L'insostenibile pesantezza di un Paese senza giovani

Quando si parla di “sostenibilità” si è portati a pensare per prima cosa alla sfida ambientale, a politiche e pratiche capaci di mantenere un rapporto equilibrato tra le attività umane e le risorse naturali. L’esplosione della crisi climatica ha reso l’umanità consapevole del fatto che la possibilità di futuro passa anche dalla riduzione degli “squilibri” ambientali, sociali ed economici. Mentre l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco ha aiutato a riconoscere l’“interdipendenza” che lega ogni essere umano ai suoi simili e a tutti gli esseri viventi.

Questo approccio, se talvolta può essere osteggiato per convenienza, è un dato acquisito di questa epoca. Ma c’è un’altra crisi di cui non si parla abbastanza, pur avendo forti analogie con quella ambientale, e le cui cause, come gli effetti, sono strettamente legati all’emergenza climatica: è la crisi demografica. Se ne discute poco, o quantomeno non come servirebbe, forse perché tanti restano convinti che il problema ecologico derivi sostanzialmente dalla crescita della popolazione, non cogliendo che sono invece gli stili di vita e di consumo delle classi più agiate – peraltro in una dimensione individualista dove non è certo la famiglia il motore degli eccessi – a fare la vera differenza; o forse perché i Paesi in cui gli squilibri della popolazione hanno già superato la linea d’emergenza, come l’Italia, non hanno compreso che lo tsunami della demografia non segue il calendario elettorale, ma ci mette un po’ prima di arrivare e travolgere tutto.

Eppure, una popolazione in declino, con squilibri crescenti nel rapporto tra le generazioni, incorpora una serie di elementi che minano alla base la possibilità di uno sviluppo sostenibile in senso ampio. Nel recente saggio del demografo e sociologo dell’Università Cattolica, Alessandro Rosina, Crisi demografica – Politiche per un Paese che ha smesso di crescere (Vita e Pensiero, 166 pagine, 14 euro), i termini “sostenibilità”, “squilibrio”, “interdipendenza” ricorrono di continuo, quasi a suggerire che il problema della sopravvivenza si pone pure nel momento in cui le generazioni faticano nel sostenersi a vicenda, o perché il “degiovanimento” di una nazione diventa “spreco” e impoverimento del capitale umano, o ancora il desiderio di realizzazione personale e familiare rimane inespresso, rendendo l’aria irrespirabile e la temperatura sociale elevata.

«Il problema di fondo è che gli squilibri demografici dovuti al calo delle nascite in Italia, che dura da decenni, ormai non determinano più solo un aumento del numero degli anziani, ma sempre più una riduzione della popolazione attiva – spiega Rosina –. La denatalità ha ridotto prima la popolazione infantile, poi quella giovanile e ora sta trascinando verso il basso anche quella che entra nella vita adulta. Oggi i trentenni italiani sono già un terzo in meno rispetto ai 50enni. Senza una combinazione di politiche efficaci capaci di incidere veramente su natalità e immigrazione, entro il 2050 la popolazione in età attiva potrebbe ridursi di oltre 8 milioni di persone, mentre gli over-65 saranno ben 4 milioni in più».

Il tema dell’invecchiamento non è un’esclusiva italiana, riguarda tutti i Paesi sviluppati. Entro fine secolo, secondo le previsioni di The Lancet, 183 Paesi su 195 avranno una fecondità sotto il tasso di sostituzione e la popolazione mondiale sarà scesa a 8,8 miliardi, dopo il picco dei 9,7 miliardi previsto a metà anni ’60. L’Italia, insomma, è laboratorio del mondo, e sta solo mandando in onda un’anteprima. Saremo il primo Paese del pianeta con un’età media superiore ai 50 anni, eppure non è solo un problema di età. L’Economist già nel 2005 definiva «terribili» le prospettive demografiche italiane e «preoccupanti» le conseguenze economiche per un Paese che presto si sarebbe trovato con tanti pensionati e un numero non sufficiente di lavoratori in grado di “mantenerli”. Aver trascurato il problema per decenni non è stata una buona idea, come fa capire Rosina: «Quello in cui ci troviamo incastrati è un circolo vizioso nel quale sarà sempre più complicato non solo produrre ricchezza e benessere, ma anche avere un sistema di welfare pubblico e un debito sostenibili. Ancora più preoccupante è il fatto che ci saranno grandi difficoltà nell’investire risorse a favore delle nuove generazioni, cioè nella formazione, negli strumenti per la transizione scuola-lavoro e nelle misure per favorire l’autonomia e la costituzione di una propria famiglia. Questo farà sì che sempre più giovani italiani preferiranno spostarsi in Paesi dove sarà possibile fare la differenza nei processi di cambiamento e di sviluppo. E non potrà essere l’immigrazione la risposta a questo problema: una realtà che non offre adeguate condizioni per valorizzare gli “autoctoni” difficilmente riuscirà a essere attrattiva per giovani dinamici e qualificati che vivono all’estero».

In un Paese in cui la fascia anziana della popolazione è molto più numerosa di quella giovane va da sé che la politica, quando a prevalere è uno sguardo di corto respiro, tenda a premiare la componente che può assicurare il migliore ritorno elettorale. Il record italiano di Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, uno su tre, può essere visto come conseguenza di una disattenzione storica, soprattutto se messa a confronto con l’ossessione italica per il tema previdenziale. Nel suo libro Rosina conia un termine, “parentari”, che fissa ancora meglio la cronicizzazione del problema: un tempo “proletario” era chi non aveva altra ricchezza al di fuori della prole, oggi i “parentari” sono i giovani la cui unica ricchezza sono i parenti, cioè i genitori che li mantengono o chi può lasciare loro qualcosa. «Ma finché si rimane nella condizione di figli e si dipende dalle risorse private delle generazioni precedenti, difficilmente ci si può immaginare genitori, e così in un Paese si indebolisce la fiducia nel futuro», sostiene Rosina. 

Nelle ultime Previsioni della popolazione residente e delle famiglie, con base 2020, l’Istat descrive un’Italia che nel 2050 potrebbe avere 5 milioni di abitanti in meno, un’età media della popolazione di 50,7 anni, solo un giovane under-14 ogni tre “anziani” over-65, e un numero annuo di decessi più che doppio rispetto alle nascite. Ma già entro i prossimi 10 anni l’81% dei comuni italiani sarà in calo demografico ed entro 20 anni ci troveremo con 10 milioni di persone di fatto sole. Molti meno, con molti più vecchi, e molto più soli. Sarà “sostenibile” tutto questo? 

Il grande equivoco che si cela dietro il declino demografico chiama in causa l’“integralismo ecologico” e tutto quel mondo convinto che meno figli nascono e meglio è per il pianeta. «Dire che siamo in troppi è semplicistico – spiega il demografo della Cattolica – la questione della crescita della popolazione del pianeta è ormai alle spalle, perché con un tasso di fecondità ampiamente sotto i 2 figli per donna verso il quale è orientato tutto il mondo, l’unico effetto che si produce è la riduzione ulteriore della già esigua popolazione giovanile, a fronte di una crescita esuberante di quella anziana». E come questo si traduca in un problema di sostenibilità, anche ambientale, non è difficile da comprendere. «È il concetto stesso di sviluppo sostenibile a mettere al centro il ruolo delle nuove generazioni e la qualità del futuro che queste possono contribuire a realizzare – continua Rosina -. Un Paese che soffre di “degiovanimento” vedrà non solo indebolirsi le competenze qualificate con cui si può alimentare la transizione verde, ma avrà anche maggiori difficoltà nel raggiungere gli obiettivi strategici di sviluppo sostenibile indicati nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite».

Lo sguardo che propone il demografo contempla un concetto di sostenibilità a tutto campo: si tratta di guardare ai tre nodi che comprimono al ribasso la natalità italiana, e provare a scioglierli anche per favorire la realizzazione dell’Agenda. «Il primo nodo riguarda la nascita del primo figlio, questione che si lega con la difficoltà che incontrano i giovani nella transizione scuola-lavoro e nel diventare autonomi dalla famiglia di origine. Attivarsi per scioglierlo è coerente con i Goal 4 e 8: “Fornire una educazione di qualità equa e inclusiva” e “un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti”. Il secondo nodo critico è la difficoltà ad andare oltre il primo figlio, nel momento in cui in Italia resta problematico armonizzare lavoro e famiglia. Ecco, superare questo limite va nella direzione del Goal 5: “Favorire l’uguaglianza di genere”. Il terzo nodo è l’alta esposizione al rischio di povertà che interessa molti di coloro che hanno più di due figli. Ridurlo va nella direzione dei Goal 1 e 10: “Porre fine ad ogni forma di povertà” e “Ridurre le diseguaglianze sociali”». 

Le culle vuote sono anche genitori che non sbocciano, spreco di risorse e talenti, sono lo spopolamento delle aree interne e montane, rappresentano in prospettiva un impoverimento, suggerisce il libro, che contempla il rischio di un aumento delle tensioni e delle diseguaglianze tali da rendere più instabile anche il quadro politico. Per Rosina il sentiero è stretto, ma l’obiettivo di una sostenibilità non di corto respiro resta alla portata: «Tutto il dibattito italiano sulla natalità va slegato dal tema della crescita demografica, dato che eventuali variazioni positive nel numero di nascite non sono più in grado di incidere sulla crescita della popolazione, mentre va sempre più legato alle condizioni di uno sviluppo veramente sostenibile con al centro il riconoscimento del valore delle nuove generazioni e le condizioni che consentono loro di generare nuovo valore. Quello che dovremmo fare è riuscire a evolvere verso una visione sistemica della sostenibilità in grado di aiutare l’Italia a trovare il sentiero per ridurre gli squilibri demografici, diminuire il peso debito pubblico, favorire la transizione ecologica».

Massimo Calvi

L'Economia Civile-Avvenire, 15.12.2021

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La Cina vuole 3 figli, l'Italia no

In un editoriale apparso su un sito statale dell'internet cinese è stato chiesto a tutti i 95 milioni di iscritti al Partito comunista di avere tre figli. Senza scuse e senza sconti, perché la Cina sta implodendo demograficamente e dunque avere almeno tre figli significa essere responsabili e fare il bene della nazione. Dopo le proteste, l'articolo è stato rimosso, ma inutilmente, perché ha lasciato traccia sui social network statali. Al di là delle note folkloristiche, l'incidente riflette quella che è una reale preoccupazione nel grande Paese asiatico. Dopo quasi mezzo secolo di imposizione del figlio unico – una politica che si può ben definire "criminale", per la devastazione umana e sociale che ha prodotto, e la violazione di elementari diritti umani, con milioni di aborti forzati ogni anno e sanzioni durissime per gli inadempienti – oggi la Cina è seriamente preoccupata per le nascite in calo (1,3 figli per donna), l'invecchiamento della popolazione (quasi il 19% ha più di 60 anni) e tutto quello che ciò comporterà in termini di sostenibilità e di sviluppo economico. Dal 2016 Pechino ha infatti annullato l'imposizione che era entrata in vigore nel 1979 e dal 2020 ha incominciato a fare pressione sulle coppie perché andassero anche oltre il secondo figlio.

Il problema è che, come insegnano gli esperti di demografia, non è difficile costringere le famiglie ad avere meno figli, ma è estremamente complicato ottenere il contrario, soprattutto se le persone si sono ormai abituate a vivere in un certo modo e se nel frattempo il contesto culturale e sociale è profondamente cambiato. L’Italia ne sa qualcosa. L’aspetto interessante di questa vicenda, infatti, è che da un punto di vista demografico il nostro Paese si trova in condizioni peggiori della Cina, cioè se guardiamo a come vanno le nascite e all'invecchiamento della popolazione. Oggi il tasso di fecondità è di 1,24 figli per donna, le persone con più di 65 anni sono il 23,2% e fra trent'anni avremo un'età media della popolazione di 50,7 anni, record del mondo, e un solo giovane ogni 3 anziani.

In questa situazione non ci troviamo a causa di una politica attiva messa in pratica con modalità traumatiche, come quella attuata in Cina, ma ci siamo arrivati con una analoga caparbietà, per le decisioni colpevolmente non prese e le riforme palesemente sbagliate messe in campo già a partire dagli anni 80-90 del Novecento. L'obiettivo (non voluto) del figlio unico, è stato raggiunto senza fare troppo male, disincentivando consapevolmente per anni la messa al mondo di bambini e comprimendo in modo surrettizio la possibilità di una famiglia con fratelli e sorelle.

Mentre negli altri Paesi europei al cambiare del contesto venivano infatti confermate o rafforzate le politiche pro-natalità, l’Italia ha continuato a privilegiare la tutela dei diritti previdenziali acquisiti, la spesa (elettoralmente premiante) a favore delle generazioni anziane, e a distribuire bonus fiscali o benefici trascurando totalmente l’emergenza demografica che si stava configurando.

L’anno in cui si può dire che qualcosa è finalmente incominciato a cambiare, se non altro come presa di coscienza, è proprio questo 2021 che si sta chiudendo, se consideriamo la riforma dell’Assegno unico come una fondamentale inversione di tendenza, insieme a quel Family Act in cui il nuovo beneficio è di fatto inserito. Tuttavia, considerato l’esiguo stanziamento di risorse, 6 miliardi, quella che è stata messa in campo è soprattutto una (giusta) misura redistributiva, di sostegno ai redditi medio-bassi con prole, ma non un modo per far ripartire le nascite come si dovrebbe e come servirebbe, anche solo per assecondare i desideri di genitorialità che ancora esprimono i giovani.

Di recente l’Ocse ha fatto notare che anche a causa della crisi demografica italiana la generazione che incomincia a lavorare oggi, se va bene, andrà in pensione a 71 anni, 9 in più rispetto ad ora. Lo stesso presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha confermato che il sistema pensionistico italiano è "fragile" perché mancano all’appello 6,7 milioni di lavoratori e i giovani sono già troppo pochi. Alla luce di questo ci si dovrebbe chiedere qual è il senso di una riforma fiscale che non distingue tra famiglie con figli a carico e single, o che destina ulteriori risorse ai pensionati senza guardare, come invece si fa sempre con le famiglie, alla loro condizione economica complessiva, o ancora a cosa miri veramente una mobilitazione sindacale se non coglie che per rendere il presente accettabile si deve essere in grado di programmare un futuro sostenibile. La realtà è che il carico di cui si può disporre, oggi dovrebbe essere speso in una sola direzione: aumentare le nascite e sostenere i giovani, con tutte le misure possibili, abbandonando ogni retaggio ideologico e cessando di mettere le generazioni in conflitto. Come farlo, non è difficile, se si ha il coraggio e l’umiltà di copiare le migliori esperienze europee.

Insomma, la richiesta dei tre bambini per essere iscritti al Partito cinese non dovrebbe far sorridere, ma preoccupare, se proviene da una realtà che ha colto prima di noi la drammaticità della situazione, e se in un Paese comunista e campione di pragmatismo si arriva a dire: sposatevi, e fate figli.

Massimo Calvi

Avvenire, 11.12.2021

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L'equità non tassa le famiglie

Questa settimana l’istituto nazionale di statistica diffonderà una nuova carrellata di dati preoccupanti riguardo le prospettive demografiche del Paese. Nel 2021 le nascite scenderanno per la prima volta sotto le 400mila unità, anche per effetto della pandemia, e per un giorno torneremo a chiederci come faremo tra qualche anno a pagare le pensioni, la sanità, i "bonus" fiscali, e molto altro, con sempre meno popolazione in età da lavoro e sempre più persone a riposo. Poi tutto tornerà come prima e l’orchestra della nave ricomincerà a suonare la musica delle riforme per rilanciare il Paese, dimenticandosi della vera causa di gran parte delle nostre difficoltà: lo squilibrio tra le generazioni.

Un modo in più per capire come mai in Italia sia così difficile nascere o diventare genitori può essere guardare al dibattito, attualissimo, che si è aperto attorno al "contributo di solidarietà" proposto per contenere l’aumento delle bollette elettriche a beneficio soprattutto dei più poveri. L’idea, bloccata da alcune forze politiche, era quella di congelare per due anni, ai soli contribuenti che dichiarano più di 75mila euro lordi annui, il piccolo sconto che si otterrebbe con la prevista rimodulazione delle aliquote fiscali. La riforma dell’Irpef prevede infatti un ridisegno della tassazione che alleggerirà il carico a tutte le fasce di reddito, a quelle povere, ma in particolare a quelle storicamente più penalizzate, tra i 40 e i 50mila euro di reddito, mentre ai contribuenti maggiori resterà un vantaggio di circa 90 euro l’anno.

La proposta di un contributo di solidarietà, prima ipotizzato e poi rientrato, ha aperto un intenso dibattito sull’equità della misura. Chi la difende sostiene, a ragione, che sopra i 75mila euro, cioè circa 3.400 euro al mese, si può benissimo rinunciare a pochi euro di sconto per aiutare chi sta peggio a pagare le bollette; chi si oppone argomenta che la vera ricchezza non risiede necessariamente qui o che non si debba penalizzare chi già paga molte tasse. 

Immaginare un contributo di solidarietà in questa fase storica, a carico di chi ha molto di più, è giusto. La cosa sorprendente, tuttavia, capace di spiegare molte cose, è che nessuno si è posto il problema di quante persone siano mantenute dai redditi di cui si sta parlando. Nel grande scontro attorno all’equità di una misura che riguarda il ceto medio, il tema dei figli a carico non è venuto in mente ad alcuno. Eppure, ci dovrebbe essere una grande differenza tra chiedere un sacrificio anche simbolico a una coppia di genitori con uno, due, tre, quattro o più figli, che ha pure entrate di ben 3.500 euro al mese, e sollecitarlo invece a un single che di euro ne guadagna al netto 3.000, o 2.500, o 2.000, oppure a una coppia con uno o due redditi da 40-50-60mila euro annui e nessun figlio a carico, fossero anche pensionati.

La difficoltà che in Italia incontra chi diventa genitore, dal punto di vista economico e fiscale, può essere ben riassunta con questa banale ma pesantissima e tipica disattenzione. Il fisco italiano è e resterà su base individuale. Ogni tipo di agevolazione è sempre andata, e continuerà a essere corrisposta, al cittadino inteso come singolo. Il nuovo assegno unico per i figli ha esteso finalmente agli autonomi e ai disoccupati i benefici che erano previsti per i lavoratori dipendenti con redditi medio bassi, ma ha lasciato irrisolto il tema dell’equità fiscale in senso orizzontale, cioè tra chi paga le tasse e ha familiari a carico e chi non ne ha. Ma, che si parli di fisco o di assegno, questo approccio è iniquo e scorretto.

Oggi dovremmo incominciare a chiederci se ha ancora senso parlare di equità trascurando di distinguere tra genitori e no; se si può discorrere di solidarietà quando non si riescono a pesare veramente i livelli di benessere e gli stili di vita alla luce dei carichi famigliari e della fatica di educare e crescere i cittadini di domani; o, ancora, se è giusto che l’opera di redistribuzione lasci sempre una sensazione di amaro in bocca perché si accetta in partenza che nelle dichiarazioni più leggere, insieme alla vera povertà, si nasconde tanta ricchezza occultata al fisco, o case, proprietà, terreni, capitali, patrimoni che difficilmente vengono posti sul piatto della bilancia in modo adeguato.

Per questo sarebbe importante che dopo la preoccupazione di rito che sarà espressa alla diffusione dei prossimi dati demografici, si provasse a pensare a un cambio di approccio culturale capace di ribaltare lo sguardo su tutte le riforme a venire. Immaginare ad esempio una sorta di "clausola di salvaguardia" per la famiglia, un "programma di protezione" dei genitori, una "valutazione dell’impatto" da prevedere per le misure che possono ricadere sui nuclei con prole. Qualcosa, cioè, che cominci finalmente a mettere al riparo le coppie con figli, alla stregua di una specie protetta, di fronte a tutti quelli interventi che rischiano di erodere veramente la fiducia e le possibilità di un futuro sostenibile.

Massimo Calvi

Avvenire, 7.12.2021

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