Mps, questione etica
Sono veramente le Fondazioni il problema del sistema bancario e finanziario italiano e dei suoi dannosi legami con la politica? A giudicare da certi commenti dedicati al "caso Monte dei Paschi di Siena" sembrerebbe di sì. Le Fondazioni sono tornate ad essere dipinte come il luogo simbolo dell’intreccio tra banche e politica, il contesto naturale nel quale gli interessi dei partiti finiscono per usare il credito sul territorio per orientare voti e gestire favori. Questo perché la banca la cui solidità è stata messa a repentaglio da operazioni finanziarie avventate dei suoi manager, il Montepaschi, ha come azionista di maggioranza col 30% una Fondazione, dove 13 consiglieri su 16 sono indicati dal Comune e dalla Provincia di Siena. Una tale circostanza ha contribuito a generare forti conflitti di interesse e distorsioni dannose nello svolgimento dell’attività di credito – e la responsabilità va necessariamente imputata al partito che in quel sistema governa e ha governato: il Pd. Dunque è importante che la Fondazione compia dei passi indietro, come è avvenuto per gli altri enti ex bancari figli della riforma del 1990, perché è bene che credito e politica viaggino su binari più lontani possibile. Ma chi oggi sostiene che il problema si risolva così, aggredendo il sistema delle Fondazioni territoriali, dimostra di aver capito ben poco della crisi economica e finanziaria internazionale, o rivela (suo malgrado) di farlo per altre ragioni. La tempesta finanziaria scoppiata con la crisi dei mutui subprime nel 2007, e di cui stiamo ancora pagando il conto salatissimo, si forma nei templi mondiali del capitalismo, per opera di soggetti finanziari "privatissimi" che nulla hanno a che vedere col sistema di cui si sta discutendo in Italia. Le vestali del liberismo totale, del capitalismo anglosassone e della contendibilità dei capitali si dimenticano, nel sostenere il modello che ha prima gonfiato e poi piegato e piagato l’economia occidentale, che in quello scenario il legame tra politica e finanza esiste eccome, ma agisce semmai al contrario: sono le istituzioni finanziarie a orientare la politica, ottenendo regole a favore della speculazione selvaggia oppure ostacolando le riforme necessarie a limitare lo strapotere dei capitali. Troppo spesso ci si dimentica che il sistema bancario italiano, "provinciale" e protetto dall’invasione di quella cultura economica, è stato l’unico a non venire travolto dalla valanga dei derivati collegati ai mutui americani. Investito, pieno di problemi, ma non travolto. E, fino al caso Mps di queste ore, mai aiutato veramente con soldi pubblici. Ora, affermare che tutti sono da considerare responsabili nella vicenda Monte Paschi – i vecchi manager, la politica, la società civile, i controllori – ma che nessuno singolarmente può essere definito il "solo" colpevole non significa affatto emanare sentenze assolutorie. Significa porre una grande questione etica. Significa reclamare che l’asticella della morale torni a essere alzata per tutti, e a tutti i livelli. Anche per ciascuno di noi. Accusare "solo" la politica di ogni male è un alibi troppo comodo. Così come scaricare tutto sul controllore «assente» è, in fondo, accettare l’idea che nulla dipenda mai da chi anima il contesto circostante. Questa è esattamente la cultura che sta drogando i bilanci delle banche in tutto il mondo, per pagare elevati dividendi ai soci, e che ha confinato e confina l’etica in formali "rendiconti sociali". Spegnendo le coscienze, deresponsabilizzando le persone, e incentivandole a giocare ciascuna per sé e contro tutti gli altri. Homo homini lupus, come si voleva e si vuole. Un esempio può chiarire meglio il succo del discorso: in una ipotetica città nella quale la classe politica è "padrona" e magari corrotta, dove gli appalti vengono assegnati sempre e solo a chi sostiene il partito dominante, e dove l’informazione è proprietà degli imprenditori legati a quel sistema, non sarà certo la struttura di governo della banca a fare la differenza. Un istituto creditizio radicato in un territorio può essere un formidabile volano di sviluppo. Ma quando un contesto è incancrenito da una deriva morale diffusa, che genera conflitti di interesse a più livelli, e nell’accettazione collettiva, sono altre le riforme che si rendono necessarie. Partono dalle persone e poi arrivano alle strutture. Un intervento molto più utile e urgente di quello invocato sulle Fondazioni, dovrebbe imporre alle banche la separazione dell’attività di credito da quella di investimento, per impedire che possano speculare con i soldi dei clienti, come avvenuto a Siena. Questa riforma è bloccata, a causa dei forti – e attivamente difesi – interessi di soggetti economici privati. Perché l’avidità che può accecare un cattivo politico non è peggiore o più dannosa di quella di uno spregiudicato azionista di maggioranza. La buona politica, come la buona finanza ovviamente, si nutre anche della attese che riponiamo in essa. E di quanto siamo disposti a incidere in prima persona.
Massimo Calvi
Avvenire 26.1.13
Tradimento sul Monte
Il Monte dei Paschi di Siena nasce come Monte di Pietà nel febbraio del 1472 con il fine di concedere prestiti «alle povare o miserabili o bisognose persone». Lo si legge sul sito Internet della banca. Oltre 540 anni di storia e del patrimonio di un territorio sono stati messi a repentaglio in soli 5 anni. Come? Operando scommesse finanziarie azzardate per drogare i conti della banca e coprire le perdite. Le operazioni incriminate sono avvenute tra il 2005 e il 2009 e hanno generato buchi per centinaia di milioni di euro. Sotto accusa è finita la gestione del duo composto da Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, indagati per l’acquisizione di Antonveneta del 2007 che è costata alla banca ben 9 miliardi. Ora ci si domanda se questo scandalo sia colpa della politica oppure della finanza, se sia da mettere in discussione un modello di banca, quello in cui il principale azionista è una fondazione che detiene il 35% del capitale e dove 13 consiglieri su 16 sono eletti da Comune e Provincia, oppure se incolpare i soli manager o ancora le autorità di vigilanza se non le regole. La risposta è in tutte queste cose insieme e allo stesso tempo in nessuna. Il Monte dei Paschi è la più vecchia banca del mondo, il terzo istituto italiano, un gruppo da 30mila dipendenti e oltre 2.700 sportelli. Quando la gestione di un soggetto di credito oltrepassa un certo punto è il segno che l’intero contesto attorno è a suo modo e in varia misura eticamente inquinato. Che il controllo sulle azioni non riguarda più nessuno, in una prassi di deresponsabilizzazione collettiva. Non è un discorso moralista, è un principio economico. Che conduce lontano. I contratti derivati sono armi potentissime, «armi di distruzione di massa» le chiamava il finanziere Warren Buffett. Una limitazione al loro uso si impone. A che servono però le regole e i controlli se a Siena sono stati bruciati milioni di euro in una scommessa finanziaria perdente, e se per ripianare quel buco è stata fatta un’altra scommessa perdente, e poi un’altra ancora? Per alcune di queste operazioni, oltretutto, sembra che non fossero stati informati né i soci né i revisori dei conti né la Banca d’Italia. L’uso distorto dello strumento finanziario ha contribuito al rosso di 2 miliardi di euro, con un effetto surreale: una banca che vale in Borsa circa 2,7 miliardi ha dovuto chiedere "aiuti di Stato" per quasi 4 miliardi. Si tratta di soldi pubblici, dei cittadini italiani, e che il Monte dei Paschi dovrà restituire a tassi del 9%. Non è un regalo quello su cui si esprimerà l’assemblea di domani, che deve approvare l’aumento di capitale a garanzia dei "Monti bond". Il governo ha trattato a lungo con Bruxelles per il salvataggio di Mps, molto di più di quanto non ha fatto per difendere in Europa gli sconti fiscali del non profit, ma era inevitabile che salvasse la banca. Ora Pierluigi Bersani dice che la crisi di Siena non è un problema del Pd. Già. Tutto considerato è però lecito chiedere alla politica che ha governato Siena e il suo territorio in questi anni, oltre che alla sua ben strutturata e ordinata "società civile", se veramente il problema risieda solo nei derivati. I prestiti a rischio di Mps ammontano al 12% del totale. Concedere credito allegramente può essere più pericoloso che non concederlo affatto, come la storia della crisi insegna. Se poi si pensa di rimediare agli errori giocando di nascosto alle slot-machine, ecco che gli strumenti rischiano persino l’assoluzione. Allo stesso modo non ha più molto senso invocare ideologicamente l’ingresso di nuovi capitali privati o stranieri per "liberare" la banca dalla politica e purificarla, oppure opporsi a una nazionalizzazione di fatto. La crisi finanziaria mondiale nasce in contesti creditizi molto "privati", molto "anglosassoni" e molto poco "territoriali". Non c’è un modello virtuoso in sé: ci sono solo esseri umani di fronte alle loro responsabilità. Mussari si è dimesso l’altro ieri dalla presidenza dell’associazione bancaria, dove era stato riconfermato dai colleghi solo 7 mesi fa, quando i problemi di Mps erano in gran parte già noti. Oggi i nuovi vertici del Monte, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, stanno operando la necessaria pulizia nei conti e assicurano che l’istituto saprà superare la bufera. Il loro compito è di ricostruire non solo una banca, ma anche un patrimonio di fiducia intaccato dal tradimento dei principi fondamentali dell’attività creditizia. In questo senso l’unica vera garanzia è che il Monte dei Paschi torni presto a fare quello che faceva 500 anni fa. Come lo faceva 500 anni fa. È scritto sul sito Internet.
Massimo Calvi
Avvenire 24.1.13
http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/tradimento-sul-monte.aspx
Imu, basta demagogia
Era scontato che l'Imu diventasse un argomento forte della campagna elettorale. Ma il fatto che l'imposta sugli immobili sia entrata nel dibattito di oggi così presto e in modo così totalizzante è probabilmente un indice di quel populismo che continua purtroppo a caratterizzare molta della politica. Italiana, ma non solo - va detto - conseguenza di una crisi che spinge un po' ovunque gli schieramenti a cavalcare temi e battaglie che poco hanno a che vedere con i veri problemi delle persone e delle famiglie. L'Imu in realtà è questione molto concreta: è una patrimoniale di fatto, tassa le proprietà immobiliari di tutti, in modo indirettamente progressivo, ma con modalità che non sempre rispondono a criteri di equilibrio ed equità. È chiaro che il prossimo governo dovrà metterci mano, incominciando ad affrontare quella riforma del catasto che l'ultimo Parlamento ha preferito evitare. Da qui, però, a voler seppellire l'Imu, o promettere di toglierla solo a metà degli italiani, diciamo che di strada ne corre. È veramente possibile dire addio a una tassa che ha fruttato alle case pubbliche quasi 24 miliardi di euro, 4 dalle sole prime case, nel momento in cui circolano voci circa la necessità di una manovra correttiva da 5-7 miliardi da varare come prima azione del futuro governo? Non è però questo il punto. L'Imu è diventata una sorta di totem, un argomento di facile presa e di largo consenso, grazie al quale attirare l'attenzione senza affrontare veramente la questione fiscale nel suo complesso. Per essere chiari: il problema di tutti noi, non è quanta Imu ci tocca, ma quante tasse paghiamo complessivamente. La crisi ha fatto esplodere una moltitudine di problemi che richiedono di essere affrontati subito anche ricorrendo alla leva fiscale. Nuove povertà, nuclei monoreddito, famiglie con figli sempre più in difficoltà, giovani senza lavoro. Sono molte le strade possibili per riequilibrare il sistema tributario intervenendo sui bisogni che si ritengono più urgenti: si può rimodulare l'Irpef tenendo conto dei carichi familiari attraverso lo strumento del "quoziente", giacché è paradossale essere tassati su un reddito di cui non si può strutturalmente disporre; si può intervenire sull'Irap, imposta pesantissima in Italia, per dare ossigeno alle imprese e aiutarle a resistere, crescere, o assumere; è possibile ovviamente intervenire sul costo del lavoro, se si ritiene di dover far crescere i salari anche a beneficio dei consumi. Si può fare di tutto, in un discorso razionale e coerente, orientato all'equità della tassazione e a favore della ripresa. A seconda delle priorità che ci si vuol dare. In un Paese ad altissima evasione fiscale come l'Italia, però, un'imposta sulla casa colpisce un bene concreto, visibile e che non è possibile occultare. Frena la tentazione dell'investimento a rendita. Può aiutare a riportare a livelli più razionali i valori immobiliari, costringendo a mettere sul mercato immobili che non ci si può più permettere. È l'unica imposta almeno parzialmente modulata sul numero di componenti del nucleo familiare. Anche sulla prima casa ha una sua ragione, e può facilmente essere neutralizzata scontandola a chi paga un mutuo o agendo sull'Irpef in base ai bisogni o al merito sociale. Ecco perché puntare sull'abolizione, totale o parziale, di un'imposta che richiede sì molta manutenzione, ma che ha tante ragioni di esistere, rischia di essere un modo facile per eludere il tema più serio e impegnativo della riforma fiscale. In un momento in cui si registra che più del 40% delle famiglie fatica ad arrivare a fine mese, non è annullando una tassa sulla proprietà immobiliare - il settore all'origine della crisi che stiamo vivendo - che si costruisce una prospettiva di fiducia e che si aprono prospettive sostenibili di sviluppo. Meglio sarebbe dire quali e quante tasse ridurre, a chi e perché, con i proventi di un'Imu rinnovata, piuttosto che inseguirsi in una competizione al ribasso su un argomento che riguarda soprattutto genitori e nonni, lasciando indifferenti tutti coloro ai quali il futuro continua a essere negato: giovani e bambini.
Massimo Calvi
Avvenire 13.1.13
http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/calvi-editoriale-imu.aspx
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