Tutti abbiamo bisogno di una Groenlandia
Chi non vorrebbe una Groenlandia tutta per sé? Una vastità come spazio mentale, perché alle strette l’essere umano potrebbe convenire che, a differenza degli umanoidi, non è più tempo e più vita che desidera intimamente, ma più spazio. Se non attraversassimo oggi una storia di odio e conflitti, e drammi reali, ci sarebbe da rilevare un lato grottesco nelle circostanze psicoanalitiche della geopolitica: tutti reclamano terra, spazio, ne vogliono di più, per sé e per il popolo. Giacché quando a essere in gioco è la vitalità della popolazione, come ben sapevano gli storici antichi, allora la città erige bastioni e rafforza gli eserciti. Dunque ci si contendono le risorse e si va in cerca di nuovi spazi. Lo “spazio vitale” dell’espansione hitleriana? O l’asteroide del Piccolo Principe?
C’è qualcosa di storicamente attuale, e di sociale, in tutto questo. Il mondo forse non è ancora veramente uscito dalla pandemia del Covid. Cinque anni dopo potremmo essere ancora tutti ostaggio di un virus e costretti a una reclusione della quale non si scorge la fine: si potrebbe spiegare così il maggiore peso dell’aggressività globale e il bisogno collettivo e disperato d’aria, di spazio, fisico e non solo. Una Groenlandia ideale, appunto.
Chissà se aumenterà il turismo da quelle parti, adesso, eventuale esito tragicomico di una situazione a dir poco drammatica. Non sarebbe un bel segnale. Poter disporre di uno spazio sulla terra, muoversi in uno spazio, desiderare uno spazio o sapere di essere liberi di andarci quando si vuole, costruire un futuro in uno spazio nuovo: è la vita. Prospettiva meno cupa e accidiosa del culto della longevità. Tutto sta a come si realizza la messa a terra del desiderio di spazio: un pacchetto “tutto incluso” può emettere troppa CO2, pensiamoci, e non dare il necessario conforto.
Nel bianco silenzio, nella Groenlandia promessa, l’occasione è immaginare un passo più lento, respirare pulito, alleggerirsi dai tanti fardelli, riscoprire una preghiera essenziale. Ma può non essere sempre e soltanto così. Andare per ritrovarsi lo si fa una volta, ok, dopo è fuggire. Il grande spazio immaginario, la terra a tutti i costi, non è il luogo della pace, è semmai il posto dello stare in pace. No, la pace è relazione, dialogo, confronto, tensione comunitaria, ricerca della fratellanza.
«Alcuni dicono che il mondo finirà col fuoco, altri dicono nel ghiaccio», le meravigliose parole di Robert Frost, che l’odio lo conosceva «abbastanza bene» da sapere che anche il freddo «può bastare». E siamo proprio in una stagione di odio, se per parlare di pace sentiamo il bisogno di conquistare e difendere spazi. C’è del fuoco nel clima che scioglierà i ghiacci e che per qualche tempo farà rinascere l’erba nelle isole più fredde, e c’è troppo ghiaccio nelle relazioni odierne del mondo. In ogni caso, dovremmo trovare un modo per andare un po’ più d’accordo. Se qualcuno ha bisogno della Groenlandia, sappia che la desideriamo tutti. Finisse male, ci resta solo l’Antartide.
Massimo Calvi
Perché tutti hanno bisogno di parlare di Adolescence
La ragione più profonda che tiene sulla bocca di tanti la storia del giovane Jamie è legata al fatto che dopo aver visto la serie per intero si manifesta pressante il bisogno di parlarne. Perché è necessario liberarsi di qualcosa, trovare il modo di espellere il disagio condividendolo, superare il trauma attraverso le parole e lo scambio. Adolescence è sì un pugno nello stomaco, come in tanti hanno rilevato – o meglio, sono quattro cazzotti, quante le puntate della serie – ma è soprattutto una forma di abuso, un racconto talmente disturbante per un genitore da richiedere di essere elaborato il prima possibile.
Ricordare di cosa parli la serie – per inciso: merita il successo che sta ottenendo – è persino superfluo, se lo spaccato di società nella quale si è condotti da una telecamera che una volta accesa intrappola per l’intera puntata, è una dimensione umana nella quale nessuno sembra fare la cosa giusta. È tutto sbagliato in Adolescence, tutti commettono a loro modo una forma di violenza nel momento in cui nessuno si prende veramente cura di qualcuno, celebrando il fallimento delle istituzioni che fondano una comunità.
Nel mondo quasi distopico di Adolescence ogni cosa è fuori posto, niente è come vorremmo che fosse in una società ideale: le forze di polizia, la scuola, i vicini di casa, gli studenti, gli amici, i ragazzi del quartiere, il commesso del negozio, persino la psicologa arriva a istituzionalizzare la rinuncia. E ovviamente la famiglia, perché se c’è un problema a casa è certamente “colpa” della famiglia.
Ecco la sottile forma di violenza, un abuso oggi probabilmente necessario, che Adolescence arriva a esercitare su ogni genitore: infilare il dito nella piaga di tutti i possibili sensi di colpa capaci di attraversare un padre e una madre contemporanei, terrorizzati dalla possibilità che il male possa entrare in casa propria senza bussare, pervasi dalla convinzione di essere soli nello sforzo quotidiano di provare a svolgere bene il proprio compito. Anzi: a dare “il meglio”.
Eppure, la famiglia è probabilmente l’unica meritevole di umana assoluzione in un mondo che ha abdicato alla responsabilità della cura e dell’educazione, non solo dei propri figli, ma di tutti i suoi figli, e dove la bolla parallela e oscura dei social che animano gli smartphone ricorda tanto il Signore della notte del Cipì di Mario Lodi, l’uccello anziano e da tutti considerato saggio, che in realtà divora i raggi della luna, la luce e il futuro dei piccoli.
Tra le molte possibili frasi emblematiche, una centra benissimo questo aspetto della solitudine dei genitori, e a pronunciarla è il papà del giovane protagonista: «Mio padre mi ha cresciuto a cinghiate, io avrei voluto fare di meglio». Già, ma cosa c’è tra le cinghiate e il meglio? Nessuno lo sa veramente, nella crisi dei punti di riferimento, non bastano certo le parole e il dialogo, e ascoltare gli esperti può essere disorientante quando attorno c’è un deserto.
La violenza di Adolescence è mostrare la deriva possibile di una società in cui non esiste più una comunità educante. Per questo, accompagnati nella desolazione in tutta la sua aridità, abbiamo bisogno di parlarne. E allora facciamolo, ma anche per ricordarci che la vita reale non è solo buio, che nessun destino è preordinato, e che là fuori c’è molta più speranza di quanto una serie tv, di matrice anglosassone, possa raccontare. Consideriamolo un avvertimento, insomma.
Lo smart working e la voglia di figli
Una delle molte domande che ci si è posti durante la
pandemia di Covid riguardava la possibilità che i lockdown favorissero una
ripresa delle nascite. Il baby boom da confinamento forzato delle coppie in
realtà non c’è stato: se si escludono alcuni Paesinel Nord Europa, la Germania, gli StatiUniti e Israele, dove più spesso si è colta l’occasione per allargare
la famiglia, la fecondità relativa a quel periodo ha avuto un
andamento molto altalenante, con un bilancio complessivamente negativo. I
lockdown hanno però lasciato in eredità una modalità di lavoro che sembra
agevolare la natalità: lo smart working.
La possibilità di lavorare da remoto, una necessità durante
la fase dell’emergenza sanitaria, è diventata una pratica diffusa con il
ritorno alla normalità, richiesta dai dipendenti e persino offerta dalle
aziende più interessate ad attirare talenti. In Italia più di 3,5 milioni di
lavoratori oggi hanno la possibilità di fare smart working. Purtroppo, non
tutti riescono ad avvalersene, e non tutte le strutture aziendali sono in grado
di rivedere la propria organizzazione aprendosi a forme di flessibilità. A
prescindere da questo, ciò che sta emergendo da alcune ricerche è la capacità
del lavoro agile di favorire la conciliazione tra gli impegni di lavoro e di
famiglia a tal punto da incidere positivamente sull’intenzione di avere un
figlio.
Uno studiorecente condotto da Thea Jansen, ricercatrice in scienze sociali del Gran
Sasso Science Institute, nel quale sono state messe a confronto coppie con
doppio stipendio di sette Paesi europei (Germania, Paesi Bassi, Austria,
Estonia, Croazia, Finlandia e Regno Unito), va proprio in questa direzione.
Dalla ricerca emerge che quando la donna può lavorare “in smart”, mentre il
marito o il compagno continua ad andare in ufficio, la probabilità di
pianificare una gravidanza aumenta del 40% rispetto alle coppie in cui entrambi
i partner lavorano in presenza. Se la situazione è ribaltata, cioè quando la
donna lavora in presenza e l’uomo da remoto, il risultato si complica un po’:
la propensione a pianificare una gravidanza sale per le donne del 36%, dunque
continua ad essere molto alta, ma per gli uomini cala del 19-23%.
La traduzione può essere semplice: dite a una donna che può
gestire in modo flessibile i propri impegni di lavoro, o che può farlo il suo
compagno, e il desiderio di diventare madre arriverà a conoscere un’impennata.
Dite invece a un uomo che stando a casa da solo potrà occuparsi di più dei
figli, ed ecco nascere qualche timore. «Il lavoro agile e la flessibilità che
lo caratterizza – spiega Jansen – facilitano la conciliazione tra impegni
professionali e familiari, rappresentando quindi un’opportunità per la
realizzazione dei progetti di vita delle donne. Da un lato il lavoro agile è
associato ad una più alta partecipazione femminile al mercato del lavoro,
dall’altra, ad una maggiore intenzione di pianificare una gravidanza».
È interessante notare come l’effetto dirompente che il
lavoro da remoto produce sull’intenzione di diventare genitori – in particolare
per le donne – si verifichi nel caso in cui uno solo dei due componenti della
coppia ne può usufruire: quando entrambi lavorano da casa o in presenza, la
propensione a pianificare una gravidanza resta invariata, cioè può essere anche
molto elevata o molto bassa, ma così rimane.
Un’altra ricerca condotta in Germania sui comportamenti
delle coppie nel periodo dal 2019 e il 2023 (Schüller2025) aggiunge elementi interessanti mostrando come il lavoro da casa
favorisca una distribuzione più equa dei compiti domestici: quando i padri
lavorano in smart le donne riducono il carico degli impegni a casa di circa 2
ore al giorno, e aumentano più o meno in modo equivalente le ore di lavoro
retribuito.
«La prospettiva del lavoro agile – argomenta Jansen – spiana la strada alla
possibilità di avere un figlio quando chi ancora sente su di sé il carico
maggiore dell’impegno nei primi periodi di vita del bambino o della bambina, sa
che potrà gestire in modo flessibile il proprio tempo, oppure che potrà contare
sulla disponibilità del futuro padre. La propensione delle donne ad avere un
figlio aumenta quando sanno che potranno mantenere il proprio posto perché è
possibile organizzarsi, in un modo o nell’altro. È come se il lavoro da remoto
trasferisse la sensazione di potercela fare».
Lo studio di Jansen parla di lavoro da remoto in generale,
lasciando ampia possibilità di interpretare il concetto di “lavoro agile”. E,
ovviamente, affinché l’intenzione di avere un figlio possa diventare realtà,
sono necessari molti più “ingredienti” rispetto alla semplice flessibilità
lavorativa. La ricerca, in ogni caso, è un contributo importante al dibattito
sull’importanza della condivisione dei compiti di cura nella coppia ai fini
della realizzazione dei progetti familiari. Come si è visto, il “carico” legato
all’arrivo di un figlio, in termini di pensieri e aspettative, come anche di
centralità nelle decisioni, continua a riguardare principalmente le donne.
Le persone sposate sono molto più felici
Il fatto è che la felicità è l’aspirazione di tutti, un desiderio proiettato nel futuro, ma allo stesso tempo è anche qualcosa che conosciamo bene, perché possiamo ricondurla a precisi eventi del passato. Contesa da nostalgia e speranza, insomma, forse anche un po’ tenuta a bada dalla scaramanzia, minacciata dal primo problema che viene in mente tra i molti che popolano il fitto calendario delle scadenze, la felicità non ha vita facile. E la cronaca, un grande alibi, non aiuta, ma in fondo è così da sempre. Non solo in questa epoca dominata dall’ansia.
Forse una Giornata serve proprio a questo: non a chiederci se siamo, o quantomeno possiamo provare a dirci, felici, ma a riconoscere i segni di questa felicità. Un modo per capire di quale esercizio si tratti, e quali insidie riservi – ma è solo un esempio – è guardare alle ricerche che dimostrano che le persone sposate sono più felici di quelle non sposate.
Si può sorridere: ma dai! Ci sono coppie che soffrono, altre che si sono lasciate o lo faranno, eppure sembra non esserci scampo: se i ricercatori fanno domande sulla felicità alle persone, cioè quando in fin dei conti si deve rispondere “sì” o “no” o “forse”, o dare punteggi, ecco che lo stato civile risulta essere un chiaro predittore del benessere individuale. E gli sposati, sottintendendo quelli che resistono e continuano ad esserlo, viene fuori che sono più felici.
Non c’è una grande differenza tra ricchi o poveri, maschi o femmine, vecchi e giovani, istruiti o meno: gli sposati sono sempre più felici. Ci può essere una fase migliore all’inizio della relazione coniugale, poi una flessione, e una ripresa più avanti con gli anni, ma in linea di massima il matrimonio, quando resiste, è una garanzia. Una ricerca condotta negli Stati Uniti utilizzando i dati del General Social Survey tra il 1972 e il 2018 ha trovato che tra la felicità dei coniugati e quella dei single c’è addirittura una differenza di 30 punti percentuali. Tra l’altro, a quanto risulta, non sono i figli a fare la differenza, e nemmeno il fatto di avere più o meno rapporti sessuali: è proprio il matrimonio. Va detto che anche i conviventi stabili risultano più felici della media, il “vantaggio” della felicità però è molto più basso rispetto a chi ha celebrato il matrimonio.
Qualcuno potrebbe sostenere che le persone più felici si sposano più frequentemente, ed è anche probabile che l’accettazione sociale della convivenza arrivi ad assottigliare la differenza nella felicità tra i diversi tipi di relazione, ma questi aspetti sono abbastanza marginali. La cosa importante, il cuore della questione, si trova scavando oltre la superficie. Perché non è vero che «tutte le famiglie felici sono uguali», come la grande letteratura ha insegnato: al pari di quelle infelici, se ci si pensa bene, anche ogni famiglia felice lo è «a modo suo». Si tratta solo di riconoscere l’originalità e la bellezza della propria storia.
«Il matrimonio cristiano è il sacramento del farsi dono, l’uno per l’altra, dell’uomo e della donna», ha detto papa Francesco in una recente catechesi sulla famiglia. Così, in un giorno in cui su internet, nelle reti sociali, in radio, in tv e su qualche giornale, si parlerà di felicità e dintorni, ecco l’occasione di riflettere sulla gioia che agli sposi è data di vivere, adesso e per sempre. Delle ricerche e delle Giornate dovrebbe importare poco: non si è felici in virtù di una cerimonia “con l’abito e i fiori”, ma perché a un desiderio è stato concesso il dono della speranza. Riconosciamola, allora, e poi mostriamola, questa felicità.
L'homo sapiens non è arrivato per caso
La notizia è spaziale, letteralmente: secondo una nuova ipotesi scientifica la probabilità che su altri mondi ci siano forme di vita intelligente e autocosciente, come il genere umano, non sono così basse come si è sempre creduto. No, anzi, la teoria in questione suggerisce che per l’emergere della vita intelligente dai suoi elementi di base basterebbe un pianeta con caratteristiche climatiche simili a quelle della Terra. Stiamo semplificando, è chiaro, ma nemmeno tanto. E oltretutto l’aspetto della vita extraterrestre è la conseguenza logica di un impianto teorico la cui parte più affascinante può essere un’altra: lo sguardo inedito offerto dal lavoro condotto da un team di composto da due geobiologi e due astronomi (Mills, Macalady, Frank, Wright, A reassessment of the “hard-steps” model for the evolution of intelligent life) arriva infatti a sovvertire la convinzione scientifica che gli esseri umani siano il frutto di un insieme di eventi casuali e altamente improbabili, sostenendo invece che siano apparsi abbastanza rapidamente, considerato il tempo della Terra, e non appena le condizioni ambientali sul pianeta lo hanno reso possibile.
A una persona di fede non sfuggirà che questa visione è
piuttosto suggestiva, se non altro altamente compatibile con la presenza di un
Creatore del quale potersi considerare figli. Limitandoci al solo piano
materiale, è necessaria una spiegazione un po’ più dettagliata. Dunque, la
Terra ha circa 4,5 miliardi di anni e, secondo le previsioni legate
all’evoluzione del Sole, la sua abitabilità naturale dovrebbe durare ancora al
massimo per un altro miliardo di anni. L’Homo sapiens ha fatto la sua
comparsa in Africa solo 300mila anni fa, abbastanza tardi se si considera
l’evoluzione del pianeta che lo ospita. Il “come” la vita ha potuto prendere
forma è questione più complicata. Il modello più in voga attualmente è quello
elaborato a inizio anni Ottanta dal fisico Brandon Carter, e noto come la
teoria dei “passaggi difficili”.
Secondo questa visione l’emergere di esseri intelligenti e
tecnologici non è stato un evento semplice e lineare, ma ha dovuto affrontare
diverse prove e passaggi intermedi complessi, come tanti colli di bottiglia,
ognuno di questi intrinsecamente improbabile nel tempo necessario:
l’abiogenesi, cioè la comparsa di organismi viventi unicellulari, la
fotosintesi con l’ossigenazione dell’atmosfera, la transizione verso le cellule
eucariotiche con nucleo, la comparsa di animali multicellulari... e infine ecco
l’Homo sapiens.
Spiegato così è facile pensare a una sorta di lotteria
galattica, difficilmente ripetibile. Secondo la nuova teoria, invece, i
passaggi evolutivi che hanno condotto alla presenza umana non sarebbero affatto
difficili, perché il percorso verso la vita intelligente diventerebbe una
strada in discesa quando su un pianeta si inanellano una serie di condizioni
che lo rendono abitabile quanto a disponibilità di nutrienti, temperatura della
superficie del mare, salinità degli oceani, livelli di ossigeno nell’atmosfera.
Una circostanza, questa, che per la Terra si è verificata dopo ben quattro
miliardi di anni, rendendola di fatto una casa accogliente solo 500 milioni di
anni fa. Non ci è voluto molto, dunque, perché l’umanità facesse la sua
comparsa.
Per uno scienziato questo significa innanzitutto che
l’esistenza di forme di vita evolute in uno dei quasi seimila pianeti
individuati oltre il nostro sistema solare non dovrebbe essere un’ipotesi tanto
remota. Restando sulla Terra, la prima cosa attorno alla quale riflettere è che
se siamo “comparsi” non appena il clima lo ha consentito, potremmo anche
scomparire abbastanza rapidamente nel caso di una crisi ambientale accelerata.
La teoria ha però una potente, per quanto involontaria, dimensione poetica e ultraterrena.
Non rappresentiamo un colpo di fortuna cosmico, ma qualcosa di più simile alla
nascita dei figli quando, tra chimica e amore, c’è anche una casa pronta ad
accoglierli. La Terra può fare il suo corso, insomma, e l’umanità ha il dovere
di prendersene cura, sapendo che probabilmente, nella sua vera essenza, la vita
umana c’era prima e ci sarà anche dopo. Lassù qualcuno si starà divertendo. Ma,
in ogni caso, non è meraviglioso?
Massimo Calvi
Avvenire 13.3.2025