Un fondo per far nascere genitori

Nella lingua finlandese vauva significa neonato, il Sampo è invece un oggetto magico della mitologia finnica che assicura abbondanza e prosperità a chi lo possiede. Il fatto che un gruppo di ricercatori abbia deciso di avanzare l’idea di un fondo per i neonati di domani, o per i futuri genitori, chiamandolo Vauvasampo, dice molto dell’ambizione della proposta, ma anche della speranza che lo strumento finanziario riesca a risollevare il paese dalla crisi della natalità che sta attraversando. Riferimenti magici a parte, il fondo è qualcosa di veramente nuovo ed “estremo” nel panorama delle misure per aiutare le coppie ad avere i figli che desiderano. È come una pensione all'inverso, che accantona e investe risorse oggi per sostenere le nascite del futuro.

L’idea del Vauvasampo è stata avanzata da un gruppo di ricercatori dell’Istituto di ricerca sulla popolazione della Federazione delle famiglie finlandesi, diretto da Anna Rotkirch, e funziona in modo semplice. Lo Stato accantona 5.000 euro per ogni bambino che nasce in Finlandia. Il capitale viene investito in titoli o indici azionari, come farebbe un fondo pensione con un orizzonte di lungo periodo. La somma accumulata potrà essere riscossa solamente se, una volta adulti, si diventerà genitori. Non tutta la cifra, però: il 70% alla nascita del primo figlio, il 60% del rimanente alla nascita di un eventuale secondo, il resto con il terzo. Tradotto in euro, e ipotizzando un rendimento nominale annuo del 6%, secondo una simulazione degli autori, ciascun genitore potrebbe ricevere, tenendo conto dell’inflazione, circa 13.200 euro per il primo figlio, 3.900 per il secondo, 2.800 per il terzo. E chi invece non diventa padre o madre? La sua quota, dopo 45 anni, tornerebbe al fondo per essere destinata alla generazione successiva, e nel giro di qualche decennio il capitale accumulato dovrebbe rendere il meccanismo autosufficiente, non più dipendente dai contributi statali.

Il fondo potrebbe dunque effettuare i primi pagamenti circa vent’anni dopo la sua introduzione, quando i primi assegnatari comincerebbero a diventare genitori. Nel frattempo, per evitare torti generazionali, è previsto un regime transitorio di bonus: 5.000 euro alla nascita del primo figlio, 2.000 per il secondo, 500 euro per il terzo. Il costo medio annuo per lo Stato, tra fondo e regime transitorio, è stimato in 325 milioni, lo 0,12% del Pil finlandese o lo 0,81% della spesa previdenziale. I promotori calcolano che i soli bonus transitori possano risollevare il tasso di fecondità da 1,3 a 1,6 figli per donna, mentre il fondo pienamente operativo lo porterebbe vicino a 2. Questo vorrebbe dire, sempre in base alle simulazioni, avere 17.000 nascite in più rispetto ai livelli attuali, una caduta dal 45% al 25% delle persone senza figli dopo i 45 anni, un crollo delle disparità di reddito e un aumento della popolazione femminile adulta di 70-80mila unità entro il 2076 rispetto a uno scenario senza incentivi.

Stime di questo tipo incorporano un grado molto alto di incertezza, l’aspetto innovativo è piuttosto l’accostamento al concetto di previdenza, come fosse un sistema pensionistico inverso, perché sostiene la solidarietà intergenerazionale trasferendo risorse dalle generazioni adulte e anziane a quelle più giovani, soprattutto offrendo una prospettiva di lungo periodo, immaginando una società futura più favorevole alle famiglie. In uno scenario di invecchiamento demografico, l’intenzione è di contrastare quel circolo vizioso, comune a molti paesi occidentali, che a fronte del calo delle nascite vede la politica smettere di investire nei bambini e nelle nuove generazioni perché ormai non paga più elettoralmente.

I promotori del fondo (tra i quali c’è anche il demografo statunitense Lyman Stone, a capo della Pronatalism Initiative dell'Institute for Family Studies, riconoscono i limiti di una proposta fortemente orientata a indirizzare i comportamenti sociali, caratteristica in ogni caso tipica del welfare nordico, insieme all’inventiva e alla generosità delle prestazioni. Se l’intenzione della proposta è assottigliare il gap tra figli desiderati e figli avuti, ridurre l’incertezza finanziaria per chi diventa genitore, e incoraggiare ad avere figli prima che sia troppo tardi, ci sono alcuni aspetti critici da valutare. Si pone ad esempio un tema di equità (e di sensibilità) verso chi non vuole o non può avere figli. Inoltre, uno strumento finanziario così strutturato e robusto può apparire una forma di mercificazione della natalità, oltre che di invasione nella sfera privata, senza contare possibili abusi nell’ambito delle decisioni familiari. Non sono questioni da poco.

La Finlandia ha conosciuto un crollo della natalità più forte rispetto ad altri Paesi: nel 2010 aveva un tasso di fecondità di 1,87 figli per donna, nel 2024 è sceso a 1,25, tornando a 1,3 nel 2025. Oltre alle classiche cause che caratterizzano il declino demografico globale legate al cambiamento delle priorità delle persone e degli stili di vita, unite ai timori per l’insicurezza finanziaria e all’innalzamento dell’età media alla quale si ha ormai il primo figlio, in Finlandia a preoccupare è in particolare l’aumento delle crisi di coppia e dei divorzi già prima della nascita dei figli. Una condizione che ha reso la solitudine e la difficoltà nell’avere un partner stabile quasi un’emergenza sociale. La probabilità di diventare genitori è poi più bassa tra le persone con redditi inferiori e una posizione lavorativa più fragile, a conferma della necessità concreta di immaginare nuove forme di sostegno.

Un aiuto finanziario come quello immaginato con il fondo per i bebè non risolverà i problemi demografici, in assenza di riforme più solide. Ma in un contesto globale in cui di fronte alle nascite che calano si argomenta sempre più spesso che “non c’è più nulla da fare”, perché “ovunque va così”, e comunque non avere figli “è una libera scelta”, suggerendo un disinvestimento economico e persino culturale rispetto al problema, ecco che la proposta di un fondo per i figli e i genitori di domani, capace di guardare non alle prossime elezioni, ma a un orizzonte superiore ai vent'anni, e proponendo una forma di solidarietà intergenerazionale capovolta, è già una notizia. Insomma, là fuori, su al Nord, c’è ancora qualcuno che ci crede. E ha idee.

Massimo Calvi
Avvenire 20.8.2026

Mia figlia mi ha spiegato l'Odissea di Nolan

Premessa: tra l’Odissea di Christopher Nolan e Itaca - Il ritorno di Uberto Pasolini, anno 2024, non c’è storia. Vince l’italiano. Gusto e sensibilità del tutto personali, s’intende, ma forse anche generazionali. La coorte di bambini che ha ricevuto l’imprinting della miniserie Rai del 1968, quella con Irene Papas, ha quasi potuto fare a meno del liceo classico per capire, Omero è per molti una successione di immagini e parole indelebili che si vogliono ritrovare a ogni navigazione, come approdare in un porto sicuro. E nella storia rielaborata da Nolan evaporano tante certezze, si sa, pur se non sarebbe grave in sé tradire un racconto patrimonio del genere umano, capitale diffuso, a condizione che la cultura del tempo dal rimpasto ne sappia trarre nuovo sapere.

La colpa, in questo caso specifico, è però assai notevole: a questo Ulisse manca ciò che dà senso al ritorno, quello che si attende come la più bella canzone di un musical rivisto decine di volte, la scena madre, la hit più amata al concerto live. Che non è l’arco incordato, non la freccia a segno, né la mattanza dei proci. Qui, nell’ultima versione, l’eroe torna come sempre, trova la consorte in attesa ma contesa, dopodiché, eliminati i pretendenti, si parte insieme in crociera lasciando la casa libera al figlio-re. Meritata vacanza di coppia dopo la sudata pensione. Più o meno. Domanda: che fine ha fatto la "prova" di Penelope? Dov’è la donna che non ha alcuna intenzione di riprendersi in casa il marito se prima questi non riconosce il fondamento e le radici dell’unione nuziale, il letto cesellato da un ulivo ben saldo nel suolo natìo e attorno al quale è stata costruita l’intera casa?

Niente, Nolan tradisce proprio sulla fedeltà, nel test decisivo. Inammissibile. Quale ritorno e quale pacificazione saranno possibili – Massimo Recalcati docet – se il guerriero che ha rinunciato all’eternità non conferma la promessa? Se, ritrovata la memoria, non resta traccia alcuna della solidità dell’iniziale legame d’amore? Se il desiderio si inceppa tra la possibilità di ritrovare sé stessi e non anche l’altra parte della propria vita? Non è solo una questione di matrimonio, perché oggi la promessa si rinnova ogni giorno col cappuccino, ma di difesa minima e tragicamente contemporanea della dignità umana: le donne vincono abbastanza, con Omero, in Nolan un po’ meno, forse per niente.

Poi viene il momento del necessario confronto post visione, domestico, e personale, con la figlia fresca di Maturità. Tragedia, va da sé. La risposta è più o meno questa: «Papà, ma non hai capito, non è un film sull’amore, ma sul tormento e i sensi di colpa di un uomo che ha combattuto una guerra e si sente responsabile per aver sterminato interi popoli». Ecco, la pellicola girata in 70mm si riavvolge, il film riparte daccapo, e più di Nolan e della sua Odissea a diventare comprensibile è il vissuto di forse una generazione intera. No, non sono cresciuti a canzoni d’amore, desiderando sempre la pace, ma perché la guerra non tornasse più, immaginando orizzonti di solidarietà e fraternità, e poi vedendo muri cadere. No, questi figli sono arrivati tra troppe crisi, ed è anni che sentono e vedono continuamente guerra e riarmo. Conta poco che i fronti siano lontani dai confini: il mondo è una piccola casa in fiamme, l’incendio avanza. Basta sbloccare lo smartphone, e i bambini muoiono, le macerie delle città sono cronaca interna, gli ospedali devastati, i droni assassini, le esecuzioni, la fame, le malattie e le sofferenze causate dai conflitti, il sacrificio di innocenti. È uno sfondo quotidiano.

La guerra è qui, e non è fredda, l’economia si riarma, i muri anche, le parole sono proiettili. E noi guardiamo l’Odissea di Nolan pensando che Omero sia stato travisato. Ha importanza? I giovani che affollano le sale i-Max anche a notte fonda forse hanno trovato una mano che affonda nella carne delle loro inquietudini, non solo in quelle dell’Ulisse-Damon, e che stimola e mobilita a una nuova ricerca di senso, di giustizia e fratellanza. Non serve sapere che mancano i veri dialoghi omerici, se il senso di colpa alimenta una ricerca autenticamente giovane di pace e pacificazione, ma affinché le guerre che ci sono cessino sul serio, in una tensione che chiede solo di essere disarmata. E ovunque disarmante. Riascoltando il Guccini di Auschwitz, sembra pongano la stessa domanda: «Io chiedo quando sarà/ Che l'uomo potrà imparare/ A vivere senza ammazzare/ E il vento si poserà».

Si può capire l’Odissea di Nolan ascoltando i figli, si possono capire meglio i figli guardando l’Odissea di Nolan. Allora, provando ad avvicinare le generazioni, aiuta una frase della nuova Calipso cinematografica, destinata all’eroe che sfinito fatica più del previsto a ritrovare la strada di casa: «Rinuncia a combattere, rinuncia al controllo. E vivi! È un atto di fede». Ok, psicologia spicciola. Ma anche una minima verità sull’amore. Il resto verrà, forse, come si spera la pace.

Massimo Calvi
Avvenire, 12.8.2026

Ci sono troppi ometti in montagna

Le cronache dall’alta quota in estate disegnano una traccia che si può seguire registrando vari livelli di indignazione o quantomeno di inquietudine. Il cambiamento climatico è un assillo perpetuo, e se non è la neve che manca già a luglio sul Cervino, rendendo meno sicura l’ascesa, sono le frane come quella enorme che si è distaccata ieri a quota 3.900 metri dalla parete sud. Ma lo stato della montagna è sempre di più un tema di relazione disarmonica con gli umani. Non bastano i progetti di nuovi mega comprensori sciistici, i bivacchi vandalizzati, i furti dei libri di vetta, i soliti escursionisti in sneakers o infradito, i cani non al guinzaglio (argomento scivolosissimo), o i villeggianti che in un comune della bergamasca si sono lamentati per i campanacci delle mucche al pascolo. Quest’anno si è parlato molto anche del problema degli “ometti” di troppo, ovvero i cumuli di pietre che tanti hanno cominciato a erigere come segno del proprio passaggio, a beneficio di Instagram o altri social. E non è questione da poco.

Va detto che gli esseri umani le pietre le accatastano da sempre, si può risalire al Neolitico, e ovunque nel mondo, soprattutto come segnale di orientamento, utili al viaggio o alla caccia, alla delimitazione di confini, ma anche per ragioni rituali, far memoria di sepolture, onorare una sacralità. Il termine inglese è cairn, dal gaelico carn. In Canada e Groenlandia, dove la desolazione della tundra e dei ghiacci esige punti di riferimento, gli Inuit li chiamano inukshuk. In Mongolia si parla di ovoo, ma sono più luoghi di culto sciamanico che bussole. Chi vuole vedere decine di ometti vicino a noi può salire sull’altopiano dell’Hohe Reisch, a oltre duemila metri, in Alto Adige, e ammirare insieme al panorama a trecentosessanta gradi sulle Dolomiti anche i più di cento Stoanerne Mandln, immaginando danze medievali di streghe e celebrazioni diaboliche varie.

Ma gli ometti di cui si discute oggi qui sono i semplici segnavia di sassi sovrapposti ad arte che si trovano quando il sentiero tra i monti scompare, i bolli di vernice non ci sono, e si deve procedere a vista attraverso ghiaioni, pietraie, prati, valli, altipiani. Utili soprattutto ai pastori di un tempo, oggi servono a guidare più che altro gli escursionisti, a condizione che siano pochi, gli ometti, e collocati alla giusta distanza l’uno dall’altro. Il dramma è la loro proliferazione, figlia dell’iperturismo alpino e del bisogno che tanti manifestano di lasciare sempre tracce di sé. A porre la questione è stato il Cai Alto Adige, che ha equiparato la diffusione delle pile di pietre all’usanza del lancio di una monetina nella fontana di Trevi. Con la differenza che, rispetto ai cairn eretti a caso, i coins non fanno perdere la strada a nessuno, in caso di nebbia, e nemmeno alterano fragili equilibri naturali.

Infatti, non è soltanto un fatto di sicurezza, con le rocce che se male impilate possono cadere e far male a chi sale, né di orientamento, o estetica della montagna, ambiente già bello in sé quando è selvaggio, cioè senza illuminazioni notturne o maxi-panchine. I sassi in alta quota danno riparo a invertebrati, piccoli organismi, rettili, anfibi, proteggono il suolo dall’erosione, ne mantengono l’umidità. C’è un equilibrio fragile, insomma, una biosfera da tutelare. Ovvio che la montagna sperimenti ben altre azioni impattanti, la questione ovviamente non è se uno o due escursionisti di passaggio costruiscono un ometto, anche solo per gioco o per piacere, ma se lo fanno tutti. E’ per questo che da tempo, un po’ in tutto il mondo, dai funzionari dei parchi nazionali statunitensi, canadesi, francesi, alla rivista scientifica Human-Wildlife Interactions, che in un articolo ospitato nel 2020 ha definito le “pietre fotogeniche” una minaccia emergente, all’organizzazione Leave No Trace, cui si devono i 7 principi per le attività all’aria aperta, si levano spesso appelli per sensibilizzare gli escursionisti.

La nemesi viaggia anche su Instagram. Seguendo hashtag tipo #cairn, #stonecairn o proprio #omettidipietra, si trovano personaggi come l’inglese Stuart Cox, che quando incontra ometti improvvisati nel Peak District del Derbyshire, li distrugge a vigorose pedate. Lo ha fatto di recente anche l’influencer noto come “Un italiano in Islanda”, come si vede in un video tra i tanti post dal paese dei geyser, a testimonianza della globalità del dibattito. Il rischio, come si intuisce, è cadere nell’eccesso opposto, pur senza scomodare l’integralismo trascendentalista di un poeta della natura come John Muir, il padre dei parchi nazionali, che in nome della wilderness incontaminata nello Yosemite non avrebbe fatto passare né le mandrie di bestiame né tantomeno i nativi Miwok. Per questo, allora, è necessario risalire alla fonte.

Ad aiutare nel discernimento è la "bibbia" degli ometti, Cairns: Messengers in Stone, un saggio uscito nel 2012 a cura di David B. Williams, geologo ed esperto di storia naturale, che insegna a vedere nei cumuli di pietra qualcosa di simile a un messaggio lanciato nello spazio, un “ponte tra generazioni” cui può essere attribuita una dimensione simbolica e comunitaria: una pietra posata sopra un’altra, in sostanza, dice a un viandante del futuro che di qui è passato un essere umano, qui c’è qualcosa da sapere, e soprattutto che “questa direzione conta”. Eccolo, il concetto di fondo: l’ometto tradizionale, eretto con competenza e sapienza, nasce da un bisogno condiviso; quello moderno è solamente un’esigenza individuale di espressione. La differenza, cioè, tra la monetina nella fontana, o il graffito urbano, o l’incisione sul monumento per far sapere che “Max was here”, e il cartello che indica la direzione per chi viaggia veramente. L’io contrapposto al tu e al noi.

Se c’è una moda degli ometti individuali in montagna, va detto, è perché la montagna è diventata di moda. Si fa la coda per ammirare le cime come per entrare in un museo, ma anche per scalare l’Everest, si scatta il selfie davanti alla guardia a cavallo, ci si filma sulle montagne russe. E si fanno cumuli di pietre a caso, archetipo dell’overtourism in alta quota. La moltitudine umana non dovrebbe però spaventare: è la condizione di base per condividere valori, provare a educare. Ad esempio, al fatto che la montagna resta uno degli ultimi luoghi dove si può fare ancora esperienza del silenzio, e ascoltarne la “sottile voce”, dove il tempo ha un altro ritmo, la natura non è solo uno sfondo, ma interlocutrice e opportunità di relazione, e dove ciò che serve è giusto l’essenziale. Ci sarà pure un motivo se nelle nostre fiabe, da Hansel e Gretel a Pollicino, quando vengono meno i sassolini seminati per ritrovare la via, si arrivi sempre da una strega o un orco cannibali. Lo sappiamo da secoli: importa sì dove si va, ma soprattutto conta il come. E poi si deve trovare la strada per tornare a casa.

Massimo Calvi

Avvenire, 6.8.26