Povertà e priorità


L'attuale sistema di welfare è incapace di farsi carico delle nuove forme di povertà, delle nuove emergenze sociali che derivano dalla crisi economica e finanziaria». Questa affermazione, contenuta nel rapporto sulla povertà in Italia che la Caritas ha presentato ieri, dovrebbe essere posta alla base di ogni riflessione in materia di politica economica e sociale, riforme del welfare, misure per il risanamento, interventi per la crescita, leggi di stabilità, provvedimenti per adeguarsi alle richieste europee e quant’altro un esecutivo può avere in serbo per fronteggiare e tentare di governare la crisi in corso.
Un welfare inefficace e inefficiente, che cioè spende meno a causa dei tagli, e che soprattutto spende male, si traduce anche in quello che la Caritas ha drammaticamente registrato nei suoi quasi 200 centri di ascolto in 28 diocesi: forte aumento delle persone in difficoltà, aumento degli italiani bisognosi di assistenza, crescita esponenziale di richieste di aiuto da parte di casalinghe, pensionati, persone che hanno perso il lavoro. E domande sempre più pressanti per avere cibo e vestiti, trovare un lavoro anche minimo, la casa, essere ascoltati. Aiuti per vivere e sopravvivere. Il punto centrale, che dovrebbe essere compreso per una analisi costruttiva del problema di fondo, è che la Caritas – con la sua specifica matrice e vocazione ecclesiale – è parte integrante di quello che noi consideriamo welfare, è cioè una componente fondamentale della rete di sostegno ai bisogni "sul territorio" che una società sa darsi, integrando il lavoro dello Stato con quello della società, dei volontari o dei lavoratori delle imprese sociali, dei cittadini (cattolici o laici che siano). È anche una cartina di tornasole capace di far emergere quelli che il direttore della Caritas, don Francesco Soddu, ha definito «segnali di speranza», e che sono rappresentati dalle molte e nuove esperienze avviate nelle diocesi per rispondere ai bisogni che via via emergono.
Come sa bene chi è abituato a vivere il territorio, e parla di welfare con le maniche rimboccate e le mani a contatto con la realtà, c’è un filo sottile ma molto robusto che tiene insieme tutto questo: parte dall’impegno delle persone e passa dalle parrocchie, dalle Caritas, dalle associazioni, entra nelle cooperative sociali che danno assistenza, lo si ritrova nelle comunità di accoglienza, nei centri per minori, negli asili per i più piccoli e per i più fragili e soli, nei banchi alimentari. È quel mondo che si chiama economia civile, Terzo settore, non profit e che – ieri l’economista Stefano Zamagni lo ha spiegato con grande efficacia su queste colonne – rappresenta un «punto di forza dell’Italia».
Il dramma, o se vogliamo il paradosso, è che oggi questo universo è messo pesantemente sotto pressione, attaccato da più fronti, fino a metterne a rischio la sopravvivenza. Da una parte, richiamandosi a direttive o procedure europee (apparentemente e rovinosamente incapaci di leggere la storia e specificità di un Paese come il nostro), piovono interventi come le misure sull’Iva delle cooperative sociali o l’Imu per chi svolge e offre attività sociali o educative senza scopo di lucro. Dall’altra parte emerge, persino più colpevolmente, l’assenza se non di misure compensative per mantenere in vita questo patrimonio, almeno di una lista di "priorità" condivise da tutelare e proteggere come beni preziosi.
Alcuni degli interventi previsti dalla Legge di stabilità vanno, infatti, a colpire proprio quelli che sono gli investimenti minimi ed essenziali nella vita delle famiglie: le spese per i figli, il mutuo per la casa, le donazioni al sociale. Restringendo ulteriormente sia reddito disponibile sia "riserve" di sostegno sussidiario a nuclei e singoli.
In una crisi di dimensioni epocali, dove l’esigenza del risanamento costringe a scelte difficilissime e impegnative, con ricadute sociali evidenti e anche assai dolorose, di tutto c’è bisogno fuorché di misure – per dirla con le parole che il presidente delle Acli Andrea Olivero ha usato in una recente intervista all’Unità – che non da tecnici sono state messe a punto, ma da "burocrati" e "funzionari" capaci di superare la volontà dei ministri, a loro volta miopi nella volontà di leggere la complessità e i bisogni della società italiana. Tutto può essere modificato, risanato, tagliato o incrementato, l’Iva come l’Imu o l’Irpef, ma è la politica che deve essere abile nell’individuare le priorità da salvaguardare o esentare nei modi possibili. E tuttavia non può essere incolpata la politica se la stessa società non è in grado, in una fase così complessa, di sfrondare il dibattito dal superfluo, dalle diatribe non necessarie, per intendersi su che cosa dovrebbe essere considerato veramente indispensabile, fondamentale. E se non sono essenziali i bambini, le famiglie, l’economia civile, che cosa lo è?

Massimo Calvi
Avvenire 18.10.12

Zamagni: "Il governo non vede l’economia civile"


«No, non c’è un complotto con­tro il non profit italiano. Il pro­blema è di deficit culturale: questo governo, semplicemente, non vede l’economia civile. Dove opera, opera bene, ma il problema è che non è in grado di ve­dere e capire il civile». Stefano Zamagni è uno dei maggiori eco­nomisti italiani, esperto di Terzo settore e non profit, ha collaborato alla stesura del­l’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, è il padre della legge sulle Organizza­zioni non lucrative di utilità sociale, ed è sta­to presidente dell’Agenzia per le Onlus fino a che non è stata chiusa sul finire dello scor­so anno. Il suo giudizio sugli interventi del­la legge di Stabilità che colpiscono l’econo­mia civile è duro e preoccupato. Perché, spie­ga, il rischio è distruggere il vero capitale so­ciale dell’Italia, minando la tenuta del Pae­se.
Come giudica l’aumento dell’Iva per le cooperative sociali, dal 4 all’11%?

È in linea con quanto il go­verno sta facendo da un an­no a questa parte. Cioè as­sumere misure che vanno nella direzione opposta alla valorizzazione di quella ri­sorsa decisiva per lo svilup­po e la coesione sociale del Paese che è il Terzo settore.
L’Italia ha l’economia civile più avanzata e sviluppata in Europa e nel mondo, un Terzo settore che riflette una società civile orga­nizzata
 di statura e livello. Sembra si voglia rinunciare a tutto questo.
Di quali misure parla?

Le elenco velocemente: la soppressione del­
l’Agenzia Onlus, del comi­tato nazionale microcredi­to e dell’osservatorio del vo­lontariato. Poi la non tra­sformazione in legge ordi­naria del 5x1000, oltre al di­segno di legge di riforma de Titolo II del Libro I del Co­dice Civile. L’intervento sul­l’Iva delle cooperative so­ciali, che avrà effetti disa­strosi per queste imprese e per le famiglie. E infine la franchigia di 250 euro sulla deducibilità delle donazioni: se teniamo conto che in Italia un milione di persone dona in media 200-250 euro l’anno a una Onlus, questo limite significa chiude­re il rubinetto delle donazioni ai piccoli en­ti, favorendo solo i grandi.
Quale collegamento vede tra questi fatti?

Il punto centrale è che questo governo insi­ste su un modello di ordine sociale di tipo bi­polare, cioè diviso tra Stato e mercato. Ma il Dna italiano è un altro, è di tipo tripolare: Stato, mercato e società civile. Non possia­mo tradire la nostra identità. Per questo vor­rei lanciare un appello al premier Monti, che è sensibile a questi temi: quello che ha fatto finora in altri ambiti va bene, ma perché non rilanciare l’economia civile, con misure che avrebbero costi nulli, considerato che il Ter­zo settore produce più valore aggiunto del­le
 risorse che assorbe?Il governo ha spiegato che l’intervento sul­­l’Iva delle coop sociali è dovuto a una pro­cedura d’infrazione europea...
Il punto non è quello che c’è in Europa o che vuole l’Europa. Il nodo vero è, se si decido­no
 alcuni tagli, quali misure compensative si prevedono. Attenzione, stiamo distrug­gendo il nostro capitale sociale e civile, e l’I­talia non lo può sopportare. Se finora il si­stema ha tenuto è perché abbiamo un mo­dello tripolare, non fondato solo su Stato e mercato, ma ricco della rete di associazioni di volontariato, parrocchie, Caritas, coope­rative sociali... Un mondo che va ad esaurirsi. È quello che vogliamo? Non credo. E vorrei lanciare un appello accorato a Monti.
Per dire che cosa?

Propongo di fare qualcosa di simile alla com­missione Giavazzi sui contributi alle impre­se, cioè prendiamoci 3-4 mesi per accordar­ci su alcune riforme fondamentali per l’e­conomia civile, riforme a costo zero e che verrebbero approvate facilmente in modo bipartisan, ne sono certo. Questo, ovvia­mente, se crediamo nell’importanza di va­lorizzare il nostro modello.

Quali dovrebbero essere questi interventi?

Oltre a quelli che ho già elencato, penso al­la corretta definizione del termini 'com­merciale' nella legge sull’Imu al non profit. O alla possibilità per le imprese sociali di e­mettere titoli di solidarietà. La norma era già prevista nella legge istitutiva delle Onlus, è rimasta lettera morta. Ma se si decide di al­zare l’Iva sulle coop sociali, si consenta al­meno la compensazione dei bond sociali co­me fonte di finanziamento alternativa.

Politica a parte, crede che nella società vi sia la consapevolezza circa l’importanza della posta in gioco?

L’economia civile di mercato è il modello i­taliano, la nostra storia e la nostra forza, il no­stro genius loci. Vogliamo farlo tacere per sempre, consegnandoci all’economia libe­rista di mercato? Non credo che il Paese se lo possa permettere. Spero lo si capisca.
 

Massimo Calvi
Avvenire 17.10.12

«Perché vogliamo chiudere il welfare non profit?» (Intervista a Claudia Fiaschi, Cgm)


«Che effetto può ave­re l’aumento del­­l’Iva dal 4 al 10% per le cooperative sociali? Sem­plice: il primo anno sale il get­tito per l’erario, il secondo chiu­dono le cooperative sociali».
Chi conosce il mondo delle im­prese sociali, come operano, che cosa fanno, e per chi, sa be­ne che le cose andranno in que­sto modo, come ci spiega Clau­dia Fiaschi, presidente del con­sorzio di cooperative sociali Cgm. Ma il punto è proprio questo: lo sa anche chi ha pen­sato all’aumento dell’Iva che dovrebbe essere inserito nella Legge di stabilità? A chiederse­lo, preoccupatissimi, sono o­peratori e responsabili delle quasi 12mila coop sociali ita­liane, i loro 750mila dipenden­ti, ma soprattutto i 5 milioni di bambini, anziani, minori, disa­bili, famiglie e persone disagia­te che usufruiscono dei servizi sociali o sanitari di queste realtà non profit. Che, va ricordato, rappresentano l’ossatura del welfare pubblico locale italia­no.
Perché un aumento dell’Iva sa­rebbe poco sopportabile dalle imprese sociali?

Oggi la cooperazione sociale è il partner principale delle pub­bliche amministrazioni nel for­nire servizi socio sanitari ed e­ducativi. Aumentare di sei pun­ti
 i costi di produzione, ha cal­colato l’Alleanza delle coopera­tive sociali, significa far cresce­re la spesa per Comuni e Asl del 70%, far salire le tariffe a carico delle famiglie del 30%, o porta­re a una netta riduzione dei ser­vizi. Un costo di oltre 510 mi­lioni di euro. In un momento così difficile per il Paese e i cit­tadini meno abbienti, con i Co­muni in difficoltà, non è una decisione lungimirante.
Avrà un impatto sul lavoro?

Il settore delle cooperative so­ciali ha continuato ad aumen­tare l’occupazione anche du­rante la crisi: nelle 990 coope­rative che aderiscono a Cgm, nell’ultimo anno i posti di lavo­ro sono saliti del 4,9%. Ma nei servizi sociali, assistenziali, ed educativi, le persone sono il principale fattore di produzio­ne, l’80%. Non appena si com­prime, ne risente l’occupazio­ne.
Come vi spiegate questo inter­vento?
Pensiamo a una disattenzione. D’altronde questo è un mondo invisibile alla politica, poco compreso da una certa cultura economica, nonostante sia un settore che riesce a garantire ancora un welfare universali­stico alle persone meno ab­bienti e a costi bassissimi per gli enti locali. È una specificità italiana che tutta Europa ci in­vidia, e non ce ne rendiamo conto.

Intende dire che il ritocco del­­l’Iva può cambiare il modello di welfare italiano?

Di certo ci spinge verso un si­stema che si affida alla sola fi­lantropia, riducendo il ruolo del privato sociale a una dimen­sione marginale. Ma perché? La cooperazione sociale italiana ha una lunga storia, nasce ne­gli anni ’70-80, ha beneficiato di una legge e un trattamento fi­scale
 che ha dato vita a forme di impresa attive nel welfare, in­novative, totalmente non pro­fit, con margini bassissimi, in­feriori al 3%, senza distribuzio­ne di utili. Il valore aggiunto del­la cooperazione sociale è quel­lo di una forma di impresa ca­pace di produrre beni comuni. In una logica di sussidiarietà. In Europa non c’è un sistema co­sì, è un modello invidiato, e vo­gliamo chiuderlo? 
Massimo Calvi
Avvenire 14.10.12

Bitto, Branzi, e la falce da fieno


Per secoli è stato uno strumento di lavoro fondamentale nei campi, capace di rivoluzionare la storia dell’allevamento e dell’agricoltura. Ma la falce da fieno è da sempre anche un simbolo, di giustizia, giudizio finale, uguaglianza. O di ribellione contadina. E dopo anni di abbandono, soppiantata da tagliaerba a motore e ronzanti decespugliatrici, oggi la falce – la ranza, come la chiamano nelle valli lombarde dove ha mantenuto il significato di "pulizia" che le attribuiva la lingua celtica – riappare in nome di un ritorno all’antico, brandita nelle zone montane a reclamare la diversità dalla pianura, la possibilità di un’agricoltura che si stacca dalla dimensione industriale e ritrova un passo naturale, sostenibile, di qualità. Lontana da chimica, tossine e Ogm.
La ranza è già idealmente il simbolo dell’alleanza dei sei «Formaggi principi delle Orobie» – Branzi Ftb, Formai de mut, Agrì, Strachitunt, Stracchino e Bitto storico – oggi riuniti lungo i sentieri che collegano gli alpeggi delle montagne bergamasche, valtellinesi e lecchesi, per rivendicare metodi di produzione naturali, tipicità. «La falce permette di alimentare il bestiame in modo sano, con erba del posto e senza mangimi – spiega Francesco Maroni della latteria sociale di Branzi, in Val Brembana –. Se l’agricoltura di montagna vuole rinascere, ritrovando pienamente se stessa, unendo naturalità e modernità, non può che ripartire da qui».
Molto di questo parte in Valtellina, con la secessione del Bitto storico ad opera di Paolo Ciapparelli, il "guerriero" che ha ricollocato il formaggio della Valgerola nei luoghi d’origine e all’antica perfezione: mucche alimentate solo con erba degli alpeggi, munte a mano, formaggio senza fermenti. Come insegnava l’homo salvadego, che qui trasmetteva i segreti dell’arte casearia, ma solo a chi lo voleva e sapeva ascoltare. Ed è tra questi passi in alta quota che oggi si torna a parlare con maggiore forza di produzione (e turismo) sostenibile. «È una scelta necessaria. L’aumento dei costi dell’energia ha reso gli allevamenti intensivi meno economici – spiega l’agronomo Fausto Gusmeroli – le zone montane devono tornare agli allevamenti estensivi, alle razze autoctone, all’alimentazione naturale del bestiame, alla filiera corta e lontano dalla grande distribuzione». Produci qui, vendi qui. Quasi una secessione agricola, un ritorno all’autarchia della montagna, sistema chiuso ed eco-sostenibile per eccellenza. Sguardo sul passato, pensando al futuro. E la falce che torna a essere impugnata, battuta e affilata. Proposta a giovani e turisti. Come a Ornica, con i corsi di fienagione della cooperativa Donne di montagna per chi sceglie l’ospitalità dell’albergo diffuso. O come la vede Ferdy Quarteroni, imprenditore agrituristico a Lenna e nel "paradiso" della Val d’Inferno, titolare anche di una fattoria didattica: «Taglio l’erba in pendenza, vedo quello che taglio, non consumo benzina, alimento il bestiame in modo sano, produco in modo naturale. La falce è alla base della rinascita di un territorio di montagna». Per molti, ma non per tutti.

Massimo Calvi
Avvenire 13.10.12

Vitale: «Imprenditori, basta silenzi»


«Sono nelle nostre mani. Noi li fac­ciamo diventare sindaci, asses­sori e loro fanno quello che noi vogliamo, senza neanche pagare mazzet­te ». Questa frase è parte di un’intercetta­zione a un esponente della ’ndrangheta al Nord ed è riportata nell’introduzione al li­bro Corruzione a cura di Marco Vitale. Cal­za a pennello con la realtà che in queste o­re sta facendo tremare la Lombardia, dopo l’arresto dell’assessore Domenico Zambet­ti accusato di aver comprato 4mila voti dai boss.
Economista d’impresa, Vitale – che da as­sessore al Demanio al Comune di Milano nel ’94 aveva lanciato un allarme sulla ma­fia in galleria – oggi non si stupisce di fron­te alle notizie di cronaca («sono anni che si conosce l’attività e la presenza della crimi­nalità organizzata in Lombardia»), invita a una sollevazione forte della società civile, in particolare del mondo imprenditoriale («finora ha dato risposte troppo deboli») e ammette che il problema non sta nelle di­missioni o meno del governatore Roberto Formigoni perché, dice, «è tutto un sistema
che va cambiato».
La Lombardia si sveglia un giorno e scopre che si può essere eletti in Regione com­prando voti dai boss. Che effetto le fa?
La ’ndrangheta qui è diffusissima, il feno­meno è noto agli inquirenti da anni, ma è stato sottovalutato dalla politica e dai pre­fetti perché finora i boss hanno usato più la corruzione della violenza. Ma la corruzio­ne degli amministratori pubblici non è al­tro che una duplicazione di quello che si è visto in Calabria. E se la Lombardia non sa­prà reagire, tra qualche anno sarà trasfor­mata.
Che cosa intende per reagire?

La magistratura inquirente e le forze del­l’ordine stanno svolgendo un’opera silente ma importantissima, eppure non basta. Per fortuna la società civile lombarda è molto più solida di quella di altre regioni del Sud, ma la tenuta non può durare a lungo se non si alza il livello d’allarme. La società econo­mica deve muoversi con maggiore decisio­ne, perché in gioco non c’è solo la tenuta democratica, ma anche quella economica della regione. La presa di posizione delle as­sociazioni imprenditoriali è insufficiente.

In che senso?
La risposta degli imprenditori è inadegua­ta alla portata della minaccia, non si può vincere la sfida in questo modo, non basta fare manifesti, qui servono prese di posi­zione più forti e l’espulsione degli impren­ditori che non denunciano. Gli inquirenti non possono essere lasciati soli in questa battaglia, la società civile e quella econo­mica devono fare molto di più.
Quali sono gli ambiti da presidiare? Che anticorpi vanno attivati?

Edilizia, costruzioni, infrastrutture viarie, o­ra l’Expo. È chiaro che la Lombardia fa go­la. E 'questi' sono bravissimi a inserirsi nei settori chiave, bravi a capire i punti deboli di un territorio o di un’istituzione, a con­trollare i voti, a spostare centinaia e centi­naia di residenti per fare eleggere chi vo­gliono. L’acquisto di 'assessorati' è uno de­gli strumenti classici per avviare il mecca­nismo
 della corruzione.La politica come può reagire?
Non ha ancora ben compreso la posta in gioco. Qui il problema non sono solo le di­missioni del Governatore, si deve cambiare sistema, metodo, teste, moralità. Come di­ce il giudice Nicola Gratteri: dove c’è clien­telismo c’è anche corruzione e c’è anche mafia. Pochi si rendono conto che oggi la Lombardia è diventata più pericolosa della Sicilia.
 
Massimo Calvi
Avvenire 12.10.12

Così la corruzione deprime la crescita


Più tangenti, meno Pil. Più corruzione, me­no sviluppo. E se fosse proprio questo il problema della bassa crescita che affligge alcune regioni e, più in generale, tutta l’Italia? Della questione si dibatte da tempo tra gli eco­nomisti, ora uno studio sul nostro Paese dimo­stra che non solo vi è una correlazione molto for­te tra i reati di corruzione e la minore crescita e­conomica, ma il fenomeno può anche essere quantificato: se i crimini individuali aumentano dell’1%, ad esempio, la crescita sarà più bassa dell’8%. E via così.
La prova del legame tra tan­genti e minore crescita è frut­to del lavoro di tre economi­ste italiane, Nadia Fiorino del­l’Università dell’Aquila, Em­ma Galli, professoressa alla Sapienza di Roma e Ilaria Pe­trarca, dell’Università di Vero­na. Il lavoro verrà presentato lunedì prossimo all’Università Cattolica di Milano in un e­vento, in collaborazione con Libera, dal tema «Crimine e corruzione tra livelli di pote­re e rappresentanza politica». Nell’occasione ver­ranno illustrati i risultati di altre due ricerche sul rapporto tra federalismo o decentramento fisca­le,e qualità della classe politica. Un percorso che conduce ad alcune evidenze ab­bastanza nette: se la corruzione favorisce il sot­tosviluppo di una regione, il federalismo fiscale riesce a responsabilizzare e migliorare la classe politica locale, soprattutto a livello di comuni, con evidenti vantaggi in termini di servizi offer­ti e di costi pagati dai cittadini. Ma a una condi­zione: che il contesto non sia inquinato dalla pre­senza di organizzazioni mafiose. In tal caso ogni sforzo è inutile: la presenza di “oligarchie” mafiose vanifica persino l’aumento delle risorse stanzia­te per aiutare il territorio a risollevarsi dall’arre­tratezza. Le piovre si mangiano tutto.
Insomma, corruzione e mafia non sono feno­meni che necessariamente si radicano in conte­sti degradati: sono essi stessi la causa del degra­do,l’origine del sottosviluppo.
«Queste ricerche – spiega Raul Caruso, ricerca­tore alla Cattolica esperto di economia crimina­le, e organizzatore dell’evento – indicano che e­siste una forte necessità di riforme nella direzio­ne delle liberalizzazioni, per contenere la buro­crazia, eliminare lacci e lacciuoli, ridurre gli spa­zi della spesa pubblica nei quali prolifera la cor­ruzione. Deve cambiare il modo con cui l’ente pubblico fornisce servizi ai cittadini, passando a un sistema in cui le persone possono scegliere li­beramente il fornitore, e poi detrarre fiscalmen­te la spesa sostenuta». In sostanza, un sistema fondato sul principio di sussidiarietà. «La sussi­diarietà è una piccola rivolu­zione – aggiunge Caruso – permette servizi migliori e li­bertà di scelta, ma molti ne hanno paura proprio perché sottrae potere alla classe diri­gente ».
Lo studio su corruzione e cre­scita indica come all’aumen­to di un punto percentuale dei reati di peculato la crescita di­minuisca di circa l’8%. Unen­do anche i crimini associativi la contrazione è dal 2,2%. E dove la corruzione è elevata, anche l’impatto della spesa pubblica per soste­nere l’economia viene neutralizzato: l’aumento della corruzione riduce infatti la crescita del 4,5% a parità di spesa. Dal 1980 al 2004 in Italia le de­nunce per crimini da corruzione sono salite dell’86%. In un lavoro in corso di pubblicazione di Caruso, inoltre, è evidenziata anche la corre­lazione tra aumento delle estorsioni dal 2004 al 2010 (+10,7%) e la crescita della disoccupazione di lunga durata (+5,4%).
Gli altri contributi di ricerca che vengono pre­sentati lunedì 8 ottobre, alle 10, alla Cattolica di Milano (ne parliamo nell’articolo a fianco) ri­guardano il legame tra federalismo fiscale e se­lezione dei politici e il ruolo del decentramento fiscale dove le istituzioni sono più deboli. Al di­battito oltre ai curatori delle ricerche ci saranno anche i professori della Cattolica, Massimo Bor­dignon e Luigi Campiglio, Nerina Dirindin di To­rino.

Massimo Calvi
Avvenire 2.10.12

Crisi, da cosa ripartire

Sono due i punti fermi della turbolenza che da ormai più di cinque anni sta tenendo sot­to scacco l’intera economia occidentale. Il pri­mo è che una crisi così lunga non si risolverà in un tempo breve. Non basteranno un anno o due per riportare stabilità in tutti i fronti che sono stati aperti. Quella che stiamo vivendo è ormai quasi una condizione strutturale, una crisi di sistema che interessa l’economia, la fi­nanza, la politica, la cultura e molti altri aspet­ti del nostro vivere. Il secondo punto, un po’ più difficile da far accettare a una ben radicata cul­tura economica, è che questa crisi prima che dovuta a fattori tecnici è frutto di una deriva di carattere morale. Una crisi di senso, come è sta­to rilevato da diverse parti, intendendo con que­sto la perdita diffusa del significato ultimo del­le nostre azioni, economiche e non solo.
Sono troppe, per non leggerle come circostan­ze inserite nel medesimo declino, le analogie tra quanto accaduto nelle banche e nelle grandi i­stituzioni finanziarie in termini di ricerca di guadagni immediati per sé o pochi altri, anche a costo di distruggere la realtà nella quale si è inseriti, e quanto ci raccontano ad esempio le cronache dalle varie 'sprecopoli' o 'regiono­poli', come sono state battezzate. Un disprez­zo diffuso del significato di bene comune, a più livelli, che non può essere derubricato a un sem­plice problema di norme o di confini.
Per questo, nel momento in cui vengono inter­pretati come segni di 'speranza' la prospetti­va di uno spread che rientra a livelli sostenibi­li o la previsione di un Pil che nel giro di qual­che mese potrebbe muoversi dagli abissi, sa­lendo dello zero virgola, è illuminante con­frontarsi con le essenziali parole pronunciate ie­ri dal Papa durante la celebrazione al Santua­rio della Madonna di Loreto. In una crisi che, ha rimarcato Benedetto XVI, non interessa so­lo l’economia, «l’incarnazione del figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo». In una prospettiva di speran­za autentica, di non solitudine, con i pensieri rivolti «ai problemi di tante famiglie» e «ai gio­vani che si aprono alla vita», il Papa torna a pro­porre un insegnamento che ha molto da dire al pensiero economico dominante: «Senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoi­smo sulla solidarietà e sull’amore, le cose ma­teriali sui valori, l’avere sull’essere». Ed «è pro­prio Dio che libera la nostra libertà, la libera dalla chiusura in se stessa, dalla sete di potere,di possesso, di dominio». 
Da una crisi di tale natura e di tali proporzioni, dovrebbe essere abbastanza evidente, non si esce concentrandosi solo sulle riforme che pure sono necessarie, da quelle della finanza a quelle delle istituzioni. È illusorio, cioè, pensare di poter risolvere i problemi semplicemente modificando gli strumenti a disposizione, quando la deriva duramente capitalistica dell’economia di mercato ha eretto l’egoismo a regola utile e necessaria, e ha persuaso anche tanta buona gente comune che l’unico modo per generare sviluppo è perseguire avidamente l’esclusivo interesse personale, scaricando i costi di questo illusorio benessere su qualcun altro. O su quelli che verranno dopo.
La ricostruzione di un percorso morale comune non può più permettersi di escludere dimensioni fondamentali quali il «dono di sé», l’amore che si fa «servizio e condivisione», nelle parole del Papa. Gli economisti (e i politici) più illuminati concordano oggi, finalmente, nel ritenere che sarà sempre più difficile parlare di ripresa e di sviluppo sostenibile se non verrà accettata l’idea che egoismo e avidità rappresentano percorsi distruttivi, a differenza del profitto generato dalla ricerca del bene anche per gli altri. Una nuova visione di crescita che deve riempire di contenuti termini come responsabilità e solidarietà, sussidiarietà e dignità della persona umana, fiducia e sacrificio. Nella ricerca di un «bene comune» inteso non più come la semplice somma degli interessi individuali.
Riconoscere come determinanti quei princìpi che sono anche il fondamento della dottrina sociale, e non avere paura di affermarli, è il passo più importante per provare ad
 affrontare la vera natura di questa crisi.


Massimo Calvi
 
Avvenire 5.10.12