Aree interne, rischi al Sud

Nell’Italia che, anno dopo anno, diventa meno popolosa, più anziana, con famiglie più ristrette, una percentuale minoritaria di coppie con figli, e tante persone che vivono in solitudine – secondo le ultime previsioni Istat sulla popolazione residente, delle famiglie e delle forze di lavoro, con base 2025 – la questione più aperta e non facile da rappresentare, immaginandone la reale trasformazione, riguarda il destino delle aree interne e dei territori più lontani dai grandi centri. Perché ok, è facile figurarsi come potremmo essere nel 2050, cioè circa 4 milioni in meno dei 58,9 di oggi, con tante persone anziane, il 35% sopra i 65 anni e il 7% sopra gli 85, e solo il 55,3% in età da lavoro, e poi più popolazione di origine straniera, e più coppie senza figli, perché ormai anziane o perché non li hanno proprio avuti, rispetto alle coppie con prole (il sorpasso avverrà nel 2047). Ma nelle “aree interne” cosa accadrà veramente? Saranno rispettate le previsioni di uno spopolamento generale, soprattutto al Sud, e di un’Italia sempre più polarizzata tra centri urbani attrattivi di persone e opportunità, e territori marginali fragili, svuotati e ancora più distanti?

La domanda non è banale. Se le grandi incognite sull’evoluzione demografica dell’Italia riguardano soprattutto la tenuta dei sistemi previdenziali e sanitari, e comunque siamo davanti a cifre altamente probabili se l’orizzonte è quello dei prossimi 25 anni, quello che accadrà in fatto di spostamenti delle persone, cioè anche di migrazioni interne, e di ricadute demografiche reali sui territori può dipendere da molte più variabili, a partire dall’impatto della tecnologia, rispetto al solo andamento di nascite e decessi. Per questo ciò che dicono i numeri di quello che accadrà nelle aree interne va preso come l’effetto di una tendenza in atto, ma pur sempre come scenario possibile e non del tutto inevitabile.

Fatta la premessa, ecco la realtà delle cifre. Oggi nei centri italiani abitano 45,6 milioni di persone, tra 25 anni, nel 2050, si prevede che queste scenderanno a 43,2 milioni, cioè 2,4 milioni in meno, un calo del 5,1%. Nelle cosiddette aree interne, invece, dai 13,3 milioni attuali si scenderà a 11,8, ossia 1,5 milioni di residenti in meno per un calo superiore all’11%. La popolazione, insomma, tenderà a diminuire lontano dai centri maggiori, per addensarsi in questi, anche se con differenze notevoli in base ai territori. Il calo sarà infatti molto più forte per le località periferiche (calo da 4,6 a 3,9 milioni) e per quelle ultraperiferiche (da 703mila a 578mila abitanti). E ancora più netta sarà l’implosione, in fatto di popolazione, delle aree interne meridionali e soprattutto dei territori meno connessi. Le aree interne settentrionali sono quelle che subiranno meno trasformazioni. Già oggi lontano dalle città, al Nord, non vivono molte persone: 3,9 milioni, che nel 2050 dovrebbero calare a 3,7 milioni. Un contesto abbastanza rassicurante di tenuta, simile a quello dei centri urbani, dove la popolazione continuerà ad essere attorno ai 23,6 milioni attuali. Se il Centro conoscerà tendenze simili, è al Sud che ci si aspetta quasi un “terremoto”: la popolazione che vive nelle città meridionali potrebbe calare infatti da 12,6 a 10,8 milioni, mentre nelle aree interne, dove oggi vivono 7 milioni di persone, quasi il doppio rispetto ai territori "marginali" del Nord, il calo sarà del 16%, 1,1 milioni in meno.Non è tanto, o non solo, una questione di numeri assoluti. È che il Sud, che nel suo insieme perderà 3 milioni di abitanti in 25 anni, conoscerà anche un cambiamento nella composizione della popolazione accentuato rispetto alla tendenza nazionale di invecchiamento e diminuzione dei giovani.

I territori più remoti del nostro meridione si preparano cioè a svuotarsi, ad avere ancora meno nascite e meno popolazione in età da lavoro e a essere abitate soprattutto da persone anziane. Qui il saldo migratorio riuscirà ancora meno a compensare il saldo naturale negativo. E questo potrebbe portare alla ulteriore chiusura di scuole, strutture sanitarie, attività economiche, con riduzione dei trasporti. Se dunque, come spiega l’Istat, la tendenza generale in Italia va monitorata, perché «la diminuzione della popolazione nelle aree interne implica una riduzione della forza lavoro disponibile, più difficoltà nel ricambio generazionale e un aumento del peso della popolazione anziana», mentre nei centri e nelle aree urbane sarà accentuata «la domanda di infrastrutture e servizi», attirando magari ulteriori risorse e investimenti, la grande incognita riguarda il Sud, nel momento in cui la mancanza di collegamenti o connessioni efficienti può accentuare l’isolamento dei territori, arrivando a generare un circolo vizioso. La grande sfida si giocherà dunque qui. E non passa necessariamente dalla tecnologia, se non si tratterà di lavorare o no a distanza, ma di chiedersi dove mandare i figli a scuola, dove poter fare vita sociale, o da chi far assistere un anziano rimasto solo.

Massimo Calvi
Avvenire, 2.9.2026

Un fondo per far nascere genitori

Nella lingua finlandese vauva significa neonato, il Sampo è invece un oggetto magico della mitologia finnica che assicura abbondanza e prosperità a chi lo possiede. Il fatto che un gruppo di ricercatori abbia deciso di avanzare l’idea di un fondo per i neonati di domani, o per i futuri genitori, chiamandolo Vauvasampo, dice molto dell’ambizione della proposta, ma anche della speranza che lo strumento finanziario riesca a risollevare il paese dalla crisi della natalità che sta attraversando. Riferimenti magici a parte, il fondo è qualcosa di veramente nuovo ed “estremo” nel panorama delle misure per aiutare le coppie ad avere i figli che desiderano. È come una pensione all'inverso, che accantona e investe risorse oggi per sostenere le nascite del futuro.

L’idea del Vauvasampo è stata avanzata da un gruppo di ricercatori dell’Istituto di ricerca sulla popolazione della Federazione delle famiglie finlandesi, diretto da Anna Rotkirch, e funziona in modo semplice. Lo Stato accantona 5.000 euro per ogni bambino che nasce in Finlandia. Il capitale viene investito in titoli o indici azionari, come farebbe un fondo pensione con un orizzonte di lungo periodo. La somma accumulata potrà essere riscossa solamente se, una volta adulti, si diventerà genitori. Non tutta la cifra, però: il 70% alla nascita del primo figlio, il 60% del rimanente alla nascita di un eventuale secondo, il resto con il terzo. Tradotto in euro, e ipotizzando un rendimento nominale annuo del 6%, secondo una simulazione degli autori, ciascun genitore potrebbe ricevere, tenendo conto dell’inflazione, circa 13.200 euro per il primo figlio, 3.900 per il secondo, 2.800 per il terzo. E chi invece non diventa padre o madre? La sua quota, dopo 45 anni, tornerebbe al fondo per essere destinata alla generazione successiva, e nel giro di qualche decennio il capitale accumulato dovrebbe rendere il meccanismo autosufficiente, non più dipendente dai contributi statali.

Il fondo potrebbe dunque effettuare i primi pagamenti circa vent’anni dopo la sua introduzione, quando i primi assegnatari comincerebbero a diventare genitori. Nel frattempo, per evitare torti generazionali, è previsto un regime transitorio di bonus: 5.000 euro alla nascita del primo figlio, 2.000 per il secondo, 500 euro per il terzo. Il costo medio annuo per lo Stato, tra fondo e regime transitorio, è stimato in 325 milioni, lo 0,12% del Pil finlandese o lo 0,81% della spesa previdenziale. I promotori calcolano che i soli bonus transitori possano risollevare il tasso di fecondità da 1,3 a 1,6 figli per donna, mentre il fondo pienamente operativo lo porterebbe vicino a 2. Questo vorrebbe dire, sempre in base alle simulazioni, avere 17.000 nascite in più rispetto ai livelli attuali, una caduta dal 45% al 25% delle persone senza figli dopo i 45 anni, un crollo delle disparità di reddito e un aumento della popolazione femminile adulta di 70-80mila unità entro il 2076 rispetto a uno scenario senza incentivi.

Stime di questo tipo incorporano un grado molto alto di incertezza, l’aspetto innovativo è piuttosto l’accostamento al concetto di previdenza, come fosse un sistema pensionistico inverso, perché sostiene la solidarietà intergenerazionale trasferendo risorse dalle generazioni adulte e anziane a quelle più giovani, soprattutto offrendo una prospettiva di lungo periodo, immaginando una società futura più favorevole alle famiglie. In uno scenario di invecchiamento demografico, l’intenzione è di contrastare quel circolo vizioso, comune a molti paesi occidentali, che a fronte del calo delle nascite vede la politica smettere di investire nei bambini e nelle nuove generazioni perché ormai non paga più elettoralmente.

I promotori del fondo (tra i quali c’è anche il demografo statunitense Lyman Stone, a capo della Pronatalism Initiative dell'Institute for Family Studies, riconoscono i limiti di una proposta fortemente orientata a indirizzare i comportamenti sociali, caratteristica in ogni caso tipica del welfare nordico, insieme all’inventiva e alla generosità delle prestazioni. Se l’intenzione della proposta è assottigliare il gap tra figli desiderati e figli avuti, ridurre l’incertezza finanziaria per chi diventa genitore, e incoraggiare ad avere figli prima che sia troppo tardi, ci sono alcuni aspetti critici da valutare. Si pone ad esempio un tema di equità (e di sensibilità) verso chi non vuole o non può avere figli. Inoltre, uno strumento finanziario così strutturato e robusto può apparire una forma di mercificazione della natalità, oltre che di invasione nella sfera privata, senza contare possibili abusi nell’ambito delle decisioni familiari. Non sono questioni da poco.

La Finlandia ha conosciuto un crollo della natalità più forte rispetto ad altri Paesi: nel 2010 aveva un tasso di fecondità di 1,87 figli per donna, nel 2024 è sceso a 1,25, tornando a 1,3 nel 2025. Oltre alle classiche cause che caratterizzano il declino demografico globale legate al cambiamento delle priorità delle persone e degli stili di vita, unite ai timori per l’insicurezza finanziaria e all’innalzamento dell’età media alla quale si ha ormai il primo figlio, in Finlandia a preoccupare è in particolare l’aumento delle crisi di coppia e dei divorzi già prima della nascita dei figli. Una condizione che ha reso la solitudine e la difficoltà nell’avere un partner stabile quasi un’emergenza sociale. La probabilità di diventare genitori è poi più bassa tra le persone con redditi inferiori e una posizione lavorativa più fragile, a conferma della necessità concreta di immaginare nuove forme di sostegno.

Un aiuto finanziario come quello immaginato con il fondo per i bebè non risolverà i problemi demografici, in assenza di riforme più solide. Ma in un contesto globale in cui di fronte alle nascite che calano si argomenta sempre più spesso che “non c’è più nulla da fare”, perché “ovunque va così”, e comunque non avere figli “è una libera scelta”, suggerendo un disinvestimento economico e persino culturale rispetto al problema, ecco che la proposta di un fondo per i figli e i genitori di domani, capace di guardare non alle prossime elezioni, ma a un orizzonte superiore ai vent'anni, e proponendo una forma di solidarietà intergenerazionale capovolta, è già una notizia. Insomma, là fuori, su al Nord, c’è ancora qualcuno che ci crede. E ha idee.

Massimo Calvi
Avvenire 20.8.2026

Mia figlia mi ha spiegato l'Odissea di Nolan

Premessa: tra l’Odissea di Christopher Nolan e Itaca - Il ritorno di Uberto Pasolini, anno 2024, non c’è storia. Vince l’italiano. Gusto e sensibilità del tutto personali, s’intende, ma forse anche generazionali. La coorte di bambini che ha ricevuto l’imprinting della miniserie Rai del 1968, quella con Irene Papas, ha quasi potuto fare a meno del liceo classico per capire, Omero è per molti una successione di immagini e parole indelebili che si vogliono ritrovare a ogni navigazione, come approdare in un porto sicuro. E nella storia rielaborata da Nolan evaporano tante certezze, si sa, pur se non sarebbe grave in sé tradire un racconto patrimonio del genere umano, capitale diffuso, a condizione che la cultura del tempo dal rimpasto ne sappia trarre nuovo sapere.

La colpa, in questo caso specifico, è però assai notevole: a questo Ulisse manca ciò che dà senso al ritorno, quello che si attende come la più bella canzone di un musical rivisto decine di volte, la scena madre, la hit più amata al concerto live. Che non è l’arco incordato, non la freccia a segno, né la mattanza dei proci. Qui, nell’ultima versione, l’eroe torna come sempre, trova la consorte in attesa ma contesa, dopodiché, eliminati i pretendenti, si parte insieme in crociera lasciando la casa libera al figlio-re. Meritata vacanza di coppia dopo la sudata pensione. Più o meno. Domanda: che fine ha fatto la "prova" di Penelope? Dov’è la donna che non ha alcuna intenzione di riprendersi in casa il marito se prima questi non riconosce il fondamento e le radici dell’unione nuziale, il letto cesellato da un ulivo ben saldo nel suolo natìo e attorno al quale è stata costruita l’intera casa?

Niente, Nolan tradisce proprio sulla fedeltà, nel test decisivo. Inammissibile. Quale ritorno e quale pacificazione saranno possibili – Massimo Recalcati docet – se il guerriero che ha rinunciato all’eternità non conferma la promessa? Se, ritrovata la memoria, non resta traccia alcuna della solidità dell’iniziale legame d’amore? Se il desiderio si inceppa tra la possibilità di ritrovare sé stessi e non anche l’altra parte della propria vita? Non è solo una questione di matrimonio, perché oggi la promessa si rinnova ogni giorno col cappuccino, ma di difesa minima e tragicamente contemporanea della dignità umana: le donne vincono abbastanza, con Omero, in Nolan un po’ meno, forse per niente.

Poi viene il momento del necessario confronto post visione, domestico, e personale, con la figlia fresca di Maturità. Tragedia, va da sé. La risposta è più o meno questa: «Papà, ma non hai capito, non è un film sull’amore, ma sul tormento e i sensi di colpa di un uomo che ha combattuto una guerra e si sente responsabile per aver sterminato interi popoli». Ecco, la pellicola girata in 70mm si riavvolge, il film riparte daccapo, e più di Nolan e della sua Odissea a diventare comprensibile è il vissuto di forse una generazione intera. No, non sono cresciuti a canzoni d’amore, desiderando sempre la pace, ma perché la guerra non tornasse più, immaginando orizzonti di solidarietà e fraternità, e poi vedendo muri cadere. No, questi figli sono arrivati tra troppe crisi, ed è anni che sentono e vedono continuamente guerra e riarmo. Conta poco che i fronti siano lontani dai confini: il mondo è una piccola casa in fiamme, l’incendio avanza. Basta sbloccare lo smartphone, e i bambini muoiono, le macerie delle città sono cronaca interna, gli ospedali devastati, i droni assassini, le esecuzioni, la fame, le malattie e le sofferenze causate dai conflitti, il sacrificio di innocenti. È uno sfondo quotidiano.

La guerra è qui, e non è fredda, l’economia si riarma, i muri anche, le parole sono proiettili. E noi guardiamo l’Odissea di Nolan pensando che Omero sia stato travisato. Ha importanza? I giovani che affollano le sale i-Max anche a notte fonda forse hanno trovato una mano che affonda nella carne delle loro inquietudini, non solo in quelle dell’Ulisse-Damon, e che stimola e mobilita a una nuova ricerca di senso, di giustizia e fratellanza. Non serve sapere che mancano i veri dialoghi omerici, se il senso di colpa alimenta una ricerca autenticamente giovane di pace e pacificazione, ma affinché le guerre che ci sono cessino sul serio, in una tensione che chiede solo di essere disarmata. E ovunque disarmante. Riascoltando il Guccini di Auschwitz, sembra pongano la stessa domanda: «Io chiedo quando sarà/ Che l'uomo potrà imparare/ A vivere senza ammazzare/ E il vento si poserà».

Si può capire l’Odissea di Nolan ascoltando i figli, si possono capire meglio i figli guardando l’Odissea di Nolan. Allora, provando ad avvicinare le generazioni, aiuta una frase della nuova Calipso cinematografica, destinata all’eroe che sfinito fatica più del previsto a ritrovare la strada di casa: «Rinuncia a combattere, rinuncia al controllo. E vivi! È un atto di fede». Ok, psicologia spicciola. Ma anche una minima verità sull’amore. Il resto verrà, forse, come si spera la pace.

Massimo Calvi
Avvenire, 12.8.2026

Ci sono troppi ometti in montagna

Le cronache dall’alta quota in estate disegnano una traccia che si può seguire registrando vari livelli di indignazione o quantomeno di inquietudine. Il cambiamento climatico è un assillo perpetuo, e se non è la neve che manca già a luglio sul Cervino, rendendo meno sicura l’ascesa, sono le frane come quella enorme che si è distaccata ieri a quota 3.900 metri dalla parete sud. Ma lo stato della montagna è sempre di più un tema di relazione disarmonica con gli umani. Non bastano i progetti di nuovi mega comprensori sciistici, i bivacchi vandalizzati, i furti dei libri di vetta, i soliti escursionisti in sneakers o infradito, i cani non al guinzaglio (argomento scivolosissimo), o i villeggianti che in un comune della bergamasca si sono lamentati per i campanacci delle mucche al pascolo. Quest’anno si è parlato molto anche del problema degli “ometti” di troppo, ovvero i cumuli di pietre che tanti hanno cominciato a erigere come segno del proprio passaggio, a beneficio di Instagram o altri social. E non è questione da poco.

Va detto che gli esseri umani le pietre le accatastano da sempre, si può risalire al Neolitico, e ovunque nel mondo, soprattutto come segnale di orientamento, utili al viaggio o alla caccia, alla delimitazione di confini, ma anche per ragioni rituali, far memoria di sepolture, onorare una sacralità. Il termine inglese è cairn, dal gaelico carn. In Canada e Groenlandia, dove la desolazione della tundra e dei ghiacci esige punti di riferimento, gli Inuit li chiamano inukshuk. In Mongolia si parla di ovoo, ma sono più luoghi di culto sciamanico che bussole. Chi vuole vedere decine di ometti vicino a noi può salire sull’altopiano dell’Hohe Reisch, a oltre duemila metri, in Alto Adige, e ammirare insieme al panorama a trecentosessanta gradi sulle Dolomiti anche i più di cento Stoanerne Mandln, immaginando danze medievali di streghe e celebrazioni diaboliche varie.

Ma gli ometti di cui si discute oggi qui sono i semplici segnavia di sassi sovrapposti ad arte che si trovano quando il sentiero tra i monti scompare, i bolli di vernice non ci sono, e si deve procedere a vista attraverso ghiaioni, pietraie, prati, valli, altipiani. Utili soprattutto ai pastori di un tempo, oggi servono a guidare più che altro gli escursionisti, a condizione che siano pochi, gli ometti, e collocati alla giusta distanza l’uno dall’altro. Il dramma è la loro proliferazione, figlia dell’iperturismo alpino e del bisogno che tanti manifestano di lasciare sempre tracce di sé. A porre la questione è stato il Cai Alto Adige, che ha equiparato la diffusione delle pile di pietre all’usanza del lancio di una monetina nella fontana di Trevi. Con la differenza che, rispetto ai cairn eretti a caso, i coins non fanno perdere la strada a nessuno, in caso di nebbia, e nemmeno alterano fragili equilibri naturali.

Infatti, non è soltanto un fatto di sicurezza, con le rocce che se male impilate possono cadere e far male a chi sale, né di orientamento, o estetica della montagna, ambiente già bello in sé quando è selvaggio, cioè senza illuminazioni notturne o maxi-panchine. I sassi in alta quota danno riparo a invertebrati, piccoli organismi, rettili, anfibi, proteggono il suolo dall’erosione, ne mantengono l’umidità. C’è un equilibrio fragile, insomma, una biosfera da tutelare. Ovvio che la montagna sperimenti ben altre azioni impattanti, la questione ovviamente non è se uno o due escursionisti di passaggio costruiscono un ometto, anche solo per gioco o per piacere, ma se lo fanno tutti. E’ per questo che da tempo, un po’ in tutto il mondo, dai funzionari dei parchi nazionali statunitensi, canadesi, francesi, alla rivista scientifica Human-Wildlife Interactions, che in un articolo ospitato nel 2020 ha definito le “pietre fotogeniche” una minaccia emergente, all’organizzazione Leave No Trace, cui si devono i 7 principi per le attività all’aria aperta, si levano spesso appelli per sensibilizzare gli escursionisti.

La nemesi viaggia anche su Instagram. Seguendo hashtag tipo #cairn, #stonecairn o proprio #omettidipietra, si trovano personaggi come l’inglese Stuart Cox, che quando incontra ometti improvvisati nel Peak District del Derbyshire, li distrugge a vigorose pedate. Lo ha fatto di recente anche l’influencer noto come “Un italiano in Islanda”, come si vede in un video tra i tanti post dal paese dei geyser, a testimonianza della globalità del dibattito. Il rischio, come si intuisce, è cadere nell’eccesso opposto, pur senza scomodare l’integralismo trascendentalista di un poeta della natura come John Muir, il padre dei parchi nazionali, che in nome della wilderness incontaminata nello Yosemite non avrebbe fatto passare né le mandrie di bestiame né tantomeno i nativi Miwok. Per questo, allora, è necessario risalire alla fonte.

Ad aiutare nel discernimento è la "bibbia" degli ometti, Cairns: Messengers in Stone, un saggio uscito nel 2012 a cura di David B. Williams, geologo ed esperto di storia naturale, che insegna a vedere nei cumuli di pietra qualcosa di simile a un messaggio lanciato nello spazio, un “ponte tra generazioni” cui può essere attribuita una dimensione simbolica e comunitaria: una pietra posata sopra un’altra, in sostanza, dice a un viandante del futuro che di qui è passato un essere umano, qui c’è qualcosa da sapere, e soprattutto che “questa direzione conta”. Eccolo, il concetto di fondo: l’ometto tradizionale, eretto con competenza e sapienza, nasce da un bisogno condiviso; quello moderno è solamente un’esigenza individuale di espressione. La differenza, cioè, tra la monetina nella fontana, o il graffito urbano, o l’incisione sul monumento per far sapere che “Max was here”, e il cartello che indica la direzione per chi viaggia veramente. L’io contrapposto al tu e al noi.

Se c’è una moda degli ometti individuali in montagna, va detto, è perché la montagna è diventata di moda. Si fa la coda per ammirare le cime come per entrare in un museo, ma anche per scalare l’Everest, si scatta il selfie davanti alla guardia a cavallo, ci si filma sulle montagne russe. E si fanno cumuli di pietre a caso, archetipo dell’overtourism in alta quota. La moltitudine umana non dovrebbe però spaventare: è la condizione di base per condividere valori, provare a educare. Ad esempio, al fatto che la montagna resta uno degli ultimi luoghi dove si può fare ancora esperienza del silenzio, e ascoltarne la “sottile voce”, dove il tempo ha un altro ritmo, la natura non è solo uno sfondo, ma interlocutrice e opportunità di relazione, e dove ciò che serve è giusto l’essenziale. Ci sarà pure un motivo se nelle nostre fiabe, da Hansel e Gretel a Pollicino, quando vengono meno i sassolini seminati per ritrovare la via, si arrivi sempre da una strega o un orco cannibali. Lo sappiamo da secoli: importa sì dove si va, ma soprattutto conta il come. E poi si deve trovare la strada per tornare a casa.

Massimo Calvi

Avvenire, 6.8.26

Il fisco tassa i figli e non i patrimoni

C’è qualcosa che non torna nel dibattito mai veramente iniziato sulla necessità o meno, e sull’opportunità, di una tassa patrimoniale. Da sinistra l’ipotesi è stata avanzata a mo’ di test, la destra, e soprattutto il governo, ha chiuso il discorso. Si vedrà alle prossime elezioni politiche, sapendo che in genere accennare a nuove tasse porta male, mentre promettere di abbassarle porta sempre bene, anche se poi non lo si fa veramente. La cosa che non torna è però altrove, nel dibattito pubblico, e risiede nella vera argomentazione spesa per chiudere il discorso: e cioè che una tassa sui patrimoni colpirebbe soprattutto il “ceto medio”, già da tempo in difficoltà, il ceto che se resiste è proprio grazie al “di più” che ha oltre al reddito, mentre i veri ricchi la scamperebbero in ogni caso. Tassa inutile, insomma, oltre che difficilmente applicabile.

Il profumo di conflitti di interesse nella legittimità delle opinioni si avverte però quando, dati alla mano, ci si interroga su cosa sia veramente il “ceto medio” in Italia, se il reddito delle famiglie è mediamente di 39mila euro, poco più di 3.000 euro al mese con tutte le entrate del nucleo, se il reddito più frequente, il mediano, è di 30.000 euro, e se la dichiarazione-tipo dell’Isee viaggia sui 17.000. Vien da pensare, cioè, che la base elettorale per opporsi a una qualche tassazione sui patrimoni da milioni e milioni di euro, fuori dal perimetro degli opinionisti, sia in realtà ridottissima. A meno che non si tratti di ricchezze ereditate o da ereditare, e allora semmai vorrebbe dire tassare un filino di più le successioni e un tantino di meno i redditi da lavoro. Oppure è possibile che molto sia custodito dalle generazioni più anziane, immuni all’Isee, e allora forse una ridistribuzione generazionale avrebbe più senso etico che politico. C’è un’ulteriore possibilità: che l’invisibile ceto medio sia grandemente rappresentato dal popolo delle banconote, che alla cassa non conosce né carte né Satispay, o che chiede sempre se “serve fattura” oppure ricorda che “in contanti l’Iva è scontata". Tutti quelli il cui “di più” non va a scuole e ospedali, ma forse anche a edificare patrimoni.

I sospetti trovano conferma quando, cifre della Banca d’Italia, si trova che degli 11mila e 700 miliardi di euro della ricchezza netta degli italiani, il 60%, ossia circa 7mila miliardi, appartiene al 10% più ricco delle famiglie. Non proprio medio come ceto, insomma. Eppure, ciò che non torna veramente è soprattutto nella motivazione di fondo eretta contro ogni forma di patrimoniale: il racconto del ceto medio che non può essere ulteriormente colpito. Giusto. Ineccepibile. Peccato che quello stesso preciso ceto sia invece considerato sempre e solo “ricco” quando si tratta di ottenere vantaggi fiscali in nome dei figli: e dunque via sconti, assegni e detrazioni tracciando precisi limiti di reddito. Il messaggio è chiaro: italiani da tutelare se hanno patrimoni milionari, da tassare come se niente fosse se invece hanno prole. Case, barche, titoli e ori inteneriscono il fisco nazionale, l’empatia evapora quando si parla di figli.

L’immagine che lo specchio restituisce è ancora quello di un Paese che sogna intimamente rendite e fortune, ed è pronto a proteggerle a ogni costo, anche al prezzo di rinunciare a figli e discendenze, perché, anzi, meno siamo e più ereditiamo. Triste. Può allora avere senso dire che se di tasse sulle successioni e sui patrimoni non si deve parlare, perché comunque poco efficaci, si abbozzi almeno che in caso di figli lo sconto è sempre meritato. Perché il vero ceto che fatica, meritevole di premi a prescindere, è quello trasversale dei genitori, soprattutto se le tasse son pagate. Ovvio che a chi ricco lo è veramente tutto questo non importi, perché conta solo proteggere il forziere. Ma la scusa del “povero” ceto medio andrebbe affinata.

Massimo Calvi
Avvenire, 17.6.26

Lo smart working riduce il gender pay gap

Quando si parla di divario retributivo di genere, il cosiddetto gender pay gap, cioè la differenza tra la retribuzione media degli uomini e quella delle donne, non sempre si fa presente che questa discriminazione riguarda soprattutto le donne quando diventano madri. È infatti la nascita di un figlio il fattore che incomincia a separare concretamente i percorsi professionali e di guadagno tra maschi e femmine. Per questo, anche se il termine è oggettivamente orribile, si parla di child penalty, la penalizzazione subìta sul lavoro a causa della nascita di un figlio. Questo avviene perché spesso le madri che sono occupate, una volta trascorso il periodo del congedo di maternità, abbandonano il posto di lavoro per occuparsi dei neonati, oppure scelgono – se non sono costrette a farlo – la flessibilità del part-time, o ancora vedono interrompersi possibili avanzamenti di carriera. Non è solo una questione di condivisone dei compiti a casa tra padre e madre, o di strutture di supporto che mancano sul territorio, elementi che pure incidono e non poco, tante volte è proprio l’ambiente di lavoro e la cultura che lo attraversa a favorire una competizione tra chi deve farsi carico della cura di figli e chi no, arrivando a incidere sulle retribuzioni femminili, e persino sulla fecondità. Tra le pratiche aziendali ce ne è però una, che sembra riuscire più di altre a ridurre il divario retributivo di genere dovuto alla nascita dei figli, favorendo anche le nascite: lo smart working.

A segnalare questa possibilità è uno studio recentissimo Workplace Flexibility and the Motherhood Penalty: Evidence from the Diffusion of Remote Work, condotto da economisti italiani (G. Basso, M. De Paola, S. Lattanzio, M. Paradisi) e che si inserisce in un ampio filone di ricerca dedicato ad approfondire il modo in cui il lavoro da casa può incidere nelle dinamiche familiari. Dunque secondo il paper, in Italia il lavoro agile è in grado di ridurre di circa il 77% il calo dei guadagni delle madri nel periodo post-parto, e del 24% rispetto al periodo prima della nascita. Questo avviene per vari motivi: grazie al lavoro agile le madri riescono ad aumentare la partecipazione al lavoro riducendo i periodi di congedo, inoltre fanno meno ricorso al part-time, che concede più tempo libero ma abbatte le retribuzioni. Il tema del divario retributivo di genere continua a essere un tasto dolente nel nostro Paese: l’Inps ha calcolato che nell’anno di nascita del bambino la diminuzione del reddito delle donne è di circa il 16%, ma solo perché l’indennità del congedo evita una caduta del 70%, e che ci vogliono quattro anni per tornare ai livelli retributivi di prima. Nel tempo, però, dato che i redditi maschili aumentano, il divario di genere arriva al 30%.

Secondo la nuova ricerca, grazie allo smart working anche gli avanzamenti di carriera sono migliori, con più casi registrati di promozioni a ruoli manageriali, probabilmente perché lo smart working permette di confermare il proprio impegno sul lavoro, cosa più difficile in assenza di una tecnologia capace di aumentare la flessibilità. Il beneficio, tra l’altro, oltre che per le pendolari – ma questo è intuitivo - sembra essere maggiore per le madri più giovani, quelle con redditi più bassi, e anche per chi ha un “lavoro avido”, secondo la definizione della Nobel per l’Economia Claudia Goldin, cioè quegli impieghi (greedly work) che richiedono grande disponibilità di tempo e reperibilità quasi illimitata. Una prova, se si vuole, che all’origine della child penalty c’è soprattutto la rigidità nell’organizzazione del lavoro, un muro che invece lo smart working sembra riuscire a scalfire: se tutti i lavori che consentono di operare da remoto offrissero infatti contratti di lavoro da casa, rileva la ricerca, la riduzione del divario retributivo di genere sarebbe pari a 5,6 punti percentuali, cioè quasi il 30% della differenza che si registra nei guadagni. Un aspetto forse ancora più interessante riguarda il ruolo dei padri, perché anche la maggiore flessibilità degli uomini porta a ridurre la child penalty, grazie al fatto che lo “smart” permette di redistribuire il lavoro di cura e i compiti a casa. Altra cosa non nuova, perché già evidenziata da vari studi, ma importante, riguarda poi l’impatto sulle nascite: secondo i ricercatori l'attuale diffusione dello smart working ha già aumentato il tasso di fecondità totale in Italia dell'1,2%, cioè circa 4.700 nascite aggiuntive l'anno, dunque permettendo di rendere meno drammatico di quanto già non sia il calo della natalità in Italia, pur se con effetti più netti tra le coppie già con figli. Uno studio britannico ha recentemente ipotizzato che se l’Italia ampliasse la diffusione dello smart working al livello delle nazioni dove la pratica è più diffusa, nel nostro Paese nascerebbero 12.800 figli in più l’anno. Ora la ricerca italiana offre uno scenario persino più ottimistico, sostenendo che se tutti i lavori compatibili con il lavoro da remoto adottassero modalità flessibili, il tasso di fecondità totale potrebbe aumentare fino al 3,9%, cioè circa 15.200 nascite in più ogni anno. Certo, lo smart working, o il lavoro da casa, non rappresentano la soluzione a tutti i problemi e anzi contemplano una lunga lista di controindicazioni, tra possibili cali di produttività, rischi di isolamento o criticità nella formazione e nei percorsi di carriera. La nota positiva è quando la flessibilità riesce ad essere al servizio della persona, offrendo più margini alla libertà di scelta, soprattutto nei percorsi familiari, alleggerendo quel peso che le rigidità del lavoro possono far gravare sul desiderio di figli.

Massimo Calvi
Avvenire - L'Economia Civile

Il caldo estremo farà crollare il numero di nascite

Tutti sanno che le ondate di calore provocano un aumento della mortalità. Da quando la crisi climatica è diventata argomento attuale e preoccupazione globale, la diffusione di rapporti e stime sui morti aggiuntivi a causa del surriscaldamento si è fatta molto più frequente e degna di attenzione. Quello che meno si sa, invece, è che il caldo estremo avrà nei prossimi anni un impatto sulla popolazione del mondo così forte da provocarne una riduzione di milioni e milioni di persone, ma non tanto per i decessi, quanto per i figli non nati. Una stima recentissima parla addirittura di 3,7 miliardi di esseri umani che mancheranno entro l’anno 2100 e una conseguente riduzione del Pil tra il 40 e il 65% nei Paesi più vulnerabili agli sbalzi di temperatura. La previsione è contenuta in uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Imperial College di Londra, The missing climate millions: demographic penalties of extreme heat (Bolton 2026), nel quale i milioni di esseri umani mancanti, o meglio persi, a causa del clima, e i costi demografici del caldo estremo, sono calcolati sommando per la prima volta alla mortalità in eccesso anche le attese sulla riduzione della fertilità che si può collegare alle temperature più alte e agli sbalzi del termometro. Se infatti si tiene conto degli attuali modelli climatici, e ipotizzando che non vi siano cambiamenti significativi, le sole morti dovute al caldo potrebbero essere circa 200 milioni entro fine secolo. Il problema è che il calore eccessivo ha effetti anche sulla fisiologia umana e sui comportamenti delle persone, al punto da rendere la riduzione della fertilità molto più impattante sulla demografia rispetto ai decessi.

Questo accade perché i picchi di calore, tra le altre cose, rappresentano un fattore di stress fisiologico capace di compromettere la spermatogenesi maschile, di aumentare il rischio di aborti “naturali” e, intuitivamente, di disincentivare i “rapporti”, con cali delle nascite che si possono registrare già 8-10 mesi dopo i periodi di caldo estremo, senza che vi sia un vero recupero nei mesi successivi. Le perdite di popolazione saranno consistenti già entro il 2050, ma alla cifra di 3,7 miliardi in meno entro il 2100 si arriva perché, nelle simulazioni dei ricercatori e in assenza di forti politiche di adattamento, la riduzione di popolazione produrrà il classico circolo vizioso della demografia, per cui diminuendo drasticamente il numero di persone che possono avere figli, il calo delle nascite col tempo si alimenta da solo. In un libro uscito in Italia nel 2022, Countdown (Fazi Editore), l’epidemiologa ambientale e riproduttiva Shanna H. Swan, ricorrendo a una mole notevole di dati, ipotizzava la fine della fertilità umana già nel 2045 a causa degli stili di vita tipici delle società moderne, tra inquinamento, stress, alimentazione, fumo, alcool e droghe, ma soprattutto per l’alterazione della produzione di ormoni sessuali dovuta all’esposizione verso sostanze chimiche come gli Ftalati e i Pfas. L’aggiunta della questione climatica, ora, rende lo scenario ancora più cupo.

Prendere atto che il calo della fertilità è il canale principale dei costi demografici attribuibili agli sbalzi di temperatura, giacché i decessi per il caldo impattano soprattutto sulla popolazione anziana, ha una serie di implicazioni economiche e sociali. Nelle regioni equatoriali e a bassa latitudine ci sono Paesi, infatti, che si troveranno a pagare un conto molto più elevato, soprattutto in Asia meridionale, Africa Occidentale o America Centrale, generando problemi di disuguaglianza geografica. Peraltro si tratta di nazioni che generalmente hanno meno responsabilità nelle emissioni di CO2. La popolazione dell’India, ad esempio, che oggi ammonta a 1,4 miliardi di persone, potrebbe dimezzarsi entro il 2100 proprio a causa della ridotta fertilità legata alle temperature. Per i tifosi della riduzione della popolazione mondiale questa potrebbe essere una buona notizia, ma le ricadute economiche e sociali rischiano di essere notevoli: meno persone in età da lavoro significa meno capacità produttiva, meno entrate fiscali, riduzione del Prodotto interno lordo e dunque un rischio molto più alto di default per nazioni già economicamente fragili. Secondo la ricerca, Paesi come India, Nigeria, Pakistan, Bangladesh, Egitto, subiranno cali del Pil tra il 40 e il 65%. Per Cina e Stati uniti la flessione sarà ridotta al 10-15%, in Europa il calo previsto è solo del 5%, ma con enormi differenze, dato che nelle nazioni mediterranee come Italia, Spagna e Grecia la perdita di crescita economica potrebbe essere doppia o tripla rispetto alla media del Continente. Risparmiati dagli effetti del caldo sul Pil, invece, dovrebbero essere paesi come il Regno Unito, la Russia o il Canada. Una delle soluzioni al problema passa dalla diffusione massiccia di impianti di aria condizionata, e in effetti si è visto che ad esempio negli Stati Uniti la climatizzazione può ridurre l’impatto del caldo sulla fertilità di un terzo, ma pensare che 4 miliardi di persone possano accedere a tecnologie di raffreddamento in pochi anni, e senza ricadute sul clima, è pura utopia.

Se ci si limita a guardare i soli decessi attribuiti al caldo, il rapporto Lancet Countdown 2025 parla di 546.000 morti l’anno nel mondo, il 63% in più rispetto alla media degli anni Novanta. In Europa, il Continente che si sta riscaldando di più e dove le ondate di calore sono l’evento climatico estremo più letale, responsabile del 95% delle vittime, nel 2024 la stima è stata di 62.775 decessi. L’Italia è tra i Paesi più colpiti, con un tasso di mortalità in eccesso del 2,47% dei decessi totali, contro una media europea dell’1,96%. Se a queste vittime aggiungiamo però l’impatto dei figli non nati, si capisce quanto sia importante pensare seriamente a politiche di adattamento e mitigazione degli effetti del caldo, e ovviamente a impegni globali per tentare di arginare il surriscaldamento climatico.

Massimo Calvi
Avvenire, 30.5.2026
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