In questi giorni si parla molto di test sierologici, esami
del sangue in grado di scoprire in fretta se una persona è già stata contagiata
dal coronavirus, è guarita e può tornare a una vita normale senza rischiare di
ammalarsi o contagiare altre persone. Molte regioni stanno ricorrendo a questi
test, con kit acquistati all'estero. Il ministero della Sanità ha però
ricordato che non possono sostituire il test molecolare, perché non affidabili
per una diagnosi di positività. Cerchiamo di capire di cosa si tratta,
facendoci aiutare dal professor Sergio Rosati, ordinario di malattie infettive
degli animali al dipartimento di scienze veterinarie all'Università di Torino,
dove si sta lavorando per produrre un test affidabile e made in Italy.
A cosa servono i test sierologici?
A rivelare gli anticorpi che qualsiasi individuo produce in
risposta a un'infezione (o a una vaccinazione). In questo caso si tratta di
ricercare quelli diretti verso le principali proteine del virus Sars?Cov?2, che
è responsabile di Covid?19. Alcuni di questi anticorpi sono diretti verso le
proteine esterne che il virus utilizza per attaccarsi alle nostre cellule: si
chiamano "neutralizzanti" perché neutralizzano il virus e impediscono
la prima fase di attacco, e sono spesso identificati come anticorpi
"protettivi". Dunque i test sierologici ci dicono che una persona ha
superato l'infezione e che potrebbe essere protetta.
In cosa si differenzia il test sierologico dal classico
tampone?
Sono due test diversi che vedono cose diverse in tempi diversi.
Le analisi sul tampone mettono in evidenza il virus. Il test è molto sensibile
e risulta positivo nella prima parte della malattia, quando il sistema
immunitario non è ancora capace di produrre una risposta efficace. Poi, sempre
ipotizzando che Covid19 sia una infezione acuta autolimitante, il sistema
immunitario incomincia a elaborare le prime armi di difesa. A questo punto
compaiono i primi anticorpi prodotti dall'organismo, di tipo IgM, che si
possono rilevare con un esame sierologico già dopo 5?7 giorni dall'infezione, e
di solito raggiungono un picco verso la seconda settimana, poi scompaiono.
Le IgM dicono che l'infezione è recente. Più robusta è
invece la produzione di anticorpi di classe IgG, che compaiono dopo e durano
nel tempo. Quasi sempre in presenza di IgG specifiche, il virus scompare e il
tampone è negativo: il sistema immunitario ha vinto la sua battaglia. Quindi il
test sierologico ci può dire se una persona ha superato la malattia, ma non può
sostituire il tampone, perché classificherebbe gli infetti solo quando è ormai
tardi per isolare il paziente.
Una persona immunizzata può trasmettere il virus?
Dobbiamo definire il termine "immunizzato". Chi è
immune non trasmette un virus e non si ammala nuovamente, almeno fino a quando
perdura l'immunità. In caso di Covid?19 bisogna però ancora capire se la
persona sieropositiva, cioè con anticorpi specifici nel sangue, è immune. La
ricerca degli anticorpi nel sangue è il modo più pratico e potrebbe essere
considerato un marker di protezione, ma non necessariamente la protezione in sé
stessa.
Come essere sicuri con un test che una persona non è più
contagiosa?
Sono necessari studi come quello che stiamo compiendo, con
la stessa procedura usata per i vaccini. E' necessario seguire nel tempo i soggetti
guariti, quantificare il livello di anticorpi e possibilmente effettuare
tamponi. Per questo ci siamo concentrati sul personale sanitario. Il
test deve essere "quantitativo", cioè capace di definire la quantità
di anticorpi, "sensibile", cioè in grado di identificare come
positivi i soggetti che hanno effettivamente superato l'infezione, e
"specifico", cioè classificare come negativi i soggetti che non sono
ancora venuti a contatto con il virus. Questo ultimo aspetto è cruciale perché
un test poco specifico potrebbe dare un'illusione di immunità. E risultare
pericoloso.
I kit in circolazione sono affidabili?
Difficile dirlo. Molti test sono stati sviluppati in
pochissimo tempo e sono stati testati su numeri limitati di campioni. Inoltre
sono ancora pochi gli studi scientifici per definire il campo di applicazione
dei test sierologici. È inutile e insidioso disporre di un test rapido, se poi
non sappiamo come interpretarlo. Inoltre sono quasi sempre test di tipo
qualitativo (positivo o negativo), non quantificano il titolo anticorpale.
Forse in questa fase sarebbero da privilegiare test eseguibili in laboratorio,
di tipo quantitativo. Il Ministero, con la circolare del 3 aprile, ha
giustamente frenato sull'utilizzo un po' schizofrenico dei test rapidi in
alcune regioni, che possono procurare più danni che benefici in questo delicato
momento dell'epidemia italiana.
Massimo Calvi
Avvenire 5.10.2020