Scuole chiuse fabbrica di poveri

La preoccupazione di mettere prima i poveri può essere declinata in vari modi. Ma per i cristiani non può mai finire tra parentesi: appartiene al Dna dei credenti, e il Papa non si stanca di ricordarcelo dall’inizio del pontificato e con speciale intensità in questa fase di emergenza in cui aumenta il rischio di un ripiegamento in sé stessi.

Un approccio caritatevole, per esempio, dovrebbe spingerci a fare di tutto per rimuovere all’origine le condizioni che alimentano la povertà, oggi e nel futuro. In questo senso è importante capire quanto può costare a una generazione il prezzo di un’istruzione "sospesa", preoccupandoci per quanto si sta sottraendo ai più giovani, ai bambini e ai ragazzi, con la chiusura delle scuole e con una didattica generosa, ma limitata o incompleta. Tutte le ricerche sociali dicono che la contrazione del diritto all’istruzione è predittiva di povertà. E questo avviene non tanto perché una minore preparazione da piccoli può comportare stipendi più bassi da grandi, ma soprattutto perché cancellare la scuola dall’orizzonte quotidiano di un giovane significa informarlo che la società ha abdicato al compito di credere nelle sue potenzialità, e di investire affinché il suo impegno possa avere ricadute positive per l’intera comunità.

E qui veniamo al secondo problema: l’effetto che può avere il messaggio contenuto nella decisione di chiudere le scuole. Ripetiamolo: non si tratta solo di apprendere meno, ma di crescere nella convinzione che la scuola e lo studio, la cultura, l’istruzione, sono la prima cosa che può essere sacrificata di fronte a un’emergenza. È questo il messaggio che l’Italia rischia di trasferire a una generazione intera, una “lezione” che non potrà che avere ricadue negative. È in virtù di tale preoccupazione che in altri Paesi il discorso pubblico sulla scuola è stato universalmente e radicalmente diverso, senza esitazioni, mantenendo la continuità dell’istruzione come un baluardo.

Questo diverso approccio determinerà una differenza tra le generazioni dei diversi Paesi. Forse, allora, non è un caso che la maggiore convinzione e tempestività nel chiudere i portoni delle scuole sia emersa proprio nei territori e nella nazione in coda alle classifiche Ocse per tasso di laureati, e ai primi posti per abbandono scolastico e numero di giovani che non studia e non lavora, i tristemente famosi "Neet". Viene da pensare che nonostante i buoni pensieri e le buone pratiche di tanti, in Italia nutriamo probabilmente un’avversione strisciante verso la cultura, la formazione e l’istruzione, e questa attitudine riemerge inesorabilmente ogni volta che se ne presenta l’opportunità. 

Il primo passo per programmare la povertà è proprio sottrarre a un giovane il diritto a una buona istruzione. Ed è anche il modo più efficace per impedirgli di diventare un cittadino libero, se è vero che la possibilità di dare voce ai poveri passa anche dal loro accesso alla cultura e al sapere. Non basta entrare in classe per rendere automatico un processo positivo, ma è sufficiente chiudere un cancello o un portone di una scuola per aumentare le probabilità di fallimenti futuri. Un popolo poco istruito è più malleabile e meno attrezzato a tutelarsi dalle sirene dei populismi e dalla circolazione di bufale rivendute come “fatti alternativi”.

Un anno di scuola sospesa è un problema, ma molto più grave è il messaggio con il quale si dice che, alla prima difficoltà, la soluzione è stare a casa da scuola. Dovremmo tenerlo presente ogni volta che, ragionando su cosa riaprire e cosa no per gestire l’emergenza sanitaria, mettiamo in secondo piano i bisogni fondamentali dei giovani, facendone dei nuovi poveri.

Massimo Calvi

Avvenire, 27.11.2020

Lggi sul sito

Chiudere la scuola costa molto ma serve a poco

«Meglio non aprire le scuole prima di Natale: aumenteranno i contagi a causa delle feste e dello shopping, e ci sarà la scusa per dare la colpa alla scuola». La battuta, sentita tra chi fa ricerca sulle cifre della pandemia, rende bene l’idea di quanto in Italia il dibattito attorno al ruolo della scuola nella diffusione dei contagi risenta di una visione quantomeno parziale. È chiaro che anche a scuola, come in qualunque luogo, ci si possa contagiare, tuttavia una corposa documentazione scientifica dimostra che le lezioni in presenza, con le dovute accortezze, non sono un problema. Soprattutto se si fa un’analisi dei costi che comporta chiudere le scuole rispetto ai benefici sanitari che produce.

Un interessante studio pubblicato su lavoce.info (tinyurl.com/yyp7hfwn) ha paragonato ad esempio l’andamento dell’epidemia in Campania, dove il 15 ottobre sono state chiuse tutte le scuole, con il Lazio, dove le lezioni sono proseguite regolarmente. La conclusione è che dopo tre settimane di lezioni sospese in Campania, dove la curva era salita molto più rapidamente che altrove, non c’è stata alcuna riduzione del gap con il Lazio, sia in termini di nuovi contagi che di rapporto tra ospedalizzazioni e posti letto. L’analisi conduce agli stessi risultati di una più ampia ricerca tedesca (ftp.iza.org/dp13790) sull’effetto che la ripresa delle lezioni dopo la pausa estiva ha avuto sui nuovi casi di Covid. 

Uno degli argomenti che rende problematico il tema scuola riguarda i rischi di contagio sui mezzi di trasporto, fatto che interessa tuttavia molti altri ambiti e che può essere affrontato con politiche meno drastiche della sospensione delle lezioni. Nelle scorse settimane ha fatto discutere una ricerca su Lancet (tinyurl.com/y2j798o3), che attribuiva alla scuola un ruolo lievemente maggiore nella diffusione dei contagi rispetto ad altri contesti. Tuttavia lo studio, basandosi su un parametro che può essere solo stimato ed è molto incerto, come l’Rt, va preso con molta cautela come ha scritto lo statistico Antonello Maruotti proprio su Avvenire (tinyurl.com/yxqatsn4).

Una ricerca pubblicata su Nature è invece giunta alla conclusione che le scuole non sono hotspot della pandemia: su oltre 65.000 istituti che in Italia hanno riaperto a settembre, dopo 4 settimane si sono avuti focolai solo in 1.212 strutture, e nel 93% dei casi è stata segnalata una sola infezione (tinyurl.com/y4qhpyzd). Risultati simili in Australia e Stati Uniti. In Gran Bretagna si è invece notato che gli adulti del personale scolastico sono stati quasi sempre i primi a risultare contagiati, mentre solo 2 epidemie su 30 riguardavano contagi da studente a studente.

Il matematico Alberto Gandolfi, autore di uno studio sulla pianificazione dell’insegnamento durante la pandemia (tinyurl.com/y5a84xqj), ha chiarito che in un territorio molto colpito dal virus le scuole inevitabilmente finiscono per essere vittime di quanto avviene all’esterno. D’altra parte, l’analisi della curva dei contagi in Italia indica che l’aumento esponenziale è incominciato a luglio-agosto, procedendo all’inizio con numeri bassi, proprio come avviene raddoppiando i chicchi di riso sulla scacchiera, ed è poi esploso con la ripresa di tutte le attività.

Una interessante tabella pubblicata sul Tempo, con dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), mostra che il 25 agosto in Italia c’erano 9.544 under-19 contagiati, che sono diventati ben 102.419 il 7 novembre: un aumento più che doppio rispetto ad altre fasce di età. Dopo la chiusura di parte delle scuole secondarie e delle superiori, l’aumento dei contagi dei giovanissimi si è invece allineato a quello delle altre generazioni. Molte conclusioni si possono trarre. Ad esempio che i ragazzini si sono tutti contagiati tra loro in classe. Oppure (confermando gli studi dell’Iss secondo cui l’80% dei contagi avviene in famiglia), che oltre 230.000 adulti che hanno preso il virus andando al lavoro, in palestra, al bar, al ristorante..., hanno contagiato i minorenni che vivono con loro. E poi hanno incolpato la scuola.

Massimo Calvi

Avvenire, 26.11.2020

Leggi sul sito 


https://www.orizzontescuola.it/wp-content/uploads/2020/10/Documento-scuole-v1_SO-1.pdf 

https://www.lavoce.info/archives/70030/la-scuola-e-un-focolaio/ 


Covid, l’importanza dei numeri (La Peste)

Il vero eroe del romanzo di Camus, "La Peste", uscito nel 1947, è un fragile e oscuro funzionario comunale, Joseph Grand, personaggio descritto come insignificante e sbiadito, per quanto puro nell’animo. Il suo merito è quello di fare bene il suo lavoro, registrando meticolosamente le cifre del contagio che si diffonde in città.

La citazione dovrebbe aiutarci a comprendere e accettare una verità semplicissima, troppo spesso trascurata: i numeri di una pandemia sono fondamentali, vanno raccolti bene, studiati ancora meglio e resi disponibili in modo che le persone possano capire cosa sta accadendo. Il problema di un’emergenza sanitaria di questo tipo è riuscire a fare la cosa giusta in sufficiente anticipo, ed evitare che la situazione sfugga di mano. Per essere tempestivi, però, serve il consenso popolare, perché una percezione distorta del pericolo lascia ampi margini a chi vuole raccontare una storia diversa e lucrare facili vantaggi. Il virus si alimenta proprio di queste divisioni.

Non è detto che le misure adottate siano corrette, e su questo si può discutere. Ciò su cui non vi dovrebbe essere margine di contesa è il confronto sui numeri. Quali? In questo momento il Covid-19 è responsabile di oltre 400 morti al giorno e la progressione recente ci dice che tra 10-15 giorni i decessi saranno il doppio. Ogni previsione deve tenere conto delle misure che nel frattempo sono state introdotte, i lockdown locali e nazionali. Purtroppo prima di poter registrare un effetto sui contagi devono passare circa dieci giorni, altri dieci per vedere effetti sui ricoveri nelle terapie intensive, un mese per incominciare a notare un impatto sul numero di morti.

Quando si cerca di spiegare ai bambini la velocità della luce si ricorre a un esempio che per quanto semplice continua a sconvolgere anche i grandi: quella stella che si vede oggi brillare nel cielo può essere già morta milioni di anni fa. Per un’epidemia non è molto diverso: ciò che registriamo e facciamo oggi è una realtà ormai superata. Ci sono persone vive oggi che sono già morte. Di questo dovrebbe tenere conto chi continua a giocare con le parole, a rivendicare spazi di notorietà fingendo di non vedere ciò che accade, dimenticandosi che c’è uno tsunami in arrivo in tutto il Paese, non solo in qualche provincia, e che dietro gli stereotipi e la retorica ci sono sofferenze vere e lutti veri.

L’Organizzazione mondiale della sanità certifica ad esempio che oltre il 30% di posti occupati, un reparto di terapia intensiva incomincia a entrare in difficoltà. Con il 50% i problemi diventano seri perché non si riescono più a curare bene le persone, anche quelle con patologie diverse dal Covid. Al 70% di fatto si può già parlare di saturazione. In questo momento regioni come Toscana, Marche, Trentino Alto Adige e Campania sono arrivate al 50%, Piemonte, Lombardia, Val D’Aosta e Umbria si trovano già tra il 65 e l’80%. Sono medie, che non tengono conto delle differenze territoriali né dell’emergenza nelle metropoli. Dove saremo tra due settimane?

I numeri possono cambiare, ma difficilmente mentono. Se si sono commessi molti errori è anche perché non stiamo raccogliendo bene i dati. I problemi sorti nella definizione di zone rosse, gialle o arancioni sono dovuti anche al fatto che diverse Regioni hanno comunicato cifre superate o incomplete. Da tempo gran parte della comunità scientifica italiana chiede, purtroppo invano, di poter accedere ai dati del contagio per fare ricerca e mettere le proprie competenze a disposizione della politica e del Paese. Invece, persino un dato importantissimo come quello delle terapie intensive, è diffuso solo come saldo tra entrate e uscite, cioè senza dire la cosa più importante: quanti effettivamente entrano in rianimazione e quanti ne escono. Un paradosso, se pensiamo a quale mole di dati poco decifrabili entra ogni giorno nelle nostre case e nelle nostre teste.

È un momento difficile per tutti e ci aspettano giorni ancora più difficili. La sola cosa che dovremmo fare in questo momento è sospendere la contesa, evitare le parole fuori dalla nostra portata e agire in quanto comunità considerando che il virus viaggia alla velocità della luce. Nel romanzo di Camus, l’insignificante funzionario comunale Joseph Grand, che come tanti svolge con onestà e umiltà il proprio lavoro, lontano dai riflettori, è il primo cittadino a guarire dalla peste. Il giorno di Natale.


Massimo Calvi

Avvenire, 8.11.2020

Leggi sul sito

Chiudere le scuole? Lo decide il Covid

Nessuno può stabilire con certezza, in questo momento, se la scuola sia un luogo più o meno sicuro di altri in fatto di contagi. Quello che si può dire, invece, è che la scuola subisce l’andamento della pandemia sul territorio e, nelle condizioni attuali, è difficile tenerla aperta. Se si vogliono mantenere le lezioni in presenza si deve intervenire ad esempio pensando alla didattica alternata o a un potenziamento dei test di positività.

A sostenerlo è Alberto Gandolfi, professore di Matematica alla New York University di Abu Dhabi, che di recente ha pubblicato una ricerca (”Pianificare l’insegnamento scolastico durante il Covid–19”:tinyurl.com/y5a84xqj) nella quale viene proposto un modello matematico per la riapertura delle scuole applicabile a singoli istituti. L’originalità del lavoro sta nell’aver considerato parametri esterni sulla diffusione dell’epidemia, valutando ad esempio il numero di asintomatici, sintomatici, pre–sintomatici, guariti... Il rischio contagio nelle zone in cui si trova la scuola, o ancora il coefficiente di trasmissibilità che può essere stimato guardando ai trasporti e ai contatti fuori dalle aule.

Si è molto parlato di effetto–scuola sulla diffusione del Covid–19, ma le ricerche su questo fronte non sembrano molto affidabili. Perché?

Gli studi che cercano di valutare l’impatto della scuola nella società dipendono molto dai parametri usati nella valutazione, ma se questi sono stimati male, è impossibile arrivare a conclusioni chiare: bastano piccole modifiche ai parametri per deviare di molto. Altro è fare un modello sull’esterno e poi cercare di capire cosa avviene a scuola.

Cosa emerge dalla sua ricerca?

Ci sono vari scenari. Diciamo che se tutto va bene, e gli infetti sono pochi, meno di 100 per milione, è possibile aprire le scuole senza problemi. Già la situazione che avevamo il 15 settembre, con 400 infetti per milione, ci diceva che nel giro di un paio di mesi sarebbe stato molto difficile tenere la scuola aperta. E infatti è quanto sta accadendo. Oggi siamo a 6.500 infetti per milione. Una situazione non sostenibile.

Chiudere le scuole però è una soluzione drastica, con enormi costi sociali.

Attenzione, non dico che sia giusto chiudere, quello che emerge è che è la società a mandare in tilt la scuola. Il virus, cioè, si diffonde così rapidamente all’esterno, aumentando il numero di contagiati nella popolazione, fino al punto di rendere impossibile la didattica a causa degli infetti tra il personale docente e gli stessi studenti.

Quali potrebbero essere le misure alternative alla chiusura delle aule?

Se si effettuassero molti test, la situazione sarebbe meno difficile. Con 400mila tamponi al giorno, e non 150mila, ad esempio, si scoverebbero molto meglio le persone da isolare. A scuola potrebbero bastare i test rapidi: anche con un’affidabilità limitata al 70–80% permetterebbero di contenere molto la diffusione del contagio. Un’altra soluzione efficace potrebbe essere quella della didattica mista a settimane alterne.

Come può funzionare?

Soluzioni miste permettono di sfruttare il periodo di incubazione e di positività del virus, circa 5 e 7 giorni: la maggior parte dei contagi della settimana in presenza verrebbe risolta durante la settimana a distanza. Se rinunciassimo a circa la metà del tempo in presenza riusciremmo a contenere l’eccesso di casi nella scuola fino a una prevalenza di circa 500 casi positivi per milione. Non è semplice, ma ci sono vantaggi rispetto alla chiusura per lunghi periodi.

Massimo Calvi

Avvenire, 4.11.2020