Scuole chiuse fabbrica di poveri

La preoccupazione di mettere prima i poveri può essere declinata in vari modi. Ma per i cristiani non può mai finire tra parentesi: appartiene al Dna dei credenti, e il Papa non si stanca di ricordarcelo dall’inizio del pontificato e con speciale intensità in questa fase di emergenza in cui aumenta il rischio di un ripiegamento in sé stessi.

Un approccio caritatevole, per esempio, dovrebbe spingerci a fare di tutto per rimuovere all’origine le condizioni che alimentano la povertà, oggi e nel futuro. In questo senso è importante capire quanto può costare a una generazione il prezzo di un’istruzione "sospesa", preoccupandoci per quanto si sta sottraendo ai più giovani, ai bambini e ai ragazzi, con la chiusura delle scuole e con una didattica generosa, ma limitata o incompleta. Tutte le ricerche sociali dicono che la contrazione del diritto all’istruzione è predittiva di povertà. E questo avviene non tanto perché una minore preparazione da piccoli può comportare stipendi più bassi da grandi, ma soprattutto perché cancellare la scuola dall’orizzonte quotidiano di un giovane significa informarlo che la società ha abdicato al compito di credere nelle sue potenzialità, e di investire affinché il suo impegno possa avere ricadute positive per l’intera comunità.

E qui veniamo al secondo problema: l’effetto che può avere il messaggio contenuto nella decisione di chiudere le scuole. Ripetiamolo: non si tratta solo di apprendere meno, ma di crescere nella convinzione che la scuola e lo studio, la cultura, l’istruzione, sono la prima cosa che può essere sacrificata di fronte a un’emergenza. È questo il messaggio che l’Italia rischia di trasferire a una generazione intera, una “lezione” che non potrà che avere ricadue negative. È in virtù di tale preoccupazione che in altri Paesi il discorso pubblico sulla scuola è stato universalmente e radicalmente diverso, senza esitazioni, mantenendo la continuità dell’istruzione come un baluardo.

Questo diverso approccio determinerà una differenza tra le generazioni dei diversi Paesi. Forse, allora, non è un caso che la maggiore convinzione e tempestività nel chiudere i portoni delle scuole sia emersa proprio nei territori e nella nazione in coda alle classifiche Ocse per tasso di laureati, e ai primi posti per abbandono scolastico e numero di giovani che non studia e non lavora, i tristemente famosi "Neet". Viene da pensare che nonostante i buoni pensieri e le buone pratiche di tanti, in Italia nutriamo probabilmente un’avversione strisciante verso la cultura, la formazione e l’istruzione, e questa attitudine riemerge inesorabilmente ogni volta che se ne presenta l’opportunità. 

Il primo passo per programmare la povertà è proprio sottrarre a un giovane il diritto a una buona istruzione. Ed è anche il modo più efficace per impedirgli di diventare un cittadino libero, se è vero che la possibilità di dare voce ai poveri passa anche dal loro accesso alla cultura e al sapere. Non basta entrare in classe per rendere automatico un processo positivo, ma è sufficiente chiudere un cancello o un portone di una scuola per aumentare le probabilità di fallimenti futuri. Un popolo poco istruito è più malleabile e meno attrezzato a tutelarsi dalle sirene dei populismi e dalla circolazione di bufale rivendute come “fatti alternativi”.

Un anno di scuola sospesa è un problema, ma molto più grave è il messaggio con il quale si dice che, alla prima difficoltà, la soluzione è stare a casa da scuola. Dovremmo tenerlo presente ogni volta che, ragionando su cosa riaprire e cosa no per gestire l’emergenza sanitaria, mettiamo in secondo piano i bisogni fondamentali dei giovani, facendone dei nuovi poveri.

Massimo Calvi

Avvenire, 27.11.2020

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Chiudere la scuola costa molto ma serve a poco

«Meglio non aprire le scuole prima di Natale: aumenteranno i contagi a causa delle feste e dello shopping, e ci sarà la scusa per dare la colpa alla scuola». La battuta, sentita tra chi fa ricerca sulle cifre della pandemia, rende bene l’idea di quanto in Italia il dibattito attorno al ruolo della scuola nella diffusione dei contagi risenta di una visione quantomeno parziale. È chiaro che anche a scuola, come in qualunque luogo, ci si possa contagiare, tuttavia una corposa documentazione scientifica dimostra che le lezioni in presenza, con le dovute accortezze, non sono un problema. Soprattutto se si fa un’analisi dei costi che comporta chiudere le scuole rispetto ai benefici sanitari che produce.

Un interessante studio pubblicato su lavoce.info (tinyurl.com/yyp7hfwn) ha paragonato ad esempio l’andamento dell’epidemia in Campania, dove il 15 ottobre sono state chiuse tutte le scuole, con il Lazio, dove le lezioni sono proseguite regolarmente. La conclusione è che dopo tre settimane di lezioni sospese in Campania, dove la curva era salita molto più rapidamente che altrove, non c’è stata alcuna riduzione del gap con il Lazio, sia in termini di nuovi contagi che di rapporto tra ospedalizzazioni e posti letto. L’analisi conduce agli stessi risultati di una più ampia ricerca tedesca (ftp.iza.org/dp13790) sull’effetto che la ripresa delle lezioni dopo la pausa estiva ha avuto sui nuovi casi di Covid. 

Uno degli argomenti che rende problematico il tema scuola riguarda i rischi di contagio sui mezzi di trasporto, fatto che interessa tuttavia molti altri ambiti e che può essere affrontato con politiche meno drastiche della sospensione delle lezioni. Nelle scorse settimane ha fatto discutere una ricerca su Lancet (tinyurl.com/y2j798o3), che attribuiva alla scuola un ruolo lievemente maggiore nella diffusione dei contagi rispetto ad altri contesti. Tuttavia lo studio, basandosi su un parametro che può essere solo stimato ed è molto incerto, come l’Rt, va preso con molta cautela come ha scritto lo statistico Antonello Maruotti proprio su Avvenire (tinyurl.com/yxqatsn4).

Una ricerca pubblicata su Nature è invece giunta alla conclusione che le scuole non sono hotspot della pandemia: su oltre 65.000 istituti che in Italia hanno riaperto a settembre, dopo 4 settimane si sono avuti focolai solo in 1.212 strutture, e nel 93% dei casi è stata segnalata una sola infezione (tinyurl.com/y4qhpyzd). Risultati simili in Australia e Stati Uniti. In Gran Bretagna si è invece notato che gli adulti del personale scolastico sono stati quasi sempre i primi a risultare contagiati, mentre solo 2 epidemie su 30 riguardavano contagi da studente a studente.

Il matematico Alberto Gandolfi, autore di uno studio sulla pianificazione dell’insegnamento durante la pandemia (tinyurl.com/y5a84xqj), ha chiarito che in un territorio molto colpito dal virus le scuole inevitabilmente finiscono per essere vittime di quanto avviene all’esterno. D’altra parte, l’analisi della curva dei contagi in Italia indica che l’aumento esponenziale è incominciato a luglio-agosto, procedendo all’inizio con numeri bassi, proprio come avviene raddoppiando i chicchi di riso sulla scacchiera, ed è poi esploso con la ripresa di tutte le attività.

Una interessante tabella pubblicata sul Tempo, con dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), mostra che il 25 agosto in Italia c’erano 9.544 under-19 contagiati, che sono diventati ben 102.419 il 7 novembre: un aumento più che doppio rispetto ad altre fasce di età. Dopo la chiusura di parte delle scuole secondarie e delle superiori, l’aumento dei contagi dei giovanissimi si è invece allineato a quello delle altre generazioni. Molte conclusioni si possono trarre. Ad esempio che i ragazzini si sono tutti contagiati tra loro in classe. Oppure (confermando gli studi dell’Iss secondo cui l’80% dei contagi avviene in famiglia), che oltre 230.000 adulti che hanno preso il virus andando al lavoro, in palestra, al bar, al ristorante..., hanno contagiato i minorenni che vivono con loro. E poi hanno incolpato la scuola.

Massimo Calvi

Avvenire, 26.11.2020

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https://www.orizzontescuola.it/wp-content/uploads/2020/10/Documento-scuole-v1_SO-1.pdf 

https://www.lavoce.info/archives/70030/la-scuola-e-un-focolaio/ 


Covid, l’importanza dei numeri (La Peste)

Il vero eroe del romanzo di Camus, "La Peste", uscito nel 1947, è un fragile e oscuro funzionario comunale, Joseph Grand, personaggio descritto come insignificante e sbiadito, per quanto puro nell’animo. Il suo merito è quello di fare bene il suo lavoro, registrando meticolosamente le cifre del contagio che si diffonde in città.

La citazione dovrebbe aiutarci a comprendere e accettare una verità semplicissima, troppo spesso trascurata: i numeri di una pandemia sono fondamentali, vanno raccolti bene, studiati ancora meglio e resi disponibili in modo che le persone possano capire cosa sta accadendo. Il problema di un’emergenza sanitaria di questo tipo è riuscire a fare la cosa giusta in sufficiente anticipo, ed evitare che la situazione sfugga di mano. Per essere tempestivi, però, serve il consenso popolare, perché una percezione distorta del pericolo lascia ampi margini a chi vuole raccontare una storia diversa e lucrare facili vantaggi. Il virus si alimenta proprio di queste divisioni.

Non è detto che le misure adottate siano corrette, e su questo si può discutere. Ciò su cui non vi dovrebbe essere margine di contesa è il confronto sui numeri. Quali? In questo momento il Covid-19 è responsabile di oltre 400 morti al giorno e la progressione recente ci dice che tra 10-15 giorni i decessi saranno il doppio. Ogni previsione deve tenere conto delle misure che nel frattempo sono state introdotte, i lockdown locali e nazionali. Purtroppo prima di poter registrare un effetto sui contagi devono passare circa dieci giorni, altri dieci per vedere effetti sui ricoveri nelle terapie intensive, un mese per incominciare a notare un impatto sul numero di morti.

Quando si cerca di spiegare ai bambini la velocità della luce si ricorre a un esempio che per quanto semplice continua a sconvolgere anche i grandi: quella stella che si vede oggi brillare nel cielo può essere già morta milioni di anni fa. Per un’epidemia non è molto diverso: ciò che registriamo e facciamo oggi è una realtà ormai superata. Ci sono persone vive oggi che sono già morte. Di questo dovrebbe tenere conto chi continua a giocare con le parole, a rivendicare spazi di notorietà fingendo di non vedere ciò che accade, dimenticandosi che c’è uno tsunami in arrivo in tutto il Paese, non solo in qualche provincia, e che dietro gli stereotipi e la retorica ci sono sofferenze vere e lutti veri.

L’Organizzazione mondiale della sanità certifica ad esempio che oltre il 30% di posti occupati, un reparto di terapia intensiva incomincia a entrare in difficoltà. Con il 50% i problemi diventano seri perché non si riescono più a curare bene le persone, anche quelle con patologie diverse dal Covid. Al 70% di fatto si può già parlare di saturazione. In questo momento regioni come Toscana, Marche, Trentino Alto Adige e Campania sono arrivate al 50%, Piemonte, Lombardia, Val D’Aosta e Umbria si trovano già tra il 65 e l’80%. Sono medie, che non tengono conto delle differenze territoriali né dell’emergenza nelle metropoli. Dove saremo tra due settimane?

I numeri possono cambiare, ma difficilmente mentono. Se si sono commessi molti errori è anche perché non stiamo raccogliendo bene i dati. I problemi sorti nella definizione di zone rosse, gialle o arancioni sono dovuti anche al fatto che diverse Regioni hanno comunicato cifre superate o incomplete. Da tempo gran parte della comunità scientifica italiana chiede, purtroppo invano, di poter accedere ai dati del contagio per fare ricerca e mettere le proprie competenze a disposizione della politica e del Paese. Invece, persino un dato importantissimo come quello delle terapie intensive, è diffuso solo come saldo tra entrate e uscite, cioè senza dire la cosa più importante: quanti effettivamente entrano in rianimazione e quanti ne escono. Un paradosso, se pensiamo a quale mole di dati poco decifrabili entra ogni giorno nelle nostre case e nelle nostre teste.

È un momento difficile per tutti e ci aspettano giorni ancora più difficili. La sola cosa che dovremmo fare in questo momento è sospendere la contesa, evitare le parole fuori dalla nostra portata e agire in quanto comunità considerando che il virus viaggia alla velocità della luce. Nel romanzo di Camus, l’insignificante funzionario comunale Joseph Grand, che come tanti svolge con onestà e umiltà il proprio lavoro, lontano dai riflettori, è il primo cittadino a guarire dalla peste. Il giorno di Natale.


Massimo Calvi

Avvenire, 8.11.2020

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Chiudere le scuole? Lo decide il Covid

Nessuno può stabilire con certezza, in questo momento, se la scuola sia un luogo più o meno sicuro di altri in fatto di contagi. Quello che si può dire, invece, è che la scuola subisce l’andamento della pandemia sul territorio e, nelle condizioni attuali, è difficile tenerla aperta. Se si vogliono mantenere le lezioni in presenza si deve intervenire ad esempio pensando alla didattica alternata o a un potenziamento dei test di positività.

A sostenerlo è Alberto Gandolfi, professore di Matematica alla New York University di Abu Dhabi, che di recente ha pubblicato una ricerca (”Pianificare l’insegnamento scolastico durante il Covid–19”:tinyurl.com/y5a84xqj) nella quale viene proposto un modello matematico per la riapertura delle scuole applicabile a singoli istituti. L’originalità del lavoro sta nell’aver considerato parametri esterni sulla diffusione dell’epidemia, valutando ad esempio il numero di asintomatici, sintomatici, pre–sintomatici, guariti... Il rischio contagio nelle zone in cui si trova la scuola, o ancora il coefficiente di trasmissibilità che può essere stimato guardando ai trasporti e ai contatti fuori dalle aule.

Si è molto parlato di effetto–scuola sulla diffusione del Covid–19, ma le ricerche su questo fronte non sembrano molto affidabili. Perché?

Gli studi che cercano di valutare l’impatto della scuola nella società dipendono molto dai parametri usati nella valutazione, ma se questi sono stimati male, è impossibile arrivare a conclusioni chiare: bastano piccole modifiche ai parametri per deviare di molto. Altro è fare un modello sull’esterno e poi cercare di capire cosa avviene a scuola.

Cosa emerge dalla sua ricerca?

Ci sono vari scenari. Diciamo che se tutto va bene, e gli infetti sono pochi, meno di 100 per milione, è possibile aprire le scuole senza problemi. Già la situazione che avevamo il 15 settembre, con 400 infetti per milione, ci diceva che nel giro di un paio di mesi sarebbe stato molto difficile tenere la scuola aperta. E infatti è quanto sta accadendo. Oggi siamo a 6.500 infetti per milione. Una situazione non sostenibile.

Chiudere le scuole però è una soluzione drastica, con enormi costi sociali.

Attenzione, non dico che sia giusto chiudere, quello che emerge è che è la società a mandare in tilt la scuola. Il virus, cioè, si diffonde così rapidamente all’esterno, aumentando il numero di contagiati nella popolazione, fino al punto di rendere impossibile la didattica a causa degli infetti tra il personale docente e gli stessi studenti.

Quali potrebbero essere le misure alternative alla chiusura delle aule?

Se si effettuassero molti test, la situazione sarebbe meno difficile. Con 400mila tamponi al giorno, e non 150mila, ad esempio, si scoverebbero molto meglio le persone da isolare. A scuola potrebbero bastare i test rapidi: anche con un’affidabilità limitata al 70–80% permetterebbero di contenere molto la diffusione del contagio. Un’altra soluzione efficace potrebbe essere quella della didattica mista a settimane alterne.

Come può funzionare?

Soluzioni miste permettono di sfruttare il periodo di incubazione e di positività del virus, circa 5 e 7 giorni: la maggior parte dei contagi della settimana in presenza verrebbe risolta durante la settimana a distanza. Se rinunciassimo a circa la metà del tempo in presenza riusciremmo a contenere l’eccesso di casi nella scuola fino a una prevalenza di circa 500 casi positivi per milione. Non è semplice, ma ci sono vantaggi rispetto alla chiusura per lunghi periodi.

Massimo Calvi

Avvenire, 4.11.2020

Lotta al Covid come fratelli

Nel tempo in cui è stato scritto questo articolo, la strada che fiancheggia la redazione di “Avvenire” ha visto il passaggio di un numero di ambulanze pari a quello che in tempi normali transita in un giorno intero. Non è un dato scientifico, è una constatazione resa acuta dallo stress che un po’ tutti stiamo vivendo. È il limite del momento: un periodo nel quale è difficile mantenere separati il piano della razionalità da quello della suggestione. Ogni analisi su cosa sia giusto fare e cosa no per arginare la pandemia risente del grado di coinvolgimento personale e di quanto una misura tocca le nostre vite. Siamo diventati tutti esperti in una fase in cui anche gli esperti a volte sembrano abitare la terra del sentito dire.

È così che il Dpcm che ha avviato la prima stretta della seconda ondata della pandemia può essere visto come insufficiente o esagerato a seconda dei punti di vista, comunque necessario e allo stesso tempo totalmente sbagliato. Dovremmo abituarci a maturare giudizi ambivalenti: è quello che accade quando un evento imprevisto (ma allo stesso tempo prevedibile) si abbatte su una comunità divisa. Ma è questo, dunque, quello che siamo condannati a essere?

Le nuove chiusure allora sono giuste perché non si poteva restare con le mani in mano di fronte alla prospettiva di una crescita esponenziale dei ricoveri per Covid nelle terapie intensive. Perché si doveva assolutamente mettere un freno a una serie di attività nelle quali si è dimostrato impossibile contenere le violazioni alle più elementari norme di prudenza: dal parlarsi vicini con la mascherina abbassata agli assembramenti negli spazi della movida (e qui di certo molti esercizi andavano fatti chiudere prima, come sanzione). La risposta data mostra però anche diversi limiti. È sbagliata nel momento in cui si è scelto di limitare attività che erano state messe seriamente in sicurezza, e di farlo ovunque e per tutte le categorie senza distinzioni mirate. Ed è sbagliata perché paradossalmente si doveva essere ancora più duri, se è vero che il virus si sta diffondendo così velocemente.

Sul piano della contrapposizione non si va lontano. La realtà è che arrivare a bloccare il “tempo libero” con l’obiettivo disperatamente laico di “salvare il Natale”, è la fotografia del fallimento di una comunità. In un contesto in cui tutti siamo commissari tecnici, e ciascuno è portatore della sua personale verità sul virus, non c’è più un governo distinto dall’opposizione e una politica separata dal popolo. Si sarebbero dovuti potenziare i trasporti durante l’estate per permettere agli studenti di andare a scuola senza unirsi ai pendolari, si sarebbe dovuto rafforzare il sistema di tracciamento dell’epidemia e riorganizzare subito la sanità sul territorio (anche usando gli ingenti fondi a bassissimo costo dell’europrestito Mes), non si è colta l’opportunità per investire in tecnologia e formazione per rendere il lavoro a distanza più semplice a chi se lo può permettere.

Non è stato così perché dopo la clausura del lockdown è scattato un gigantesco e collettivo meccanismo di rimozione che ha indotto un intero Paese a pensare che la sofferenza patita bastasse di per sé a sconfiggere il virus, che quella privazione cui siamo stati sottoposti in una stagione in cui l’idea di sacrificio per gli altri non rientra nel codice dei valori condivisi, fosse sufficiente a farci ripartire esattamente “come prima”. La fretta comprensibile di cancellare il lutto ci ha fatto dimenticare che la perdita a un certo punto andrebbe invece elaborata. Non abbiamo previsto il peggio, ed è stato anche il fallimento della comunicazione pubblica.

Poche cose elementari non sono ancora patrimonio diffuso: il virus non è indebolito, le mascherine servono sempre, più contatti abbiamo e più rischiamo di nutrire la pandemia, non ci si deve prender gioco di chi si astiene dallo stringere le mani, pretende di sedersi sul sedile posteriore in auto o chiede di mettersi a tavola alternati e di parlare a bassa voce negli spazi chiusi, anche tra parenti. Si può vivere così? Il problema è che non c’è scelta. Dove il virus all’inizio ha potuto circolare liberamente e in segreto, come nei Comuni della Bergamasca, i morti sono quadruplicati, le ambulanze non hanno mai spento le sirene, il 118 ha squillato a vuoto per settimane, le persone sono morte sole. Questo l’Italia lo ha capito?

L’unica alternativa ai lockdown generalizzati è farne tanti piccoli e personali, salvando ciò che conta veramente. Non è una vita in formato ridotto, è il segno della capacità di rispettare sé stessi e il prossimo, di provare a essere comunità in un momento complicato, sapendo che nemmeno la prudenza basta ad azzerare il rischio. Il virus ci sta sfiancando e dividendo, gli scontri di questi giorni sono la prova che sta facendo al meglio il suo lavoro e si sta insinuando anche nel corpo sociale. Possiamo solo scegliere se lottare ciascuno per sé, ed essere lupi per gli altri, o tentare di vivere per davvero come fratelli e sorelle.

Massimo Calvi

Avvenire, 28.10.2020

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Donne e Covid: più colpite ma più forti

 Tra i tanti modi in cui la pandemia di Covid 19 ha impattato con le nostre vite, uno dei più evidenti riguarda la capacità del virus di accentuare le disuguaglianze e colpire dove persistono fattori di fragilità. In questo l'emergenza sanitaria sembra un rilevatore dei punti deboli di una società, mostrando dove si dovrebbe intervenire per promuovere un contesto più equo, giusto e rispettoso della dignità di tutti. Lo si è visto all'inizio con gli anziani, più colpiti ed esposti di fronte a questo male. Lo si nota pensando ai danni subiti dai più piccoli e dalla generazione privata di opportunità educative, di relazione e di gioco. Lo si osserva guardando al mondo del lavoro e alle categorie meno protette, o alle famiglie con meno mezzi. E lo si vede anche mettendo a fuoco l'universo femminile.

Sono molti gli indicatori che mostrano come una delle categorie più penalizzate dalla pandemia sia proprio quella delle donne: hanno avuto maggiori problemi sul lavoro perché occupate in settori più colpiti, si sono spesso fatte carico di compiti aggiuntivi durante il lockdown e la chiusura delle scuole ? sostituendosi in tanti casi agli insegnanti, o facendosi carico di parenti bisognosi di cura ? e stanno anche pagando un ritardo, che col tempo rischia di rivelarsi pesante, riguardo ai desideri di maternità. Tuttavia, una delle cose che sembra emergere con chiarezza, è come l'universo femminile si presenti quale un insieme caratterizzato da una migliore attitudine ad offrire le risposte giuste alla crisi, le più corrette in termini di comportamenti e di capacità di "resilienza" al presentarsi delle difficoltà, continuando ad offrire uno sguardo positivo e di speranza.

Un'indagine condotta sulla generazione dai 18 ai 35 anni dall'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo (Università Cattolica), durante l'avvio della seconda ondata di contagi, ha rilevato bene questa caratteristica che unisce a uno sguardo più severo e preoccupato, la volontà di una reazione positiva. Il 52,5% delle donne ha denunciato infatti un netto peggioramento della propria vita quotidiana, contro il 45,2% dei maschi. E questa incertezza più accentuata, che si è ulteriormente acuita rispetto alla prima fase della pandemia, sembra riferita proprio alla condizione di fragilità nel mercato del lavoro e al sovraccarico negli impegni a casa, soprattutto per chi ha figli piccoli. Questa speciale esposizione può essere anche all'origine di quella che si presenta come una maggiore lucidità che le donne dimostrano di fronte all'emergenza: il 73%, contro il 68% degli uomini, è infatti consapevole che tutti possono contrarre una forma grave di Covid?19, e l'80% (solo il 72,5% i maschi, quasi 8 punti in meno) è perfettamente consapevole di quanto sia importante rispettare le norme per evitare il contagio, come ad esempio il distanziamento fisico. «Nelle giovani donne sembra essere presente un misto tra malessere e resilienza: rispetto ai coetanei maschi si sentono più in difficoltà sia nel lavoro che nell'organizzazione familiare, e forse anche per questo risultano più consapevoli dei rischi della pandemia e più attente verso norme e condotte di contenimento del contagio», spiega Alessandro Rosina, coordinatore scientifico dell'Osservatorio Giovani e demografo dell'Università Cattolica.

Più ligie alle regole, dunque, più pronte a seguire le indicazioni per proteggersi dal virus, e di conseguenza meno esposte al rischio? E' quanto emerge anche da una altra ricerca, questa volta dell'Università Bocconi, che ha indagato le differenze di genere negli atteggiamenti e nei comportamenti che le persone hanno avuto nei confronti del virus in diversi Paesi. Posto che tra le persone più istruite, con redditi più elevati, e tra persone sposate che vivono insieme, oltre che tra i giovani, si registrano meno differenze nei comportamenti tra uomini e donne, queste ultime appaiono però mediamente più consapevoli della gravità del Covid (59% di donne contro 49% di uomini a marzo, 40% contro 33% ad aprile) e maggiormente responsabili nelle indicazioni per proteggersi (88% contro 83% a marzo, 78% contro 72% ad aprile).

Il problema, semmai, è che tanto i maschi quanto le femmine dimostrano di aver abbassato un po' la guardia col passare del tempo. Tuttavia anche in questa flessione le donne hanno mantenuto un tasso di prudenza maggiore, oltre che di consapevolezza e sguardo critico. Messe a dura prova ? e qui torniamo alla ricerca dell'Osservatorio Giovani del Toniolo ? le donne dai 18 ai 35 anni sembrano mostrare infatti anche un tasso di scontento più alto rispetto alle risposte della politica. Il 66,7% di loro ha apprezzato la gestione della prima fase della pandemia (meno, però, del 70% che risulta dalla media di tutti gli intervistati), ma solo il 47,7%, cioè la minoranza, pensa che la risposta per far fronte all'emergenza economica sia stata adeguata. Se l'ampia maggioranza dei maschi, il 58%, dà poi un voto positivo al governo, le donne si fermano al 43%, dunque una bocciatura. Ed è difficile non vedere, in questo, la manifestazione di una fatica maggiore sopportata durante la crisi, in assenza di misure specifiche legate alla dimensione femminile per ridurre questo peso.

Le ragioni della severità femminile forse si trovano bene riassunte in un altro dato, quello emerso nell'ultimo rapporto Caritas sulla povertà 2020, che ha visto nel volto di una donna madre di due figli l'identikit dell'utente che con più frequenza ha bussato alla porta per una richiesta d'aiuto dopo lo scoppio della pandemia: le donne che si sono rivolte lla Caritas erano il 50,5 nel 2019, sono diventate il 54,4% quest'anno, e in grande maggioranza erano madri. La recessione, quella generata dalla pandemia, pare dunque aver colpito più duramente le donne. Questa crisi non a caso è stata definita "She?cession", anteponendo il pronome inglese "she" (lei) al termine "recession". Una fase diversa dalla crisi del 2008, che invece si abbatté in particolare sugli uomini ("He?cession"). La differenza, come è emerso da una ricerca pubblicata su VoxEu, sembra dovuta al fatto che mentre in passato i settori più colpiti furono in particolare l'industria manifatturiera e l'edilizia, ambiti prevalentemente maschili, il Covid?19 ha messo in ginocchio specialmente l'assistenza all'infanzia, il commercio, il turismo: servizi, cioè, in cui sono più rappresentate le donne. Una circostanza che spiega come mai rispetto al trimestre aprile?giugno del 2019 quest'anno in Italia ci siano 470mila donne occupate in meno e di queste 323mila in meno tra quelle con un contratto di lavoro a termine.

Una caduta che ha riportato il tasso di occupazione femminile nel nostro Paese, già storicamente basso, ora al 48,4%. In quello che ha tutte le caratteristiche per essere un quadro preoccupante la nota positiva arriva dalla capacità di rispondere ai problemi che distinguerebbe la componente femminile per reattività e positività. Il sondaggio che l'Ipsos ha realizzato per l'Osservatorio Giovani del Toniolo nella prima metà di ottobre rivela che il 45% delle donne dice di apprezzare oggi ancora più di prima il valore della vita, ben 6 punti sopra le risposte degli uomini. Si parla sempre di under?35, dunque giovani, ma il dato resta indicativo. Le "ragazze" sembrano anche maggiormente disposte ad affrontare i cambiamenti che si renderanno necessari e rivelano un tasso di empatia più alto: rispetto a prima dell'emergenza Covid quasi il 30% di loro avverte un senso di vicinanze maggiore verso gli altri ed è pronta a dedicare più energia nelle relazioni, mentre i maschi restano in media 5 punti sotto. Più colpite dalla pandemia, le donne, paiono dunque anche più resilienti e capaci di mettersi in gioco per ripartire. Ma forse è così da sempre.

Massimo Calvi

Avvenire, 20.10.2020

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Violenza nell'"arte", diritto di stroncare

In questi giorni sulle reti sociali è partita una campagna di boicottaggio che invita a disdire l’abbonamento alla piattaforma di film e serie tv in streaming Netflix. Digitando su Twitter l’hashtag #CancelNetflix, migliaia di utenti mostrano le prove della revoca del contratto e suggeriscono di fare altrettanto. Venerdì il titolo Netflix ha perso in Borsa circa 9 miliardi in un solo giorno. L’iniziativa nasce alla luce della produzione e diffusione di un film, "Cuties": è una commedia della regista debuttante franco-senegalese Maimouna Doucouré, nella quale è narrato il tentativo di una ragazzina 11enne di emanciparsi, attraverso la danza, dalla cultura della propria famiglia di valori musulmani. Il film ha ottenuto premi e riconoscimenti dalla critica, ma sotto attacco non è la storia in sé: è piuttosto la presenza di immagini e scene, anche nella stessa locandina, in cui non è difficile scorgere un processo di sessualizzazione delle bambine, con un codice estetico che sconfina nell’ammiccamento alla pedofilia.

Trattandosi di un’opera artistica il giudizio non è mai sereno, perché il rischio è una deriva verso la censura, o in quella "cancel-culture" che mira a umiliare in rete ed eliminare socialmente i protagonisti di comportamenti giudicati immorali, rappresentando così una pericolosa limitazione della libertà. D’altra parte è noto che il business delle piattaforme tv in streaming, bisognose di continui abbonamenti per reggere i costi delle produzioni, si regge in gran parte proprio sullo spostamento continuo dei limiti in fatto di creatività, ma anche di violenza, trasgressione e morbosità, non potendo offrire contenuti ancora più espliciti.

Anche alla luce dei tanti fatti di cronaca che in questi settimane stanno scuotendo l’Italia, tra brutali omicidi a calci e pugni di ragazzini, stupri di gruppo ai danni di minorenni, violenze contro le donne, vale la pena chiedersi – ma qui non stiamo più parlando di "Cuties", è chiaro – se non ci sia qualcosa che il discorso pubblico possa avere il coraggio di esprimere sulla creatività, senza farsi censore, ma senza nemmeno autocensurarsi nel timore di apparire liberticida. Le opere artistiche sono la fotografia e l’espressione di una cultura esistente, hanno valore proprio nel potere di mostrare prospettive e sfumature sociali capaci di scuotere e interrogare senza doversi muovere dalla poltrona. Quando sono opere d’arte, però. Non tutta la "creazione" commerciale ha questa capacità, e cosa succede quando il mercato è invaso da sottoprodotti in cui le donne sono continuamente descritte come oggetti a disposizione dell’uomo, la violenza è il codice dei forti e dei vincenti, la produzione e il consumo di droga le medicine necessarie a lenire la sofferenza della solitudine e dell’emarginazione, l’estetica è plasmata dall’odio?

La creatività non può e non deve essere censurata. Ma una comunità ha il dovere di non sospendere il giudizio nella paura di essere additata come liberticida, per proteggere i propri figli da se stessi prima che dagli altri. Se tutto è possibile, e tutto può essere raccontato, dovrebbe essere riconosciuto il diritto di valutare con preoccupazione qualcosa che veicola contenuti discutibili e potenzialmente pericolosi, persino di arrivare a stroncature decise. Non si tratta di proibire a un cantante di esibirsi a causa del suo passato, o di orientare le storie dei film perché incorporino tematiche dettate dal manuale del "politically correct" (anche perché: chi li scrive questi manuali?), come è stato deciso per i futuri premi Oscar. Si tratta invece di avere il coraggio di sollevare le questioni quando si presentano, affrontandole apertamente con i protagonisti, di concedere spazio pubblico alla valutazione dei disvalori e al confronto sul bene e sul male, senza cedimenti, nel momento in cui dietro tante azioni riprovevoli è palese il vuoto nel quale si dissolvono troppe famiglie.

Oggi tutto questo può sembrare difficile, perché in troppi casi la critica è parte del meccanismo promozionale, la libertà una bandiera del mercato voluta per imporre la sospensione del giudizio, e la trasmissione di valori positivi ormai ridotta a un privilegio per pochi, i soli capaci di orientarsi in un contesto in cui sono caduti tutti i limiti. Servirebbe che quella severità di giudizio tanto apprezzata in passerelle fortunate come "X-Factor", per capirci, possa essere espressa in ambiti in cui vengono valutati, non solo lo stile, ma anche i contenuti dell’esibizione. Il limite degli strumenti, e dell’approccio che abbiamo, oltretutto, è ben sintetizzato nell’emotività di campagne che viaggiano sui social network e si nutrono di clic. Il boicottaggio può essere un campanello d’allarme, ma cosa semina? L’educazione in una comunità richiede un coinvolgimento personale e collettivo fatto della capacità di indicare la nota stonata, ma soprattutto di insegnare a riconoscere la bellezza autentica.

Massimo Calvi

Avvenire, 13.9.2020

Assegno unico e fisco per le famiglie

In Europa i Paesi considerati un modello per quanto riguarda gli aiuti economici alle famiglie con figli, come la Germania o la Francia, seguono un principio abbastanza semplice: ogni nucleo familiare deve ricevere un sostegno che tende come minimo a coprire il costo annuo di mantenimento di ogni figlio. La cifra può variare in base all’età, ma è di circa 3.000 euro l’anno a bambino o ragazzo. Per raggiungere questo obiettivo si ricorre a un assegno o a “sconti” fiscali, se non a entrambe le misure. L’assegno funziona bene per i redditi bassi, col fisco si premiano i redditi più alti rispetto ai single. L’Italia ha molto da recuperare rispetto a questa visione. Un ritardo che ora può essere colmato: dopo il via libera unanime della Camera all’«assegno unico e universale» per i figli da 0 a 21 anni, lo scorso 21 luglio, si apre la possibilità di avviare una riforma del welfare familiare di portata storica. Alla norma Delrio-Lepri, inquadrata nel Family Act della ministra Elena Bonetti, manca solo l’ok del Senato, poi la Legge di Bilancio dovrà individuare le risorse alla luce dei decreti attuativi. Non sarà un passaggio facile, perché molti restano i nodi da sciogliere.

Il costo dell’assegno

Un primo problema è rappresentato dall’importo dell’assegno e dunque dal suo costo complessivo. La cifra già a disposizione, considerate tutte le elargizioni già previste a favore dei genitori, e che confluiranno nella nuova misura, è di circa 15 miliardi: 8,2 miliardi sono prelevati dalle detrazioni per i figli a carico, 6 miliardi dagli assegni familiari oggi beneficio dei soli lavoratori dipendenti, il resto da Premio nascita, Bonus bebè, Bonus famiglie numerose... In pratica si raccoglie da molte voci di spesa per mettere tutto in una sola, facendo ordine. Ma è chiaro che per estendere il nuovo assegno alle categorie attualmente escluse, cioè autonomi, disoccupati, inattivi, lavoratori sommersi, servirà uno stanziamento aggiuntivo se non si vuole penalizzare nessuno. Quanto? Per capirlo bisogna tenere conto del fatto che oggi i lavoratori dipendenti con reddito familiare attorno ai 15.000 euro percepiscono già circa 250-260 euro al mese a figlio, tra assegni e detrazioni. Dunque questa cifra andrà comunque corrisposta a molte famiglie, senza che poco o nulla cambi per loro. E anche tra i nuovi beneficiari saranno molti a dover prendere questa cifra, se si pensa che il 44% dei contribuenti italiani dichiara un reddito (individuale) inferiore a 15.000 euro. È per questo che l’Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb) ha chiarito che per avviare l’assegno e inserire una clausola di salvaguardia saranno necessari almeno 10-11 miliardi in più, non i 2-6 miliardi che alcuni studi avevano ipotizzato (si veda qui e qui).

Il ruolo dell’Isee

Un secondo aspetto sul quale riflettere riguarda la decisione di agganciare l’assegno alle dichiarazioni Isee, facendolo decrescere col reddito fino ad azzerarsi, caso quasi unico in Europa: solo Italia e Portogallo su 15 Paesi della Ue hanno un assegno-figli sottoposto alla prova dei mezzi, come ha rilevato anche una ricerca del Cnr per il Dipartimento per le politiche della Famiglia presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Il senso di un child-benefit universale, infatti, non è solo quello di “aiutare chi non ce la fa” ma di rendere il più possibile neutro per tutti il costo del mantenimento dei figli. Le misure contro la povertà seguono un altro percorso, non possono sostituirsi alle politiche familiari. Parlare di redistribuzione nel caso di un assegno-figli è oltretutto improprio: l’obiettivo costituzionale della progressività del prelievo è perseguito attraverso le aliquote fiscali. Ma il vincolo della dichiarazione Isee (che avrebbe bisogno di una riforma) presenta un ulteriore fattore di criticità. Un assegno-figli dovrebbe assicurare ai genitori entrate certe e stabili. Dover presentare ogni anno una dichiarazione che certifica reddito e patrimonio rischierebbe di far cambiare l’importo del benefit nel tempo, tradendone lo spirito.

Il rischio dell’evasione

Un’altra questione riguarda le dichiarazioni infedeli. Problema non da poco in un Paese con 110 miliardi l’anno stimati di tasse non pagate, dove solo il 3% dichiara redditi superiori ai 3.000 euro mensili. Con un assegno ancorato all’Isee, la differenza tra quanto spetterà ai redditi medi e a quelli che al Fisco risultano inferiori sarà decisiva: una gradualità molto forte rischierebbe di essere l’ennesimo incentivo indiretto al sommerso e all’evasione. In Italia oltre i 40.000 euro di reddito le famiglie non ricevono più benefici sostanziali. Il pericolo da scongiurare è dunque quello di una misura che preleva da chi paga le tasse e redistribuisce a chi non le paga, incentivando l’elusione. Una soluzione potrebbe essere quella di un assegno di importo fisso ed elevato per tutti, cioè veramente universale, e un premio aggiuntivo per chi può dimostrare il reale stato di bisogno.

Il nodo della riforma fiscale

L’elemento veramente decisivo riguarda la riforma fiscale alla quale lavora il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. In Germania le famiglie possono scegliere tra un assegno da circa 220 euro al mese (maggiorato di 110 euro per i più poveri) o una deduzione fiscale da 7.800 euro l’anno a figlio. In Francia per chi paga le tasse e ha più figli, oltre all’assegno per tutti c’è il Quoziente familiare che abbatte nettamente l’imponibile per chi ha più figli. Questo significa che altrove tutte le famiglie beneficiano di un assegno di base e di uno sconto fiscale capace di fare la differenza. Un recente studio del centro Eutekne di Enrico Zanetti ha ricordato che le tasse sul reddito in Francia e Germania sono molto più basse per le famiglie con figli rispetto ai single, oltre che rispetto alle coppie italiane. Una famiglia monoreddito da 40.000 euro l’anno, con due figli a carico, a Parigi paga 5.000 euro in meno di tasse rispetto a un single, a Berlino 9.000 euro in meno; rispetto a una identica famiglia italiana il vantaggio è di 6.000 euro a Parigi e 10.000 euro a Berlino. Se il reddito è di 60.000 euro, a Parigi la famiglia paga 10.000 euro in meno di tasse rispetto a un single, e a Berlino 6.000 in meno; se il confronto è con l’Italia la famiglia parigina versa al fisco 10.000 euro in meno, quella tedesca 13.000 euro in meno. Ogni ragionamento serio sulla riforma fiscale (e sulla crisi demografica) dovrebbe partire da qui: dalla presa d’atto che altrove qualunque famiglia, se ha figli, ha un trattamento fiscale che considera veramente il costo della prole. È il principio dell’equità orizzontale, che la nostra Costituzione riconosce all’articolo 53 (l’economista Matteo Rizzolli lo ha spiegato bene).

Equità per le famiglie

Il nuovo assegno unico e universale può essere una riforma epocale. Per raggiungere questo obiettivo occorre però capire quali sono gli ostacoli che vi si frappongono. L’idea che sta avanzando è quella di avere un’Irpef che non distingue tra single e famiglie, e un assegno-figli al quale è affidato il compito di compensare questa distorsione. Se così fosse, allora le risorse da destinare all’assegno dovranno essere superiori a quelle finora ipotizzate. Con i 10 miliardi in più ipotizzati, infatti, si ottiene un assegno medio di 160 euro a figlio. In pratica il contributo verrebbe esteso a categorie che oggi non lo ricevono – un risultato comunque eccezionale – ma si darebbe poco o niente in più a tutti gli altri e al ceto medio. Un contributo di 250 euro al mese ai soli figli minorenni renderebbe necessari circa 15 miliardi aggiuntivi. Tanti? È la stessa cifra impegnata per il Bonus da 80-100 euro, o per Quota 100 delle pensioni. Questione di scelte, insomma.

Massimo Calvi 10/9/2020

Avvenire

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Recalcati e la tentazione del muro

«Hanno paura soprattutto degli esseri deboli, degli inermi, dei malati, delle donne, dei bambini. Hanno paura dei vecchi». Curzio Malaparte i tedeschi, intesi come nazisti, li conosceva piuttosto bene. Nel romanzo Kaputt, del 1944, il declino della patria-Europa fa da sfondo agli orrori della guerra, e l’odio che muove contro gli ebrei e i “deboli” è immaginato quale azione di una forza oscura che nasce all’interno dell’animo umano, un moto di paura che spinge ad annientare l’altro nel reprimere angosce e traumi interiori. Non è un’assoluzione, ma uno sguardo che esprime in forma letteraria quella che in fondo è una puntuale analisi clinica.

Oggi che la psicoanalisi è diventata un linguaggio comune disponiamo di uno strumento in più per interpretare le pulsioni che scuotono la nostra epoca, dove sono tornati ad agitarsi fantasmi capaci di evocare tempi più bui: il sovranismo nazionalista, il populismo, il fanatismo, l’ignoranza come pretesa di una sola verità, l’ossessione per i confini, e soprattutto la paura di un nemico che si crede provenire dall’esterno, e che genera odio per l’altro, per il diverso, per lo straniero. L’interpretazione delle dinamiche sociali alla luce della psicoanalisi è un esercizio nel quale si cimenta da tempo Massimo Recalcati. Lo ha fatto di recente con "Le nuove melanconie" (Cortina), analizzando l’angoscia collettiva generata dalla crisi dell’illusione iper-consumista e la conseguente trasformazione in pulsione securitaria con caratteristiche patologiche. Lo ripropone nel suo ultimo saggio "La Tentazione del muro" (Feltrinelli, pagine 128, euro 14,00), nel quale arricchisce e riorganizza in cinque brevi lezioni sul "Lessico civile" le trasmissioni andate in onda nella primavera 2020 su Rai 3, ultima tappa della fortunata trilogia che ha attraversato il lessico familiare e quello dell’amore.

L’occasione invita ad aggiornare l’analisi in virtù della rivoluzione rappresentata dalla pandemia di Covid-19, per una riflessione collettiva sulla ricostruzione. E qui Recalcati a tratti sembra voler mettere in guardia dai rischi che l’umanità finisca “kaputt”, vittima delle proprie paure, qualora nello sforzo di ripartire non fosse in grado di riscoprire il valore delle istituzioni, della politica come mediazione, e soprattutto della Carità come tensione alla fratellanza e come amore per l’altro. In un racconto di Franz Kafka, "La Tana", il protagonista cerca ossessivamente di costruirsi una casa che escluda qualsiasi possibilità di incontro con soggetti esterni e di contaminazione con lo straniero. Quando pensa di esserci finalmente riuscito, ecco che la pretesa di quiete viene sconvolta da un sibilo impercettibile che, chiaro indicatore di follia, palesa al costruttore la dura verità: lo “straniero” non viene dall’esterno, ci ricorda dunque Recalcati, ma è una presenza interna e insopprimibile. È in questa lezione freudiana che risiedono gli elementi per arginare l’imbarbarimento della vita sociale. La pulsione neolibertina che nutre l’individualismo ipermoderno, così come il suo opposto, la pulsione securitaria che conduce alla trasfigurazione dei confini in muri, avverte Recalcati, abitano l’umano da sempre, e non dobbiamo averne paura nel riconoscerle: è invece nella loro deriva patologica che risiede il pericolo per gli individui e per la società.

Dei confini, insomma, le persone hanno bisogno quanto della libertà, per vivere, ma come l’eccesso di erranza e di caos porta alla schizofrenia, la follia è figlia dell’io ipertrofico che si alimenta della costruzione di muri quando non siamo capaci di rendere porosi i confini. Il muro, dunque, va bene finché resta una tentazione, ma una comunità umana sana si fonda su individui disposti ad accettare l’“angoscia” della libertà, quella “condanna” a essere liberi di cui parlava Sartre. Libertà è, necessariamente, la parola fondamentale nel “lessico civile” di Recalcati, che da Freud a Lacan ha un significato molto preciso: rinuncia alla soddisfazione individuale e immediata della pulsione, limite al godimento che prescinde dagli altri. Una condizione questa, se ci pensiamo bene, che è mancata del tutto nella lunga stagione dell’irresponsabilità e dell’accumulazione del debito sociale, economico e ambientale, prodotto di una cultura che a parole si è definita solidale, ma coperta dal velo dell’ideologia ha preteso di scaricare sugli altri – che fossero i giovani o le popolazioni più deboli – i costi del proprio benessere.

La grande opportunità, oggi, è rileggere questa pandemia per elaborare un metodo di rinascita civile fondato Istituzioni partecipate e umanizzate dalla Carità, ci dice Recalcati attingendo alla poetica pasoliniana. Il virus ha mostrato che la rinuncia all’esercizio della libertà individuale per un bene più alto non ha condotto a derive autoritarie, ma alla presa d’atto di un’interdipendenza planetaria: dell’Altro abbiamo bisogno come di un nuovo cuore perché «nessuno si può salvare da solo e la libertà senza fratellanza è una parola vuota».

Massimo Calvi

Avvenire 3.9.2020

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Giornata del Creato: le scelte da fare

La pandemia di Covid-19 ha insegnato molte cose su come un rapporto sbagliato con l’ambiente può produrre danni alla salute e alla vita delle persone. Ci sta facendo capire, inoltre, che lo sfruttamento delle risorse della Terra, se non rispetta l’equilibrio del Creato, produce più costi che benefici. O meglio: i vantaggi di qualcuno sono ottenuti facendo pagare il conto salato ad altri. Non è una dinamica nuova, ma l’interesse di pochi perseguito scaricando i costi sui molti, e più deboli, sembra aver conosciuto un’accelerazione. Il virus sembra però aver insegnato anche che l’umanità ha le risorse per imparare a convivere con una situazione eccezionale, come quella della pandemia o dell’emergenza climatica: possiede cioè le energie spirituali e culturali per sostenere il peso materiale dell’emergenza, e per provare a superarla insieme come in una grande famiglia umana.

Nel giorno in cui ricorre la Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato, dovremmo dunque guardare alle cronache delle ultime settimane, dense nel nostro Paese di eventi climatici estremi, per ricordare che fenomeni di questo tipo sono ancora più devastanti quando i contesti territoriali risultano meno attrezzati a farvi fronte – nelle zone meno sviluppate del mondo – e che un buon modo per affrontare le difficoltà è agire lasciandosi ispirare da quanto di buono è emerso ad esempio nella gestione della pandemia. È come se il Creato continuasse a inviarci segnali. Ed è come se ormai conoscessimo bene le risposte: si tratta solo di decidere quando far partire il cambiamento.

In un mondo che vediamo “malato” le persone sanno che il benessere dell’umanità è sempre più connesso con il benessere della Terra. E l’appello urgente della Laudato si’, che ha ricordato, ai credenti e non solo, l’importanza di riconoscere questa interdipendenza – tra il Creato e gli esseri umani, ma soprattutto tra gli stessi esseri umani –, non è caduto nel vuoto. In questo senso possiamo vedere molti elementi di ottimismo. Il concetto di «ecologia umana e integrale» espresso nell’enciclica di cui ricorrono i 5 anni è patrimonio comune più di quanto si creda, nel momento in cui le giovani generazioni hanno fatto esperienza del valore della solidarietà, della cura dei più deboli, della rinuncia personale per un bene comune e più alto, del servizio, dei costi elevati dell’irresponsabilità e di quell’individualismo che nel non saper riconoscere il valore dell’Altro si accanisce contro la vita in ogni sua forma e contro l’ambiente. L’impressione è che tutto vada male, ma non è così. Convivere con l’emergenza, climatica o sanitaria – perché di questo si tratta ora –, richiede anche di saper riconoscere e valorizzare, e che siano mostrate, le energie positive e le buone pratiche.

C’è un mondo che ha compreso a fondo come le dimensioni politica, economica, spirituale, culturale, siano interconnesse, e come il rinnovamento debba procedere da un cambio degli stili di vita. Ma perché questo sia possibile occorre capire che questa responsabilità non va scaricata integralmente sulle singole persone, assolvendo Stati, istituzioni e sistema economico. Ci sono mutamenti che hanno bisogno della testimonianza e dell’accettazione del loro valore da parte di tutti, ma poi devono necessariamente procedere dall’alto, da riforme condivise e forti nel modo di produrre oltre che di consumare. L’impegno per il rinnovamento degli stili di vita non può diventare funzionale a una grande operazione di marketing orientata a trasformare tutto solo in etichette “green”, come si è visto anche per i tentativi di lucrare politicamente o economicamente sull’emergenza Covid. Ciascuno di noi può e deve fare la sua parte, ma in questo compito e in questa tensione solidale planetaria il gesto personale ha bisogno di essere il frutto di una vera conversione ecologica, capace di cambiare i cuori e le menti.

Massimo Calvi

Avvenire 1.9.2020

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Montecopiolo contro la paura del Covid

Per chi arriva dalla costa o dalla città, Montecopiolo è una piccola e tranquilla località di montagna, mille abitanti sparsi in tante frazioni al confine tra le Marche e l'Emilia Romagna, luogo di pace e silenzio immerso nelle dolci colline del Montefeltro. Una di quelle mete predilette da chi ama le passeggiate e i panorami da contemplare, dai ciclisti che si mettono alla prova, da chi cerca relax per il corpo e nutrimento per l'anima. D'estate la popolazione triplica, coi turisti che arrivano ad abitare le decine di villette costruite negli anni 70. La sera o nei fine settimana, come in altri borghi, si sale fin qui da Rimini, Pesaro, San Marino, a cercare buoni ristoranti, aria fresca, feste o sagre per stare bene in semplicità.

Quest'anno però Montecopiolo è più tranquilla del solito: nelle strade si potrebbe giocare a palla, nei giardini delle case capita di veder gironzolare i caprioli, nei ristoranti aperti non serve prenotare, la sera è silenziosa come fuori stagione. Un paradiso esclusivo, si direbbe. Ma è questione di punti di vista. Per la gente del posto questa situazione è un peso, per commercianti e ristoratori un incubo. L'immagine delle auto in coda nella piazza della frazione di Villagrande, con a bordo i residenti che aspettano il proprio turno, le mascherine sul volto, per sottoporsi volontariamente al tampone del Covid, restituisce il clima di un'estate che non avrebbe dovuto essere così, non dopo tre mesi di lockdown.

Montecopiolo è entrato nelle cronache della difficile "fase due", quella della vita che riparte e che cerca di prendere le misure per convivere col virus. Ma è anche il concentrato di quello che dalla pandemia si può imparare per non venirne travolti. Tutto è incominciato un sabato sera, il 18 luglio: una cena di persone venute da fuori per festeggiare un battesimo, un tavolo vicino di giovani del posto, un ritrovo al bar della classe '78, una bancarella che frigge pesce, ragazzi del paese e altri che li raggiungono da paesi vicini. C'è movimento, e alla fine un centinaio di persone dà vita a un assembramento festoso, una movida come tante se ne sono viste un po' ovunque in Italia e nel mondo. Tra un calice alzato e una mascherina abbassata il virus festeggia anche lui. Nessuno sa chi lo ha portato e da dove. Dopo due giorni una persona ha sintomi leggeri, i tamponi ai contatti rivelano altri contagi, in un paio di settimane si passa da 5 a una trentina di positivi, soprattutto tra i parenti e gli amici stretti.

I contagiati e le loro famiglie si isolano in quarantena. Il Comune ripristina l'obbligo di mascherina, chiudono i parchi giochi per bambini, si sospende temporaneamente il calendario della pro loco. Don Ivan Fattori, il parroco, celebra la Messa in piazza, e invita la comunità a restare unita, a dare un senso a questa prova. L'azienda sanitaria evita di istituire una "zona rossa", ma decide per il tampone a tutta la popolazione, come a Vo' Euganeo, paragone che non aiuta ma se servirà a fare chiarezza può aiutare a ripartire più forti.

«Questo screening di massa è un test scientifico, ma almeno dirà come siamo messi ? spiega il sindaco Pietro Rossi ?. Qui è stato fatto tutto quello che si poteva fare per mettere il paese in sicurezza. Montecopiolo è pulito e visitabile, perché mentre noi ora diamo tutte la garanzie, in altri posti le persone affollano le feste e i locali sono pieni». Il problema del virus è che non sa leggere Google Maps e lascia molti danni collaterali. Tutto sembra sotto controllo, ma la parola focolaio ha creato il vuoto. «Il sabato sera d'estate facciamo 200 coperti, la settimana scorsa c'erano 20 clienti, così non riusciamo ad andare avanti», dice Lorenza Grassi del ristorante "La Baita" di Villagrande.

«Abbiamo saltato tutte le festività e i ponti quest'anno, abbiamo appena riaperto con tutto in regola, ma se perdiamo anche la stagione come faremo?», aggiunge Serena Casini del ristorante "The View" alla frazione Santa Rita. Per capire il dramma bisogna comprendere quanto è importante l'estate per chi vive di turismo, e poi rapportare tutto all'economia di una località sugli Appennini: luglio e agosto sono i mesi in cui si mette il fieno in cascina per riaprire la stagione successiva. Al resort "Parco del Lago" i clienti arrivano da lontano per trovare un'oasi di benessere che è già un ritiro protetto, dunque il colpo può sembrare meno duro: «Siamo al 40% in meno di ospiti ? spiega il titolare Massimiliano Druda ?, ma proprio nel momento in cui avremmo dovuto recuperare dopo il lockdown. Se non ci sarà un aiuto per un'emergenza che abbiamo subìto, rischia di farne le spese un intero territorio». Si parla di 100 posti di lavoro che vacillano.

È anche il conto del neo-negazionismo, dei proclami pubblici sul virus che ha perso forza e non fa più danni. Qui ora la gente l'ha presa come una sfida: «Vogliamo dimostrare che siamo il Comune più sicuro della zona», si sente dire nei bar. Il discorso supera l'emergenza del Covid e conduce a riflettere sulla fragilità di un sistema di montagna, dove si può procedere con lentezza, ma fermarsi non è previsto, nel momento in cui il mondo riscopre il valore dei borghi come risposta all'urbanizzazione e a quello stile di vita di cui si nutrono i virus e che non appartiene alla natura di questi luoghi. Forse questa crisi aiuterà a capirlo.

«Tutti parlano dell'importanza dell'entroterra, ma è soprattutto in estate che le persone scoprono il nostro territorio, consentendogli di sopravvivere ? dice il sindaco Rossi ?. Abbiamo fatto sforzi enormi per metterci in sicurezza, siamo montanari e sappiamo che dobbiamo andare avanti imparando a convivere col virus, senza paura. Non possiamo permetterci altre chiusure, la nostra è la battaglia di tutto l'entroterra».

I test proseguono, nel fine settimana il responso. Le auto si mettono in fila al drive-in dei tamponi ripulite dal fango e dalla terra delle strade contadine. Davanti alla Pro loco si cataloga l'anagrafe degli esami. Attorno è il silenzio unico di boschi e prati verdissimi, delle pinete, della faggeta, dell'eremo santuario Beata Vergine del Faggio, sul monte Carpegna, delle rovine del castello dei Montefeltro, dei caprioli nelle villette. Per i pochi turisti è come una vacanza fuori stagione, ma è quasi Ferragosto.

Massimo Calvi

Avvenire 7.8.2020

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Covid: responsabili perciò liberi

Dopo i mesi della responsabilità, durante i quali abbiamo sopportato privazioni e sacrifici per un bene più alto, quello della tutela della nostra salute e di quella della comunità di cui facciamo parte, è finalmente arrivata la stagione della libertà, una conquista meritata che permette di riassaporare il piacere della vita e di quelle relazioni di cui deve nutrirsi proprio il valore che abbiamo protetto con metodo e sacrificio.

In questo passaggio era inevitabile che si verificassero eccessi e strappi alla regola della prudenza: diversamente, forse, non potremmo dirci totalmente umani, come sembra testimoniare proprio l'esuberanza e la sfacciataggine con cui le generazioni più giovani ora paiono voler reclamare la riconquista di uno spazio fisico e sociale che la natura per diritto riserva loro.

Il passaggio dalla fase della responsabilità, cioè dei limiti, a quella della libertà, ovvero del superamento dei confini, non è tuttavia qualcosa che può avvenire senza una riflessione su quanto abbiamo imparato, distruggendo di colpo la mappa della convivenza tracciata con tanta attenzione in una fase di drammatica emergenza sanitaria, o sfasciando l'edificio che abbiamo costruito con tanto impegno a protezione di tutti.

Il virus non è morto, c'è, è vivo, circola ancora tra di noi. Stiamo meglio e ci ammaliamo in modo meno grave anche perché ci stiamo proteggendo, perché tanti continuano a fare esercizio del proprio senso di responsabilità. Ma focolai di contagi, come era prevedibile, si stanno ripresentando un po' ovunque anche in Italia e non solo in molti Paesi del mondo.

 Una rimpatriata di ex compagni di classe, un luogo di lavoro nel quale si sono allentate le regole, una festa tra parenti, un assembramento non controllato: oggi siamo più preparati nell'affrontare l'emergenza, ma non possiamo lasciare che il desiderio di evasione faccia dimenticare tutto quanto è stato, almeno in una parte del Paese: la sofferenza, il terrore, i familiari e gli amici morti, il buio esistenziale, la perdita di posti di lavoro, la fame che molte famiglie hanno incominciato a patire e che conosceranno nei prossimi mesi.

In questo senso, le parole che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha pronunciato ieri durante la Cerimonia del Ventaglio, davanti ai rappresentanti della stampa, arrivano nel momento giusto e sono il necessario richiamo a fare tesoro di tutte le lezioni che il Covid ha impartito, per guardare ai prossimi mesi con la serenità di cui una comunità ha bisogno. La «rimozione delle esperienze sgradevoli», ha notato il Capo dello Stato, la «tendenza a dimenticare», poteva essere prevista in qualche modo, ma non era immaginabile arrivasse così presto, «mentre continuano a morire persone per il virus».

In poche frasi Mattarella ha consegnato ai cronisti - celebrando il servizio e ruolo fondamentale dell'informazione professionale e di qualità - una lista di impegni, valori e prospettive che dovremmo custodire e rileggere ogni giorno per i tempi a venire. Ha ricordato le esperienze di «preziosa e reciproca solidarietà» che ha unito i popoli, gli aiuti di cui ha beneficiato e beneficerà il nostro Paese, il «cambio di paradigma politico e istituzionale» dell'Unione Europea, fino a pochi mesi fa «inimmaginabile». Ha indicato nella ripresa regolare della scuola l'«obiettivo primario» cui deve tendere ora la nazione, significato di un futuro che possiamo darci assicurando la migliore istruzione e una formazione di qualità alle giovani generazioni.

Un tesoro di consapevolezza che non può essere disperso ora semplicemente perché rischiamo di confondere il significato del termine libertà, nell'illusione che la responsabilità sia solo un banale accessorio. Dietro una fake-news sull'indebolimento del virus, dietro un desiderio di visibilità nutrito con manifestazioni provocatorie, dietro la pubblicità gratuita conquistata con esibizioni pubbliche di protervia o spavalderia, dietro la fabbrica dell'irresponsabilità pubblica che sta tornando operativa a pieno ritmo, non ci sono solo altri possibili malati, ricoveri o altri morti, ci sono nuove paure, negozi e locali che richiudono, attività che rallentano, disdette che piovono. Ci sono nuovi confini e nuovi muri che rischiano di alzarsi.

Gli italiani hanno dimostrato, nella difficoltà, di saper rispondere con coscienza e di ottenere grandi risultati. I dati dei contagi di queste settimane, nel confronto mondiale, lo dimostrano abbondantemente. Abbiamo appreso che possiamo tornare a vivere e declinare pienamente il nostro desiderio di libertà, semplicemente con qualche piccola accortezza in più. Niente di impossibile né di intollerabile. L'importante è ritrovarsi a parlare lo stesso linguaggio. «Imparare a convivere con il virus - ha detto il Presidente della Repubblica - non vuol dire comportarsi come se il virus non ci fosse più», e soprattutto «non bisogna confondere la libertà con il diritto di far ammalare gli altri». Libertà, responsabilità, comunità: c'è un lessico capace di unire, troviamo il modo per custodirlo.

Massimo Calvi

Avvenire, 1.8.2020

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Recalcati sulla crisi della famiglia

 MassimoCalvi

Dopo anni di crisi caratterizzata tuttavia da una sostanziale tenuta della famiglia come istituzione, oggi ci troviamo a tutti gli effetti in una società "post-familiare". A rilevarlo è il rapporto del Centro internazionale studi sulla famiglia (Cisf), pubblicato in questi giorni: la famiglia classica, composta di madre, padre e figli naturali o adottivi è diventata solo una delle tante possibilità di dire famiglia, in un contesto sociale, culturale, economico, caratterizzato da incertezza e fluidità, dove la crisi demografica esprime tutta la difficoltà di compiere scelte definitive. Di «crisi di civiltà» ha parlato non a caso il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, riferendosi al drammatico calo delle nascite.

Lo psicoanalista Massimo Recalcati è osservatore e testimone di questa trasformazione in atto anche nella società italiana. La sua analisi può essere discussa, ma esprime una larga parte della cultura che rappresenta e caratterizza il nostro tempo. A lui chiediamo di spiegare e provare a interpretare questo passaggio.

«Come psicoanalista non sono preoccupato dalle trasformazioni che hanno investito la cosiddetta famiglia naturale per il semplice motivo che non ritengo che la famiglia sia un evento della natura. Al contrario, penso che la famiglia sia un evento profondamente umano, legato alla forza della parola e della promessa, un evento etico centrato sulla responsabilità illimitata nei confronti dei figli e sull'amore tra chi ne fa parte».

Una famiglia che coincide sempre di più con il privato delle relazioni affettive e che ha rotto il legame tra relazione sponsale e relazione genitoriale, come scrivono i curatori del rapporto Cisf, che cosa restituisce alla società?

Il problema ha tanti risvolti. Io credo nell'utilità di differenziare la funzione materna da quella paterna, ma non credo che queste funzioni debbano coincidere con delle realtà anatomiche. Sono funzioni psichicamente differenti: madre è il nome della cura che sa ospitare la singolarità del figlio, che sa non essere anonima, che sa essere particolareggiata. Padre è il nome del simbolo della Legge, del limite, di ciò, come diceva Lacan, che unisce e non oppone il desiderio alla Legge. Ma i progressi della tecnica hanno separato l'evento della nascita di un figlio dal rapporto coniugale e anche da quello sessuale.

Il 36% dei giovani tra i 25 e i 34 anni dichiara che non vuole sposarsi, il 40% non pensa di avere figli, solo il 13% dei maschi e il 25% delle femmine pensa a un progetto che prevede il matrimonio e la genitorialità. Perché oggi è così difficile immaginarsi genitori, e poi nascere come genitori?

L'esperienza della genitorialità è un'esperienza di decentramento del proprio Io. Il vero ostacolo a diventare genitori è l'attaccamento al proprio Io che a volte porta anche verso la volontà di avere un figlio che però non ha nulla a che fare con il desiderare un figlio. La nascita di un figlio comporta sempre una certa rinuncia di godimento da parte dei genitori. Rinuncia che nel nostro tempo può essere vista come una sciagura.

Una famiglia centrata soprattutto sulle relazioni, quasi-liquida, post-moderna: è ciò che resta al "turbo-consumatore ipermoderno" di cui parla in "Le nuove melanconie"? È un sintomo della crisi del capitalismo?

Una famiglia è sempre centrata sulle relazioni. Ma questo non significa smarrire il senso del legame familiare. L'identità di padre e di madre non viene mai dalla biologia. È un'illusione materialistica. Un padre non è uno spermatozoo, una madre non è un ovulo. La famiglia è il luogo dell'accoglienza, dell'ospitalità, della casa. Dove c'è accoglienza c'è sempre famiglia. Il discorso del capitalista tende invece a sputare sulla famiglia o a pensarla solo come occasione di vendita dei suoi prodotti. Io credo fortemente nel fatto che la vita umana necessiti di radici, di essere accolta, di avere una famiglia.

È vero, «un padre non è uno spermatozoo e una madre non è un ovulo», ma è pur vero che senza un padre e una madre biologici, la vita semplicemente non c'è. Lei ha scritto che per essere madri o padri, ci vuole sempre «un supplemento ultra-biologico, un atto simbolico, una decisione, un'assunzione etica di responsabilità». Come può avvenire questo passaggio se la famiglia non ha confini precisi e non ha più nemmeno un solo tetto?

Non dobbiamo fissare la pagliuzza e ignorare la trave. La trave è che il discorso del capitalista vorrebbe distruggere il discorso educativo come tale inculcando come unico discorso possibile quello del profitto e del successo individuale. La trave è l'assenza dell'amore come ingrediente fondamentale dei legami umani. La trave è il primato dell'Io su ogni cosa. La pagliuzza è la metamorfosi storica della famiglia contemporanea che oggi non è più nucleare, formata da una coppia bianca eterosessuale con un paio di figli, ma si è stratificata, complessificata, emancipata dalla natura...

Perché la ricerca della felicità riesce sempre meno a coincidere con il desiderio di una relazione che duri "per sempre" e con una famiglia, magari numerosa? Tutti evocano la felicità e l'amore, ma ciascuno attribuisce a queste parole significati diversi. Come ritrovarsi almeno sui termini?

Che amore e felicità siano parole alle quali ciascuno di noi dà un significato singolare è inevitabile. Guai se esistesse una misura universale della felicità e dell'amore. Saremmo in un regime totalitario. Io penso che ogni amore degno di questo nome voglia essere per sempre, che scommetta sulla propria eternità. Nondimeno sappiamo che gli amori finiscono, e spesso finiscono male. Ma quando accade che dei genitori si separino è essenziale pensare che la funzione genitoriale trascende la fine di quell'amore. Nel sacrificio non c'è mai bene, non c'è mai gioia. Il sacrificio mortifica la vita. I nostri figli hanno bisogno di testimoni vivi della vita e non di sacrifici senza speranza.

Mi definisca in breve il significato della parola "amore".

L'amore non è niente se non i suoi atti. Darsi, donarsi, tuffarsi, saltare nel vuoto, disarmarsi.


Massimo Calvi

Avvenire 19.7.2020

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Le previsioni sulla popolazione mondiale

Da tempo diversi ricercatori sostengono che le previsioni dell'Onu circa l'evoluzione della popolazione sulla Terra, e dunque anche gli allarmi sull'esplosione demografica planetaria, sono da rivedere (su Avvenire ne abbiamo scritto spesso: shorturl.at/kuCJ6, shorturl.at/nrKS1).

Ora a sostenerlo è anche uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Lancet, a cura degli scienziati dell'Institute for Health Metrics and Evaluation (Ihme), finanziati dalla fondazione Bill e Melinda Gates. In sostanza le nuove previsioni indicano che dai 7,7 miliardi attuali il mondo dovrebbe raggiungere il picco di 9,7 miliardi di abitanti nel 2064, per poi scendere a 8,8 miliardi di persone nel 2100, cioè quando un bambino che nasce oggi avrà 80 anni. I nuovi calcoli "tagliano" di un paio di miliardi la cifra finora fornita dalle Nazioni Unite.

Questo però non vuol dire che ora andrà tutto bene e tutto meglio. Le trasformazioni demografiche, soprattutto se di questa portata, incorporano sempre una buona dose di tensioni quando non sono comprese in tempo e governate. Lo "sboom" della popolazione può essere molto più problematico da gestire dell'esplosione demografica. Pensiamo solo all'Italia: a fine secolo il nostro Paese potrebbe dimezzare la popolazione scendendo dai 60,6 milioni di abitanti del 2017 a 30,5 milioni, con effetti dirompenti per la sua economia, il Pil e il posizionamento nello scenario geopolitico. Nel 2100 l'Italia sarà solo al 25° posto tra i Paesi più ricchi (oggi è all'8°) superata da Israele, Egitto, Malesia e anche dall'Irlanda.

Un governo previdente dovrebbe intuire che le misure di sostegno alla natalità devono essere il centro dell'azione politica. Destino non diverso per Paesi europei come la Spagna o il Portogallo, mentre la Germania potrebbe perdere 17 milioni di abitanti e la Svezia guadagnarne 3 milioni.

Come mai questa revisione al ribasso delle stime, che prevedono per il 2100 una convergenza globale del tasso di fecondità a 1,7 figli per donna, sotto il livello che mantiene stabile la popolazione, dai 2,4 attuali? Le ragioni sono sostanzialmente tre: la diffusione dei programmi di istruzione delle donne nei Paesi meno avanzati, l'avanzata dell'urbanizzazione, e ovviamente l'accesso più facile alla contraccezione. Se vengono meno molti motivi di preoccupazione legati al numero di abitanti della Terra e all'impatto sull'ambiente (che resta un tema su cui mantenere alta l'attenzione), la vera questione sarà la distribuzione delle persone nel mondo: in alcune aree gli abitanti si dimezzano, in altre crescono meno del previsto ma raddoppiano. Cosa comporterà per la stabilità mondiale questa asimmetria?

Tra i 195 Stati analizzati, anche la Cina dovrebbe dimezzare i suoi abitanti, a 730 milioni, mentre nell'Africa sub-sahariana la popolazione triplicherà da 1 a 3 miliardi. La vera scalata al potere attribuito dalla popolazione la compirà la Nigeria, che passerà in otto decenni da 206 a 790 milioni di abitanti e sarà il secondo Paese più popoloso, dietro l'India ma davanti alla Cina, a sua volta sorpassata dagli Usa. Così il Ciad, da 15 a 123 milioni, e il Niger, da 21 a 185 milioni.

Più vicino a noi, il boom dell'Egitto che chiuderà il secolo a quasi 200 milioni di abitanti.

Massimo Calvi

Avvenire, 16.7.2020


L'algoritmo del calcio? Meglio i rigori

Il mondo del calcio si è dotato di un nuovo tormentone: si chiama “algoritmo”. L’algoritmo è per tutti gli appassionati una specie di spettro, perché qualora venisse utilizzato vorrebbe dire che anche il campionato di Serie A non giungerebbe al termine giocando sul campo tutte le gare sospese per il Covid–19. L’algoritmo, infatti, è la formula elaborata dalla Federazione per determinare, in caso di un’ulteriore sospensione forzata, vincitori e sconfitti, retrocessioni, promozioni, posizioni per l’accesso alle coppe e quant’altro serve per definire ciò verso cui tutto è proteso: la classifica finale.
L’algoritmo è già stato utilizzato per chiudere i campionati “minori”, Legapro e serie D. Ma in serie A e B le emozioni in gioco sono più intense e complesse. E facendo i conti con l’algoritmo qualcuno potrebbe perdere la posizione nella classifica attuale mentre qualcun altro potrebbe avanzare oltre i propri meriti, senza giocare. Ora, provate solo a pensare a quali reazioni generalmente animano il pianeta calcio quando è il campo a fare il risultato – al netto della terna arbitrale, s’intende – e immaginate cosa potrebbe accadere qualora l’algoritmo decidesse vittorie e sconfitte senza che il pallone rotoli: una gioia senza festa, una delusione senza lutto.
Il dramma dell’algoritmo è però nel ruolo deterministico che gli si attribuisce, figlio di quella deriva tecnocratica che si è impossessata del mondo del pallone. Sì, perché l’algoritmo, che deve il nome al suo inventore, il matematico arabo Muhammad al–Kwarizmi, non è altro che una formuletta molto simile a quelle che il calcio applica da sempre per attribuire vittorie o sconfitte in caso di parità: scontri diretti, gol fatti o subiti in casa o fuori, e via dicendo.
Con l’algoritmo il calcolo è solo un po’ più complicato: la media dei punti in casa si moltiplica per le partite che mancano in casa, la media dei punti in trasferta si moltiplica per le partite che mancano in trasferta, e la somma di questi due risultati si aggiunge ai punti conquistati fino a quel momento. Dunque non sono né un computer, né una macchina, né tantomeno un’entità astratta a determinare il risultato, bensì le persone che hanno fissato il criterio. Richiamare insistentemente l’algoritmo è trasformare nient’altro che un’opzione politica in una sentenza estranea alla volontà umana.
È la stessa deriva che sta rivoluzionando il pallone dopo l’introduzione della Var: la Video Assistance Referee avrebbe dovuto essere una tecnologia di ausilio alle valutazioni dei giudici di gara, invece si sta inesorabilmente trasformando in uno strumento ancora piuttosto arbitrario di giudizio, tuttavia inattaccabile per l’aura tecnologica e scientista che le è attribuita, antitesi del senso stesso del calcio.
Tutto è però un paradosso: all’esame del Var nemmeno Achille, come suggeriva Zenone, raggiungerebbe mai la tartaruga, pur se la vita reale indica altro. E così al giudizio dell’algoritmo anche la vittoria o la sconfitta si manifestano quale volere di un’entità superiore, espressione della potenza di un microchip, mentre ai tifosi–adepti è concesso solo di esultare per la fortuna inattesa o piangere per il torto subito. Una monetina non sarebbe più giusta e assolverebbe l’essere umano dalla responsabilità che gli spetta. Meglio giocarsela ai rigori, allora: 11 metri, in tempi di Covid, fanno paura solo al virus.
Massimo Calvi
Avvenire, 19.6.2020
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Ecco il Family Act

In Italia le famiglie sono abituate a non credere alle promesse. Quando si parla di nuovi sostegni ai genitori, anche tra le associazioni familiari la consapevolezza si traduce spesso in una battuta amara, frutto di stagioni di attese tradite: «L’anno della famiglia? È sempre il prossimo», si dice. Oggi tuttavia le probabilità che questo sia veramente un anno importante per le famiglie sono aumentate. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al disegno di legge delega sul Family Act, provvedimento che contempla l’introduzione anche in Italia di un assegno unico e universale per ogni figlio, oltre a congedi parentali ampliati e misure per favorire la conciliazione tra lavoro in casa e fuori.
Perché questo si traduca in realtà, e perché la riforma possa avere un reale impatto sulle famiglie esistenti e future sono però necessarie alcune condizioni.
In termini di impatto demografico e sulle scelte di vita, infatti, siamo già fuori tempo massimo: una misura come questa andava realizzata 10–20 anni fa, oggi stiamo rincorrendo, e ci sono bisogni che si stanno già evolvendo. Per questo è necessaria un’adesione culturale e ideale ampia, di tutta la società.
Attorno al Family Act, proposto dalla ministra per la Famiglia Bonetti, non basta auspicare una vera convergenza di Italia Viva e Pd (che porta in dote la proposta dell’assegno Delrio-Lepri) e di M5s: è necessaria l’apertura a un’ampia maggioranza parlamentare per condurre alla nascita di un progetto patrimonio di tutto il Paese. L’obiettivo non è solo arrivare a una riforma operativa entro fine anno, ma essere consapevoli che senza risorse dedicate e consistenti anche il nuovo assegno continuerà a restare poco più di una promessa. Ciò che serve è una rivoluzione culturale attorno alla famiglia e ai figli che sia compresa e assimilata da tutti, anche dal mondo delle imprese, della finanza, del credito.
Un’indagine realizzata proprio per il Ministero della Famiglia da Istituto Toniolo e Ipsos fa capire bene l’urgenza di una svolta: con l’emergenza Covid la quota di giovani italiani che ha accantonato definitivamente il progetto di sposarsi o di avere un figlio è risultata doppia rispetto a quanto registrato in Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna, con percentuali del 40 e del 36%.
L’insicurezza è il tratto dominante quando si cerca di guardare al futuro in un Paese, il nostro, diventato fragile nella capacità di offrire prospettive di stabilità alle nuove generazioni. Un contagio che spezza il respiro del domani, che va fermato e sanato con buone riforme e con la capacità di comprendere che gli interventi che hanno la famiglia e i figli al centro sono diventati una priorità. E un provvedimento come il Family Act può essere solo il primo atto di un’opera più grande.

Massimo Calvi
Avvenire 12.6.2020
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Smart work e addio al pendolarismo?

Durante la pandemia di Covid-19 sono state individuate diverse correlazioni legate alla diffusione del virus. I ricercatori hanno segnalato ad esempio possibili legami con i livelli di inquinamento, le temperature, la frequenza delle relazioni tra le generazioni, la struttura demografica. Non sempre è facile dimostrare un rapporto di causa-effetto, ma questo tipo di studi offre sempre buoni spunti di riflessione. Si è anche visto che i contagi si accompagnano ai livelli di mobilità di un territorio e alla presenza di grandi infrastrutture di trasporto. L’area di Wuhan, Milano-Bergamo, l’Île-de-France, Londra, New York, sono contesti metropolitani particolarmente colpiti dal Covid-19 e con caratteristiche simili in termini di densità degli spostamenti. L’ipermobilità che caratterizza il nostro mondo potrebbe cioè essere uno dei tanti elementi capaci di favorire i progetti pandemici del virus.
Le nuove consapevolezze emerse nel corso della pandemia hanno spinto a elaborare analisi e confronti sulla necessità di riprogettare il modo di vivere le città, anche a prescindere dal coronavirus, cogliendo l’opportunità per pensare di più alla qualità della vita. “Avvenire” ha ospitato diversi interventi in questa direzione (con articoli tra gli altri di Leonardo Becchetti, Franco La Cecla, Francesco Gesualdi, Giovanni Sanesi), rafforzando l’idea che le crisi possono agire come incentivo a favore di quei cambiamenti che diversamente non si avrebbe il coraggio di perseguire. La paura del virus ha spinto ad esempio a considerare anche in Italia la possibilità di spostarsi in modo diverso nelle aree urbane, riscoprendo le due ruote e le infrastrutture che ne possono facilitare l’uso. La gravità delle malattie polmonari dovute anche allo smog sta suggerendo l’adozione di misure più drastiche per contenere l’inquinamento. Il confinamento ha fatto capire che più verde nelle città aiuta a stare meglio e può non costringere alle fughe fuori porta nei fine settimana. Allo stesso modo lo smart working ha permesso di capire che in tanti casi la presenza fisica in ufficio non è necessaria, che lo spostamento può avvenire in giorni e orari diversi dal solito, ma anche che non sempre la residenza in una metropoli è fondamentale.
Una delle suggestioni alimentate dal coronavirus guarda alla riscoperta dei borghi persino nell’ottica di una riflessione più ampia su cosa possiamo considerare veramente essenziale. In un intervento recente dedicato proprio al «declino della geografia dell’ipermobilità», il demografo francese Gérard-François Dumont ha usato un termine efficace parlando di «diritto alla mobilità digitale». Anche dovesse finire la pandemia, in sostanza, non sarebbe sbagliato immaginare di investire maggiori risorse nelle reti che possono emancipare le persone dall'obbligo di muoversi.
Il tema della libertà dalla costrizione del pendolarismo è un aspetto che andrebbe preso in seria considerazione. In gioco c'è il ripensamento della funzione delle città, ma anche la riscoperta di economie locali che la globalizzazione e un certo modello di sviluppo hanno spinto ai margini. Forse è il momento di riflettere sul fatto che grazie al telelavoro è possibile riprogettare il territorio in senso multicentrico, immaginando una rete di borghi nella quale le città svolgono un ruolo di hub economici. O pensare che attrazioni, musei, ospedali, uffici possono essere dislocati diversamente, e che gli spostamenti tra centri e periferie non debbano avvenire necessariamente in un'unica direzione.
Con una parte infinitesimale delle spese necessarie a costruire o ampliare strade, aeroporti e ferrovie si possono realizzare reti e infrastrutture digitali capaci di rendere le persone libere di scegliere dove vivere, quando e come spostarsi, e dunque di decidere anche “come” vivere. È una questione ambientale, ma allo stesso tempo è una sfida molto umana.

Massimo Calvi
Avvenire 30.5.2020
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Cambiare per far andare tutto meglio

Non illudiamoci: non andrà tutto bene. Ora che si incomincia a vedere una luce in fondo al tunnel dell’emergenza coronavirus lo possiamo ammettere. Non sarà facile far andare tutto bene: intanto perché già prima non andava così bene come ci piace pensare adesso; ma soprattutto perché il rallentamento delle attività, il blocco di interi settori e della vita che li animava, la decrescita imposta e subìta a causa della pandemia avranno effetti drammatici per molti di noi e per tante famiglie. Occorrerà prepararsi. E pensare al “prima” può aiutare a programmare meglio il “dopo”.
Prima che il coronavirus arrivasse a sconvolgere le nostre vite la grande questione globale era rappresentata – e continua a esserlo – dall’emergenza climatica. Per anni ci siamo interrogati su come diminuire i consumi di petrolio, limitare le emissioni prodotte dalla combustione di fonti fossili, ridurre i trasporti, il traffico aereo e marittimo, le auto in città, le crociere, l’iperturismo... In una parola: come contenere gli eccessi della società dei consumi. Per la nostra salute e per quella del pianeta.
Nel giro di poche settimane un virus è riuscito in ciò che all’umanità sembrava impossibile, ma ha richiesto un sacrificio pesantissimo in termini di vite umane e non cessa di esigere condizioni inaccettabili. In breve tempo però ci siamo resi conto del perché era così complicato non solo fermare tutto, ma anche rallentare un po’: costa. Costa tanto. Se si viaggia meno, se si esce meno, se si comprano meno auto o vestiti, migliaia di persone smettono di lavorare. E presto incominciano a patire la fame. È quanto sta accadendo in Italia e nel mondo.
Il sistema consumistico sul quale ha posto le basi la società contemporanea per garantirsi il benessere è all’origine di molte distorsioni sociali e ambientali. È evidente che va corretto. La lezione che stiamo imparando in questa emergenza è però duplice: quel modello ci sta distruggendo, ma uscirne, come accade per ogni dipendenza, può fare molto male. Per questo tutte le energie del mondo – non solo di qualche governo o di qualche regione (Europa inclusa) in ordine sparso – andrebbero concentrate in una sola direzione: come ripartire al più presto, come farlo in sicurezza, e come farlo senza commettere gli errori di prima. Anche questo è solidarietà: restare fermi troppo a lungo, smettere di pedalare, farà cadere molti.
Il virus sembra però dirci un’altra cosa fondamentale: la “responsabilità”, quando è imposta, diventa totalitarismo. La società del numero chiuso rischia di essere oppressiva. Il Sars-CoV-2 sembra il prodotto di laboratorio di un progetto di dittatura che stravolge gli ideali umanitari e ambientalisti per privare le persone di diritti e libertà, imporre un controllo, realizzare progetti eugenetici e di selezione. È esattamente contro il rischio di questa deriva individualista nello sguardo sul Creato che oggi si può rileggere il grande messaggio di libertà che papa Francesco ha scolpito nella Laudato si’ parlando invece di «conversione ecologica» nel segno della «solidarietà universale» e pensando al bene dell’intera «famiglia umana».
Nella pandemia stiamo testando in prima persona cosa significhi essere una comunità solidale e responsabile. È importante farne tesoro: la consapevolezza di questo valore tornerà utilissima quando sarà il momento di ripartire sul serio ed è quello che ci permetterà di farlo nel migliore dei modi. Solo così potrà andare tutto bene, e forse meglio.

Massimo Calvi
Avvenire, 24.4.2020
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Gli scialpinisti del virus

Abbiamo affrontato il coronavirus come scialpinisti spericolati e un po’ troppo sicuri di sé. Forse è stato questo l’errore: di fronte all’epidemia di Covid-19 i governi, i maggiori leader mondiali, ma anche i loro consulenti tecnici, sembrano essersi comportati tutti in modo simile a uno sciatore che decide di avventurarsi fuoripista nonostante l’allarme dei bollettini meteo, e finisce travolto dalla valanga.
Questa analogia è suggerita da un test condotto qualche anno fa in Trentino da ricercatori che hanno intervistato quasi 300 appassionati di sci-alpinismo valutando la loro propensione al rischio. L’aspetto interessante della ricerca, guardando a oggi, è l’aver messo in luce che l’errore dello scialpinista che si mette in pericolo non dipende tanto dalla scarsa conoscenza della situazione, dalle abilità, o dalla volontà di assumersi dei rischi, ma da una componente del carattere: le persone cosiddette “overconfident”, cioè quelle che secondo i test psicometrici sono convinte di sapere più di quanto realmente sanno e mostrano un eccesso di sicurezza, si espongono a una probabilità doppia di incidente da valanga.
È una lezione che si può applicare bene al presente: l’articolo con cui Enrico Rettore, economista dell’Università di Padova, Sara Tonini, dell’università di Città del Capo, e Paolo Tosi, fisico a Trento, davano conto della loro ricerca nel 2015 sulla voce.info, si intitolava “Quando lo scialpinista incontra un cigno nero”. Il cigno nero, come abbiamo imparato riscoprendo la definizione di Nassim Nicholas Taleb, è un evento altamente improbabile, ma dalle conseguenze potenzialmente devastanti: come una valanga, un collasso finanziario o, appunto, una pandemia virale.
In sostanza il maggior pericolo per il nostro benessere sembra derivare più dalla “spavalderia” di chi deve prendere le decisioni che dai pericoli esterni. Quanto accaduto con il coronavirus sembra rispettare questa regola. In Italia, nonostante gli avvisi, nessuno si aspettava di sperimentare un’emergenza sanitaria più seria di quella della provincia cinese dell’Hubei, e quando il virus è arrivato ci siamo trovati impreparati. Qualche politico ha mostrato un eccesso di fiducia anche dopo i primi contagi, ma chi poteva sapere che questa epidemia avrebbe avuto un corso così diverso da altre del passato?
Meno comprensibile è stato il comportamento di altri Paesi, dalla Francia di Emmanuel Macron che sembrava voler cogliere un’opportunità di fronte ai guai dell’Italia, alla Gran Bretagna di Boris Johnson, ricoverato in terapia intensiva dopo aver immaginato l’uscita rapida dalla crisi in virtù della teoria dell’immunità di gregge; dalla Svezia del “tutto aperto”, tornata frettolosamente sui suoi passi, agli Usa di Donald Trump, passati dal classico “è poco più di un’influenza”, al record di contagi. A comportarsi come uno sciatore prudente che rinuncia all’escursione e si salva la vita sembra essere stata la Grecia, che he seguito l’Italia nel lockdown pur non avendo un’emergenza.
I processi in questo momento non aiutano. D’altra parte sono anni che i sistemi sanitari occidentali, superate le battaglie con l’Hiv, Ebola, la Sars, sembrano cullarsi nell’illusione di aver messo le malattie infettive fuori dal perimetro delle emergenze possibili, scegliendo di concentrarsi su patologie più comuni e costanti, come i tumori o le malattie neurodegenerative, e dunque era più facile commettere errori di sottovalutazione. Ma se alla classe politica, per la natura di questa attività, non si può rimproverare troppo l’eccesso di audacia, forse agli esperti che stanno alle spalle dei governi e ai tecnici pagati per valutare i bollettini della neve, prima o poi bisognerà chiedere come mai siamo finiti tutti sotto una valanga. Anche per capire ora come si scia per scendere dal “picco”.
Massimo Calvi
Avvenire, 11.4.2020
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Un test sierologico in arrivo. Funziona?


In questi giorni si parla molto di test sierologici, esami del sangue in grado di scoprire in fretta se una persona è già stata contagiata dal coronavirus, è guarita e può tornare a una vita normale senza rischiare di ammalarsi o contagiare altre persone. Molte regioni stanno ricorrendo a questi test, con kit acquistati all'estero. Il ministero della Sanità ha però ricordato che non possono sostituire il test molecolare, perché non affidabili per una diagnosi di positività. Cerchiamo di capire di cosa si tratta, facendoci aiutare dal professor Sergio Rosati, ordinario di malattie infettive degli animali al dipartimento di scienze veterinarie all'Università di Torino, dove si sta lavorando per produrre un test affidabile e made in Italy.

A cosa servono i test sierologici?

A rivelare gli anticorpi che qualsiasi individuo produce in risposta a un'infezione (o a una vaccinazione). In questo caso si tratta di ricercare quelli diretti verso le principali proteine del virus Sars?Cov?2, che è responsabile di Covid?19. Alcuni di questi anticorpi sono diretti verso le proteine esterne che il virus utilizza per attaccarsi alle nostre cellule: si chiamano "neutralizzanti" perché neutralizzano il virus e impediscono la prima fase di attacco, e sono spesso identificati come anticorpi "protettivi". Dunque i test sierologici ci dicono che una persona ha superato l'infezione e che potrebbe essere protetta.

In cosa si differenzia il test sierologico dal classico tampone?

Sono due test diversi che vedono cose diverse in tempi diversi. Le analisi sul tampone mettono in evidenza il virus. Il test è molto sensibile e risulta positivo nella prima parte della malattia, quando il sistema immunitario non è ancora capace di produrre una risposta efficace. Poi, sempre ipotizzando che Covid19 sia una infezione acuta autolimitante, il sistema immunitario incomincia a elaborare le prime armi di difesa. A questo punto compaiono i primi anticorpi prodotti dall'organismo, di tipo IgM, che si possono rilevare con un esame sierologico già dopo 5?7 giorni dall'infezione, e di solito raggiungono un picco verso la seconda settimana, poi scompaiono.
Le IgM dicono che l'infezione è recente. Più robusta è invece la produzione di anticorpi di classe IgG, che compaiono dopo e durano nel tempo. Quasi sempre in presenza di IgG specifiche, il virus scompare e il tampone è negativo: il sistema immunitario ha vinto la sua battaglia. Quindi il test sierologico ci può dire se una persona ha superato la malattia, ma non può sostituire il tampone, perché classificherebbe gli infetti solo quando è ormai tardi per isolare il paziente.

Una persona immunizzata può trasmettere il virus?

Dobbiamo definire il termine "immunizzato". Chi è immune non trasmette un virus e non si ammala nuovamente, almeno fino a quando perdura l'immunità. In caso di Covid?19 bisogna però ancora capire se la persona sieropositiva, cioè con anticorpi specifici nel sangue, è immune. La ricerca degli anticorpi nel sangue è il modo più pratico e potrebbe essere considerato un marker di protezione, ma non necessariamente la protezione in sé stessa.

Come essere sicuri con un test che una persona non è più contagiosa?

Sono necessari studi come quello che stiamo compiendo, con la stessa procedura usata per i vaccini. E' necessario seguire nel tempo i soggetti guariti, quantificare il livello di anticorpi e possibilmente effettuare tamponi. Per questo ci siamo concentrati sul personale sanitario. Il test deve essere "quantitativo", cioè capace di definire la quantità di anticorpi, "sensibile", cioè in grado di identificare come positivi i soggetti che hanno effettivamente superato l'infezione, e "specifico", cioè classificare come negativi i soggetti che non sono ancora venuti a contatto con il virus. Questo ultimo aspetto è cruciale perché un test poco specifico potrebbe dare un'illusione di immunità. E risultare pericoloso.

I kit in circolazione sono affidabili?

Difficile dirlo. Molti test sono stati sviluppati in pochissimo tempo e sono stati testati su numeri limitati di campioni. Inoltre sono ancora pochi gli studi scientifici per definire il campo di applicazione dei test sierologici. È inutile e insidioso disporre di un test rapido, se poi non sappiamo come interpretarlo. Inoltre sono quasi sempre test di tipo qualitativo (positivo o negativo), non quantificano il titolo anticorpale. Forse in questa fase sarebbero da privilegiare test eseguibili in laboratorio, di tipo quantitativo. Il Ministero, con la circolare del 3 aprile, ha giustamente frenato sull'utilizzo un po' schizofrenico dei test rapidi in alcune regioni, che possono procurare più danni che benefici in questo delicato momento dell'epidemia italiana.

Massimo Calvi
Avvenire 5.10.2020