Ricchezza: perché il reddito conta sempre meno

Un modo per orientarsi nel dibattito su “tassa di successione sì” o “tassa di successione no”, ma anche su “patrimoniale sì” o “patrimoniale no” potrebbe essere quello di partire da una cifra: 3mila euro. In Italia le dichiarazioni dei redditi Irpef superiori a 3mila euro netti al mese sono inferiori al 3% del totale. Il 97% guadagna o dichiara meno. Circa il 2% si colloca tra i 3 e i 5mila. Queste cifre sono significative se si vuole capire veramente dove si trova la ricchezza degli italiani.

Per essere ancora più chiari facciamo un esempio. Un reddito di 3mila euro al mese è sicuramente elevato, tuttavia non si può tecnicamente definire “ricca” una famiglia con una tale livello di entrate, se sono le uniche, pur se in questa fascia i genitori in Italia perdono il diritto di ricevere gran parte dei benefici. Al Nord infatti la soglia della povertà assoluta per una famiglia con due figli è attorno ai 1.700 euro mensili (al Sud 1.300). Questo significa che vivendo come "poveri" nell’area milanese, in 20 anni con 3mila euro al mese si riuscirebbero a risparmiare circa 300mila euro. Una cifra che permette giusto di acquistare l’appartamento in cui si abita, se si vive in periferia, poco più di un locale se si sta in centro.

Questi numeri non hanno il valore del rigore scientifico, tuttavia sono abbastanza fedeli e indicativi. La domanda cui conducono è la seguente: se tale è la realtà dei redditi italiani, da dove deriva la ricchezza che permette (al netto del Covid, s’intende), il livello di consumi che siamo abituati a vedere? La risposta è semplice: in parte dall’evasione fiscale – vero ammortizzatore sociale informale per tante categorie di lavoratori, valutata attorno ai 100 miliardi di euro – ma anche dal fatto che in una famiglia vi possano essere due o più stipendi, o ancora dalla circostanza per cui chi non ha carichi familiari gode di maggiori capacità di spesa. Le ricchezze più elevate sono anche frutto del lavoro di tanti bravi imprenditori, del talento di grandi artisti o campioni nella loro professione, ma queste percentualmente sono poco significative e rientrano nell’1%. Ora, anche facendo la tara a tutto questo, la conclusione del ragionamento è che nella mischia del ceto medio molto spesso non è il reddito da lavoro a fare la differenza nel determinare il benessere economico di una famiglia, ma sono altre voci, come il patrimonio familiare, le rendite di cui si può beneficiare o ciò che si eredita.

Insomma, il dibattito sulla possibilità di introdurre anche in Italia una forma di imposizione patrimoniale come una tassa sulle successioni più consistenti, oltre i 5 milioni di euro – l’ipotesi-Letta, per capirci – è tutt’altro che fuori luogo. E l’opposizione che la proposta ha incontrato nel dibattito pubblico (che è ben altro dal sentire della popolazione), spiega da sola quanta ricchezza si trovi in Italia al di là del reddito da lavoro o di quello dichiarato ai fini Irpef. La Corte dei conti, nel Rapporto sulla Finanza pubblica 2021, lo ha detto chiaramente: i redditi da lavoro pesano sempre meno sul Pil, eppure restano i più tassati.

Ciò che si potrebbe arrivare a dire, estremizzando, è una verità scomoda da ammettere: senza altri tipi di “fortune”, e mantenendoci sempre sopra la fascia del bisogno, il solo stipendio non è più determinante. Una famiglia nella quale i genitori hanno un discreto livello di assennatezza, cioè destinano una quota significativa dei risparmi possibili all’istruzione e alla formazione dei figli, non sarà mai ricca con le sole entrate del proprio lavoro. Ma questo il sistema fiscale in vigore non riesce a tenerne conto nel momento in cui prevede un carico più leggero sugli altri tipi di guadagni.

E dunque: è così scandaloso ipotizzare una tassazione sulle fortune più grandi in una logica di equa redistribuzione a favore dei giovani? Nel merito della proposta formulata dal segretario del Pd si può obiettare che vincolare anche questa “restituzione” al reddito, oppure all’onnipresente indicatore Isee, è quasi un cortocircuito ideologico. Tuttavia, il tasso di legittimità di un’imposta sulle eredità resta elevato. Il sistema fiscale italiano ha bisogno di essere ricalibrato alleggerendo il peso sul lavoro per trasferirlo altrove: ai consumi, alle rendite immobiliari, ai patrimoni, alle successioni.

Dal tema fiscale il discorso può essere allargato ad altri aspetti, come la concessione di sconti, benefit o provvidenze alle famiglie. In Italia le detrazioni per i figli a carico e gli assegni familiari rispettano una progressività rigorosa, sono cioè calibrati per diminuire violentemente con l’aumentare del reddito, in virtù di uno schema che poteva valere fino a 30-40 anni, fa quando le famiglie erano molto più omogenee e il solco delle divisioni era tracciato in base all’appartenenza a poche classi sociali: operai, impiegati, dirigenti. Ma oggi? Nel mare magnum di quello che si definisce “ceto medio”, cosa fa veramente la differenza? La società è talmente cambiata che i parametri da valutare sono altri e ancora una volta diversi dal reddito. Ad esempio: il numero dei figli, la stabilità o meno del posto di lavoro, la località in cui si risiede e il costo della vita cui ci si rapporta, la disponibilità di case di famiglia anche per le vacanze, le ore di tempo libero, la presenza e il numero di nonni pronti a dare una mano, il loro stato di salute, ma soprattutto il loro reddito o il patrimonio di cui dispongono, e che un giorno sarà ereditato. Per il 98% delle dichiarazioni Irpef, la vera differenza si gioca quasi tutta in queste voci. Ma quale indicatore ne tiene conto?

In una società complessa il perimetro della ricchezza o del benessere ai livelli intermedi è impossibile da definire se ci si ferma a vecchi schemi. È per questo che a fronte di un’imposizione progressiva sui redditi da lavoro che va ripensata nel suo insieme, è necessario pensare a una forma di tassazione anche sulle fortune accumulate o trasmesse, se può servire a sostenere una dote comune a tutti i giovani, o a porre sullo stesso piano tutti i figli minori, quando si parla di concedere sostegni o assegni ai loro genitori. Il dibattito ha bisogno di uscire da confini ideologici antistorici e di superare gli steccati degli interessi personali, per un tuffo salutare nella realtà.

Massimo Calvi

Avvenire, 29.5.2021

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Assegno Unico, i soldi non bastano

Celebrata la prima edizione degli Stati Generali della Natalità, e rilanciato il grande il tema dell’emergenza demografica che, in virtù della difficoltà di molte famiglie nel guardare con fiducia al futuro, comprime le prospettive del nostro Paese, dovremmo chiederci: quali altri passi servono adesso? L’evento di metà maggio, organizzato dal presidente del Forum delle Famiglie, Gigi De Palo, ha offerto per la prima volta dopo anni non solo l’occasione di parlare in positivo della dimensione famigliare, ma anche l’opportunità di raccontare l’importanza dell’istituzione-famiglia inserendola in un discorso pubblico spesso impegnato a guardare altrove.

Il «futuro che manca» e «l’Italia che scompare», se vengono meno le nascite e le famiglie, come hanno evidenziato papa Francesco e il premier Mario Draghi, sono questioni di una tale importanza che, dopo una presa di coscienza di questo livello, ora dovrebbero quantomeno dar vita a un’agenda. Il declino demografico è il nostro male? Bene, cosa facciamo? Non è una domanda retorica. Perché se l’assegno unico si prepara al debutto, e tutti i princìpi che ispirano il Family Act della ministra Elena Bonetti sono stati recepiti nel Pnrr, questo non può essere una risposta sufficiente e definitiva. Il problema è noto, le idee ci sono, la convergenza politica è verificata, ma sul fronte delle politiche per la natalità, cioè delle misure per aiutare le persone a realizzare i propri progetti di vita (e non certo ad avere i figli che non vogliono) sull’aspetto cioè degli interventi necessari, si avverte la presenza di un grande vuoto: quello delle risorse.

L’assegno unico, così come gli altri interventi delineati per sostenere la natalità, hanno una dotazione che si deve avere il coraggio di ammettere essere non sufficiente. I 6 miliardi di euro aggiunti ai 14 che già si spendevano per i limitati benefit monetari alle famiglie, e ampliare la platea di beneficiari del nuovo strumento, non permetteranno di varare una misura adeguata alla sfida che si vuole affrontare. Tutti gli studi in materia dimostrano chiaramente che i soldi cash non sono il primo e unico motore delle nascite, ma le risorse diventano veramente determinanti quando sono consistenti. L’Italia, in questo senso, non può accontentarsi di alzare di qualche punto la modesta spesa per le politiche familiari che resta inferiore alla media europea, ma ha bisogno di raddoppiarla, portandola al 3-4% del Pil, come nei Paesi che sono riusciti a invertire la tendenza demografica negativa.

Servono più risorse, ma probabilmente occorre anche che ci siano più esperti di politiche familiari, magari un tavolo permanente e indipendente, col piacere di essere di maggiore stimolo alla politica.

Dall’approvazione della legge delega sull’assegno unico sono state diffuse molte simulazioni su come potrebbe essere o come dovrà essere il nuovo benefit. Studi interessanti e utili, che hanno fatto emergere molti aspetti di cui si dovrà tenere conto. Ma più che di simulazioni sull’esistente, e su quanto "concesso", andrebbe mostrato che in realtà il Re è nudo. Serve cioè il coraggio di dire che lo stanziamento per l’assegno-figli, 20 miliardi, non basta allo scopo, se si vuole affrontare veramente la crisi demografica e vincerla.

I 6 miliardi aggiuntivi, per avere un’idea, sono circa la metà di quanto è costato il bonus da 80 euro per i lavoratori dipendenti con redditi medi, ed è la medesima cifra stanziata nel marzo 2020 per ampliarne l’importo a 100 euro, ma è anche poco più di quanto destinato al Cashback di Stato sui pagamenti elettronici. Veramente pensiamo che questa cifra possa condurci dall’inverno demografico a una primavera di nascite?

Certo, se il Piano nazionale di ripresa e resilienza avrà efficacia, migliorando le condizioni economiche del Paese, la spinta indiretta alla natalità non sarà irrilevante, e l’approvazione di tutte le riforme previste dal Family Act dovrebbero riuscire a svolgere una funzione significativa. Ieri Draghi ha rafforzato il concetto, ricordando che l’intero scopo del Pnrr è fare dell’Italia «un Paese per giovani», dalle misure per il lavoro a quelle per i mutui casa delle giovani coppie previste dal decreto sostegni-bis.

Tuttavia la vera questione da affrontare resta quella di sempre: assegni per i figli, agevolazioni fiscali alle famiglie, asili nido, congedi parentali e altro, non possono restare concetti declinati in misure-simbolo, ma hanno bisogno di risorse adeguate ad assicurarne l’universalità, restituendo valore e sostanza alle buone intenzioni. È su questo aspetto che si deve essere in grado di fare, e in fretta, un passo più deciso.

Massimo Calvi

Avvenire, 21.5.2021

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Le misure per la famiglia di Germania, Polonia, Ungheria

Da circa dieci anni il numero medio di figli per donna, il tasso di fecondità, tende a calare in tutto il mondo. Salvo eccezioni, la crisi del 2008 ha inaugurato un periodo di incertezza globale i cui effetti, ancora da decifrare, hanno forti ricadute demografiche. In questo scenario, nel quale si inseriscono cambiamenti culturali e timori per la crisi climatica o quella sanitaria, si è visto che alcuni Paesi, a fronte di consistenti investimenti in politiche nataliste, sono riusciti a far crescere i tassi di fecondità. In Europa, mentre si è registrato un calo delle nascite persino nei Paesi nordici e in Francia, anche a causa di recenti limitazioni all’universalità dei sostegni, a distinguersi in positivo sono state la Germania e alcune nazioni dell’Est, Polonia e Ungheria, oltre a Romania e Slovacchia (come spiega il presidente dell’Istat, Giancarlo Blangiardo, nell’articolo per gli Stati Generali della Natalità). Quali misure hanno messo in campo?

In Germania il punto forte, da anni, è il Kindergeld, l’assegno familiare: ammonta a 220 euro al mese per il primo figlio, senza distinzioni di reddito, 225 per il secondo, 250 per i successivi (e circa 160 euro in più per le famiglie povere). Ai redditi superiori ai 60mila euro conviene rinunciare all’assegno, perché le detrazioni fiscali permettono risparmi più consistenti. È inoltre possibile detrarre le spese per l’assistenza dei figli fino a 4.000 euro. A questa base economica molto solida si è aggiunto negli ultimi anni un forte potenziamento dei servizi per l’infanzia e delle misure per la conciliazione vita-lavoro: l’accesso a nidi e materne è un diritto, l’assegno parentale consente 14 mesi a casa al 65-100% dello stipendio (il limite di reddito c’è, ma oltre i 500.000 euro). Berlino spende per famiglia e figli, il 3,3% del Pil, circa 100 miliardi l’anno. In proporzione, è come se l’Italia ne spendesse 51, e non meno della metà. In Germania gli aiuti spettano a tutti i cittadini, anche agli stranieri residenti.

La Polonia ha introdotto dal 2016 un assegno universale per i figli, senza limiti di reddito, pari a 500 Zloty al mese (circa 100 euro a figlio in un Paese in cui lo stipendio medio è di 600 euro). Erogazioni aggiuntive sono previste per gli studenti che iniziano l’anno scolastico, per i nuovi nati, per pagare l’asilo nido o per le famiglie in difficoltà economica o con carenze educative. La "Big Family Card" è invece un sistema di sconti e indennità aggiuntive per i nuclei con più di tre figli, e si può usare sia nelle istituzioni pubbliche che nelle aziende private. La Polonia ha portato la spesa per famiglia e figli al 4% del Pil. È come se l’Italia spendesse solo per quesa voce circa 70 miliardi.

Nei Paesi del blocco di Visegrad i sostegni sono generosi ed estesi, ma il messaggio anti-migratorio che spesso li accompagna ne limita l’impatto umanitario e, in prospettiva, quello demografico. Le misure ungheresi sono vincolate alla nazionalità oltre che ai matrimoni. Ogni coppia di sposi può beneficiare di un prestito di 30.000 euro, la cui restituzione si riduce fino ad azzerarsi alla nascita del terzo figlio, le coppie che hanno un quarto figlio non pagano più tasse per il resto della vita, chi compra la prima casa ottiene mutui scontatissimi con rate sospese alla nascita dei figli, ogni bambino ha diritto al posto all’asilo nido, i congedi parentali sono stati ampliati ed estesi anche ai nonni. Le famiglie numerose possono acquistare un’auto da 7 posti con rimborso fino a 7.500 euro. La spesa per la famiglia in Ungheria è salita al 4,8% del Pil: come se l’Italia destinasse 80 miliardi.

I Paesi che in Europa hanno investito per la famiglia e i figli durante la crisi hanno visto i tassi di fecondità risollevarsi. È da verificare se questa tendenza durerà. Le ricette che funzionano, in ogni caso, non hanno il braccino corto.

Massimo Calvi

Avvenire, 14.5.2021

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Assegno unico, troppi problemi con l'Isee

La notizia che l’assegno unico e universale non partirà a luglio nella sua forma definitiva, come era stato annunciato, ma si dovrà attendere gennaio 2022 affinché la misura entri a regime, non è un fatto positivo. La delusione è molta, considerato da quanto tempo si aspetta una riforma dei sostegni per la famiglia, e soprattutto se si pensa che tra i tanti benefit avviati in questi anni, l’unico a slittare è proprio quello che riguarda i figli.

Per chi ha seguito da vicino il cammino della riforma il rinvio in realtà era altamente probabile. Troppo pochi tre mesi a disposizione dal via libera alla legge delega il 30 marzo 2021, per riuscire a fare tutte le cose necessarie: smontare l’impianto delle detrazioni per i figli a carico, cancellare gli assegni familiari in vigore, pensare a una clausola di salvaguardia e stanziare le risorse aggiuntive, calcolare gli esatti importi dell’assegno unico, decidere se pagarlo con credito di imposta o bonus erogato dall’Inps, chiedere a 7 milioni e mezzo di famiglie di rivolgersi ai Caf per calcolare il reddito Isee, preparare i decreti legislativi e approvarli... La macchina da avviare per l’assegno unico, insomma, è talmente complessa che il ritardo dovrà portare un supplemento di riflessione. E questo può essere un’opportunità.

Un assegno per 6 mesi. La cosa sicura, al momento, è che entro luglio il governo deciderà comunque di erogare un contributo alle famiglie, come ha spiegato la ministra Elena Bonetti. Un’ipotesi è erogarlo per il momento solo a chi attualmente è escluso dai benefici. Operazione complessa: i lavoratori dipendenti percepiscono assegni e detrazioni, gli incapienti solo gli assegni, gli autonomi solo le detrazioni, e in ogni caso si tratta di emolumenti che decrescono rapidamente col reddito: tutti prendono qualcosa, molti prendono poco. Chi escludere?

I fondi in ogni caso ci sono, e si tratta di 3 miliardi per sei mesi. Facendo un calcolo puramente indicativo, se non venissero toccati per ora i 7,7 miliardi di detrazioni, aggiungendo la spesa attuale per gli assegni dei dipendenti (4,7 miliardi) con quella degli altri sostegni alle famiglie (2 miliardi), si arriva a una dotazione complessiva di 10 miliardi per 6 mesi. Considerato che gli under 21 sono 12 milioni se ne potrebbe ricavare, a titolo di esempio, un bonus temporaneo di circa 140 euro al mese per tutti i figli.

Guardare oltre il 2022. Pensando al 2022, invece, l’opportunità riguarda il fatto che, a questo punto, la dotazione può essere aumentata con la prossima legge di Bilancio, dato che i 6 miliardi previsti, si è visto, sono una cifra inadeguata al varo di una vera riforma di livello europeo. Inoltre l’assegno può anche essere ripensato tenendo conto dei molti aspetti critici emersi in queste settimane nelle tante analisi prodotte.

Il vero dell’assegno unico è legato alla scelta di ancorarlo al reddito Isee, per avere una progressività nell’erogazione: senza questo passaggio non ci sarebbe stato alcun ostacolo tecnico legato alla definizione della misura e a un suo varo immediato. Un assegno-figli vincolato alla prova dei mezzi, oltretutto, è una caratteristica che nei 15 principali Paesi dell’Unione europea riguarda solo l’Italia e il Portogallo: altrove il benefit è un importo fisso pagato a tutti i genitori. Molti tra gli esperti che hanno studiato la materia ed elaborato simulazioni ritengono che l’universalità totale sarebbe stata la soluzione più corretta e più equa.

I tanti problemi dell’Isee. Il vincolo dell’Isee previsto dalla delega è più un residuato della stagione in cui la politica sociale ha sovrastato la politica familiare che una reale esigenza di giustizia. L’elenco delle criticità segnalate è lungo. Vincolare l’importo dell’assegno all’Indicatore della situazione economica equivalente della famiglia, è stato fatto notare, può ad esempio scoraggiare il secondo percettore di reddito, in genere la donna, dal cercare un impiego o dal continuare a lavorare, per non veder calare l’importo del contributo pubblico. Una correzione suggerita è congelare il secondo stipendio nel calcolo del reddito. Il ricorso all’Isee può anche penalizzare le famiglie che risparmiano per il futuro dei figli, dato che un patrimonio più alto porta a percepire un assegno ridotto. Infatti è stato anche proposto di neutralizzare una fetta della ricchezza detenuta. Il legame col reddito può persino incentivare o premiare l’evasione fiscale, considerato che l’importo dell’assegno sarà molto più alto per chi dichiara meno, rischiando di avallare una redistribuzione non tanto tra ricchi e poveri, quanto tra chi paga le tasse e chi no.

L’Isee, inoltre, penalizza le famiglie numerose, perché contempla coefficienti poco generosi per i figli dopo il secondo, e serviranno correttivi. Un ulteriore aspetto critico riguarda il fatto che le famiglie potranno vedere l’importo variare di anno in anno, seguendo il fluttuare dell’Isee, vanificando l’obiettivo di dare stabilità al contributo e trasferire fiducia. Ma si pensi anche al caso di coppie con redditi e patrimoni non elevati, che tuttavia sono figli di genitori benestanti, la cui ricchezza non compare, ma può fare molta differenza, sia nel presente sia in termini di eredità futura.

L’equità orizzontale sospesa. A fronte di tanti dubbi emersi proprio tra gli addetti ai lavori, una domanda sorge spontanea: era veramente necessario complicarsi la vita e ancorarsi all’Isee? La questione porta dritto al tema della riforma fiscale. L’assegno unico sarà infatti in parte universale, perché avrà comunque una base minima uguale per tutti (ancora da definire) e una legata alla condizione economica formale. Ora, qualora la parte universale fosse limitata, per chi paga più tasse si porrebbe un serio problema di equità orizzontale, principio garantito dalla Costituzione all’articolo 53. Una famiglia “non povera”, cioè, si troverebbe a pagare un’Irpef pressoché identica a quella di un single. Perpetrando un’ingiustizia a carico dei genitori che dovrà comunque essere affrontata.

Il valore della semplicità. A fronte di così tanti nodi da sciogliere, insomma, il tempo aggiuntivo può consentire un supplemento di riflessione. L’Isee è stato previsto dalla legge delega per ragioni (comprensibili) di carattere politico, e non si può toccare. Tuttavia nulla vieta che possa essere applicato in modo diverso rispetto a quanto simulato finora. Un assegno con caratteristiche “europee” può avere ad esempio una base comune per tutti significativa e prevedere un aumento consistente solo a chi presenta la dichiarazione che certifica il reale stato di bisogno. Oppure contemplare due-tre fasce al massimo, al posto di una complicata curva discendente legata al calcolo di un indicatore che è tutt’altro che garanzia di equità, e prevedere una riduzione dell’importo solo per i veri Paperoni, anziché alimentare disuguaglianze all’interno del ceto medio di un Paese ai vertici europei per evasione fiscale. Il valore e l’equità di una misura di politica familiare si misura anche dalla sua semplicità.

Massimo Calvi

Avvenire, 6.5.2021

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Nascite a picco anche nel 2021

Il calo delle nascite che nel 2020 ha fatto registrare il minimo storico di 404mila bebè – il 3,8% in meno in dodici mesi, con un numero medio di figli per donna sceso a 1,24 – proseguirà con toni ancora più drammatici per tutto l’anno in corso. Gennaio 2021 ha visto infatti una flessione delle nascite del 14,3% e l’anno potrebbe chiudersi con una diminuzione tra il 3 e il 5%, con un numero di nati da scenario di guerra, tra i 384mila e i 393mila.

Il dato, allarmante, è frutto di un’elaborazione curata dal presidente dell’Istat, il demografo Giancarlo Blangiardo, diffusa insieme agli Indicatori Demografici per il 2020. L’esercizio di estrapolazione mostra un Paese unito dalla paura e bloccato dall’insicurezza già dal febbraio 2020, quando l’emergenza sanitaria era ancora agli esordi da un punto di vista mediatico. Lo si vede bene dal fatto che nei primi dieci mesi dell’anno scorso il calo delle nascite viaggiava intorno al 2,7%, ma a novembre, cioè 9 mesi dopo il primo balzo dei decessi di febbraio, la caduta è stata dell’8,2% rispetto a un anno prima, e a dicembre, 9 mesi dopo il primo lockdown, del 10,3%. L’aumento del 40-50% dei morti della primavera 2020, in sostanza, avrebbe causato indirettamente un calo del 10% circa delle nascite a fine 2020 e inizio 2021, con il mese di gennaio che ha infranto la soglia dei mille nati giornalieri, scendendo a quota 992.

Blangiardo ammette che si tratta di un approccio grezzo, «basato sull’estrapolazione di un dato storico», ma questo non sminuisce il valore della proiezione. Se si osservano i picchi di mortalità della seconda ondata si può ipotizzare che dopo un assestamento ci sarà un nuovo crollo delle nascite nel cuore dell’estate, con cali ancora superiori al 10% in agosto. E il fatto che regioni come la Lombardia, inizialmente più colpita, e la Sicilia, meno esposta durante la prima fase pandemica, mostrino dati simili è probabilmente, spiega Blangiardo, la «chiara testimonianza di un Paese nel quale a ogni latitudine si è condiviso, per esperienza diretta o per via mediatica, quel clima di difficoltà e di paura capace di spingere gli aspiranti genitori a orientare i loro programmi verso tempi migliori».

La flessione ulteriore della natalità, che sta assestando la famiglia italiana a un solo figlio per coppia, si chiede il presidente dell’Istat, è «sintomo di un disturbo occasionale o conferma di un malessere strutturale?». La risposta si trova nel rapporto Istat sugli Indicatori Demografici. Dal 2008 al 2020 l’Italia ha perso il 30% di nati: al conto della crisi economica, dopo 12 anni si è aggiunto quello della crisi sanitaria. E invertire la tendenza sarà sempre più difficile: dei 13mila nati in meno nel 2020, 7mila sono semplicemente imputabili alla diminuzione strutturale del numero di donne in età fertile, dovuto a 30 anni di crisi demografica e di politiche per la natalità di fatto assenti.

Allo scenario di declino si è dunque aggiunto il conto del Covid. La popolazione italiana nel 2020 è scesa a 59 milioni e 259mila abitanti, 384mila in meno: si è persa una città grande quasi quanto Bologna. A fronte di 404mila nascite, 7 ogni mille abitanti, i morti sono stati 746mila (+18%), 13 ogni mille abitanti. Il virus è stato responsabile di 75.891 morti dirette, ma la mortalità in eccesso, cioè rispetto a quanto normalmente atteso, parla di almeno 99.000 vittime. Il Paese è sempre più vecchio, l’età media è salita a 46 anni, ma la speranza di vita, a causa dei decessi dovuti alla pandemia, è scesa di quasi 14 mesi, a 82 anni.

Un Paese segnato nel profondo, dove si nasce sempre meno, e che il Covid ha isolato: il saldo tra le persone partite per l’estero (142mila) e quelle arrivate o rientrate (221mila, il 34% in meno) è stato di 79mila unità. Calano gli italiani, si ferma anche la crescita degli stranieri, stabilizzati a 5 milioni e 36mila, 4mila in meno in un anno.

Massimo Calvi

Avvenire, 4.5.2021

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