Bambini, la povertà del bonus

Il bonus bebè si prepara a cambiare pelle. Da un contributo per i nuovi nati a una misura tagliata soprattutto sui bimbi più poveri. È un ripensamento importante, considerato quanto la crisi ha influito sulla condizione economica delle famiglie. Nella prima versione si era parlato di un bonus da 80 euro al mese per 3 anni alle neomamme, poi è emersa l’ipotesi di estenderlo fino a cinque anni. Ora, sulla spinta di diversi emendamenti alla Legge di Stabilità, ecco l’indicazione di rimodularlo guardando ai genitori poverissimi.

Il cambio di direzione, alla vigilia della giornata mondiale dell’Infanzia che si celebra oggi, rappresenta la presa d’atto di un’emergenza che non è più possibile trascurare. Nel 2007 i minori poveri in Italia erano circa 400mila, oggi la loro cifra ha raggiunto il milione e mezzo. È una generazione che pagherà a lungo il conto di questa crisi, un tributo doloroso destinato a gravare su tutti noi, sul Paese, in termini di peso economico, sociale e morale. Per questo è necessario imprimere una svolta subito, e molto forte, sapendo che un sostegno economico diretto è importantissimo, ma può non bastare.

Ai centri di ascolto della Caritas il 75% delle richieste di aiuto arriva da persone con figli a carico. A volte le mamme povere che riescono a trovare un piccolo lavoro si devono scontrare con il problema della custodia dei figli, se nidi o altre risorse per i servizi non ci sono. Il valore di un bonus bebè virato sui poveri rimanda anche a un’altra esperienza a suo modo profetica: il Progetto Gemma della Fondazione Vita Nova, e alle migliaia di vite che ha contribuito a salvare grazie anche ai 160 euro al mese dato attraverso i Centri di aiuto alla vita alle donne che avevano pensato all’aborto.

C’è solo un conto che al momento sembra non tornare, se è vero che le politiche di contrasto alla povertà sono una cosa e quelle per sostenere la natalità un’altra. Per il bonus bebè sono stati stanziati dai 200 ai 500 milioni di euro, cifra che impallidisce di fronte ai 10 miliardi per il bonus di 80 euro assegnato ai redditi individuali, a prescindere dal reale bisogno. Povertà infantile e denatalità oggi sono due gigantesche emergenze sociali. Ai bambini è stata concessa una 'pagnotta', sarebbe bene evitare una competizione tra bisogni diversi per contendersela.
Massimo Calvi

Avvenire 20.11.14

Famiglia, il motore dimenticato

Dal 2008 al 2013, cioè dallo scoppio della “crisi” in poi, in Italia ci sono stati 53mila matrimoni in meno. Un calo molto forte, quello registrato dall’Istat qualche giorno fa, che accentua una tendenza già presente ed è dovuto alle maggiori difficoltà economiche dei giovani, ma anche in gran parte alla trasformazione dei costumi sociali. La tendenza a non mettere su famiglia, così come la difficoltà a costituire legami stabili, sono caratteristiche sempre più tipiche delle nostre società. Un’evoluzione-involuzione che ha come effetto diretto anche il drastico calo della natalità che stiamo sperimentando.

L’individualismo, si sa, esige il suo tributo. Ma la diminuzione dei bambini che nascono rappresenta oggi – a causa dello squilibrio generazionale che produce – un problema serio per il nostro sistema Paese, per il suo sviluppo umano complessivo così come per i conti pubblici e la crescita economica. Può sembrare paradossale, ma se la disoccupazione è così alta, questo è dovuto anche al fatto che ci sono troppi pochi giovani attivi in rapporto al numero di anziani in pensione.
Se il legame tra denatalità e crisi è abbastanza facile da dimostrare (nonostante che gli economisti su questo argomento tendano ancora ad accapigliarsi), meno indagata è la correlazione tra crisi della famiglia e crisi economica.

Certo, sarebbe ardito affermare che il calo dei matrimoni abbia aggravato la recessione, tuttavia c’è un’ampia letteratura scientifica che dimostra come la famiglia rappresenti un indiscutibile “capitale sociale”, e come le misure che puntano a rafforzarla e a renderla stabile siano il fondamento delle politiche per promuovere uno sviluppo sostenibile, a beneficio della collettività. Può essere utile ricordarlo in occasione del Family Act, la manifestazione promossa da un cartello di 27 associazioni in difesa della famiglia e della vita. In questo senso una ricerca pubblicata di recente sull’International Journal of soustainable development riassume bene lo stato dell’arte sulla questione descrivendo la famiglia e la sua “stabilità” come una risorsa fondamentale contro la povertà, a favore della solidarietà tra generazioni, per lo sviluppo dei bambini, il benessere e lo sviluppo socio-economico, persino la tutela dell’ambiente.

Partiamo dalla povertà. Poiché è dimostrato, ad esempio, che chi è povero da piccolo lo sarà quasi sicuramente anche da adulto, una strategia naturale per interrompere la trasmissione del “contagio” è puntare innanzitutto sulla famiglia: una politica di contrasto alla crisi anziché guardare ai redditi dei singoli individui dovrebbe partire dall’aumento dei trasferimenti ai nuclei bisognosi, degli incentivi fiscali alle famiglie, degli assegni famigliari.

Su un altro piano, è inevitabile investire risorse per rendere gratuiti (o almeno accessibili) gli asili nido, le cui tariffe oggi in Italia rappresentano una tassa occulta sempre meno sostenibile, ma anche incentivare la pratica dei congedi parentali, che – è dimostrato – aumentano la produttività del lavoro di chi li utilizza e riducono i costi sociali futuri a carico dello Stato.

La chiave di lettura economica può sembrare arida e persino cinica, ma aiuta a vedere le cose da una prospettiva in linea con i temi più dibattuti. Due persone che si lasciano e vanno a vivere da sole non solo diventano più povere, ma consumano dal 40 al 60% in più di elettricità e di acqua. Il “costo” della povertà infantile, tra carenza di mezzi e rottura dei legami, è stato stimato incidere fino al 4% del Pil. La solidarietà tra le generazioni, altro tratto distintivo della famiglia, evita l’isolamento degli anziani e permette loro di trasferire cultura e valori alle nuove generazioni, ma si traduce anche in cura dei disabili ed è un bellissimo valore in sé oltre che un beneficio economico quantificabile.

Le considerazioni più semplici, a volte, sono anche le più vere. Poter avere un’infanzia serena in una famiglia stabile non dovrebbe essere solo il diritto – questo sì «incoercibile» – di ogni bambino, ma la base per la costruzione di una società più forte nel suo insieme. Tutte le ricerche sui costi sociali, educativi, sanitari ed economici della disgregazione delle famiglie portano a dire che uno Stato non dovrebbe avere a cuore solo la tutela della famiglia, ma anche la sua tenuta. Perché questo non avviene?

Non serve dare troppi numeri, quando si parla del valore della famiglia. Ma per un Paese come l’Italia, senza crescita da 13 trimestri consecutivi, con le piazze e le periferie che sempre più manifestano il loro disagio a fronte di un governo che, pure, sta cercando di spezzare la catena del non-vedere, del non-decidere e del non-fare, forse sarebbe bene incominciare a riflettere seriamente, e serenamente, sul fatto che le azioni che mirano a migliorare il benessere delle famiglie sono misure che portano sviluppo e vantaggi a tutta la società. E agire di conseguenza, con decisione. Per riattivare il nostro «motore» dimenticato.
Massimo Calvi
Avvenire 18.11.14

Più nidi e meno bonus (Intervista a Tiziano Vecchiato, Fondazione Zancan)

Usare una parte delle risorse destinate ai genitori per trasformarle in servizi per la prima infanzia. In sostanza: meno bonus bebè e più asili nido gratuiti o a tariffe basse. È la proposta che avanza Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan, per intervenire in modo più efficace contro la povertà infantile. «Se si investisse solo una parte dei 7 miliardi che oggi sono destinati alle responsabilità genitoriali - spiega Vecchiato - sarebbe possibile raddoppiare il numero di bambini negli asili nido e creare fino a 40mila nuove opportunità di lavoro. Un modo concreto per lottare contro la povertà infantile e la disoccupazione, soprattutto femminile.
In che modo si arriva a questo obiettivo?
L'insieme degli assegni ai nuclei vale circa 6,5 miliardi, il nuovo bonus bebè da 80 euro al mese 500 milioni. In tutto arriviamo a 7 miliardi di risorse disponibili. Ecco, investendo solo una parte di queste risorse, poniamo 1,5 miliardi, si raggiungerebbe l'obiettivo di 200mila posti in più al nido e 40mila occupati. Con un ritorno in termini di gettito fiscale e contributivo di 500 milioni, che possono essere ulteriormente reinvestiti per la prima infanzia e le famiglie con figli piccoli.
Perché rinunciare al bonus bebè? Non crede che vi possa essere spazio per questa misura e per altre?
Il governo ha aumentato le erogazioni alle famiglie, e può essere visto come l'inizio di un necessario riequilibrio a favore delle nuove generazioni. Però dobbiamo chiederci anche quanto rendono queste risorse, se cioè è garantito un adeguato rendimento all'investimento che viene fatto.
E qual è la risposta?
Negli altri Paesi i trasferimenti monetari alle famiglie forniscono un aiuto maggiore, "rendono" di più, nel senso che il tasso di povertà si riduce maggiormente. Il motivo è semplice: perché altrove i servizi sono più efficienti e costano meno, dunque l'aiuto diretto assolve meglio il suo compito. Da noi invece il nido, quando c'è, è come una tassa sulle famiglie. E a che serve a qual punto ricevere un piccolo bonus? I servizi socio-educativi per la prima infanzia hanno un rendimento maggiore rispetto ai semplici contributi economici. Anche per l'impatto benefico che dimostrano nel ridurre la povertà, e le disuguaglianze, e in termini di istruzione, socialità dei bambini, futuro accesso al lavoro, sostegno alla conciliazione famiglia-lavoro.
Non crede che a volte si confondano le misure per la povertà e quelle per il sostegno generalizzato alle famiglie?
Nel contrasto alla povertà le risorse non sono poche. La partita dei trasferimenti vale in tutto 45 miliardi, se contiamo pure le integrazioni al minimo delle pensioni - date anche a chi non ne ha bisogno, non ha versato contributi o ha evaso - la social card, le indennità di accompagnamento, gli assegni sociali dei comuni... Vogliamo aprire una riflessione su come redistribuire queste risorse? Forse sarebbe utile farlo, tenendo conto che offrire più servizi significa anche creare più lavoro, mentre sui semplici trasferimenti non c'è un vero controllo delle spese. È meglio un nido, un servizio gratuito, che un contributo economico che può finire giocato in una sala slot.
Intende dire che la prima attenzione oggi va riservata ai minori?
L'emergenza povertà riguarda soprattutto i bambini. Dal 2011 al 2013 i numero di ragazzi e bambini in povertà assoluta è raddoppiato. Le famiglie con figli hanno sofferto di più la crisi rispetto ai pensionati. In una fase come questa la "politica per la famiglia" non è una diversa aliquota di detrazione fiscale, non è un ovocita, non è un quoziente. Gli strumenti devono tenere conto che il fine ultimo deve essere come aiutare le persone a farcela.
Massimo Calvi
Avvenire 11.11.14

Imu e non profit, pagheranno i poveri (intervista a Marco Barbieri, Forum Terzo Settore)

Si riapre il fronte europeo dell'Imu per il non profit. La Corte di Giustizia del Lussemburgo ha dichiarato «ricevibile» nel merito un ricorso contro la Commissione europea per il modo con cui nel 2012 ha chiuso il contenzioso sulle esenzioni Ici e Imu. Bruxelles, nel dare l'ok alle nuove regole del governo Monti, aveva riconosciuto l'impossibilità di quantificare e recuperare l'Ici non versata dal 2006 al 2011 in virtù di agevolazioni giudicate «incompatibili» con le norme sugli aiuti di Stato.
L'esito del nuovo ulteriore ricorso - iniziativa dei radicali Maurizio Turco e Carlo Pontesilli - è aperto, i tempi non brevi, ma come l'ha presa il non profit?
«Tecnicamente è un contenzioso tra la Commissione e lo Stato italiano sul merito di quella decisione - risponde Marco Barbieri, portavoce del Forum del Terzo Settore - al limite può portare a una multa a carico di Bruxelles o dell'Italia. Non al recupero di quelle somme. In questo senso non mi sembra un'iniziativa molto intelligente».
Le regole attuali sulle esenzioni Imu possono essere rimesse in discussione?
I ricorsi a Bruxelles hanno generato un problema gigantesco non ancora risolto. Le nuove modalità per definire le parti non commerciali di un immobile di un ente non profit, ad esempio, sono incomprensibili e pericolose. Ci sono organizzazioni di volontariato che vivono grazie un immobile nel quale svolgono la loro attività e che ora sono destinate alla chiusura. Quello che non si vuole capire, in certi ambienti, è che a essere messe in ginocchio sono le parti più deboli del non profit, le più generative, non le più forti, che possono comunque pagare.
In un'intervista a Radio Radicale Turco ha parlato di un non profit che compete in condizioni di «privilegio» rispetto al privato for profit, e per questo di «competizione drogata».
Inviterei i radicali a guardare prima ai privilegi di cui godono le loro attività, poi a farsi un giro dalla parte delle associazioni. Equiparare una mensa per i poveri a un'attività di ristorazione non è molto sensato, così come mettere sullo stesso piano delle imprese di mercato le attività che danno lavoro a persone disabili o con disagi mentali, sostegno ai down, posti di lavoro a ex carcerati. Soprattutto se consideriamo che nelle aziende profit queste persone non trovano affatto lavoro, peraltro in violazione delle leggi sul collocamento obbligatorio.
Come giudica il fatto che si parli sempre e solo di «Imu per la Chiesa»?
L'argomento riguarda tutto il non profit italiano, non le sole attività della Chiesa nel sociale.
Confondere i due piani può servire ai titoli dei giornali, ma l'attacco è al non profit, un mondo molto vasto e senza il quale l'Italia avrebbe seri problemi. Pensiamo alla chiusura dei manicomi, a Franco Basaglia che invitava i lavoratori di quelle strutture a costituire cooperative, alle forme di intervento innovative in questo ambito, all'hotel Tritone di Trieste, una delle esperienze più incredibili di come si affronta la chiusura degli ospedali psichiatrici, e che si sostiene grazie alle agevolazioni concesse al non profit. Questo non è un mercato concorrenziale.
Circola la cifra di 4 miliardi che potrebbero essere recuperati dal non profit facendo pagare 5 anni di Ici dal 2006.
Questa cifra non l'ho mai sentita prima. Una stima è impossibile. Al massimo si può parlare di 500 milioni o poco più. Ma il problema non è il passato: dovremmo preoccuparci alle attività sociali che rischiano di chiudere già oggi anche grazie a chi ha messo il non profit nel mirino.

Massimo Calvi
Avvenire 6.11.14

Donne e lavoro, la lezione di Obama

Nel 2014, nella maggiore economia del mondo, gli Stati Uniti, le donne che lavorano sono meno pagate dei colleghi uomini, faticano a ottenere periodi di aspettativa per curare i figli o un genitore malato, sono ancora discriminate se aspettano un bambino, possono essere licenziate se prendono troppe pause dal lavoro per ragioni familiari. A ricordarlo, denunciando l’intollerabile discriminazione, è Barack Obama: la disoccupazione è tornata sotto il 6% ma «in America non ci possono essere cittadini e lavoratori di seconda classe», ha detto il presidente Usa rivolgendosi alle donne.
Molti hanno letto l’intervento come un modo per ingraziarsi l’elettorato femminile a pochi giorni dal voto di midterm. Ma la chiave politica nulla toglie al significato del discorso. Nel mondo del lavoro, le donne continuano a viaggiare "in seconda classe", ovunque si trovino. Lo conferma la classifica sulla "disparità di genere" del World Economic Forum, diffusa pochi giorni fa, che vede primeggiare i Paesi del Nord Europa, con gli Usa al 20° posto su 142 e l’Italia al 69°, ma tra gli ultimi (129° posto) per differenza salariale. In Europa le donne guadagnano in media il 30% in meno degli uomini, e le ragioni sono molte e note. Dipendono dai pregiudizi, ma soprattutto da un dato naturale incontrovertibile: le donne possono fare figli e possono voler stare con loro il tempo che serve. E questo continua a rappresentare un problema per larga parte della cultura aziendale.
Aver parlato di maternità, dunque di conciliazione, di «difesa delle donne incinte», e non solo di gap retributivo o di carriera, è un merito per Obama, che in questo sembra distinguersi da molti leader e opinionisti europei, purtroppo anche donne. È emblematico che l’appello giunga dallo stesso Paese in cui due aziende al top del politicamente corretto, Apple e Facebook, hanno annunciato che regaleranno il congelamento dei gameti alle dipendenti interessate a fare carriera e rinviare la maternità. L’America, in vari modi, ci ricorda che c’è molta strada da fare per imparare a non discriminare le donne, concedendo loro la libertà di restare donne. Una sfida per le aziende che oggi fanno a gara nel dirsi friendly, aperte e amichevoli verso bisogni emergenti, come per i sindacati in cerca di "nuovi" diritti da rappresentare.

Massimo Calvi

Avvenire 2.11.14