Povertà e priorità
L'attuale sistema di welfare è incapace di farsi carico delle nuove forme di povertà, delle nuove emergenze sociali che derivano dalla crisi economica e finanziaria». Questa affermazione, contenuta nel rapporto sulla povertà in Italia che la Caritas ha presentato ieri, dovrebbe essere posta alla base di ogni riflessione in materia di politica economica e sociale, riforme del welfare, misure per il risanamento, interventi per la crescita, leggi di stabilità, provvedimenti per adeguarsi alle richieste europee e quant’altro un esecutivo può avere in serbo per fronteggiare e tentare di governare la crisi in corso.
Un welfare inefficace e inefficiente, che cioè spende meno a causa dei tagli, e che soprattutto spende male, si traduce anche in quello che la Caritas ha drammaticamente registrato nei suoi quasi 200 centri di ascolto in 28 diocesi: forte aumento delle persone in difficoltà, aumento degli italiani bisognosi di assistenza, crescita esponenziale di richieste di aiuto da parte di casalinghe, pensionati, persone che hanno perso il lavoro. E domande sempre più pressanti per avere cibo e vestiti, trovare un lavoro anche minimo, la casa, essere ascoltati. Aiuti per vivere e sopravvivere. Il punto centrale, che dovrebbe essere compreso per una analisi costruttiva del problema di fondo, è che la Caritas – con la sua specifica matrice e vocazione ecclesiale – è parte integrante di quello che noi consideriamo welfare, è cioè una componente fondamentale della rete di sostegno ai bisogni "sul territorio" che una società sa darsi, integrando il lavoro dello Stato con quello della società, dei volontari o dei lavoratori delle imprese sociali, dei cittadini (cattolici o laici che siano). È anche una cartina di tornasole capace di far emergere quelli che il direttore della Caritas, don Francesco Soddu, ha definito «segnali di speranza», e che sono rappresentati dalle molte e nuove esperienze avviate nelle diocesi per rispondere ai bisogni che via via emergono.
Come sa bene chi è abituato a vivere il territorio, e parla di welfare con le maniche rimboccate e le mani a contatto con la realtà, c’è un filo sottile ma molto robusto che tiene insieme tutto questo: parte dall’impegno delle persone e passa dalle parrocchie, dalle Caritas, dalle associazioni, entra nelle cooperative sociali che danno assistenza, lo si ritrova nelle comunità di accoglienza, nei centri per minori, negli asili per i più piccoli e per i più fragili e soli, nei banchi alimentari. È quel mondo che si chiama economia civile, Terzo settore, non profit e che – ieri l’economista Stefano Zamagni lo ha spiegato con grande efficacia su queste colonne – rappresenta un «punto di forza dell’Italia».
Il dramma, o se vogliamo il paradosso, è che oggi questo universo è messo pesantemente sotto pressione, attaccato da più fronti, fino a metterne a rischio la sopravvivenza. Da una parte, richiamandosi a direttive o procedure europee (apparentemente e rovinosamente incapaci di leggere la storia e specificità di un Paese come il nostro), piovono interventi come le misure sull’Iva delle cooperative sociali o l’Imu per chi svolge e offre attività sociali o educative senza scopo di lucro. Dall’altra parte emerge, persino più colpevolmente, l’assenza se non di misure compensative per mantenere in vita questo patrimonio, almeno di una lista di "priorità" condivise da tutelare e proteggere come beni preziosi.
Alcuni degli interventi previsti dalla Legge di stabilità vanno, infatti, a colpire proprio quelli che sono gli investimenti minimi ed essenziali nella vita delle famiglie: le spese per i figli, il mutuo per la casa, le donazioni al sociale. Restringendo ulteriormente sia reddito disponibile sia "riserve" di sostegno sussidiario a nuclei e singoli.
In una crisi di dimensioni epocali, dove l’esigenza del risanamento costringe a scelte difficilissime e impegnative, con ricadute sociali evidenti e anche assai dolorose, di tutto c’è bisogno fuorché di misure – per dirla con le parole che il presidente delle Acli Andrea Olivero ha usato in una recente intervista all’Unità – che non da tecnici sono state messe a punto, ma da "burocrati" e "funzionari" capaci di superare la volontà dei ministri, a loro volta miopi nella volontà di leggere la complessità e i bisogni della società italiana. Tutto può essere modificato, risanato, tagliato o incrementato, l’Iva come l’Imu o l’Irpef, ma è la politica che deve essere abile nell’individuare le priorità da salvaguardare o esentare nei modi possibili. E tuttavia non può essere incolpata la politica se la stessa società non è in grado, in una fase così complessa, di sfrondare il dibattito dal superfluo, dalle diatribe non necessarie, per intendersi su che cosa dovrebbe essere considerato veramente indispensabile, fondamentale. E se non sono essenziali i bambini, le famiglie, l’economia civile, che cosa lo è?
Massimo Calvi
Avvenire 18.10.12
Zamagni: "Il governo non vede l’economia civile"
«No, non c’è un complotto contro il non profit italiano. Il problema è di deficit culturale: questo governo, semplicemente, non vede l’economia civile. Dove opera, opera bene, ma il problema è che non è in grado di vedere e capire il civile». Stefano Zamagni è uno dei maggiori economisti italiani, esperto di Terzo settore e non profit, ha collaborato alla stesura dell’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, è il padre della legge sulle Organizzazioni non lucrative di utilità sociale, ed è stato presidente dell’Agenzia per le Onlus fino a che non è stata chiusa sul finire dello scorso anno. Il suo giudizio sugli interventi della legge di Stabilità che colpiscono l’economia civile è duro e preoccupato. Perché, spiega, il rischio è distruggere il vero capitale sociale dell’Italia, minando la tenuta del Paese.
Come giudica l’aumento dell’Iva per le cooperative sociali, dal 4 all’11%?
È in linea con quanto il governo sta facendo da un anno a questa parte. Cioè assumere misure che vanno nella direzione opposta alla valorizzazione di quella risorsa decisiva per lo sviluppo e la coesione sociale del Paese che è il Terzo settore.
L’Italia ha l’economia civile più avanzata e sviluppata in Europa e nel mondo, un Terzo settore che riflette una società civile organizzata di statura e livello. Sembra si voglia rinunciare a tutto questo.
Di quali misure parla?
Le elenco velocemente: la soppressione dell’Agenzia Onlus, del comitato nazionale microcredito e dell’osservatorio del volontariato. Poi la non trasformazione in legge ordinaria del 5x1000, oltre al disegno di legge di riforma de Titolo II del Libro I del Codice Civile. L’intervento sull’Iva delle cooperative sociali, che avrà effetti disastrosi per queste imprese e per le famiglie. E infine la franchigia di 250 euro sulla deducibilità delle donazioni: se teniamo conto che in Italia un milione di persone dona in media 200-250 euro l’anno a una Onlus, questo limite significa chiudere il rubinetto delle donazioni ai piccoli enti, favorendo solo i grandi.
Quale collegamento vede tra questi fatti?
Il punto centrale è che questo governo insiste su un modello di ordine sociale di tipo bipolare, cioè diviso tra Stato e mercato. Ma il Dna italiano è un altro, è di tipo tripolare: Stato, mercato e società civile. Non possiamo tradire la nostra identità. Per questo vorrei lanciare un appello al premier Monti, che è sensibile a questi temi: quello che ha fatto finora in altri ambiti va bene, ma perché non rilanciare l’economia civile, con misure che avrebbero costi nulli, considerato che il Terzo settore produce più valore aggiunto delle risorse che assorbe?Il governo ha spiegato che l’intervento sull’Iva delle coop sociali è dovuto a una procedura d’infrazione europea...
Il punto non è quello che c’è in Europa o che vuole l’Europa. Il nodo vero è, se si decidono alcuni tagli, quali misure compensative si prevedono. Attenzione, stiamo distruggendo il nostro capitale sociale e civile, e l’Italia non lo può sopportare. Se finora il sistema ha tenuto è perché abbiamo un modello tripolare, non fondato solo su Stato e mercato, ma ricco della rete di associazioni di volontariato, parrocchie, Caritas, cooperative sociali... Un mondo che va ad esaurirsi. È quello che vogliamo? Non credo. E vorrei lanciare un appello accorato a Monti.
Per dire che cosa?
Propongo di fare qualcosa di simile alla commissione Giavazzi sui contributi alle imprese, cioè prendiamoci 3-4 mesi per accordarci su alcune riforme fondamentali per l’economia civile, riforme a costo zero e che verrebbero approvate facilmente in modo bipartisan, ne sono certo. Questo, ovviamente, se crediamo nell’importanza di valorizzare il nostro modello.
Quali dovrebbero essere questi interventi?
Oltre a quelli che ho già elencato, penso alla corretta definizione del termini 'commerciale' nella legge sull’Imu al non profit. O alla possibilità per le imprese sociali di emettere titoli di solidarietà. La norma era già prevista nella legge istitutiva delle Onlus, è rimasta lettera morta. Ma se si decide di alzare l’Iva sulle coop sociali, si consenta almeno la compensazione dei bond sociali come fonte di finanziamento alternativa.
Politica a parte, crede che nella società vi sia la consapevolezza circa l’importanza della posta in gioco?
L’economia civile di mercato è il modello italiano, la nostra storia e la nostra forza, il nostro genius loci. Vogliamo farlo tacere per sempre, consegnandoci all’economia liberista di mercato? Non credo che il Paese se lo possa permettere. Spero lo si capisca.
Come giudica l’aumento dell’Iva per le cooperative sociali, dal 4 all’11%?
È in linea con quanto il governo sta facendo da un anno a questa parte. Cioè assumere misure che vanno nella direzione opposta alla valorizzazione di quella risorsa decisiva per lo sviluppo e la coesione sociale del Paese che è il Terzo settore.
L’Italia ha l’economia civile più avanzata e sviluppata in Europa e nel mondo, un Terzo settore che riflette una società civile organizzata di statura e livello. Sembra si voglia rinunciare a tutto questo.
Di quali misure parla?
Le elenco velocemente: la soppressione dell’Agenzia Onlus, del comitato nazionale microcredito e dell’osservatorio del volontariato. Poi la non trasformazione in legge ordinaria del 5x1000, oltre al disegno di legge di riforma de Titolo II del Libro I del Codice Civile. L’intervento sull’Iva delle cooperative sociali, che avrà effetti disastrosi per queste imprese e per le famiglie. E infine la franchigia di 250 euro sulla deducibilità delle donazioni: se teniamo conto che in Italia un milione di persone dona in media 200-250 euro l’anno a una Onlus, questo limite significa chiudere il rubinetto delle donazioni ai piccoli enti, favorendo solo i grandi.
Quale collegamento vede tra questi fatti?
Il punto centrale è che questo governo insiste su un modello di ordine sociale di tipo bipolare, cioè diviso tra Stato e mercato. Ma il Dna italiano è un altro, è di tipo tripolare: Stato, mercato e società civile. Non possiamo tradire la nostra identità. Per questo vorrei lanciare un appello al premier Monti, che è sensibile a questi temi: quello che ha fatto finora in altri ambiti va bene, ma perché non rilanciare l’economia civile, con misure che avrebbero costi nulli, considerato che il Terzo settore produce più valore aggiunto delle risorse che assorbe?Il governo ha spiegato che l’intervento sull’Iva delle coop sociali è dovuto a una procedura d’infrazione europea...
Il punto non è quello che c’è in Europa o che vuole l’Europa. Il nodo vero è, se si decidono alcuni tagli, quali misure compensative si prevedono. Attenzione, stiamo distruggendo il nostro capitale sociale e civile, e l’Italia non lo può sopportare. Se finora il sistema ha tenuto è perché abbiamo un modello tripolare, non fondato solo su Stato e mercato, ma ricco della rete di associazioni di volontariato, parrocchie, Caritas, cooperative sociali... Un mondo che va ad esaurirsi. È quello che vogliamo? Non credo. E vorrei lanciare un appello accorato a Monti.
Per dire che cosa?
Propongo di fare qualcosa di simile alla commissione Giavazzi sui contributi alle imprese, cioè prendiamoci 3-4 mesi per accordarci su alcune riforme fondamentali per l’economia civile, riforme a costo zero e che verrebbero approvate facilmente in modo bipartisan, ne sono certo. Questo, ovviamente, se crediamo nell’importanza di valorizzare il nostro modello.
Quali dovrebbero essere questi interventi?
Oltre a quelli che ho già elencato, penso alla corretta definizione del termini 'commerciale' nella legge sull’Imu al non profit. O alla possibilità per le imprese sociali di emettere titoli di solidarietà. La norma era già prevista nella legge istitutiva delle Onlus, è rimasta lettera morta. Ma se si decide di alzare l’Iva sulle coop sociali, si consenta almeno la compensazione dei bond sociali come fonte di finanziamento alternativa.
Politica a parte, crede che nella società vi sia la consapevolezza circa l’importanza della posta in gioco?
L’economia civile di mercato è il modello italiano, la nostra storia e la nostra forza, il nostro genius loci. Vogliamo farlo tacere per sempre, consegnandoci all’economia liberista di mercato? Non credo che il Paese se lo possa permettere. Spero lo si capisca.
Massimo Calvi
Avvenire 17.10.12
«Perché vogliamo chiudere il welfare non profit?» (Intervista a Claudia Fiaschi, Cgm)
«Che effetto può avere l’aumento dell’Iva dal 4 al 10% per le cooperative sociali? Semplice: il primo anno sale il gettito per l’erario, il secondo chiudono le cooperative sociali».
Chi conosce il mondo delle imprese sociali, come operano, che cosa fanno, e per chi, sa bene che le cose andranno in questo modo, come ci spiega Claudia Fiaschi, presidente del consorzio di cooperative sociali Cgm. Ma il punto è proprio questo: lo sa anche chi ha pensato all’aumento dell’Iva che dovrebbe essere inserito nella Legge di stabilità? A chiederselo, preoccupatissimi, sono operatori e responsabili delle quasi 12mila coop sociali italiane, i loro 750mila dipendenti, ma soprattutto i 5 milioni di bambini, anziani, minori, disabili, famiglie e persone disagiate che usufruiscono dei servizi sociali o sanitari di queste realtà non profit. Che, va ricordato, rappresentano l’ossatura del welfare pubblico locale italiano.
Perché un aumento dell’Iva sarebbe poco sopportabile dalle imprese sociali?
Oggi la cooperazione sociale è il partner principale delle pubbliche amministrazioni nel fornire servizi socio sanitari ed educativi. Aumentare di sei punti i costi di produzione, ha calcolato l’Alleanza delle cooperative sociali, significa far crescere la spesa per Comuni e Asl del 70%, far salire le tariffe a carico delle famiglie del 30%, o portare a una netta riduzione dei servizi. Un costo di oltre 510 milioni di euro. In un momento così difficile per il Paese e i cittadini meno abbienti, con i Comuni in difficoltà, non è una decisione lungimirante.
Avrà un impatto sul lavoro?
Il settore delle cooperative sociali ha continuato ad aumentare l’occupazione anche durante la crisi: nelle 990 cooperative che aderiscono a Cgm, nell’ultimo anno i posti di lavoro sono saliti del 4,9%. Ma nei servizi sociali, assistenziali, ed educativi, le persone sono il principale fattore di produzione, l’80%. Non appena si comprime, ne risente l’occupazione.Come vi spiegate questo intervento?
Pensiamo a una disattenzione. D’altronde questo è un mondo invisibile alla politica, poco compreso da una certa cultura economica, nonostante sia un settore che riesce a garantire ancora un welfare universalistico alle persone meno abbienti e a costi bassissimi per gli enti locali. È una specificità italiana che tutta Europa ci invidia, e non ce ne rendiamo conto.
Intende dire che il ritocco dell’Iva può cambiare il modello di welfare italiano?
Di certo ci spinge verso un sistema che si affida alla sola filantropia, riducendo il ruolo del privato sociale a una dimensione marginale. Ma perché? La cooperazione sociale italiana ha una lunga storia, nasce negli anni ’70-80, ha beneficiato di una legge e un trattamento fiscale che ha dato vita a forme di impresa attive nel welfare, innovative, totalmente non profit, con margini bassissimi, inferiori al 3%, senza distribuzione di utili. Il valore aggiunto della cooperazione sociale è quello di una forma di impresa capace di produrre beni comuni. In una logica di sussidiarietà. In Europa non c’è un sistema così, è un modello invidiato, e vogliamo chiuderlo?
Perché un aumento dell’Iva sarebbe poco sopportabile dalle imprese sociali?
Oggi la cooperazione sociale è il partner principale delle pubbliche amministrazioni nel fornire servizi socio sanitari ed educativi. Aumentare di sei punti i costi di produzione, ha calcolato l’Alleanza delle cooperative sociali, significa far crescere la spesa per Comuni e Asl del 70%, far salire le tariffe a carico delle famiglie del 30%, o portare a una netta riduzione dei servizi. Un costo di oltre 510 milioni di euro. In un momento così difficile per il Paese e i cittadini meno abbienti, con i Comuni in difficoltà, non è una decisione lungimirante.
Avrà un impatto sul lavoro?
Il settore delle cooperative sociali ha continuato ad aumentare l’occupazione anche durante la crisi: nelle 990 cooperative che aderiscono a Cgm, nell’ultimo anno i posti di lavoro sono saliti del 4,9%. Ma nei servizi sociali, assistenziali, ed educativi, le persone sono il principale fattore di produzione, l’80%. Non appena si comprime, ne risente l’occupazione.Come vi spiegate questo intervento?
Pensiamo a una disattenzione. D’altronde questo è un mondo invisibile alla politica, poco compreso da una certa cultura economica, nonostante sia un settore che riesce a garantire ancora un welfare universalistico alle persone meno abbienti e a costi bassissimi per gli enti locali. È una specificità italiana che tutta Europa ci invidia, e non ce ne rendiamo conto.
Intende dire che il ritocco dell’Iva può cambiare il modello di welfare italiano?
Di certo ci spinge verso un sistema che si affida alla sola filantropia, riducendo il ruolo del privato sociale a una dimensione marginale. Ma perché? La cooperazione sociale italiana ha una lunga storia, nasce negli anni ’70-80, ha beneficiato di una legge e un trattamento fiscale che ha dato vita a forme di impresa attive nel welfare, innovative, totalmente non profit, con margini bassissimi, inferiori al 3%, senza distribuzione di utili. Il valore aggiunto della cooperazione sociale è quello di una forma di impresa capace di produrre beni comuni. In una logica di sussidiarietà. In Europa non c’è un sistema così, è un modello invidiato, e vogliamo chiuderlo?
Massimo Calvi
Avvenire 14.10.12
Bitto, Branzi, e la falce da fieno
Per secoli è stato uno strumento di lavoro fondamentale nei campi, capace di rivoluzionare la storia dell’allevamento e dell’agricoltura. Ma la falce da fieno è da sempre anche un simbolo, di giustizia, giudizio finale, uguaglianza. O di ribellione contadina. E dopo anni di abbandono, soppiantata da tagliaerba a motore e ronzanti decespugliatrici, oggi la falce – la ranza, come la chiamano nelle valli lombarde dove ha mantenuto il significato di "pulizia" che le attribuiva la lingua celtica – riappare in nome di un ritorno all’antico, brandita nelle zone montane a reclamare la diversità dalla pianura, la possibilità di un’agricoltura che si stacca dalla dimensione industriale e ritrova un passo naturale, sostenibile, di qualità. Lontana da chimica, tossine e Ogm.
La ranza è già idealmente il simbolo dell’alleanza dei sei «Formaggi principi delle Orobie» – Branzi Ftb, Formai de mut, Agrì, Strachitunt, Stracchino e Bitto storico – oggi riuniti lungo i sentieri che collegano gli alpeggi delle montagne bergamasche, valtellinesi e lecchesi, per rivendicare metodi di produzione naturali, tipicità. «La falce permette di alimentare il bestiame in modo sano, con erba del posto e senza mangimi – spiega Francesco Maroni della latteria sociale di Branzi, in Val Brembana –. Se l’agricoltura di montagna vuole rinascere, ritrovando pienamente se stessa, unendo naturalità e modernità, non può che ripartire da qui».
Molto di questo parte in Valtellina, con la secessione del Bitto storico ad opera di Paolo Ciapparelli, il "guerriero" che ha ricollocato il formaggio della Valgerola nei luoghi d’origine e all’antica perfezione: mucche alimentate solo con erba degli alpeggi, munte a mano, formaggio senza fermenti. Come insegnava l’homo salvadego, che qui trasmetteva i segreti dell’arte casearia, ma solo a chi lo voleva e sapeva ascoltare. Ed è tra questi passi in alta quota che oggi si torna a parlare con maggiore forza di produzione (e turismo) sostenibile. «È una scelta necessaria. L’aumento dei costi dell’energia ha reso gli allevamenti intensivi meno economici – spiega l’agronomo Fausto Gusmeroli – le zone montane devono tornare agli allevamenti estensivi, alle razze autoctone, all’alimentazione naturale del bestiame, alla filiera corta e lontano dalla grande distribuzione». Produci qui, vendi qui. Quasi una secessione agricola, un ritorno all’autarchia della montagna, sistema chiuso ed eco-sostenibile per eccellenza. Sguardo sul passato, pensando al futuro. E la falce che torna a essere impugnata, battuta e affilata. Proposta a giovani e turisti. Come a Ornica, con i corsi di fienagione della cooperativa Donne di montagna per chi sceglie l’ospitalità dell’albergo diffuso. O come la vede Ferdy Quarteroni, imprenditore agrituristico a Lenna e nel "paradiso" della Val d’Inferno, titolare anche di una fattoria didattica: «Taglio l’erba in pendenza, vedo quello che taglio, non consumo benzina, alimento il bestiame in modo sano, produco in modo naturale. La falce è alla base della rinascita di un territorio di montagna». Per molti, ma non per tutti.
Massimo Calvi
Avvenire 13.10.12
Vitale: «Imprenditori, basta silenzi»
«Sono nelle nostre mani. Noi li facciamo diventare sindaci, assessori e loro fanno quello che noi vogliamo, senza neanche pagare mazzette ». Questa frase è parte di un’intercettazione a un esponente della ’ndrangheta al Nord ed è riportata nell’introduzione al libro Corruzione a cura di Marco Vitale. Calza a pennello con la realtà che in queste ore sta facendo tremare la Lombardia, dopo l’arresto dell’assessore Domenico Zambetti accusato di aver comprato 4mila voti dai boss.
Economista d’impresa, Vitale – che da assessore al Demanio al Comune di Milano nel ’94 aveva lanciato un allarme sulla mafia in galleria – oggi non si stupisce di fronte alle notizie di cronaca («sono anni che si conosce l’attività e la presenza della criminalità organizzata in Lombardia»), invita a una sollevazione forte della società civile, in particolare del mondo imprenditoriale («finora ha dato risposte troppo deboli») e ammette che il problema non sta nelle dimissioni o meno del governatore Roberto Formigoni perché, dice, «è tutto un sistemache va cambiato».
La Lombardia si sveglia un giorno e scopre che si può essere eletti in Regione comprando voti dai boss. Che effetto le fa?La ’ndrangheta qui è diffusissima, il fenomeno è noto agli inquirenti da anni, ma è stato sottovalutato dalla politica e dai prefetti perché finora i boss hanno usato più la corruzione della violenza. Ma la corruzione degli amministratori pubblici non è altro che una duplicazione di quello che si è visto in Calabria. E se la Lombardia non saprà reagire, tra qualche anno sarà trasformata.
Che cosa intende per reagire?
La magistratura inquirente e le forze dell’ordine stanno svolgendo un’opera silente ma importantissima, eppure non basta. Per fortuna la società civile lombarda è molto più solida di quella di altre regioni del Sud, ma la tenuta non può durare a lungo se non si alza il livello d’allarme. La società economica deve muoversi con maggiore decisione, perché in gioco non c’è solo la tenuta democratica, ma anche quella economica della regione. La presa di posizione delle associazioni imprenditoriali è insufficiente.
In che senso?La risposta degli imprenditori è inadeguata alla portata della minaccia, non si può vincere la sfida in questo modo, non basta fare manifesti, qui servono prese di posizione più forti e l’espulsione degli imprenditori che non denunciano. Gli inquirenti non possono essere lasciati soli in questa battaglia, la società civile e quella economica devono fare molto di più.
Quali sono gli ambiti da presidiare? Che anticorpi vanno attivati?
Edilizia, costruzioni, infrastrutture viarie, ora l’Expo. È chiaro che la Lombardia fa gola. E 'questi' sono bravissimi a inserirsi nei settori chiave, bravi a capire i punti deboli di un territorio o di un’istituzione, a controllare i voti, a spostare centinaia e centinaia di residenti per fare eleggere chi vogliono. L’acquisto di 'assessorati' è uno degli strumenti classici per avviare il meccanismo della corruzione.La politica come può reagire?
Non ha ancora ben compreso la posta in gioco. Qui il problema non sono solo le dimissioni del Governatore, si deve cambiare sistema, metodo, teste, moralità. Come dice il giudice Nicola Gratteri: dove c’è clientelismo c’è anche corruzione e c’è anche mafia. Pochi si rendono conto che oggi la Lombardia è diventata più pericolosa della Sicilia.
Economista d’impresa, Vitale – che da assessore al Demanio al Comune di Milano nel ’94 aveva lanciato un allarme sulla mafia in galleria – oggi non si stupisce di fronte alle notizie di cronaca («sono anni che si conosce l’attività e la presenza della criminalità organizzata in Lombardia»), invita a una sollevazione forte della società civile, in particolare del mondo imprenditoriale («finora ha dato risposte troppo deboli») e ammette che il problema non sta nelle dimissioni o meno del governatore Roberto Formigoni perché, dice, «è tutto un sistemache va cambiato».
La Lombardia si sveglia un giorno e scopre che si può essere eletti in Regione comprando voti dai boss. Che effetto le fa?La ’ndrangheta qui è diffusissima, il fenomeno è noto agli inquirenti da anni, ma è stato sottovalutato dalla politica e dai prefetti perché finora i boss hanno usato più la corruzione della violenza. Ma la corruzione degli amministratori pubblici non è altro che una duplicazione di quello che si è visto in Calabria. E se la Lombardia non saprà reagire, tra qualche anno sarà trasformata.
Che cosa intende per reagire?
La magistratura inquirente e le forze dell’ordine stanno svolgendo un’opera silente ma importantissima, eppure non basta. Per fortuna la società civile lombarda è molto più solida di quella di altre regioni del Sud, ma la tenuta non può durare a lungo se non si alza il livello d’allarme. La società economica deve muoversi con maggiore decisione, perché in gioco non c’è solo la tenuta democratica, ma anche quella economica della regione. La presa di posizione delle associazioni imprenditoriali è insufficiente.
In che senso?La risposta degli imprenditori è inadeguata alla portata della minaccia, non si può vincere la sfida in questo modo, non basta fare manifesti, qui servono prese di posizione più forti e l’espulsione degli imprenditori che non denunciano. Gli inquirenti non possono essere lasciati soli in questa battaglia, la società civile e quella economica devono fare molto di più.
Quali sono gli ambiti da presidiare? Che anticorpi vanno attivati?
Edilizia, costruzioni, infrastrutture viarie, ora l’Expo. È chiaro che la Lombardia fa gola. E 'questi' sono bravissimi a inserirsi nei settori chiave, bravi a capire i punti deboli di un territorio o di un’istituzione, a controllare i voti, a spostare centinaia e centinaia di residenti per fare eleggere chi vogliono. L’acquisto di 'assessorati' è uno degli strumenti classici per avviare il meccanismo della corruzione.La politica come può reagire?
Non ha ancora ben compreso la posta in gioco. Qui il problema non sono solo le dimissioni del Governatore, si deve cambiare sistema, metodo, teste, moralità. Come dice il giudice Nicola Gratteri: dove c’è clientelismo c’è anche corruzione e c’è anche mafia. Pochi si rendono conto che oggi la Lombardia è diventata più pericolosa della Sicilia.
Massimo Calvi
Avvenire 12.10.12
Così la corruzione deprime la crescita
Più tangenti, meno Pil. Più corruzione, meno sviluppo. E se
fosse proprio questo il problema della bassa crescita che affligge alcune
regioni e, più in generale, tutta l’Italia? Della questione si dibatte da tempo
tra gli economisti, ora uno studio sul nostro Paese dimostra che non solo vi
è una correlazione molto forte tra i reati di corruzione e la minore crescita
economica, ma il fenomeno può anche essere quantificato: se i crimini
individuali aumentano dell’1%, ad esempio, la crescita sarà più bassa dell’8%.
E via così.
La prova del legame tra tangenti
e minore crescita è frutto del lavoro di tre economiste italiane, Nadia
Fiorino dell’Università dell’Aquila, Emma Galli, professoressa alla Sapienza
di Roma e Ilaria Petrarca, dell’Università di Verona. Il lavoro verrà
presentato lunedì prossimo all’Università Cattolica di Milano in un evento, in
collaborazione con Libera, dal tema «Crimine e corruzione tra livelli di potere e
rappresentanza politica». Nell’occasione verranno illustrati i risultati di
altre due ricerche sul rapporto tra federalismo o decentramento fiscale,e qualità della classe politica. Un
percorso che conduce ad alcune evidenze abbastanza nette: se la corruzione
favorisce il sottosviluppo di una regione, il federalismo fiscale riesce a
responsabilizzare e migliorare la classe politica locale, soprattutto a livello
di comuni, con evidenti vantaggi in termini di servizi offerti e di costi
pagati dai cittadini. Ma a una condizione: che il contesto non sia inquinato
dalla presenza di organizzazioni mafiose. In tal caso ogni sforzo è inutile:
la presenza di “oligarchie” mafiose vanifica persino l’aumento delle risorse
stanziate per aiutare il territorio a risollevarsi dall’arretratezza. Le
piovre si mangiano tutto.
Insomma, corruzione e mafia non sono fenomeni che necessariamente si radicano in contesti degradati: sono essi stessi la causa del degrado,l’origine del sottosviluppo.
Insomma, corruzione e mafia non sono fenomeni che necessariamente si radicano in contesti degradati: sono essi stessi la causa del degrado,l’origine del sottosviluppo.
«Queste ricerche – spiega Raul
Caruso, ricercatore alla Cattolica esperto di economia criminale, e
organizzatore dell’evento – indicano che esiste una forte necessità di riforme
nella direzione delle liberalizzazioni, per contenere la burocrazia,
eliminare lacci e lacciuoli, ridurre gli spazi della spesa pubblica nei quali
prolifera la corruzione. Deve cambiare il modo con cui l’ente pubblico
fornisce servizi ai cittadini, passando a un sistema in cui le persone possono
scegliere liberamente il fornitore, e poi detrarre fiscalmente la spesa
sostenuta». In sostanza, un sistema fondato sul principio di sussidiarietà. «La
sussidiarietà è una piccola rivoluzione – aggiunge Caruso – permette servizi
migliori e libertà di scelta, ma molti ne hanno paura proprio perché sottrae
potere alla classe dirigente ».
Lo studio su corruzione e crescita
indica come all’aumento di un punto percentuale dei reati di peculato la
crescita diminuisca di circa l’8%. Unendo anche i crimini associativi la
contrazione è dal 2,2%. E dove la corruzione è elevata, anche l’impatto della
spesa pubblica per sostenere l’economia viene neutralizzato: l’aumento della
corruzione riduce infatti la crescita del 4,5% a parità di spesa. Dal 1980 al
2004 in Italia le denunce per crimini da corruzione sono salite dell’86%. In
un lavoro in corso di pubblicazione di Caruso, inoltre, è evidenziata anche la
correlazione tra aumento delle estorsioni dal 2004 al 2010 (+10,7%) e la
crescita della disoccupazione di lunga durata (+5,4%).
Gli altri contributi di ricerca
che vengono presentati lunedì 8 ottobre, alle 10, alla Cattolica di Milano (ne
parliamo nell’articolo a fianco) riguardano il legame tra federalismo fiscale
e selezione dei politici e il ruolo del decentramento fiscale dove le
istituzioni sono più deboli. Al dibattito oltre ai curatori delle ricerche ci
saranno anche i professori della Cattolica, Massimo Bordignon e Luigi
Campiglio, Nerina Dirindin di Torino.
Massimo Calvi
Avvenire 2.10.12
Crisi, da cosa ripartire
Sono due i punti fermi della turbolenza che da ormai più di cinque anni sta tenendo sotto scacco l’intera economia occidentale. Il primo è che una crisi così lunga non si risolverà in un tempo breve. Non basteranno un anno o due per riportare stabilità in tutti i fronti che sono stati aperti. Quella che stiamo vivendo è ormai quasi una condizione strutturale, una crisi di sistema che interessa l’economia, la finanza, la politica, la cultura e molti altri aspetti del nostro vivere. Il secondo punto, un po’ più difficile da far accettare a una ben radicata cultura economica, è che questa crisi prima che dovuta a fattori tecnici è frutto di una deriva di carattere morale. Una crisi di senso, come è stato rilevato da diverse parti, intendendo con questo la perdita diffusa del significato ultimo delle nostre azioni, economiche e non solo.
Sono troppe, per non leggerle come circostanze inserite nel medesimo declino, le analogie tra quanto accaduto nelle banche e nelle grandi istituzioni finanziarie in termini di ricerca di guadagni immediati per sé o pochi altri, anche a costo di distruggere la realtà nella quale si è inseriti, e quanto ci raccontano ad esempio le cronache dalle varie 'sprecopoli' o 'regionopoli', come sono state battezzate. Un disprezzo diffuso del significato di bene comune, a più livelli, che non può essere derubricato a un semplice problema di norme o di confini.
Per questo, nel momento in cui vengono interpretati come segni di 'speranza' la prospettiva di uno spread che rientra a livelli sostenibili o la previsione di un Pil che nel giro di qualche mese potrebbe muoversi dagli abissi, salendo dello zero virgola, è illuminante confrontarsi con le essenziali parole pronunciate ieri dal Papa durante la celebrazione al Santuario della Madonna di Loreto. In una crisi che, ha rimarcato Benedetto XVI, non interessa solo l’economia, «l’incarnazione del figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo». In una prospettiva di speranza autentica, di non solitudine, con i pensieri rivolti «ai problemi di tante famiglie» e «ai giovani che si aprono alla vita», il Papa torna a proporre un insegnamento che ha molto da dire al pensiero economico dominante: «Senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoismo sulla solidarietà e sull’amore, le cose materiali sui valori, l’avere sull’essere». Ed «è proprio Dio che libera la nostra libertà, la libera dalla chiusura in se stessa, dalla sete di potere,di possesso, di dominio».
Da una crisi di tale natura e di tali proporzioni, dovrebbe essere abbastanza evidente, non si esce concentrandosi solo sulle riforme che pure sono necessarie, da quelle della finanza a quelle delle istituzioni. È illusorio, cioè, pensare di poter risolvere i problemi semplicemente modificando gli strumenti a disposizione, quando la deriva duramente capitalistica dell’economia di mercato ha eretto l’egoismo a regola utile e necessaria, e ha persuaso anche tanta buona gente comune che l’unico modo per generare sviluppo è perseguire avidamente l’esclusivo interesse personale, scaricando i costi di questo illusorio benessere su qualcun altro. O su quelli che verranno dopo.
La ricostruzione di un percorso morale comune non può più permettersi di escludere dimensioni fondamentali quali il «dono di sé», l’amore che si fa «servizio e condivisione», nelle parole del Papa. Gli economisti (e i politici) più illuminati concordano oggi, finalmente, nel ritenere che sarà sempre più difficile parlare di ripresa e di sviluppo sostenibile se non verrà accettata l’idea che egoismo e avidità rappresentano percorsi distruttivi, a differenza del profitto generato dalla ricerca del bene anche per gli altri. Una nuova visione di crescita che deve riempire di contenuti termini come responsabilità e solidarietà, sussidiarietà e dignità della persona umana, fiducia e sacrificio. Nella ricerca di un «bene comune» inteso non più come la semplice somma degli interessi individuali.
Riconoscere come determinanti quei princìpi che sono anche il fondamento della dottrina sociale, e non avere paura di affermarli, è il passo più importante per provare ad affrontare la vera natura di questa crisi.
Massimo Calvi
Avvenire 5.10.12
Sono troppe, per non leggerle come circostanze inserite nel medesimo declino, le analogie tra quanto accaduto nelle banche e nelle grandi istituzioni finanziarie in termini di ricerca di guadagni immediati per sé o pochi altri, anche a costo di distruggere la realtà nella quale si è inseriti, e quanto ci raccontano ad esempio le cronache dalle varie 'sprecopoli' o 'regionopoli', come sono state battezzate. Un disprezzo diffuso del significato di bene comune, a più livelli, che non può essere derubricato a un semplice problema di norme o di confini.
Per questo, nel momento in cui vengono interpretati come segni di 'speranza' la prospettiva di uno spread che rientra a livelli sostenibili o la previsione di un Pil che nel giro di qualche mese potrebbe muoversi dagli abissi, salendo dello zero virgola, è illuminante confrontarsi con le essenziali parole pronunciate ieri dal Papa durante la celebrazione al Santuario della Madonna di Loreto. In una crisi che, ha rimarcato Benedetto XVI, non interessa solo l’economia, «l’incarnazione del figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo». In una prospettiva di speranza autentica, di non solitudine, con i pensieri rivolti «ai problemi di tante famiglie» e «ai giovani che si aprono alla vita», il Papa torna a proporre un insegnamento che ha molto da dire al pensiero economico dominante: «Senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoismo sulla solidarietà e sull’amore, le cose materiali sui valori, l’avere sull’essere». Ed «è proprio Dio che libera la nostra libertà, la libera dalla chiusura in se stessa, dalla sete di potere,di possesso, di dominio».
Da una crisi di tale natura e di tali proporzioni, dovrebbe essere abbastanza evidente, non si esce concentrandosi solo sulle riforme che pure sono necessarie, da quelle della finanza a quelle delle istituzioni. È illusorio, cioè, pensare di poter risolvere i problemi semplicemente modificando gli strumenti a disposizione, quando la deriva duramente capitalistica dell’economia di mercato ha eretto l’egoismo a regola utile e necessaria, e ha persuaso anche tanta buona gente comune che l’unico modo per generare sviluppo è perseguire avidamente l’esclusivo interesse personale, scaricando i costi di questo illusorio benessere su qualcun altro. O su quelli che verranno dopo.
La ricostruzione di un percorso morale comune non può più permettersi di escludere dimensioni fondamentali quali il «dono di sé», l’amore che si fa «servizio e condivisione», nelle parole del Papa. Gli economisti (e i politici) più illuminati concordano oggi, finalmente, nel ritenere che sarà sempre più difficile parlare di ripresa e di sviluppo sostenibile se non verrà accettata l’idea che egoismo e avidità rappresentano percorsi distruttivi, a differenza del profitto generato dalla ricerca del bene anche per gli altri. Una nuova visione di crescita che deve riempire di contenuti termini come responsabilità e solidarietà, sussidiarietà e dignità della persona umana, fiducia e sacrificio. Nella ricerca di un «bene comune» inteso non più come la semplice somma degli interessi individuali.
Riconoscere come determinanti quei princìpi che sono anche il fondamento della dottrina sociale, e non avere paura di affermarli, è il passo più importante per provare ad affrontare la vera natura di questa crisi.
Massimo Calvi
Avvenire 5.10.12
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