nuovi giovani, l’ambiente si spopola e si deteriora, e lo sviluppo tecnologico si ferma.

L’estate è la stagione delle promesse. C’è una novità in arrivo? Cosa possono aspettarsi le famiglie?

La commissione sulla riforma dell’Isee, che presiedo, sta terminando il suo lavoro dopo aver individuato alcune soluzioni di favore rivolte proprio alle famiglie con figli, ora dobbiamo confidare nel cammino della legge di Bilancio. Le risposte alle attese delle famiglie possono giungere dalle politiche, ma anche attraverso il coinvolgimento del mondo del lavoro e dell’impresa, dei territori, dell’associazionismo, dobbiamo costruire sempre di più una società che accolga genitori e figli e li consideri un patrimonio di tutti, per sconfiggere la solitudine del presente e costruire il futuro.

Massimo Calvi

Avvenire, 27.8.2025

Sul sito

La famiglia resti al centro con misure vere

Uno dei rari punti fermi rimasti in un tempo senza stagioni certe è la ripartenza del dibattito politico-economico, quasi rito di fine agosto, una macchina che riaccende i motori al Meeting riminese e piano piano va a regime, prendendo corpo tra segnali e mezze frasi, cose serie, salti in avanti, promesse e provocazioni. L’obiettivo finale è la Legge di Bilancio, cammino lunghissimo, ma da qualcosa si deve pur sempre incominciare. E la tradizione vuole che, pur coi lidi orfani di famiglie, la famiglia sia tema ricorrente, specialmente mentre la crisi demografica si è capito essere crisi autentica. Negli ultimi tempi, va riconosciuto, se ne è parlato più del solito, bene. Ma la storia insegna che, quando il gioco si fa duro, allora la famiglia esce un po’ di scena ed è altro a prendere il sopravvento. Ad esempio il tema-pensioni. Curioso, dato che la dinamica della solidarietà intergenerazionale insegna che la demografia, cioè natalità e migrazioni, ha molto a che vedere con la previdenza, però in fin dei conti tempi e regole del ritiro sono argomenti più coinvolgenti. Normale: l’invecchiamento o il “degiovanimento” del Paese è anche questo, per un banale dato numerico, di consistenza delle generazioni e di attenzioni elettorali. In ogni caso colpisce che, nel Paese in cui quasi non nascono più bambini, vogliamo sapere e leggere soprattutto di età della pensione e non invece di quali sostegni occorrano per il sogno di una famiglia con i figli, se lo si vuole, o – come piace agli economisti – per allargare la base contributiva. È proprio una questione di cultura, insomma. Un po’ di colpa lo ha quel “rassegnazionismo” che ha conquistato molti autorevolissimi osservatori: siccome le nascite calano ovunque, e ovunque sembra esserci meno voglia di famiglia, persino dove le “misure” sono storicamente radicate e generose, allora si ritiene che le “misure” non servano più. Dimenticando però che una cosa è passare da 1,9 figli per donna a 1,6, o da 1,6 a 1,3 in pochi anni, un’altra è, come solo in Italia, stare attorno a 1,2 da più di tre decenni. Per essere chiari: la Francia è in allarme perché da poche settimane i morti hanno superato i nati, mentre da noi il sorpasso è avvenuto ormai nel 1993! Le “misure”, insomma, dove ci sono state, hanno funzionato eccome, anche se il contesto sta cambiando, ed è chiaro che, se la situazione dovesse ricambiare nuovamente, di sostegni meglio averne tanti che pochi, e soprattutto crederci. Ciò per dire come sarebbe bello vedere i sogni prendere corpo e, quando arriva una voce che accenna a meno tasse per le famiglie o quozienti familiari, poi quel sussurro diventare un coro collettivo prima dell’inverno. Non perché nell’inverno (demografico) siamo già congelati, ma per un senso di giustizia e di bellezza.

Si è parlato ad esempio di un fisco favorevole per i giovani, o di imposte progressive in base all’età: perché non farlo veramente e lasciare che le tasse restino basse se dopo arrivano i figli? Per chi altrimenti dovrebbero calare queste tasse, e per quale ragione? È anche sul tavolo la riforma dell’indicatore Isee, tra l’idea di scontare la prima casa o altri sostegni, ma la vera riforma sarebbe poter registrare tutti i figli per quello che “pesano” realmente, non come “zerivirgola”: un tempo, quando cresceva la famiglia, si allungava il brodo, oggi libri, computer, telefoni, autobus, pizzate, corsi e viaggi sono spese fisse senza economie di scala possibili, ne vogliamo prendere atto o continuare a far finta di essere in guerra? E poi c’è la ripresa della scuola: chi ha il coraggio di parlare di trasporti gratuiti, o a tariffe simboliche, per tutti gli studenti nelle aree metropolitane e delle città universitarie? O di mense gratuite alla scuola dell’obbligo? O di tassa rifiuti: veramente un bambino piccolo in casa “inquina”, e lo fa più di un cane o di un gatto? Alla vera ripresa servono una retribuzione adeguata, una casa anche se non si dispone di patrimoni, occorrono servizi. Poi sarebbe non solo giusto, ma anche bellissimo – una grande sfida – provare a prendere sul serio la crisi demografica, o la fatica di diventare genitori, e dare alle possibili misure “per la famiglia” lo stesso credito che si attribuisce a tagli del cuneo, anticipi previdenziali, rottamazioni di cartelle e via dicendo. I margini di bilancio potrebbero persino esserci. L’occasione è dimostrare che, dopo i convegni, si fa tutti sul serio. Se nessuno volesse più figli, allora pace, zero costi. Ma se per caso il desiderio latente aspettasse solo una spinta, una scintilla, per tornare a correre, e oltre? È proprio anche una questione di mentalità, di cultura: forse vale la pena dare più fiducia alle nuove generazioni, e non costringerle a pensare come noi che abbiamo una certa età.

Massimo Calvi
Avvenire, 26.8.2025

Milano si fonda con l'hinterland

Una soluzione semplice, non indolore, ma lineare, volendo, ci sarebbe, per riequilibrare i prezzi delle case a Milano e contrastare col buon senso e il mercato il fenomeno dell’espulsione del ceto medio dalla “sua” città: sciogliere le municipalità dell’hinterland e chiamare “Milano” il territorio tracciato dall’anello delle tangenziali. Cologno, Pero, Sesto, Novate, Corsico, anche Cinisello… tutto solo una grande Milano. Scemerebbe l’onta dell’abitare “fuori” e pure il concetto di “città che espelle”, accrescendo la potenziale disponibilità di alloggi.

Paradosso? Non tanto. Seguirlo agevola nel decifrare tante questioni attorno al capoluogo lombardo, smontando luoghi comuni e svelando incrostazioni. Disciolti i sobborghi milanesi, per inerzia, opportunità politica o necessità, ecco collegamenti efficienti, metropolitane in lande trascurate, sconti per il trasporto pubblico uguali per tutti, tante tariffe anche, insieme ai servizi, e il faro dell’attenzione sociale a illuminare territori dimenticati e luoghi che non contano molto, favorendo mobilità, anche leggera, dove domina il gasolio, intermodalità, connessioni, dinamicità e senso di appartenenza.

Ci sono dei rischi, con la caduta delle “mura” erette a protezione di centralità ed esclusività, e favorendo un confronto meno ombelicale ed elitariamente orientato attorno a priorità, emergenze, povertà e condizione del ceto medio o popolare. Ci sarebbe il discorso della Città Metropolitana, ad esempio, ma chi ne parla più? Il modello-Milano è anche questo circolino ristretto, regge, ma le scosse si avvertono di più ai piani alti. Serve qualcosa che rompa lo schema, insomma. Perché se nel castello non c’è posto per tutti, e dentro restano solo i prìncipi con la corte, e la pressione a entrare cresce, e tutto diventa museo e intrattenimento, le alternative non sono molte: o si amplia il recinto fortificato, oppure qualcuno prima o poi lo abbatte. Il “tutti contro tutti” ha poco di ambrosiano.

Occorre ammettere che sul caso Milano si è fatta fin qui tanta confusione, miscelando questioni. Una cosa è l’inchiesta giudiziaria che deve appurare se vi è stata corruzione, a valle di possibili conflitti di interesse, nei permessi a costruire alcuni edifici, spesso grattacieli. Un’altra l’ampliamento della Milano degli apericena per giovani e adultescenti, causa di gentrificazione ed esodi familiari per esasperazione e impellente bisogno di comunità. Un’altra la città degli affitti brevi e della piccola rendita immobiliare, fenomeno in gran parte autoctono ed ereditiero, ma capace di alterare equilibri residenziali. Un’altra la lottizzazione delle volumetrie per censo, opera complessa se lo spazio edificabile è ambito e conteso, le regole fumose e discutibili, i vantaggi nei cavilli, l’alta politica subappaltata. Un’altra cosa ancora, infine, il deterioramento del ceto medio nazionale che non solo fatica a permettersi Milano, ma ormai un certo tenore di vita un po’ in tutto il Paese, e non si rassegna con stile e sobria dignità al declassamento, giacché i veri poveri, alla fine, una casa la trovano.

Ogni cosa è collegata, ma incrociare i piani, per quanto suggestivo, confonde le idee. Un po’ come dare la colpa dei grattacieli agli interisti – che volendo ci sta - e della movida coi botti ai milanisti – anche, dai: però si va fuori strada. Case, vivibilità, accoglienza, etica: ogni singolo aspetto vive di vita propria e discende da una questione più grande, al contempo semplice. Il fatto è che tanti, tantissimi, vogliono vivere qui, lo spazio ambìto è poco, la cinta è alta, l’asta che ne discende spalanca margini di guadagno e di rendita. Serve alzare il livello un po’ per tutti, la qualità del vivere dove la gente riesce a vivere.

Un’idea per schiarirsi i pensieri: salire in cima a un grattacielo e guardare a chi sta in basso, o fuori. Senza sporgersi troppo. Milano è molto più grande di quello che crede.

Massimo Calvi
Avvenire, 31.7.2025

L'Italia diventerà un paese di persone sole

Tra 25 anni in Italia vivranno 4 milioni di persone in meno rispetto a oggi, la popolazione sarà in gran parte anziana, dato che un abitante ogni 3 avrà più di 65 anni e l’età media salirà a 51 anni dai 46,6 attuali, mentre le famiglie saranno ancora più piccole, con soli 2,03 componenti in media. Ma in questa trasformazione, che nelle sue linee generali è nota, e la cui dinamica è ormai considerata irreversibile dai demografi, il dato che merita più attenzione per le ricadute sociali che comporta è una condizione in particolare: la solitudine. L’Italia sarà soprattutto un Paese di persone sole, certo non l’unico tra le nazioni sviluppate, tuttavia con caratteristiche proprie molto nette.

La solitudine è la conseguenza naturale del calo delle nascite e dell’invecchiamento della popolazione, ma anche dell’evoluzione dei costumi che caratterizza la transizione demografica. Le ultime previsioni demografiche dell’Istat, aggiornate al 2024 (qui), mostrano bene questa tendenza da qui al 2050 e oltre. Oggi, ad esempio, le persone con più di 65 anni che vivono sole sono 4,6 milioni, tra 25 anni si prevede aumentino di altri 2 milioni. Il numero di “famiglie” invece non sarà molto diverso rispetto a ora, circa 26,7 milioni, ma in più del 41% dei casi, cioè circa 11 milioni rispetto ai 9,7 attuali, si tratterà di persone sole, con un aumento dell’8% per i maschi e di ben il 18% per le femmine.

La previsione deriva dall’aumento della speranza di vita, ma a incidere sarà anche l’andamento atteso dell’instabilità coniugale. In questo senso l’evoluzione della composizione della famiglia rivela che nel 2050 le coppie con figli passeranno dall’essere una ogni tre a solo una ogni cinque (21,4%), di fatto pareggiando i conti con le coppie senza figli (21,2%). Anche qui, però, in ambito familiare, a emergere è soprattutto il tema della solitudine: la percentuale di genitori soli – in particolare donne, ma con un atteso aumento della quota dei padri – è infatti destinata a salire dal 10,9 al 12,1% del totale delle famiglie.

La traiettoria della solitudine, come accennato, è il frutto di una serie di elementi combinati relativi all’andamento demografico e all’evoluzione sociale: l’invecchiamento della popolazione e l’aumento della speranza di vita generano più persone sole, il calo delle nascite più genitori soli, la crisi dei legami di coppia più individui soli e famiglie monogenitoriali. Di fatto, però, saranno sempre più gli anziani a sperimentare la solitudine: nel 2050 le persone con oltre 75 anni, mediamente più fragili e con maggiori bisogni legati all’invecchiamento, che potrebbero trovarsi sole, saranno circa 4,6 milioni, 1,7 in più rispetto a ora, e di cui 3,4 milioni donne.

Il report “Previsioni della popolazione residente e delle famiglie” con base 2024, che l’Istat ha diffuso ieri, offre molti altri spunti aggiornati su quello che potrebbe essere l’Italia nel 2050 e nel 2080 in base alla sua evoluzione demografica, elaborando uno scenario mediano e due estremi. Il calo della popolazione nazionale, ad esempio, è una certezza: nel 2050 l’Italia probabilmente avrà 54,7 milioni di abitanti, rispetto ai 59 milioni attuali, cioè 4 milioni in meno. Nel 2080 invece lo scenario mediano (che ha in ogni caso un margine di incertezza più alto rispetto al 2050) conta 45,8 milioni di residenti, cioè ben 8,8 milioni in meno da oggi. In questo scenario, la vera e drammatica certezza è lo spopolamento del meridione: dai quasi 20 milioni di residenti nel 2024 la prospettiva intermedia indica un calo a 16,4 milioni nel 2050, per scendere a nemmeno 12 milioni di residenti nel 2080, con una perdita di quasi 8 milioni di persone. Un crollo di dimensioni epocali e dalle conseguenze inimmaginabili, se si valuta che al Nord la popolazione potrebbe addirittura aumentare, mentre il tema dell’invecchiamento e della solitudine si porrà soprattutto nelle aree meridionali: attualmente il Mezzogiorno ha una popolazione con età media di 45,8 anni, di un anno più giovane rispetto al Nord (46,9), ma già nel 2040 avverrà il sorpasso con 50 anni contro 49,3.

La “convergenza” tra Nord e Sud, cioè la riduzione di alcuni divari storici, è un altro aspetto che emerge con forza, ma pone una serie di questioni problematiche, dato che riguarda da vicino le strutture familiari. Entro il 2050 nel Mezzogiorno le famiglie “nucleari” scenderanno dal 63,1 al 57,6%, le coppie con figli crolleranno dal 31,5 al 22,7%, le coppie senza figli potrebbero salire al 20,2%, le persone sole aumenteranno del 5%, al 38,7%. Livelli quasi settentrionali, ma non inseriti in un contesto di maggiore sviluppo.

Tornando al quadro nazionale, se è molto più difficile e aleatorio prevedere i flussi migratori e la loro capacità di bilanciare la perdita di popolazione e l’invecchiamento, perché molto dipende da vari fattori economici e geopolitici, l’Istat calcola dal 2024 al 2080 circa 20,5 milioni di nascite, 43,7 milioni di decessi, 18 milioni di immigrazioni dall’estero e 8,2 milioni di emigrazioni. Gli stranieri, insomma, salvo stravolgimenti, non riusciranno a bilanciare la crisi demografica del nostro Paese. Di certo, però, come rileva l’Istat, «la trasformazione della popolazione non sarà solo quantitativa, ma anche qualitativa, cambiandone profondamente le caratteristiche strutturali». E, ovviamente, ponendo seri problemi di sostenibilità dello Stato sociale: nel 2050 le persone con più di 65 anni passeranno dal 24,3 al 34,6%, la popolazione attiva, cioè tra 15 e 64 anni, si ridurrà di 7,7 milioni, scendendo dal 63,5 al 54,3%, il che significa che soltanto poco più della metà dei residenti in Italia avrà un’età da lavoro. Un Paese più anziano, con strutture familiari più fragili, e con molta più solitudine. La consapevolezza della direzione verso la quale l’Italia si sta dirigendo può essere un buon punto di partenza per prepararsi ad affrontare questa trasformazione. Ma gestirla non sarà facile.

Massimo Calvi
Avvenire, 29.7.2025

Il fine vita e il dovere di raccontare la vita

«Vi chiedo di essere umani». Con queste parole, affidate a un video diffuso dopo la sua morte, avvenuta con il suicidio assistito, Laura Santi ha chiesto alla politica di non ostacolare una legge di “buon senso” sul fine vita, cioè di far convergere le posizioni verso una norma capace di offrire una risposta dignitosa alle “sofferenze dei malati più gravi”. Essere umani: può sembrare facile ai vivi, o addirittura scontato, in faccia a vicende tanto dolorose, dense di vita e di senso, spinti, costretti a interrogarsi riemergendo dal brodo della routine di esistenze personali fin qui fortunate.

Purtroppo non lo è. Lo si nota nelle parole in eccesso che all’esterno, sforzandosi di attribuire un significato proprio all’“essere umani”, ha invece trascurato non la vicenda personale, e la legittima richiesta di dignità, ma il racconto che della vita, della morte, e del dolore, ne deriva, volendo orientare il (buon) senso comune. Lo hanno rilevato, ma non era necessario aspettarne le lettere, tanti malati al medesimo confine estremo della vita, che faticano a trovare consolazione nella morte, e chiedono di non essere lasciati soli se invece provano a continuare. Perché dietro, o sotto, la battaglia per una buona legge sul Fine vita, c’è la vita vera e il dolore autentico, che può portare a chiedere di farla finita, a un certo momento, ma anche di essere alleviato ancora, se è possibile. Non c’è un solo racconto, insomma, ne sopravvivono tanti. Quando si scrive e si titola, la sintesi è sempre un difetto, come imperfetto è il numero delle pagine o delle battute di un articolo.

Ed è giusto che una narrazione non prevalga sull’altra, e non la sovrasti, s’intende al livello di chi ascolta e deve riportare, non certo a quello di chi è testimone diretto della sofferenza più atroce, e la incarna, o ne è prossimo. Quale risposta diamo, dunque, a chi vuol restare? Perché se fuori, attorno, se nel pensiero comune il radicamento è dell’idea che la pace, il sollievo, è solo nella fine – e sì, lo può essere, eppure non sempre – raccontare col passo dell’algoritmo la consolazione desiderabile di questo approdo, non è anche servire la tentazione collettiva dell’abbandono?

Uno Stato laico ha i suoi compiti, chi narra pure. Tra una legge e un’altra vi possono essere chilometri di inimmaginabili sofferenze, atroci e aggiuntive, come di solitudini angoscianti e disperazioni supplementari. I numeri dei Paesi apripista, le frontiere avanzate del fine-vita, segnalano che il confine ha continuato a spostarsi, il dolore a ramificarsi, il peso della vita ad aggravarsi. In Olanda il 5,5 per cento dei decessi sono eutanasie, anche di coppia, anche per demenza o casi psichiatrici, in Belgio il 3,5, in Canada si supera il 7. Può bastare la sofferenza psichica, o l’essere disabili, o poveri e senza alternative mediche.

Succede perché il pensiero evolve rapidamente quando muta il perimetro delle norme, e “Joe Black” può essere terribilmente affascinante, o perché la solitudine, scontata evoluzione demografica, è in gran parte anche questione di narrazione e aspettative. Dovremmo veramente “essere umani”, è vero, ancora più umani, nell’ascoltare le voci di dolore, nel capirle, nel farci toccare il cuore dalle parole di ogni persona che chiede aiuto, come di chi cerca più cura, nell’amare, e nel raccontare tutto, ma proprio tutto, fino in fondo, con grande rispetto e a voce bassa.

Massimo Calvi
Avvenire, 25.7.2025

Il caso Milano non è questione morale, ma culturale

Se in una giornata grigia, di quelle che il bel cielo di Lombardia è un’attesa manzoniana, si esce da Milano per salire sulle cime lariane, o della bergamasca, persino in Svizzera, può capitare osservando il mare di nebbia e nuvole steso sulla pianura, di scorgere le punte dei grattacieli che bucano la cappa e conquistano luce e ossigeno. Così ci si sente un po’ viandanti, in una modernità che può ben essere romantica, perché Milano è diventata bella anche col cemento e il vetro dei palazzi, ed emoziona, per la vita che vi scorre e la vitalità che si percepisce. Dall’alto e da lontano, si guarda: vedi Milano e vorresti esserci. Fin troppo.

È vero che il giorno in cui in cima alla torre Hadid, sullo “Storto”, si è incrinata l’enorme insegna delle Assicurazioni, in tanti giù da basso hanno pensato: è un segno. Una ferita rossa in capo a un simbolo cementizio, presagio di cosa? La risposta è arrivata in breve, con le inchieste della procura su un ipotetico giro corruttivo attorno alla Milano verticale, boschiva o meno. Quasi un vuoto colmato, un sospeso risolto, quello dei giudici. Perché gli stessi che l’altro ieri si interrogavano su segni e presagi, da anni si domandavano: ma come è possibile che, con tutti questi grattacieli spuntati dalle aiuole, non sia venuto fuori ancora nulla di losco? Possibile? In Italia? Eccoci, dunque. Accontentati.

Qualcuno si chiede ancora come mai la gente di successo a un certo punto non si faccia andare bene quel tanto che ha, dimenticandosi che il passo dell’avidità è proprio uno dei motori dell’affermazione, e senza, Milano non sarebbe Milano. Ma è un errore concentrarsi ora su questo. Il punto, la domanda cruciale, semmai, è: posto che del malaffare ci sia realmente stato – perché non è ancora detto e non è ancora provato – in un contesto di totale onestà e correttezza e trasparenze ed etica cristallina, la città oggi sarebbe diversa da quella che è diventata dopo l’Expo?

Forse il destino di Milano era già scritto, questione morale o no. Scolpito, cioè, nel successo delle città. Guarda caso il 2007, l’anno in cui prende a vacillare il castello di carte dei mutui subprime e si prepara lo scoppio della bolla immobiliare statunitense, quella a monte della Grande Crisi, e che ha ufficialmente inaugurato l’era dell’incertezza globale, il 2007 dicevamo, è l’anno in cui nel mondo si registra il sorpasso epocale tra il numero di persone che abita in un contesto urbano e quelle che resistono in un territorio rurale.

Il mondo sviluppato vive nelle città, produce per le città e consuma nelle città, lavora, studia, e via dicendo. Vuole andare nelle città e la città stessa può produrre ricchezza, e latte buono, se si è bravi a mungere. I grandi capitali del mondo non chiedono altro, è un codice globale. Le volumetrie si autoalimentano crescendo dalle spore, le persone si muovono e si intrattengono, c’è cibo per tutti, ma il lusso è per pochi, lo spazio urbano è un parco tematico, ma i bambini sono adulti, le case sono sempre aperte, ma gli occupanti cambiano di continuo.

La fine dei bambini è anche un po’ colpa di queste città, dove le ruote dei trolley girano meglio di quelle dei passeggini. Va così, e non è una questione morale, è semplicemente una grande questione. La decadenza dei Buddenbrook, in fondo, incomincia dalla nuova casa.

Massimo Calvi
Avvenire, 19.7.2025

Il killer delle escort e la bufala del sex work

È una brutta, orribile vicenda, quella dell’uomo che ha ucciso una “escort”, una giovane donna con la quale avrebbe avuto incontri a pagamento, e che una volta scoperto ha confessato di avere in passato ucciso un’altra prostituta, facendone poi trovare i resti. Ora si sospetta ci siano altre vittime, forse abbiamo a che fare con un serial killer di donne che vendono il proprio corpo o la propria compagnia e, mentre si indaga, l’assassino presunto – è così, in attesa del processo e della probabile condanna – è stato aggredito in carcere da un parente della prima vittima.

Definire brutta e orribile questa storia è poco, non basta, non ci sono aggettivi, e forse non è necessario aggiungerne perché in realtà i femminicidi hanno tutti caratteristiche indicibili, e la sensazione è che i più recenti siano ancora più inquietanti e dolorosi da accettare – sarà che non ce la facciamo veramente più a leggere (e scrivere) di quello che accade.

Attorno al killer delle escort e alle sue povere vittime è però il caso di aggiungere qualcosa, una lettura che può essere necessaria e va oltre il dramma delle due innocenti vite brutalmente spezzate. Non per parlare di omicidi o di violenza sulle donne, ma per provare a muovere il velo steso della narrazione attorno alle “lavoratrici del sesso”, che chiamiamo così traducendo dal termine sex workers, entrato nel linguaggio comune grazie ai consolidati meccanismi di contaminazione culturale di cui si serve il mercato quando deve mercificare l’umano.

A noi piace pensare che non è nel lavoro, o in ciò che si è e si fa, l’origine del male, ed è così. Le donne vengono uccise anche quando sono mogli o fidanzate, non solo escort, e la vittimizzazione secondaria è la tentazione di un codice morale alterato, fine. Allo stesso modo potremmo però accettare tutti l’idea – il passaggio logico è il medesimo – che non è regolando il cosiddetto sex work la soluzione per evitare il ripetersi di fatti di questo genere. È seducente l’idea che se assunte regolarmente, o magari unite in cooperativa, pagando le tasse, dotate di Pos, e ospitate in residenze “sicure”, con i controlli sanitari del caso, le cosiddette sex workers sarebbero molto più protette. Cioè rischierebbero meno.

Non è questo il punto. La vicenda dovrebbe permetterci di spostare il fuoco dalla vittima al carnefice, per ricordare che cosa si vorrebbe regolarizzare veramente: perché il cliente di una prostituta, come ha insegnato l’attivista anti-prostituzione Rachel Moran, è sostanzialmente una persona che paga per stuprare. Può darsi che in altri tempi, quando “i valori erano altri” e la cornice della vita era spesso l’ipocrisia, la definizione di stupro a pagamento non fosse così adatta. Oggi sì. Un uomo che effettua una transazione economica così da usufruire del corpo di una donna, per quanto lei si creda libera di scegliere, ecco, questo uomo nell’intimo paga per dominare, abusare.

Può essere un abuso dolce, con trasporto, pulito, corretto, regolato. Ma nella mente e nel cuore indurito del cliente pagante non ci si allontana molto dal concetto di stupro. La conseguenza di questo, ovvio, non è per forza la violenza estrema. Ma resta, per quanto edulcorata o ben narrata, una forma di violenza retribuita. Varrebbe la pena pensarci, la prossima volta che, vuoi per un nuovo film, una serie tv, o un dibattito politico, si tornerà a parlare di sex work e di gioiosa emancipazione attraverso la vendita del corpo.

Massimo Calvi

Avvenire, 12.6.2025

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Lauree, stranieri, scuola e cittadinanza

Ci sono sfide, nel senso di problemi, crisi, ma anche opportunità, che per essere affrontate (e vinte) andrebbero comprese e gestite prima che sia troppo tardi. Perché viene un momento in cui gli strumenti a disposizione diventano obsoleti e inefficaci a causa dello scorrere del tempo. Prendiamo la crisi demografica: l’Italia avrebbe dovuto incominciare ad affrontarla seriamente almeno una trentina di anni fa, quando ancora le misure “classiche” di intervento sarebbero state in grado di sortire qualche effetto. Oggi, purtroppo, se si parla di fare qualcosa per rimuovere gli ostacoli al desiderio di figli, il contesto culturale richiede la capacità di inventare veramente qualcosa di nuovo. In questo periodo si sta discutendo se sia giusto lasciare che debbano trascorrere 10-13 anni prima che una persona adulta inserita nel contesto nazionale, con la capacità di parlare un buon italiano e una presenza attiva nel mondo del lavoro, possa diventare cittadina a tutti gli effetti.
Mentre ci accapigliamo attorno a questo argomento, oggetto di un referendum (a proposito: si vota domani e lunedì), rischiamo di non accorgerci che il tempo scorre e stiamo probabilmente guardando nella direzione sbagliata. Tutti. Cioè i buoi, come si sarebbe detto una volta, stanno già scappando.
A cosa ci riferiamo? Guardiamo un paio di numeri, tra quelli che il rettore della Bocconi, Francesco Billari, ha fornito mercoledì durante l’audizione alla Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti della transizione demografica: in Italia le persone sotto i 35 anni in possesso di una laurea sono il 24%; pochi se si fa un confronto col gruppo dei Paesi avanzati dell’area Ocse, dove la media è addirittura del 50%. Significa che siamo una nazione con un “capitale umano” – sì, è un brutto termine, ma non è questo, ora, il punto – che merita qualche attenzione.
Nei contesti sviluppati le competenze sono importanti, sia a livello personale che in termini di sistema e di comunità, soprattutto se la demografia mostra segni di declino, il Paese invecchia, la popolazione attiva si riduce e la produttività non eccelle. Non si tratta di sminuire il valore del lavoro manuale, della capacità di fare, o di quei mestieri fondamentali che si possono svolgere anche senza un titolo di studio elevato, ma una nazione con pochi laureati è una nazione complessivamente più povera, anche perché significa che molti giovani hanno abbandonato precocemente gli studi o non sono riusciti ad esprimere tutto il proprio potenziale. Le nazioni con più laureati, oltretutto, hanno maggiori capacità di attrarre “cervelli” dall’estero, accentuando il problema dove si studia meno, come si vede con i tanti laureati italiani che espatriano ogni anno: dal 2013 al 2023 ben 300.804 cittadini italiani con un titolo universitario hanno lasciato definitivamente il Paese per trasferirsi all’estero.
In questo senso si può intuire come guardare al tema della cittadinanza concentrandosi sul perimetro, sul confine, sul “recinto”, cioè su chi è dentro o è fuori, e sui tempi di ingresso in questo “spazio”, rischia di non far cogliere come invece la vera fonte di preoccupazione dovrebbe essere un’altra: provare cioè ad alzare l’asticella delle ambizioni culturali, impegnarsi per elevare le conoscenze e le competenze dei giovani, degli italiani e di quelli con origini lontane, e investire risorse economiche ed energie mentali per fare in modo che tutti i ragazzi e le ragazze che vivono qui studino di più, non lascino i banchi troppo presto e possano arrivare più lontano rispetto a ora. Una buona integrazione passa anche da una scuola che include e prima di premiare il merito riesce a far sbocciare i talenti di ciascuno.
In Italia nascono pochi bambini, 370mila lo scorso anno, tra questi il 14% è considerato straniero e deve aspettare almeno 18 anni, una vita, per incominciare a chiedere di diventare italiano. Bambini e ragazzi nati in Italia, compagni di banco e di studio di cittadini italiani. Accorciare i tempi di questo passaggio può essere il primo passo di una presa in carico molto più ampia: la traduzione di un Paese che prova a essere comunità a partire proprio da quel luogo in cui la diversa provenienza è sempre e solo una ricchezza, e dove nel percorso di studio si definisce insieme una parte importante del valore e del futuro di una Nazione.

 


Massimo Calvi
Avvenire 7/6/2025

Il ceto medio sogna di far emigrare i figli

Il ceto medio italiano ha un sogno: vedere i propri figli realizzati all’estero. È un mito condiviso, e non è un bel segno, perché se l’idea di far espatriare i propri discendenti affinché possano affermarsi può essere letta come apertura al mondo, in realtà questa nuova aspirazione “di classe” assomiglia più a un invito alla fuga frutto di insoddisfazione: lasciare un paese che ha poco da offrire quanto a opportunità presenti e future, che non premia il valore, ha retribuzioni troppo basse e – va da sé – tasse troppo alte, anche in rapporto a un welfare che va restringendosi.

Forse è una visione un po’ pessimistica, ma indagini come quella che il Censis ha realizzato con la Confederazione dei dirigenti e della alte professionalità (il nuovo Rapporto Censis-Cida è più di un programma: “Rilanciare l’Italia dal ceto medio - Riconoscere competenze e merito, ripensare fisco e welfare”), esprimono il loro valore proprio nella capacità di registrare la percezione che le persone hanno della realtà. Perché è come ci si sente che, alla fine, conta. E in Italia oggi due terzi dei cittadini (il 66%) ritengono di appartenere al ceto medio, in base a un’autovalutazione che non discende tanto dal reddito o dal lavoro svolto, bensì dalla condizione culturale, dagli interessi e dalle competenze. È una novità rilevante, questa, ai fini della soddisfazione di vita: significa che le persone si percepiscono ceto-medio anche se la loro situazione economica li relegherebbe un po’ più in basso (il 28,2% è invece ceto popolare, i benestanti sono il 5,7%).

Un corpo sociale che non sta male, insomma, fuori dalla portata dei riflettori in un Paese con 5,6 milioni di poveri assoluti, ma che tante ricerche segnalano da tempo essere in sofferenza: giusto pochi giorni fa il rapporto Iref-Acli ha parlato di “sgretolamento” del ceto da sempre associato a dinamismo e vitalità, e la stessa indagine Censis-Cida segnala come la ricchezza media sia scesa negli ultimi anni di quasi il 20% per il ceto medio, contro il calo del 3% per i più poveri e del 4,3 per più ricchi.

Il “sogno” dei figli all’estero è solo uno dei molti aspetti che rilevano la maggiore fatica, ma è un punto d’osservazione importante perché rappresenta la vista sul futuro: quasi il 50% dei genitori è convinto che i propri figli staranno economicamente peggio rispetto a oggi, il 24% vorrebbe che frequentassero scuole superiori oltreconfine, il 53%, potendo, li manderebbe a frequentare un’università straniera, e poi più della metà pensa che tutti i giovani italiani farebbero bene a cercare all’estero il lavoro per cui hanno studiato, mentre il 35% è convinto che dovrebbero andarsene altrove a realizzare i propri progetti di vita, perché «l’Italia non è un paese per giovani». Una fuga già in atto, come ha rilevato di recente anche l’Istat contando 352mila giovani che si sono traferiti oltre confine negli ultimi 10 anni.

L’identikit del ceto medio nazionale rileva che il 45% ha un reddito tra 16 e 35mila euro, il 28% dai 36 ai 50.000 euro, la metà ha un diploma e il 41% la laurea, due terzi investe in attività extrascolastiche per i figli – che nel 49% dei casi significa attività sportive e, nonostante l’ambizione a un altrove oltreconfine, vuol dire invece corsi di lingua per solo il 18%, di musica per il 10,6%, di informatica per l’8,4%. Il supporto economico a figli e nipoti nelle spese importanti è un tratto caratteristico, ma registra un peggioramento di certezze e prospettive: la maggioranza sente di avere «le spalle coperte», ma il 24% vive una condizione di ansia, per più di otto su dieci il reddito è rimasto fermo o è calato, poco meno della metà ha ridotto i consumi e il risparmio, per il 55% il welfare pubblico riesce a garantire giusto le prestazioni di base e per uno su quattro nemmeno quelle. Per questo, chi riesce, ha una polizza sanitaria (45%) o un fondo pensione (36%), e chi non ce la fa, ovviamente, li vorrebbe.

Il punto è proprio questo. Il ceto medio sente di godere di una buona reputazione sociale pubblica per le competenze e le professionalità che esprime e mette in campo, ma poi non trova il corrispettivo di una soddisfazione “materiale” capace di fare la differenza. Non è tanto la richiesta di minori tasse sui redditi, insomma, il vero punto, anche se lo chiede il 71% degli italiani, pensando possa servire a ridurre l’evasione fiscale, ma quella “scure” che quando è troppo alta disincentiva il lavoro e l’impegno a fare di più, abbatte premi di produzione e aumenti, fa perdere quei benefici e quegli sconti fiscali che tanti pensano debbano essere concessi in base al bisogno e non al reddito, come invece accade, ad esempio, per i sostegni ai figli. Un aspetto, questo, emerso anche dal recente rapporto Ocse sulla tassazione dei redditi nel dato delle aliquote marginali.

«Il ceto medio è il punto di tenuta del Paese, ma sta vivendo un paradosso insostenibile – spiega Stefano Cuzzilla, presidente riconfermato della Cida -. È troppo ricco per ricevere aiuti, troppo povero per costruire futuro. Colpito dal fisco, escluso dal welfare, ignorato nei riconoscimenti. Eppure resiste, investe nei figli, tiene in piedi famiglie e territori con una generosità silenziosa. Per quanto ancora? Per quanto ancora possiamo permetterci di non ascoltarlo?». Le richieste della Cida parlano di riforma fiscale per alleggerire le tasse sul lavoro dipendente, rivalutazione delle pensioni, previdenza integrativa rafforzata, valorizzazione del ruolo e del contributo dei manager, una più forte lotta all’evasione. Soprattutto un sistema che «premi chi produce valore e non chi lo elude».

Al di là di questo, bypassando la dinamica tra ricchi e poveri e la diatriba tra merito e impegno, l'immaginario di un paese in cui è difficile emergere, al punto che alla mobilità interna si è sostituita quella esterna che invita a oltrepassare i confini per realizzarsi, è la vera questione da affrontare.

Massimo Calvi
Avvenire, 22.5.2025

Gli studi sul benessere indicano che i giovani stanno peggio in tutto il mondo

I giovani stanno male. Lo sappiamo. Dati e ricerche segnalano da tempo che il benessere dei ragazzi è peggiorato, che i disturbi dell’umore degli adolescenti sono in aumento, che l’ansia è il comune denominatore di una generazione e la speranza fatica a illuminare lo sguardo in quell’età che in un tempo ormai lontano veniva definita “verde”. Cosa succede? Una recente ricerca condotta dall’Ipsos per l’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica ha fornito un dato preoccupante: più della metà dei giovani italiani ha un livello bassissimo di speranza nel futuro, e questo ha un impatto negativo sui livelli di benessere e sulla qualità della vita.

La crisi della fiducia che si è radicata nelle giovani generazioni non è un tratto esclusivamente italiano. Ma se fino a poco tempo fa questa fase di pessimismo si poteva inquadrare come una caratteristica sperabilmente temporanea delle nazioni più sviluppate, colpa magari della recente pandemia di Covid, del racconto sulla crisi climatica, per non dire dei social network o della dipendenza da smartphone, oppure – risalendo nel tempo – della Grande Recessione, analisi recenti aggiungono elementi sinistri quanto capaci di offrire una lettura meno emotiva: i giovani, a quanto sembra, stanno peggio non solo qui o in contesti simili, ma praticamente in tutto il mondo.

Una nuovissima ricerca, il Global Flourishing Study, basata su varie indagini condotte da un consorzio di istituti, ha elaborato i dati raccolti per cinque anni su oltre 200mila persone in 22 Paesi e ha notato un cambiamento radicale nell’evoluzione del benessere, o meglio, della “prosperità”, concetto che tiene conto di più aspetti dell’esistenza di una persona, come la felicità, la soddisfazione, la salute fisica e mentale, il senso della vita, la stabilità materiale e finanziaria, le relazioni sociali, la spiritualità.

Ora, per anni l’andamento del benessere complessivo ha seguito un andamento a U in un grafico che tiene conto delle età. Cioè: la prosperità è massima a 18 anni, scende lentamente fino a circa i 40-50 anni, poi risale invecchiando. Il nuovo studio mostra invece che oggi la U è stata sostituita da una J, nel senso che i livelli di benessere-prosperità sono già bassi alla prima età adulta, restano orizzontalmente bassi per lungo tempo, poi incominciano a crescere nel punto in cui salivano anche prima, intorno ai 43 anni. Benessere piatto, insomma.

Nello studio non c’è l’Italia, ma i 22 Paesi e i territori considerati, dall’Australia al Brasile, dalla Svezia alla Tanzania, dagli Usa alle Filippine, sono rappresentativi della metà della popolazione del mondo. Uno degli aspetti interessanti della ricerca riguarda il fatto che la prosperità generale può risultare alta sia in un paese molto ricco che in uno più povero, perché nei contesti avanzati o consumistici a prevalere è il punteggio del benessere materiale ed economico, mentre dove il Pil è più basso le persone spesso trovano un maggiore senso nella vita e intessono molte relazioni positive, a riprova che i soldi servono, ma non rendono sempre felici. Un altro elemento lo conferma, ed è il valore della fede: le persone che partecipano a funzioni religiose almeno una volta alla settimana esprimono punteggi di prosperità molto più alti ovunque rispetto a chi non crede, soprattutto nelle nazioni ricche, dove la secolarizzazione e il materialismo possono rendere più difficile individuare un significato, uno scopo, nella propria vita.

Tornando ai giovani, il discorso dei valori non materiali sembra in effetti essere l’elemento decisivo. La “famosa” curva a U, infatti, riappare quasi miracolosamente se si considerano i punteggi dei ragazzi e delle ragazze con più amicizie e relazioni sociali intime. Quasi a dire che il male planetario di questa generazione in erba è, ovunque, la solitudine diffusa, l’isolamento, il ripiegamento su sé stessi. Quando però si riesce a infrangere questo muro, trovando una comunità, tutto sembra tornare nella norma.

Quale sia la causa di tutto questo è difficile da dimostrare, lo si può supporre pensando a quanto l’era digitale nel suo insieme – che non è solo “i telefonini” – ha trasformato le vite delle persone, cambiando la forma delle relazioni, in un villaggio globale in cui tutti in fin dei conti vedono lo stesso tipo di contenuti e condividono un immaginario molto simile. Ma siamo nel campo delle ipotesi. Ciò che emerge con forza è, piuttosto, la potenza dei legami solidi e duraturi tra le persone nel generare benessere e autentica felicità. Non sarà la cura definitiva, ma riscoprirlo, e ricordarlo, è già un aiuto. Ci vorrebbe un amico, insomma. O anche di più.

Massimo Calvi
Avvenire 16.5.2025