Più figli col reddito di cittadinanza, ma solo al Sud

Del Reddito di cittadinanza, la misura introdotta nel 2019 dal governo Conte e soppressa cinque anni dopo dall’esecutivo Meloni, che lo ha sostituito con l’Assegno d’inclusione, si è sempre parlato come di una misura per contrastare la povertà e limitare il disagio economico. D’altronde è per assolvere questo compito che era stato pensato e sostenuto dal Movimento 5 Stelle, insieme alla Lega. E anche le critiche funzionali alla sua soppressione non hanno mai negato del tutto il valore del contributo economico, concentrandosi semmai sull’equità di un bonus che penalizzava le famiglie con figli rispetto ai single, e soprattutto sull’efficacia di una strategia di lotta alla povertà che incorporava il rischio di disincentivare la ricerca di lavoro. Del Reddito non si è però mai parlato di un potenziale effetto secondario, non previsto dai suoi promotori, e che sta emergendo solo ora: il sostegno alle nascite.

Anche se parlare di “figli del Reddito” è una forzatura evidente, l’Iza, Istituto indipendente tedesco di ricerca sull’economia del lavoro, ha appena pubblicato uno studio sugli effetti del Rdc rispetto ai tassi di fecondità, condotto da tre economisti italiani (Guaranteed Minimum Income and Fertility, G.P. Dachille, M. De Paola, R. Nisticò, https://docs.iza.org/dp18105.pdf), e che offre diversi spunti interessanti di riflessione, non tanto in difesa del Reddito in sé, ma per come un sussidio di base può impattare sulle nascite a seconda del contesto in cui è calato. La ricerca, condotta utilizzando dati Inps, ha infatti stimato che se a livello nazionale il Reddito non ha inciso sulla fecondità, nel Sud Italia invece la probabilità di concepire un figlio nei primi due anni dall’avvio della misura è stata più alta dell’1,5% per le donne che ne hanno beneficiato, un aumento del 18% rispetto alla fecondità media del gruppo considerato. Il perché di questo risultato è l’aspetto più stimolante del documento di discussione, dato che chiama in causa ragioni culturali ed economiche specifiche di un territorio. Da un lato, infatti, al Sud si può parlare di norme sociali e di genere più “tradizionali” rispetto ad altre aree del Paese nello sguardo sulla famiglia e i figli come percorso di realizzazione personale. E non è un caso che l’impatto maggiore si sia avuto nei contesti con tassi più bassi di occupazione, ma allo stesso tempo con una disponibilità significativa di asili nido. È come se le donne, dove le opportunità professionali sono scarse, o il lavoro è pagato troppo poco, quando i loro compagni e mariti non hanno la possibilità o la volontà di beneficiare dei congedi parentali, ma con servizi educativi e di cura alla portata, trovassero nel contributo di un reddito di base quel supporto di sicurezza e di stabilità capace di dare forma al desiderio di figli. Interessante, in questo senso, che l’effetto si sia fatto sentire soprattutto tra chi era in affitto, dunque in condizioni più precarie, e che abbia riguardato le donne più avanti con l’età, e spesso già madri.

La teoria economica segnala che, quando non si ha un impiego, i costi-opportunità legati all’arrivo di un figlio sono inferiori, perché la “carriera” risente meno della nascita, e lo studio accenna a questa possibilità motivando l’aumento della fecondità solo al Sud. Tuttavia, ciò che sta emergendo negli ultimi anni, cioè la rinuncia ai figli da parte delle fasce più fragili della popolazione, ha un po’ cambiato le carte in tavola rispetto a questa prospettiva. Ora, invece, quanto emerso sembra indicare che nei contesti con minori opportunità lavorative, e in presenza di determinate norme sociali, un trasferimento di 500 euro al mese può aumentare del 20% le probabilità di avere un figlio. Da questo punto di vista il divario con il Centro-Nord appare netto, proprio come se ci fossero due Italie. E lo si vede bene anche da un altro dato che la ricerca evidenzia, relativo all’impatto del Reddito di cittadinanza sull’offerta di lavoro: se al Sud il contributo non ha avuto ricadute osservabili, i beneficiari del Centro-Nord hanno invece ridotto la loro probabilità di occupazione del 7%, lavorato 4,5 giorni in meno e visto i loro guadagni calare del 10% nei nove mesi tra giugno 2019 e febbraio 2020. In un contesto diverso, cioè, il sussidio. oltre a non avere inciso sulle nascite, ha scoraggiato la ricerca di lavoro al punto da “impoverire” i suoi destinatari.

Per gli autori della ricerca, i risultati emersi “indicano che, sebbene concepite principalmente per fornire sostegno finanziario alle famiglie povere, le politiche di reddito minimo possono avere effetti positivi sostanziali sui tassi di fecondità”. Una utile indicazione, insomma, “per i governi di Paesi ricchi come l'Italia, dove i tassi di fecondità sono persistentemente bassi e richiedono approcci innovativi per affrontare l'invecchiamento della popolazione e le sfide demografiche”. Di certo, e in senso più ampio, quando si parla di misure pro-natalità nel nostro Paese si dovrebbe considerare che le differenze territoriali interne sono talmente forti, non solo da un punto di vista economico, ma anche culturale e sociale, che non tenerne conto, e ragionare solo su misure calate da contesti profondamente diversi e lontani anche geograficamente, può rappresentare un limite non da poco.

Massimo Calvi
Avvenire, 9.10.2025

La pace ha bisogno di compassione non di rancore

C’è qualcosa che fa male al cuore in queste ore mentre si seguono le gesta della Flottiglia, la conclusione prevedibile e attesa del suo navigare in acque agitate e le reazioni all’abbordaggio israeliano, le piazze che in Italia si riscaldano, la lotta politica che ritrova il passo abituale della contrapposizione e delle strumentalizzazioni. Fa male perché c’è un dolore di fondo che nasce dalla sofferenza oggettiva e reale di persone e popoli, di bambini e famiglie, ma anziché di lacrime gli occhi si gonfiano di rabbia e di sangue, e le istanze di giustizia faticano a trovare percorsi di sostegno autentici, canali di aiuto capaci di restituire la speranza di un approdo. La natura di questo conflitto tra Israele e Hamas, con il male che sta diffondendo, sembra aver consumato fino a lasciare scoperti i fili di trasmissione di quel poco di umanità che resta, e il rischio di cortocircuito compromette ogni tentativo di accendere un sano confronto, anche tra amici, tra colleghi, in famiglia. Non dovrebbe essere così quando c’è una guerra. Le persone dovrebbero poter provare compassione, parlarne, organizzarsi, inviare aiuti, spendersi in prima persona, ritrovarsi nelle piazze, conoscere un’occasione di confronto politico ampio, che è diverso dal replicare in casa la dinamica stessa del conflitto. Le istanze di pace si nutrono di una grammatica ancora ben leggibile, ma fatichiamo a ritrovarle quale costante, cioè cifra prevalente. Certo, l’occasione è grande. C’è in Italia un governo di destra-centro, e si attraversa una fase in cui le destre e le sinistre globali sono tornate a sfidarsi in campo aperto, un terreno di riarmo planetario tale per cui pronunciare la parola pace è come emettere un sospiro terminale. La strumentalizzazione è possibile, c’è, si tocca con mani, ma è persino scontata. Come potrebbe non esserci se la politica tutta tentenna nel leggere la novità di un conflitto in cui le istanze di giustizia e di vicinanza alla sofferenza non riescono a indirizzarsi nei canali di sempre?

Perché c’è nel Dna italiano qualcosa che è un di più, una capacità di aiutare e di spendersi per le sofferenze, una forza che può anche avere appartenenza politica. E nasce innanzitutto da una rete di base fatta di comitati, associazioni, organizzazioni, gruppi, realtà di impegno civile, il nostro mai abbastanza celebrato Terzo settore o Non profit, un universo di persone nelle quali batte forte un cuore, e questo pulsare serve a muovere gambe e braccia, in un impegno che genera solidarietà, cultura ed economia. Ci sarà, insomma, anche una contrapposizione strumentale in atto, in tanti ambiti, ma saper mantenere separati i piani oggi è fondamentale, come capire la differenza tra Israele ed ebrei, tra palestinesi e Hamas. Si ricordava, in questi giorni, discutendo di Flottiglia, la “nave dei folli”, quella che il 7 dicembre 1992 partì dal porto di Ancona con 496 persone dirette a Sarajevo, tra le quali don Tonino Bello, che cinque giorni dopo terrà un discorso memorabile nella capitale bosniaca assediata dall’esercito serbo. L’ex Jugoslavia era qui, vicinissima: il 29 maggio 1993 un convoglio di aiuti umanitari partito da Brescia venne assalito da un’unità paramilitare bosniaca e tre giovani pacifisti italiani, Sergio Lana, Guido Puletti, Fabio Moreni, persero la vita. Tempi lontani, certo, paragoni improponibili: ma ce ne ricordiamo? Riusciamo a fare memoria di chi siamo nel profondo, o anche di cosa siamo stati, quando cerchiamo di dare forma o senso a uno sforzo umanitario, incasellandolo in appartenenze, tifoserie, convenienze, o lotte politiche? È questo che fa male, oggi, l’aiuto “a perdere”.

L’impegno ha bisogno di spazi per esprimersi, più che di bandiere, fumogeni, plexiglass e sampietrini, ma anche di occasioni di ascolto. Forse è mancato il contesto, o la lucidità, per renderlo possibile. Siamo in tempo per non lasciare che il desiderio di rivalsa reciproca degeneri in uno scontro del quale non c’è bisogno, ma che pure talune frange contrapposte alimentano e desiderano, quasi non aspettassero altro da tempo. Non ne hanno bisogno le famiglie che soffrono veramente - in questo momento in particolare a Gaza, certo anche nelle tante, troppe altre guerre - e non lo vuole chi sa che cosa significhi veramente compromettersi per la pace. L’Italia, in fondo, è molto di più della rappresentazione in corso.

Massimo Calvi
Avvenire, 3.10.2025