«Perché vogliamo chiudere il welfare non profit?» (Intervista a Claudia Fiaschi, Cgm)


«Che effetto può ave­re l’aumento del­­l’Iva dal 4 al 10% per le cooperative sociali? Sem­plice: il primo anno sale il get­tito per l’erario, il secondo chiu­dono le cooperative sociali».
Chi conosce il mondo delle im­prese sociali, come operano, che cosa fanno, e per chi, sa be­ne che le cose andranno in que­sto modo, come ci spiega Clau­dia Fiaschi, presidente del con­sorzio di cooperative sociali Cgm. Ma il punto è proprio questo: lo sa anche chi ha pen­sato all’aumento dell’Iva che dovrebbe essere inserito nella Legge di stabilità? A chiederse­lo, preoccupatissimi, sono o­peratori e responsabili delle quasi 12mila coop sociali ita­liane, i loro 750mila dipenden­ti, ma soprattutto i 5 milioni di bambini, anziani, minori, disa­bili, famiglie e persone disagia­te che usufruiscono dei servizi sociali o sanitari di queste realtà non profit. Che, va ricordato, rappresentano l’ossatura del welfare pubblico locale italia­no.
Perché un aumento dell’Iva sa­rebbe poco sopportabile dalle imprese sociali?

Oggi la cooperazione sociale è il partner principale delle pub­bliche amministrazioni nel for­nire servizi socio sanitari ed e­ducativi. Aumentare di sei pun­ti
 i costi di produzione, ha cal­colato l’Alleanza delle coopera­tive sociali, significa far cresce­re la spesa per Comuni e Asl del 70%, far salire le tariffe a carico delle famiglie del 30%, o porta­re a una netta riduzione dei ser­vizi. Un costo di oltre 510 mi­lioni di euro. In un momento così difficile per il Paese e i cit­tadini meno abbienti, con i Co­muni in difficoltà, non è una decisione lungimirante.
Avrà un impatto sul lavoro?

Il settore delle cooperative so­ciali ha continuato ad aumen­tare l’occupazione anche du­rante la crisi: nelle 990 coope­rative che aderiscono a Cgm, nell’ultimo anno i posti di lavo­ro sono saliti del 4,9%. Ma nei servizi sociali, assistenziali, ed educativi, le persone sono il principale fattore di produzio­ne, l’80%. Non appena si com­prime, ne risente l’occupazio­ne.
Come vi spiegate questo inter­vento?
Pensiamo a una disattenzione. D’altronde questo è un mondo invisibile alla politica, poco compreso da una certa cultura economica, nonostante sia un settore che riesce a garantire ancora un welfare universali­stico alle persone meno ab­bienti e a costi bassissimi per gli enti locali. È una specificità italiana che tutta Europa ci in­vidia, e non ce ne rendiamo conto.

Intende dire che il ritocco del­­l’Iva può cambiare il modello di welfare italiano?

Di certo ci spinge verso un si­stema che si affida alla sola fi­lantropia, riducendo il ruolo del privato sociale a una dimen­sione marginale. Ma perché? La cooperazione sociale italiana ha una lunga storia, nasce ne­gli anni ’70-80, ha beneficiato di una legge e un trattamento fi­scale
 che ha dato vita a forme di impresa attive nel welfare, in­novative, totalmente non pro­fit, con margini bassissimi, in­feriori al 3%, senza distribuzio­ne di utili. Il valore aggiunto del­la cooperazione sociale è quel­lo di una forma di impresa ca­pace di produrre beni comuni. In una logica di sussidiarietà. In Europa non c’è un sistema co­sì, è un modello invidiato, e vo­gliamo chiuderlo? 
Massimo Calvi
Avvenire 14.10.12