A segnalare questa possibilità è uno studio recentissimo Workplace Flexibility and the Motherhood Penalty: Evidence from the Diffusion of Remote Work, condotto da economisti italiani (G. Basso, M. De Paola, S. Lattanzio, M. Paradisi) e che si inserisce in un ampio filone di ricerca dedicato ad approfondire il modo in cui il lavoro da casa può incidere nelle dinamiche familiari. Dunque secondo il paper, in Italia il lavoro agile è in grado di ridurre di circa il 77% il calo dei guadagni delle madri nel periodo post-parto, e del 24% rispetto al periodo prima della nascita. Questo avviene per vari motivi: grazie al lavoro agile le madri riescono ad aumentare la partecipazione al lavoro riducendo i periodi di congedo, inoltre fanno meno ricorso al part-time, che concede più tempo libero ma abbatte le retribuzioni. Il tema del divario retributivo di genere continua a essere un tasto dolente nel nostro Paese: l’Inps ha calcolato che nell’anno di nascita del bambino la diminuzione del reddito delle donne è di circa il 16%, ma solo perché l’indennità del congedo evita una caduta del 70%, e che ci vogliono quattro anni per tornare ai livelli retributivi di prima. Nel tempo, però, dato che i redditi maschili aumentano, il divario di genere arriva al 30%.
Secondo la nuova ricerca, grazie allo smart working anche gli avanzamenti di carriera sono migliori, con più casi registrati di promozioni a ruoli manageriali, probabilmente perché lo smart working permette di confermare il proprio impegno sul lavoro, cosa più difficile in assenza di una tecnologia capace di aumentare la flessibilità. Il beneficio, tra l’altro, oltre che per le pendolari – ma questo è intuitivo - sembra essere maggiore per le madri più giovani, quelle con redditi più bassi, e anche per chi ha un “lavoro avido”, secondo la definizione della Nobel per l’Economia Claudia Goldin, cioè quegli impieghi (greedly work) che richiedono grande disponibilità di tempo e reperibilità quasi illimitata. Una prova, se si vuole, che all’origine della child penalty c’è soprattutto la rigidità nell’organizzazione del lavoro, un muro che invece lo smart working sembra riuscire a scalfire: se tutti i lavori che consentono di operare da remoto offrissero infatti contratti di lavoro da casa, rileva la ricerca, la riduzione del divario retributivo di genere sarebbe pari a 5,6 punti percentuali, cioè quasi il 30% della differenza che si registra nei guadagni. Un aspetto forse ancora più interessante riguarda il ruolo dei padri, perché anche la maggiore flessibilità degli uomini porta a ridurre la child penalty, grazie al fatto che lo “smart” permette di redistribuire il lavoro di cura e i compiti a casa. Altra cosa non nuova, perché già evidenziata da vari studi, ma importante, riguarda poi l’impatto sulle nascite: secondo i ricercatori l'attuale diffusione dello smart working ha già aumentato il tasso di fecondità totale in Italia dell'1,2%, cioè circa 4.700 nascite aggiuntive l'anno, dunque permettendo di rendere meno drammatico di quanto già non sia il calo della natalità in Italia, pur se con effetti più netti tra le coppie già con figli. Uno studio britannico ha recentemente ipotizzato che se l’Italia ampliasse la diffusione dello smart working al livello delle nazioni dove la pratica è più diffusa, nel nostro Paese nascerebbero 12.800 figli in più l’anno. Ora la ricerca italiana offre uno scenario persino più ottimistico, sostenendo che se tutti i lavori compatibili con il lavoro da remoto adottassero modalità flessibili, il tasso di fecondità totale potrebbe aumentare fino al 3,9%, cioè circa 15.200 nascite in più ogni anno. Certo, lo smart working, o il lavoro da casa, non rappresentano la soluzione a tutti i problemi e anzi contemplano una lunga lista di controindicazioni, tra possibili cali di produttività, rischi di isolamento o criticità nella formazione e nei percorsi di carriera. La nota positiva è quando la flessibilità riesce ad essere al servizio della persona, offrendo più margini alla libertà di scelta, soprattutto nei percorsi familiari, alleggerendo quel peso che le rigidità del lavoro possono far gravare sul desiderio di figli.
Massimo Calvi
Avvenire - L'Economia Civile