Nessuno può stabilire con certezza, in questo momento, se la scuola sia un luogo più o meno sicuro di altri in fatto di contagi. Quello che si può dire, invece, è che la scuola subisce l’andamento della pandemia sul territorio e, nelle condizioni attuali, è difficile tenerla aperta. Se si vogliono mantenere le lezioni in presenza si deve intervenire ad esempio pensando alla didattica alternata o a un potenziamento dei test di positività.
A sostenerlo è Alberto Gandolfi, professore di Matematica alla New York University di Abu Dhabi, che di recente ha pubblicato una ricerca (”Pianificare l’insegnamento scolastico durante il Covid–19”:tinyurl.com/y5a84xqj) nella quale viene proposto un modello matematico per la riapertura delle scuole applicabile a singoli istituti. L’originalità del lavoro sta nell’aver considerato parametri esterni sulla diffusione dell’epidemia, valutando ad esempio il numero di asintomatici, sintomatici, pre–sintomatici, guariti... Il rischio contagio nelle zone in cui si trova la scuola, o ancora il coefficiente di trasmissibilità che può essere stimato guardando ai trasporti e ai contatti fuori dalle aule.
Si è molto parlato di effetto–scuola sulla diffusione del Covid–19, ma le ricerche su questo fronte non sembrano molto affidabili. Perché?
Gli studi che cercano di valutare l’impatto della scuola nella società dipendono molto dai parametri usati nella valutazione, ma se questi sono stimati male, è impossibile arrivare a conclusioni chiare: bastano piccole modifiche ai parametri per deviare di molto. Altro è fare un modello sull’esterno e poi cercare di capire cosa avviene a scuola.
Cosa emerge dalla sua ricerca?
Ci sono vari scenari. Diciamo che se tutto va bene, e gli infetti sono pochi, meno di 100 per milione, è possibile aprire le scuole senza problemi. Già la situazione che avevamo il 15 settembre, con 400 infetti per milione, ci diceva che nel giro di un paio di mesi sarebbe stato molto difficile tenere la scuola aperta. E infatti è quanto sta accadendo. Oggi siamo a 6.500 infetti per milione. Una situazione non sostenibile.
Chiudere le scuole però è una soluzione drastica, con enormi costi sociali.
Attenzione, non dico che sia giusto chiudere, quello che emerge è che è la società a mandare in tilt la scuola. Il virus, cioè, si diffonde così rapidamente all’esterno, aumentando il numero di contagiati nella popolazione, fino al punto di rendere impossibile la didattica a causa degli infetti tra il personale docente e gli stessi studenti.
Quali potrebbero essere le misure alternative alla chiusura delle aule?
Se si effettuassero molti test, la situazione sarebbe meno difficile. Con 400mila tamponi al giorno, e non 150mila, ad esempio, si scoverebbero molto meglio le persone da isolare. A scuola potrebbero bastare i test rapidi: anche con un’affidabilità limitata al 70–80% permetterebbero di contenere molto la diffusione del contagio. Un’altra soluzione efficace potrebbe essere quella della didattica mista a settimane alterne.
Come può funzionare?
Soluzioni miste permettono di sfruttare il periodo di incubazione e di positività del virus, circa 5 e 7 giorni: la maggior parte dei contagi della settimana in presenza verrebbe risolta durante la settimana a distanza. Se rinunciassimo a circa la metà del tempo in presenza riusciremmo a contenere l’eccesso di casi nella scuola fino a una prevalenza di circa 500 casi positivi per milione. Non è semplice, ma ci sono vantaggi rispetto alla chiusura per lunghi periodi.
Massimo Calvi
Avvenire, 4.11.2020