I figli? Vorrei ma non posso. È la risposta che intimamente sembrano darsi i giovani italiani. E che in buona parte spiega il continuo crollo delle nascite e la discesa del tasso di fecondità totale a 1,29 figli per donna registrato dall’Istat nel 2018. Un calo preoccupante, non solo perché il nostro Paese è quello che sta contribuendo maggiormente alla diminuzione delle nascite in Europa, ma anche perché delinea un contesto di sostanziale rassegnazione e di abitudine alla rinuncia.
Il quadro che emerge da un’indagine internazionale promossa dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo suona come un appello alla politica. Più dell’80% dei giovani italiani ritiene infatti che non avere figli sia un limite alla realizzazione personale, eppure solo la metà (il 52,7%) si aspetta di averne 2 o più, mentre la percentuale di chi ormai pensa di fermarsi a zero figli o a uno sta aumentando progressivamente. È questo "spread" tra desiderio (di 2 figli) e realtà (di 1,29) a preoccupare, dato che il numero di chi non vede più i figli come un traguardo positivo è al 17,8% tra i laureati, ma sale al 21,7% tra chi si è fermato alla scuola dell’obbligo. Una distanza tra un tipo di "ricchi" e di "poveri" che rischia di trasformare sempre di più la genitorialità in una conquista, se non un privilegio. Chiedendo infatti ai giovani come si immaginano all’età di 45 anni, solo del 16,5% dei laureati pensa che non avrà figli, mentre la percentuale balza a quasi il 30% tra chi si è fermato alla scuola dell’obbligo. Nel «Paese senza figli», insomma, chi ha studiato sente di poter scegliere, mentre chi ha un’istruzione più bassa rinuncia a realizzare il desiderio di famiglia.
«Un numero elevato di giovani è quasi rassegnato alla prospettiva di non avere figli – spiega il coordinatore dell’Osservatorio Giovani, Alessandro Rosina – ed è come se rinunciasse in partenza all’impegno elaborando una forma di autodifesa psicologica che porta a sminuire il valore della scelta». Come la volpe con l’uva.
Il confronto con gli altri Paesi europei è altrettanto severo. Il valore attrubuito ai figli come realizzazione personale in Italia risulta molto più alto (29%) che in Germania (26%) e in Francia (25%). A 45 anni, però, si immagina senza figli ben un italiano su 4, contro un tedesco su 5 e il 18% dei francesi (e risultati simili si trovano in chi pensa di restare childless).
Come mai il più forte desiderio di figli in Italia viene superato da una maggiore fecondità in Francia e Germania? È tutta una questione di clima culturale favorevole alla natalità e di politiche pubbliche più efficaci. «Se continuiamo così la fecondità in Italia sarà sempre bassa e appannaggio solo di chi ha motivazioni molto forti o di classi sociali medio alte in grado di compensare la carenza di politiche – spiega Rosina –. Le politiche per la natalità non sono solo un contributo oggettivo, ma una risorsa per trasmettere l’idea che i figli sono un valore collettivo e pubblico, e per sostenere le motivazioni individuali».
Massimo Calvi
Avvenire
27.11.2019
Anche il capitalismo mangia i bambini
Si può fare qualcosa di utile contro il crollo delle nascite? Ovviamente sì. Ma chiunque volesse cimentarsi nell’impresa dovrebbe tenere conto di un aspetto che può sconfortare: per ridare linfa alla natalità non basta il pur indispensabile impegno per cercare di colmare la distanza che ci separa dai Paesi con assegni per i figli più generosi, un fisco più leggero per chi ha famiglia e misure più incisive per favorire la conciliazione casa-lavoro. Intendiamoci, è tutto molto più che necessario: è dovuto. Ma ogni sforzo dovrebbe fare i conti con una cultura che ha messo i figli fuori dall’orizzonte del dono, trasformandoli in un bene desiderato ma non primario, a volte un lusso, altre un optional.
Non è un problema solo italiano, è globale. In tutto il mondo sviluppato i tassi di fecondità sono sotto il tasso di sostituzione di 2,1 figli per donna necessario a garantire la stabilità della popolazione. Ciò a cui si sta assistendo è una convergenza verso la cifra di 1,7 figli. Lyman Stone, economista americano esperto di questioni demografiche, nell’indicare questa tendenza ha parlato di un «new normal della natalità», una specie di nuovo standard equiparabile alla «stagnazione secolare» dell’economia, concetto proposto dall’ex segretario al Tesoro Usa Larry Summers. E come le banche centrali sembrano avere le armi spuntate quando cercano di incidere sull’inflazione con la leva monetaria, anche i governi oggi paiono impotenti nel tentativo di contrastare il declino demografico e l’invecchiamento della società. Perché la società è cambiata e di Mario Draghi della natalità non se ne vedono all’orizzonte.
C’è un modo diverso di guardare ai figli, e lo si vede nel fatto che i tassi di fecondità sempre più ristretti stanno interessando sia i Paesi che concedono poco o nulla ai genitori, come gli Stati Uniti, sia quelli con politiche familiari avanzate, come nel Nord Europa. Le ragioni che giustificano il calo delle nascite sono moltissime, ma variano così tanto da sembrare delle scuse: da una parte è la mancanza di lavoro, dall’altra la carenza di nidi, da una parte è la secolarizzazione, dall’altra l’abitudine ai maxi-sussidi, da una parte sono i bassi tassi di occupazione femminile o l’eccessiva disparità di genere, dall’altra i ritmi di lavoro esagerati.
Dove i problemi sono maggiori, come in Italia, anche le nascite sono minori, ma le differenze sono di pochi decimali: da 1,3 figli a 1,7 il salto è grande, ma non così tanto se il differenziale è spesso determinato dal contributo positivo dell’immigrazione e il dato comune è l’aumento di chi non diventa mai genitore insieme alla lenta e progressiva scomparsa delle famiglie numerose.
Tutto sembra essere cambiato, detonato improvvisamente, con la Crisi del 2008, dopo lo scoppio della bolla immobiliare e il fallimento della Lehman Brothers, per il logoramento delle condizioni economiche, ma soprattutto a causa di quella condizione di insicurezza verso il futuro e di precarietà che si è abbattuta sulle nuove generazioni, come suggerisce anche una recente ricerca dei demografi Marcantonio Caltabiano e Chiara Ludovica Comolli.
A questi giovani che si sono trovati a fare i conti con le macerie della prima globalizzazione, papa Francesco ha rivolto diversi appelli accorati, anche usando parole di forte impatto: «Abbiate il coraggio di scelte definitive», «non fatevi rubare il futuro», «abbiate il coraggio della felicità». Il problema è che chi ha "rubato" il futuro ai giovani non è in grado di restituirlo, perché sul banco degli imputati non c’è solo la generazione degli adulti, i figli del baby-boom o i loro predecessori, ma un’intera cultura e una visione del mondo. Ed è al confronto con questo ostacolo che sembrano riferirsi i richiami di Francesco, quando ad esempio parla di «una società spesso ebbra di consumo e di piacere, di abbondanza e lusso, di apparenza e narcisismo».
Che cosa ci ha portati a questo? Nel suo ultimo libro, "Il capitalismo e il sacro" (Vita e Pensiero-Avvenire), l’economista filosofo Luigino Bruni, editorialista di questo giornale, invita seriamente a riflettere sulla «devastazione umana e sociale prodotta dalla cultura-religione-idolatria» rappresentata dal capitalismo. Sotto accusa è la società dell’iper-consumo, un sistema economico e culturale che nel suo franare sembra travolgere tutto, anche gli ultimi scampoli di umanità. Sul New York Times, in una lunga analisi dal titolo emblematico, "The end of babies", "La fine dei bambini", Anna Luoie Sussman individua una possibile via d’uscita: «Il primo passo è rinunciare all’individualismo celebrato dal capitalismo e riconoscere l’interdipendenza che è essenziale per la sopravvivenza a lungo termine».
Abbiamo condannato, a ragione, il comunismo, ma anche il capitalismo si sta mangiando i bambini. L’ultima "stazione" di questo "culto" che ha eretto l’egoismo a "regola di vita" sta conducendo all’estinzione della specie? Un aspetto emblematico della vicenda è che benché di figli ne nascano pochi ovunque nel mondo occidentale, tutte le ricerche, come quelle realizzate in Italia dall’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica, indicano che le persone desiderano più bambini di quelli che mettono al mondo. In questo "vorrei ma non posso" del desiderio di famiglia c’è tutto il dramma della precarietà materiale e morale di questa epoca: perché non basta più rimuovere gli ostacoli fisici per colmare il gap, se di fronte c’è una lista infinita di idoli da adorare e/o possedere prima e anche dopo la nascita di un figlio. La promessa di una vita intensa e ricca di cose, di esperienze, di libertà illimitata, può fermarsi di fronte al "limite" rappresentato da un bambino?
Tutto il racconto moderno sulla famiglia è incentrato su una domanda di fondo: un figlio è l’inizio di una vita o l’inizio di una vita di rinunce? A truccare le carte, se ci pensiamo bene, è anche la dimensione iper-competitiva ingrediente principe della tensione capitalistica, e che può tradursi in ansia paralizzante quando ci si mette a pensare cosa serve a un bambino per poter vivere, ma soprattutto competere, per essere al pari degli altri.
Per trovare una risposta rassicurante – o anche solo una frase tipo: "Keep Calm, it’s just a baby" ("Stai tranquillo, è solo un bambino") da stampare sulle magliette – servirebbe una trama un po’ diversa da quella a disposizione. Nel suo ultimo libro, "Le Nuove Melanconie" (Raffello Cortina), lo psicanalista Massimo Recalcati porta a riflettere sul passaggio già consumato della crisi del sistema capitalistico e su quel che resta del «turbo-consumatore ipermoderno», orfano dell’illusione di non avere né limiti né confini. Il "vuoto" che è rimasto dopo questa crisi, potremmo dire le macerie lasciate dal crollo dei mutui subprime, sta producendo «angoscia» e una «nuova domanda di sicurezza». Ed è in questo, scrive Recalcati, che si registra «l’affermazione di una nuova melanconia che corrompe la trascendenza vitale del desiderio, assegnando al desiderio stesso un destino di morte». Come dire: possono ancora nascere figli in una società che esprime un bisogno clinico di muri? Che sta melanconicamente delineando il proprio fine-vita?
La cultura che ha trasformato tutto in merce, che ha reso i figli una conquista individuale, un trofeo di cui andare fieri, un prodotto acquistabile, qualcosa che non è più concesso nemmeno ai poveri e che invece riguarda una ristretta cerchia di ambiti in cui lo sviluppo, le opportunità e la qualità della vita sono al massimo, è diventata anche una società che non trova la forza di riprodursi, pur se ne percepisce ancora il desiderio. Il capolavoro ultimo di questo Grande Inganno collettivo è il tentativo di far apparire i figli come una delle cause della crisi ambientale. In attesa di studi che certifichino che una famiglia numerosa orientata alla sobrietà emette meno CO2 di un single della "classe creativa", bisognerebbe avere il coraggio di mostrare che le due crisi, quella climatica e quella delle nascite, sono prodotte dalla stessa matrice. All’origine c’è sempre l’individuo ripiegato su se stesso, che egoisticamente definisce la propria affermazione scaricando i costi del proprio benessere su qualcun altro e non accetta una revisione degli stili di vita.
Forse in un mondo che corre meno, e riconosce il valore delle relazioni, ci sarà più posto per i boschi e anche per i figli. In questo senso una politica per la natalità deve scegliere se essere timida e irrilevante oppure avere la forza di affrontare una rivoluzione che è anche culturale.
Massimo Calvi
Avvenire
26.11.2019
Leggi sul sito
Non è un problema solo italiano, è globale. In tutto il mondo sviluppato i tassi di fecondità sono sotto il tasso di sostituzione di 2,1 figli per donna necessario a garantire la stabilità della popolazione. Ciò a cui si sta assistendo è una convergenza verso la cifra di 1,7 figli. Lyman Stone, economista americano esperto di questioni demografiche, nell’indicare questa tendenza ha parlato di un «new normal della natalità», una specie di nuovo standard equiparabile alla «stagnazione secolare» dell’economia, concetto proposto dall’ex segretario al Tesoro Usa Larry Summers. E come le banche centrali sembrano avere le armi spuntate quando cercano di incidere sull’inflazione con la leva monetaria, anche i governi oggi paiono impotenti nel tentativo di contrastare il declino demografico e l’invecchiamento della società. Perché la società è cambiata e di Mario Draghi della natalità non se ne vedono all’orizzonte.
C’è un modo diverso di guardare ai figli, e lo si vede nel fatto che i tassi di fecondità sempre più ristretti stanno interessando sia i Paesi che concedono poco o nulla ai genitori, come gli Stati Uniti, sia quelli con politiche familiari avanzate, come nel Nord Europa. Le ragioni che giustificano il calo delle nascite sono moltissime, ma variano così tanto da sembrare delle scuse: da una parte è la mancanza di lavoro, dall’altra la carenza di nidi, da una parte è la secolarizzazione, dall’altra l’abitudine ai maxi-sussidi, da una parte sono i bassi tassi di occupazione femminile o l’eccessiva disparità di genere, dall’altra i ritmi di lavoro esagerati.
Dove i problemi sono maggiori, come in Italia, anche le nascite sono minori, ma le differenze sono di pochi decimali: da 1,3 figli a 1,7 il salto è grande, ma non così tanto se il differenziale è spesso determinato dal contributo positivo dell’immigrazione e il dato comune è l’aumento di chi non diventa mai genitore insieme alla lenta e progressiva scomparsa delle famiglie numerose.
Tutto sembra essere cambiato, detonato improvvisamente, con la Crisi del 2008, dopo lo scoppio della bolla immobiliare e il fallimento della Lehman Brothers, per il logoramento delle condizioni economiche, ma soprattutto a causa di quella condizione di insicurezza verso il futuro e di precarietà che si è abbattuta sulle nuove generazioni, come suggerisce anche una recente ricerca dei demografi Marcantonio Caltabiano e Chiara Ludovica Comolli.
A questi giovani che si sono trovati a fare i conti con le macerie della prima globalizzazione, papa Francesco ha rivolto diversi appelli accorati, anche usando parole di forte impatto: «Abbiate il coraggio di scelte definitive», «non fatevi rubare il futuro», «abbiate il coraggio della felicità». Il problema è che chi ha "rubato" il futuro ai giovani non è in grado di restituirlo, perché sul banco degli imputati non c’è solo la generazione degli adulti, i figli del baby-boom o i loro predecessori, ma un’intera cultura e una visione del mondo. Ed è al confronto con questo ostacolo che sembrano riferirsi i richiami di Francesco, quando ad esempio parla di «una società spesso ebbra di consumo e di piacere, di abbondanza e lusso, di apparenza e narcisismo».
Che cosa ci ha portati a questo? Nel suo ultimo libro, "Il capitalismo e il sacro" (Vita e Pensiero-Avvenire), l’economista filosofo Luigino Bruni, editorialista di questo giornale, invita seriamente a riflettere sulla «devastazione umana e sociale prodotta dalla cultura-religione-idolatria» rappresentata dal capitalismo. Sotto accusa è la società dell’iper-consumo, un sistema economico e culturale che nel suo franare sembra travolgere tutto, anche gli ultimi scampoli di umanità. Sul New York Times, in una lunga analisi dal titolo emblematico, "The end of babies", "La fine dei bambini", Anna Luoie Sussman individua una possibile via d’uscita: «Il primo passo è rinunciare all’individualismo celebrato dal capitalismo e riconoscere l’interdipendenza che è essenziale per la sopravvivenza a lungo termine».
Abbiamo condannato, a ragione, il comunismo, ma anche il capitalismo si sta mangiando i bambini. L’ultima "stazione" di questo "culto" che ha eretto l’egoismo a "regola di vita" sta conducendo all’estinzione della specie? Un aspetto emblematico della vicenda è che benché di figli ne nascano pochi ovunque nel mondo occidentale, tutte le ricerche, come quelle realizzate in Italia dall’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica, indicano che le persone desiderano più bambini di quelli che mettono al mondo. In questo "vorrei ma non posso" del desiderio di famiglia c’è tutto il dramma della precarietà materiale e morale di questa epoca: perché non basta più rimuovere gli ostacoli fisici per colmare il gap, se di fronte c’è una lista infinita di idoli da adorare e/o possedere prima e anche dopo la nascita di un figlio. La promessa di una vita intensa e ricca di cose, di esperienze, di libertà illimitata, può fermarsi di fronte al "limite" rappresentato da un bambino?
Tutto il racconto moderno sulla famiglia è incentrato su una domanda di fondo: un figlio è l’inizio di una vita o l’inizio di una vita di rinunce? A truccare le carte, se ci pensiamo bene, è anche la dimensione iper-competitiva ingrediente principe della tensione capitalistica, e che può tradursi in ansia paralizzante quando ci si mette a pensare cosa serve a un bambino per poter vivere, ma soprattutto competere, per essere al pari degli altri.
Per trovare una risposta rassicurante – o anche solo una frase tipo: "Keep Calm, it’s just a baby" ("Stai tranquillo, è solo un bambino") da stampare sulle magliette – servirebbe una trama un po’ diversa da quella a disposizione. Nel suo ultimo libro, "Le Nuove Melanconie" (Raffello Cortina), lo psicanalista Massimo Recalcati porta a riflettere sul passaggio già consumato della crisi del sistema capitalistico e su quel che resta del «turbo-consumatore ipermoderno», orfano dell’illusione di non avere né limiti né confini. Il "vuoto" che è rimasto dopo questa crisi, potremmo dire le macerie lasciate dal crollo dei mutui subprime, sta producendo «angoscia» e una «nuova domanda di sicurezza». Ed è in questo, scrive Recalcati, che si registra «l’affermazione di una nuova melanconia che corrompe la trascendenza vitale del desiderio, assegnando al desiderio stesso un destino di morte». Come dire: possono ancora nascere figli in una società che esprime un bisogno clinico di muri? Che sta melanconicamente delineando il proprio fine-vita?
La cultura che ha trasformato tutto in merce, che ha reso i figli una conquista individuale, un trofeo di cui andare fieri, un prodotto acquistabile, qualcosa che non è più concesso nemmeno ai poveri e che invece riguarda una ristretta cerchia di ambiti in cui lo sviluppo, le opportunità e la qualità della vita sono al massimo, è diventata anche una società che non trova la forza di riprodursi, pur se ne percepisce ancora il desiderio. Il capolavoro ultimo di questo Grande Inganno collettivo è il tentativo di far apparire i figli come una delle cause della crisi ambientale. In attesa di studi che certifichino che una famiglia numerosa orientata alla sobrietà emette meno CO2 di un single della "classe creativa", bisognerebbe avere il coraggio di mostrare che le due crisi, quella climatica e quella delle nascite, sono prodotte dalla stessa matrice. All’origine c’è sempre l’individuo ripiegato su se stesso, che egoisticamente definisce la propria affermazione scaricando i costi del proprio benessere su qualcun altro e non accetta una revisione degli stili di vita.
Forse in un mondo che corre meno, e riconosce il valore delle relazioni, ci sarà più posto per i boschi e anche per i figli. In questo senso una politica per la natalità deve scegliere se essere timida e irrilevante oppure avere la forza di affrontare una rivoluzione che è anche culturale.
Massimo Calvi
Avvenire
26.11.2019
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Nasce l'Alleanza per l'Infanzia
L’indennità di maternità dovrebbe essere un diritto per
tutte le donne, purtroppo in Italia le lavoratrici autonome e chi ha contratti
a tempo determinato sono pesantemente discriminate rispetto a chi ha un
rapporto di lavoro dipendente stabile. Con un mercato del lavoro molto più
fluido e frammentato di un tempo, oggi la maggioranza delle donne italiane in
età feconda non ha praticamente tutele in caso di maternità. Per questo è
urgente intervenire.
A sostenerlo è l’«Alleanza per l’infanzia», realtà che si è
costituita in questi giorni per iniziativa di alcuni esponenti del mondo della
ricerca insieme ad associazioni e soggetti della società civile. Il primo
intervento dell’Alleanza è un’analisi
della Manovra alla luce delle politiche di sostegno alle nascite. Il punto
che riguarda l’indennità di maternità tocca un aspetto di cui si parla poco, ma
che nega un diritto che dovrebbe essere universale. La proposta è di introdurre
una 'indennità di maternità minima' di 5 mesi, pari a 1,5 volte l’assegno
sociale, per tutte le mamme, e di consentire la cumulabilità dei versamenti e
delle indennità maturate su più casse previdenziali, oltre ad estendere il
congedo di 10/11 mesi a tutte le tipologie di lavoratori e lavoratrici, da
suddividere tra i due genitori.
La necessità di rendere universali i trattamenti riservati
solo ad alcune categorie riguarda anche gli assegni familiari: l’Alleanza
appoggia la soluzione dell’assegno unificato per i figli prevista dall’articolo
42 della Legge di Bilancio, ma suggerisce che, come proposto dal ddl Delrio,
diventi una misura universale, quantomeno fino ai 18 anni, e soprattutto
strutturale e stabile, non una tantum. Quanto al nuovo 'bonus nido', che mira a
rendere gratuito il servizio a chi già ne beneficia, il documento consiglia piuttosto
di ampliare l’offerta sul territorio di servizi pubblici e convenzionati di
qualità, dato che il 75% delle famiglie ne è esclusa.
L’Alleanza per l’infanzia (aperta alle adesioni) riunisce
alcuni degli studiosi più noti tra chi si occupa di demografia e politiche per
la natalità, come Alessandro Rosina dell’Università Cattolica, Chiara Saraceno
e Daniela Del Boca del Collegio Carlo Alberto di Torino, Letizia Mencarini
della Bocconi. Tra le associazioni, Save The Children, Cittadinanza Attiva, Sbilanciamoci,
Cgil, Cisl, e Uil. «In Italia nascono pochi bambini e bambine – si legge nel
"manifesto" di presentazione – . Le cause non vanno cercate tanto in
un calo del desiderio di avere figli, ma soprattutto nelle difficoltà crescenti
che incontrano coloro che vorrebbero averne o che ne hanno già».
L’intenzione dell’Alleanza per l’infanzia è fare in modo che
gli approcci condivisi in modo trasversale sulle politiche per l’infanzia e la
natalità siano riconosciuti e tradotti dalla politica con provvedimenti solidi
e non con misure estemporanee, come fatto per anni.
Massimo CalviAvvenire
20.11.2019
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La lezione di Jorge Lorenzo
Jorge Lorenzo è un motociclista di talento, spagnolo, un campione: nella sua carriera ha vinto 5 mondiali, due nella categoria 250, tre nella MotoGp, la “classe regina” delle due ruote a motore. E’ uno dei rivali storici dell’italiano Valentino Rossi. A 32 anni Lorenzo ha deciso di smettere di correre. Succede, a quell’età, per uno sportivo, anche se non così spesso.
Rossi, per restare in tema, a 40 anni sfreccia ancora, e chissà quando smetterà. Il fatto è che lo spagnolo da un po’ non corre più come prima. Da quando? Più o meno dall’ultimo incidente, nel giugno 2019. Non è stata l’unica volta che si è fatto male - non sarebbe un campione delle moto –. Anzi: proprio Lorenzo detiene uno di quei record tipici per sportivi di tale tempra: qualche anno fa è tornato in pista a meno di due giorni da un intervento in anestesia totale. Ora è diverso. L’ultima volta l’ha vista più brutta del solito, avendo il colpo interessato la colonna vertebrale. Lo ha persino ammesso: dopo quell’incidente ho cercato più di non farmi male che di andare veloce.
Succede, dunque. Non sempre, ma quando accade è giusto applaudire.
In un’epoca in cui l’esaltazione dell’impresa che travalica ogni limite è la regola per i campioni, mentre tra gli sportivi del weekend l’emulazione diventa spesso imprudenza, chi trova il coraggio di fermarsi accettando di fare i conti con la paura, andrebbe celebrato. Lorenzo è un po’ l’alpinista che scruta il cielo e a un passo dalla vetta decide di rinunciare: l'esperienza ha trasformato gli obiettivi. Anche la prudenza è una virtù, anche per fermarsi serve coraggio.
Resterà il dubbio che il campione abbia solo trovato una scusa perché campione non riusciva più ad esserlo. Ma che importa? Quando ci si ferma e si scende, non conta più ciò che si perde, ma quello che si trova o che riserverà il tempo. “C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia”, scriveva più di un secolo fa Charles Péguy, aggiungendo che gli altri avventurieri al confronto “non corrono alcun pericolo”. Ma questa è tutta un’altra corsa.
Massimo Calvi
Avvenire.it
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Rossi, per restare in tema, a 40 anni sfreccia ancora, e chissà quando smetterà. Il fatto è che lo spagnolo da un po’ non corre più come prima. Da quando? Più o meno dall’ultimo incidente, nel giugno 2019. Non è stata l’unica volta che si è fatto male - non sarebbe un campione delle moto –. Anzi: proprio Lorenzo detiene uno di quei record tipici per sportivi di tale tempra: qualche anno fa è tornato in pista a meno di due giorni da un intervento in anestesia totale. Ora è diverso. L’ultima volta l’ha vista più brutta del solito, avendo il colpo interessato la colonna vertebrale. Lo ha persino ammesso: dopo quell’incidente ho cercato più di non farmi male che di andare veloce.
Succede, dunque. Non sempre, ma quando accade è giusto applaudire.
In un’epoca in cui l’esaltazione dell’impresa che travalica ogni limite è la regola per i campioni, mentre tra gli sportivi del weekend l’emulazione diventa spesso imprudenza, chi trova il coraggio di fermarsi accettando di fare i conti con la paura, andrebbe celebrato. Lorenzo è un po’ l’alpinista che scruta il cielo e a un passo dalla vetta decide di rinunciare: l'esperienza ha trasformato gli obiettivi. Anche la prudenza è una virtù, anche per fermarsi serve coraggio.
Resterà il dubbio che il campione abbia solo trovato una scusa perché campione non riusciva più ad esserlo. Ma che importa? Quando ci si ferma e si scende, non conta più ciò che si perde, ma quello che si trova o che riserverà il tempo. “C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia”, scriveva più di un secolo fa Charles Péguy, aggiungendo che gli altri avventurieri al confronto “non corrono alcun pericolo”. Ma questa è tutta un’altra corsa.
Massimo Calvi
Avvenire.it
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Figli e clima, l'errore di 11mila scienziati
L’emergenza climatica richiede interventi immediati ed efficaci. La comunità scientifica, e non solo, lo sostiene da tempo. Di recente più di 11mila scienziati esperti di varie discipline hanno avanzato una lista di 6 proposte concrete da sottoporre ai governi. L’intervento, pubblicato sulla rivista BioScience, suggerisce interventi in gran parte condivisibili per evitare all’umanità "sofferenze indicibili", dall’introduzione di tasse sui combustibili fossili alla riforestazione fino al cambio dei regimi alimentari. L’ultimo punto, tuttavia, chiede di «stabilizzare» e persino ridurre gradualmente la popolazione globale, che aumenta di 80 milioni di persone l’anno. Mentre gli altri suggerimenti non hanno incontrato grandi obiezioni, il capitolo "demografia" ha sollevato diverse critiche, anche da parte di scienziati. Collegare il problema del riscaldamento climatico alla popolazione presenta in effetti una serie di incongruenze non solo culturali, filosofiche o spirituali, ma anche tecniche. Contraddizioni sulle quali vale la pena riflettere, ripercorrendo alcune delle osservazioni già emerse.
La prima contraddizione riguarda l’allarme sulla crescita della popolazione mondiale. Oggi da più parti si è preso atto che il numero di abitanti sul pianeta Terra sarà molto più basso di quanto non si pensasse solo pochi anni fa. L’Onu ha appena tagliato di un paio di miliardi le previsioni sul 2100, portando il dato a 11 miliardi di persone, e presto secondo molti potrebbe rivedere nuovamente le stime al ribasso. I tassi di fecondità stanno crollando in tutto il mondo, nei Paesi sviluppati il numero medio di figli per donna è quasi ovunque sotto il tasso di sostituzione (2,1), ma anche nei Paesi in via di sviluppo, o considerati in espansione demografica, la tendenza è a convergere verso questi livelli. L’India, per fare un esempio, è già scesa a 2,2 figli per donna. In sostanza la popolazione mondiale sta già calando da sola più rapidamente del previsto, anzi, presto la vera emergenza sarà rappresentata dall’invecchiamento, cioè dal fatto che saremo un pianeta con tanti anziani e un numero limitato di giovani.
La seconda contraddizione chiama in causa le soluzioni per limitare l’espansione demografica, che indicano la necessità di migliorare l’istruzione delle ragazze, favorire la parità di genere e rendere più accessibili gli "strumenti" di pianificazione familiare. Sorvolando (per ora) sui rilievi morali, emerge una contraddizione palese: se i tassi di fecondità stanno già crollando ovunque, e se ovunque il problema è l’aumento dell’età media, come si può ridurre veramente la popolazione? Forse riducendo l’aspettativa di vita?
La terza contraddizione conduce alla responsabilità delle emissioni di CO2. La realtà insegna che non sono le persone in quanto tali a inquinare, ma gli stili di vita. Non è un caso che il continente che più fa paura agli "scienziati" quanto ad aumento di popolazione, l’Africa, sia anche quello meno interessato dalla produzione di CO2. La maggiore responsabilità "ambientale" dell’Asia, inoltre, non è imputabile al numero di persone di quel continente, ma a un sistema produttivo inefficiente votato a produrre beni per i consumatori più ricchi. Le emissioni di CO2 non dipendono da chi nasce, ma da quanto e come consuma una certa fascia della popolazione mondiale.
Una quarta contraddizione della tentazione neomalthusiana riguarda il rischio di distogliere l’attenzione sul fatto che, salvo eventi catastrofici, la popolazione della Terra da qui al 2100 aumenterà anche se si faranno molti meno figli. L’avanzata dello sviluppo porta sempre con sé una riduzione della taglia delle famiglie, ma a tecnologie immutate questo processo finisce per generare comunque più emissioni di CO2, anche con meno persone. La vera sfida, insomma, è concentrare le energie per capire come rendere più sostenibile lo sviluppo, non come ridurre le nascite.
La quinta contraddizione richiama la capacità di trovare risposte alle grandi sfide dell’umanità. La storia dell’innovazione insegna che le soluzioni sono sempre emerse dove c’è densità di popolazione e di energie, dove il problema è più sentito, non nei territori spopolati, caratterizzati da declino e decrescita. Un modo per dire anche che tra i figli che non nasceranno per richiesta degli "scienziati" potrebbe esserci il ricercatore che troverà la risposta al riscaldamento climatico.
Il sesto e ultimo rilievo è di carattere culturale e morale, ma non per questo meno razionale. L’idea che dei bianchi ricchi decidano che alcune aree del pianeta debbano essere tenute sotto controllo demografico fa ripiombare l’umanità nell’era oscura dell’imperialismo colonialista e oltretutto rischia di trasformare la scienza del clima e l’universo ecologista in un movimento ideologico dai contorni inquietanti, una landa ai confini con il razzismo e la deriva eugenetica. Declini che in genere non risolvono i problemi, ma li alimentano.
Per concludere, il documento degli 11mila scienziati può essere utile nel momento in cui aiuta ad aprire una discussione ad ampio raggio sulla questione ambientale. Anche per dire, però, che oggi il mondo ha bisogno di più ricerca scientifica, non di una ricerca orientata da una parziale visione del mondo. L’enciclica Laudato si’, che talvolta è citata impropriamente, invita a una «conversione» nello spirito di un’«ecologia integrale». D’altra parte, sottrarre i figli dall’orizzonte dell’umanità significa semplicemente eliminare la ragione per cui dovremmo impegnarci per salvare la Terra.
Massimo Calvi
Avvenire 8.11.2019
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La prima contraddizione riguarda l’allarme sulla crescita della popolazione mondiale. Oggi da più parti si è preso atto che il numero di abitanti sul pianeta Terra sarà molto più basso di quanto non si pensasse solo pochi anni fa. L’Onu ha appena tagliato di un paio di miliardi le previsioni sul 2100, portando il dato a 11 miliardi di persone, e presto secondo molti potrebbe rivedere nuovamente le stime al ribasso. I tassi di fecondità stanno crollando in tutto il mondo, nei Paesi sviluppati il numero medio di figli per donna è quasi ovunque sotto il tasso di sostituzione (2,1), ma anche nei Paesi in via di sviluppo, o considerati in espansione demografica, la tendenza è a convergere verso questi livelli. L’India, per fare un esempio, è già scesa a 2,2 figli per donna. In sostanza la popolazione mondiale sta già calando da sola più rapidamente del previsto, anzi, presto la vera emergenza sarà rappresentata dall’invecchiamento, cioè dal fatto che saremo un pianeta con tanti anziani e un numero limitato di giovani.
La seconda contraddizione chiama in causa le soluzioni per limitare l’espansione demografica, che indicano la necessità di migliorare l’istruzione delle ragazze, favorire la parità di genere e rendere più accessibili gli "strumenti" di pianificazione familiare. Sorvolando (per ora) sui rilievi morali, emerge una contraddizione palese: se i tassi di fecondità stanno già crollando ovunque, e se ovunque il problema è l’aumento dell’età media, come si può ridurre veramente la popolazione? Forse riducendo l’aspettativa di vita?
La terza contraddizione conduce alla responsabilità delle emissioni di CO2. La realtà insegna che non sono le persone in quanto tali a inquinare, ma gli stili di vita. Non è un caso che il continente che più fa paura agli "scienziati" quanto ad aumento di popolazione, l’Africa, sia anche quello meno interessato dalla produzione di CO2. La maggiore responsabilità "ambientale" dell’Asia, inoltre, non è imputabile al numero di persone di quel continente, ma a un sistema produttivo inefficiente votato a produrre beni per i consumatori più ricchi. Le emissioni di CO2 non dipendono da chi nasce, ma da quanto e come consuma una certa fascia della popolazione mondiale.
Una quarta contraddizione della tentazione neomalthusiana riguarda il rischio di distogliere l’attenzione sul fatto che, salvo eventi catastrofici, la popolazione della Terra da qui al 2100 aumenterà anche se si faranno molti meno figli. L’avanzata dello sviluppo porta sempre con sé una riduzione della taglia delle famiglie, ma a tecnologie immutate questo processo finisce per generare comunque più emissioni di CO2, anche con meno persone. La vera sfida, insomma, è concentrare le energie per capire come rendere più sostenibile lo sviluppo, non come ridurre le nascite.
La quinta contraddizione richiama la capacità di trovare risposte alle grandi sfide dell’umanità. La storia dell’innovazione insegna che le soluzioni sono sempre emerse dove c’è densità di popolazione e di energie, dove il problema è più sentito, non nei territori spopolati, caratterizzati da declino e decrescita. Un modo per dire anche che tra i figli che non nasceranno per richiesta degli "scienziati" potrebbe esserci il ricercatore che troverà la risposta al riscaldamento climatico.
Il sesto e ultimo rilievo è di carattere culturale e morale, ma non per questo meno razionale. L’idea che dei bianchi ricchi decidano che alcune aree del pianeta debbano essere tenute sotto controllo demografico fa ripiombare l’umanità nell’era oscura dell’imperialismo colonialista e oltretutto rischia di trasformare la scienza del clima e l’universo ecologista in un movimento ideologico dai contorni inquietanti, una landa ai confini con il razzismo e la deriva eugenetica. Declini che in genere non risolvono i problemi, ma li alimentano.
Per concludere, il documento degli 11mila scienziati può essere utile nel momento in cui aiuta ad aprire una discussione ad ampio raggio sulla questione ambientale. Anche per dire, però, che oggi il mondo ha bisogno di più ricerca scientifica, non di una ricerca orientata da una parziale visione del mondo. L’enciclica Laudato si’, che talvolta è citata impropriamente, invita a una «conversione» nello spirito di un’«ecologia integrale». D’altra parte, sottrarre i figli dall’orizzonte dell’umanità significa semplicemente eliminare la ragione per cui dovremmo impegnarci per salvare la Terra.
Massimo Calvi
Avvenire 8.11.2019
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Il futuro della famiglia è in periferia
Quando ci si chiede come cambierà la forma della famiglia e
la sua presenza nella società negli anni a venire, una delle variabili che
andrebbe osservata con attenzione riguarda l’evoluzione delle città: il modo in
cui le città cambiano, si sviluppano, vengono pensate, abitate, vissute,
produce infatti una serie di conseguenze che riescono a modificare in modo
molto netto la vita delle famiglie e la loro composizione. Per rendersi conto
di questa trasformazione il dato da cui partire è lo straordinario successo che
le città stanno conoscendo rispetto alle campagne e alle aree rurali. Ovunque
nel mondo le persone vogliono vivere e vivranno sempre di più nelle città. Il
2007 è considerato l’anno del sorpasso: per la prima volta nella storia del
genere umano più della metà degli abitanti del mondo è risultata vivere in
un’area urbana. Oggi la percentuale è salita al 55% e nel 2050 si prevede
raggiunga il 70%. Per rendersi conto della dimensione di questo cambiamento si
pensi che le persone che vivranno in una città tra trent’anni saranno
esattamente quante ce n’erano in tutto il mondo nel 2002. La più grande
migrazione di questa epoca non avviene tanto tra nazioni, ma tra campagne e
città.
La rivoluzione è in atto da tempo, ed è in gran parte figlia
del progresso tecnologico. Oggi si stima che il 50% dell’intera economia
americana sia prodotto nelle 25 metropoli più densamente abitate. Questa
concentrazione di opportunità nelle aree urbane ha una forza di attrazione
potentissima. Ma non è senza conseguenze. Da un punto di vista ambientale il
cambiamento comporta che sempre di più saranno le città i luoghi da tenere
sotto osservazione per l’impatto sull’inquinamento e gli effetti sul riscaldamento
climatico, considerato che più del 70% delle emissioni di CO2 proviene dalle
aree urbane. Ma una conseguenza significativa riguarda la dimensione delle
famiglie e le prospettive demografiche del mondo. Le previsioni circa l’aumento
della popolazione sulla Terra sono appena state riscritte: la popolazione
mondiale non crescerà dai 7,7 attuali fino ai 12-13 miliardi che l’Onu si
aspettava solo qualche anno fa per il 2100. L’Onu stessa ha rivisto al ribasso
le stime (e non è escluso debba farlo ancora in futuro) correggendo la cifra a
11 miliardi. Ma secondo molti ricercatori e studiosi di demografia, nel 2100 ci
si potrebbe assestare a "soli" 7-8 miliardi.
Perché queste revisioni? In gran parte per l’accelerazione
del processo di migrazione nelle città. In una società avanzata l’età della
prima maternità tende sempre a salire, per i percorsi di studio più lunghi e
per la maggiore partecipazione delle donne nel mercato del lavoro. Inoltre il
costo del mantenimento dei figli in un contesto urbano è molto più elevato.
Mentre fattori come lo stress, gli stili di vita, l’inquinamento,
contribuiscono a ridurre la fertilità. È in buona parte per questo che i tassi
di fecondità stanno crollando ovunque nei Paesi in via di sviluppo, dall’India
alla Nigeria. Lo stesso fenomeno riguarda il mondo sviluppato, anche se le
dinamiche sono diverse. Il prezzo crescente degli immobili nelle città più
ambite o la dimensione degli appartamenti rendono le aree centrali sempre meno
adatte alle famiglie, soprattutto se numerose. Una recente analisi pubblicata
su "The Atlantic", a cura di Derek Thompson, ha posto la questione in
modo netto chiedendosi: «Il futuro delle città sarà senza figli?».
L’analisi partiva dalla constatazione che New York, la città
più attrattiva del mondo, ha visto per la prima volta dopo tanti anni diminuire
la sua popolazione: questo è avvenuto principalmente perché le famiglie tendono
a trasferirsi nelle periferie, dove le case costano meno e gli spazi sono a
misura di passeggino. Dal 2011 il numero di bambini nati nei cinque quartieri
di New York è sceso del 9%, a Manhattan il calo è stato del 15%. Quanto sta
avvenendo nella capitale globale non è un fenomeno isolato, ma interessa gran
parte del mondo sviluppato, dove si verificano due grandi fenomeni "migratori":
da una parte anche qui le persone si trasferiscono sempre di più nelle grandi
metropoli, causando il declino dei centri meno attrattivi, dall’altra l’aumento
della popolazione nelle città riguarda soprattutto le zone periferiche.
L’ultimo rapporto Cresme sull’Italia con le previsioni
demografiche al 2036 ha messo bene in evidenza il fenomeno di polarizzazione
verso i centri dinamici di maggior successo: se dal 2006 al 2013 la popolazione
è aumentata solo nelle città maggiori, dal 2014 la crescita ha riguardato meno
di 10 centri, mentre si prevede che tra 15 anni non solo le aree rurali
tenderanno a svuotarsi, ma tutte le città perderanno popolazione, ad esclusione
di Milano, Bologna e Firenze, con grande sofferenza per tutto il Sud. Accanto a
questo fenomeno, ecco la trasformazione dell’idea di "centro" e di
"periferia". A Parigi molte scuole nei quartieri centrali hanno
chiuso per mancanza di bambini. A Milano la popolazione è in crescita, ma più
della metà è rappresentata da single, e il 75% dei nuclei è composto da una
sola persona o da una coppia senza figli. Un po’ ovunque nei centri delle città
più ricche l’unico gruppo sociale in aumento risulta essere quello dei giovani
con alta istruzione e alto reddito. Terry Nichols Clark, sociologo dell’Università
di Chicago ha definito le zone centrali delle aree metropolitane «macchine di
intrattenimento», «parchi tematici» per giovani adulti che vogliono continuare
a essere bambini, ma senza avere bambini attorno. Richard Florida, l’inventore
della definizione di «classe creativa» riferita ai talenti contesi dalle «città
superstar», oggi definisce i nuovi centri urbani come «aree gioco» per élites
realizzate a spese dei residenti delle periferie. Mentre è proprio qui, nelle
zone periferiche, come sostiene l'urbanista americano Joel Kotkin, che la
minore densità si può tradurre in un ambiente più favorevole per le famiglie e i
bambini.
Ciò che sta avvenendo attorno alle metropoli può produrre
nuove opportunità, ma anche nuove tensioni. Da una parte la prospettiva è
quella di veder nascere delle vere e proprie città Stato, con il rischio che
abbiano però il vuoto attorno. Dall’altro la "rinascita urbana" oggi
rischia sempre più di essere senza figli nelle zone centrali, ma con difficoltà
per le famiglie nelle periferie, in assenza di un’attenzione particolare. Se si
guarda al fenomeno francese dei Gilet Gialli, non a caso emerso in un Paese che
sperimenta una polarizzazione molto netta a favore della grande metropoli, si
può trovare una costante nel senso di abbandono vissuto da una parte di
popolazione che sente di subire scelte decise nel cuore città e "a
misura" della città e delle élites. Il pericolo oggi è che tensioni di
questo tipo si verifichino anche nella dialettica tra i centri e le periferie.
La politica per le città è sempre stata concepita in termini di investimenti a
favore del centro, oggi è necessario un maggiore equilibrio.
La prospettiva di città in cui i trolley di chi viaggia
(sfruttando e alimentando il fenomeno degli affitti brevi) si sostituiscono ai
passeggini, mentre i wine bar e le trattorie tipiche prendono il posto delle
scuole e degli asili, può essere una trasformazione dinamica, ma ha molte
implicazioni. Se le famiglie sono sempre di più il "popolo" delle
periferie, è necessario puntare su questi luoghi per favorire l’innovazione
sociale, ma anche per recuperare il terreno perso investendo dove la qualità
degli edifici è più bassa, dove mancano o si riducono i servizi di base, dove i
trasporti pubblici rendono difficili i collegamenti e dove la carenza di
infrastrutture genera emarginazione e disagio. Molti osservatori concordano nel
dire che la sfida globale per un mondo più sostenibile sarà vinta o persa nelle
città. Ma questo significa che la partita, anche per quanto riguarda il tema
del sostegno alla natalità e della tenuta demografica di un Paese, si giocherà
soprattutto nelle periferie.
Massimo Calvi
Avvenire, 26.10.2019
Grillo: niente voto per i nonni
«E se togliessimo il voto agli anziani?» Definirla "proposta" suona offensivo. E infatti l’uscita di Beppe Grillo sul suo blog è stata classificata da tutti come una "provocazione". Ma a prescindere dai termini la questione è seria. Non per l’idea in sé, ma perché Grillo è pur sempre il fondatore di una delle principali forze politiche italiane, il Movimento 5 Stelle, nonché l’ispiratore di tante iniziative riconducibili a quell’area politica e guru ascoltato anche quando offre battute o slogan ad effetto. Dalla stagione dei "Vaffa" in avanti si è visto che anche la meno nobile delle "boutade" può nascere da qualcosa che è già presente e che in ogni caso riesce a influenzare e contribuire a radicare una visione della società.
La questione del voto agli anziani è riconducibile al dibattito, più strutturato e serio, sulla necessità di dare maggiore rappresentanza alle istanze dei giovani, il cui peso politico rischia di rimanere schiacciata da una demografia negativa che fa dell’Italia il secondo Paese più anziano al mondo. Luigi Campiglio, economista della Cattolica, già nel 2005 propose di lasciare che i genitori votassero anche per i figli minori. I numeri danno la dimensione del problema. Oggi i ragazzi tra i 16 e i 19 anni sono solo il 4,8% della popolazione, mentre dai 10 anni alla maggiore età si arriva a malapena al 10% in tutto. Gli "over 60" sono invece quasi il 30%, più o meno la stessa percentuale di chi ha dai 40 ai 60 anni, e che tra vent’anni rappresenterà un blocco generazionale "pesantissimo".
Lo squilibrio della popolazione in Italia dovrebbe insomma spingere ad aprire una riflessione vera sulla necessità di compensare questa distorsione democratica. Con serietà. Perché non è detto che un giovane voti necessariamente spalancando l’orizzonte al futuro, e che un anziano sia invece interessato esclusivamente ad ottenere il massimo beneficio per accaparrarsi il presente. D’altra parte la storia insegna – la previdenza può essere un esempio – che politici giovani hanno spesso sostenuto provvedimenti "vecchi", di corto respiro, e che hanno contribuito a far salire deficit e debito pubblico, mentre grandi riforme strutturali sono state portate avanti da esecutivi con molti anziani. Se tuttavia il problema c’è, quanto Grillo ha messo in campo, tralasciando il fatto che non è costituzionalmente sostenibile, è semplicemente la lettura di chi guarda e invita a guardare agli anziani come a "scarti" della società. E questo è del tutto inaccettabile. Se la politica vuole guardare al futuro deve essere capace di includere gli interessi delle future generazioni, anche offrendo loro più rappresentanza, non continuare a tradirle per calcolo elettorale, e poi trasferire la colpa sulle generazioni più anziane chiedendo di rottamare i nonni.
Massimo Calvi
Avvenire, 19.10.2019
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La questione del voto agli anziani è riconducibile al dibattito, più strutturato e serio, sulla necessità di dare maggiore rappresentanza alle istanze dei giovani, il cui peso politico rischia di rimanere schiacciata da una demografia negativa che fa dell’Italia il secondo Paese più anziano al mondo. Luigi Campiglio, economista della Cattolica, già nel 2005 propose di lasciare che i genitori votassero anche per i figli minori. I numeri danno la dimensione del problema. Oggi i ragazzi tra i 16 e i 19 anni sono solo il 4,8% della popolazione, mentre dai 10 anni alla maggiore età si arriva a malapena al 10% in tutto. Gli "over 60" sono invece quasi il 30%, più o meno la stessa percentuale di chi ha dai 40 ai 60 anni, e che tra vent’anni rappresenterà un blocco generazionale "pesantissimo".
Lo squilibrio della popolazione in Italia dovrebbe insomma spingere ad aprire una riflessione vera sulla necessità di compensare questa distorsione democratica. Con serietà. Perché non è detto che un giovane voti necessariamente spalancando l’orizzonte al futuro, e che un anziano sia invece interessato esclusivamente ad ottenere il massimo beneficio per accaparrarsi il presente. D’altra parte la storia insegna – la previdenza può essere un esempio – che politici giovani hanno spesso sostenuto provvedimenti "vecchi", di corto respiro, e che hanno contribuito a far salire deficit e debito pubblico, mentre grandi riforme strutturali sono state portate avanti da esecutivi con molti anziani. Se tuttavia il problema c’è, quanto Grillo ha messo in campo, tralasciando il fatto che non è costituzionalmente sostenibile, è semplicemente la lettura di chi guarda e invita a guardare agli anziani come a "scarti" della società. E questo è del tutto inaccettabile. Se la politica vuole guardare al futuro deve essere capace di includere gli interessi delle future generazioni, anche offrendo loro più rappresentanza, non continuare a tradirle per calcolo elettorale, e poi trasferire la colpa sulle generazioni più anziane chiedendo di rottamare i nonni.
Massimo Calvi
Avvenire, 19.10.2019
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Natalità, una Manovra senza visione
Bisogna essere onesti. A un Governo che si è da poco costituito e che come principale obiettivo economico si è posto quello di evitare l’aumento dell’Iva e mettere in sicurezza i conti, non si può chiedere che nel giro di poche settimane avvii quella rivoluzione per sostenere e rilanciare la natalità che l’Italia avrebbe dovuto mettere in campo almeno 30 anni fa. Però a questo stesso Governo può essere chiesto di dimostrare con i fatti, già nella Manovra per il 2020 in via di articolazione, che considera il tema del declino demografico una priorità, e non un argomento da varie ed eventuali nell’agenda del Paese. Così come dall’opposizione a questo Governo, almeno su tale fronte, ci si dovrebbe aspettare un atteggiamento di convergenza e di collaborazione, se davvero si è tutti d’accordo ormai sul fatto che le "culle vuote" non rappresentano solo l’immagine di desideri non realizzati o di difficoltà nel darsi e nel costruire un futuro come nuclei familiari, ma una grande emergenza nazionale. Proprio quello che la politica non sembra aver compreso in pieno. Nell’ultimo quarto di secolo sia il centrodestra sia il centrosinistra sia i protagonisti dell’attuale tripolarismo imperfetto hanno dimostrato che il sostegno alle famiglie con figli è argomento "caldo" da campagna elettorale, mentre una volta al potere diventa secondario rispetto a misure che si pensa possano garantire un dividendo elettorale immediato.
Stavolta, per di più, tutti i partiti e i movimenti hanno fatto capire di essere pronti ad appoggiare una misura efficace e semplice come è quella di un assegno unico universale per i figli a carico, sul modello di altri grandi Paesi europei. Tant’è che sul tavolo ci sono diverse ipotesi suggerite dal Forum delle famiglie, da 150 a 250 euro al mese per ogni figlio, mentre in Parlamento si sta esaminando il disegno di legge delega (primi firmatari Delrio e Lepri, del Pd) che prevede un assegno massimo di 240 euro legato al reddito.
Il punto è che l’intera classe dirigente, politica e non solo, anziché giocare al braccio di ferro sulle misure da inserire in Manovra, rischiando di lasciare le briciole alle famiglie dei lavoratori con figli, dovrebbe essere capace di farsi portatrice di un messaggio univoco. Una specie di operazione-verità per dire agli italiani che di soldi ce ne sono pochi, che la situazione non è facile, ma che piuttosto che procedere con micro-interventi finalizzati a dare pochi euro in più oggi a qualche categoria ben rappresentata (con la garanzia che salirà il debito domani), si è deciso di mettersi al lavoro per disinnescare la bomba sulla quale siamo tutti seduti e che si chiama "declino demografico", considerato che il calo delle nascite che dura da decenni condannerà presto il sistema di protezione sociale a implodere per mancanza di popolazione al lavoro.
L’impatto di una presa di coscienza collettiva, e l’assunzione di un obiettivo comune, è tutt’altro che irrilevante. Perché l’esperienza insegna che le sole misure economiche o normative non bastano a rilanciare e sostenere la natalità. In questa fase storica i tassi di fecondità stanno precipitando in tutto il mondo per varie ragioni. In Europa stanno cadendo ovunque di nuovo, e questo succede persino nei Paesi nordici, che sono stati per anni un modello per il welfare a sostegno delle culle piene: in Svezia, in Norvegia, in Danimarca, e pure nella Finlandia in testa alle classifiche mondiali della felicità. La ragione principale è che di fronte alle trasformazioni culturali e sociali sta dilagando un senso di insicurezza che snerva anche misure date ormai per scontate e che comunque sono figlie di una visione individualistica della società e del nucleo familiare.
L'unico grande Paese europeo che negli ultimi anni ha saputo invertire un po’ il declino è la Germania, dove come base di partenza si eroga a tutti un assegno di 200 euro al mese a figlio, e che ha investito molto su interventi per favorire la conciliazione e la cura, in un contesto che cerca di combattere la disgregazione dei legami familiari.
La rivoluzione necessaria per rimettere la famiglia e i figli al centro del progetto della comunità, a ogni livello, ha bisogno prima di tutto un salto di qualità culturale. Questo, oggi, l’intera classe politica dovrebbe essere capace di mettere in campo. Sul piano pratico, significa che gli asili nido devono essere gratuiti per le fasce deboli e a tariffe abbordabili anche per le altre, ma soprattutto tali strutture devono essere disponibili ovunque. I giorni di congedo devono aumentare anche più del previsto per entrambi i genitori, e chi ne beneficia poi non può essere penalizzato sul posto di lavoro. Un assegno per i figli va congegnato di importo significativo e per tutti, e soprattutto deve uscire dalla visione che fa dei sostegni alle famiglie solo misure di contrasto alla povertà. È necessario anche aver chiaro che gli slogan sulla parità di genere o gli appelli ai valori non hanno gioco facile in un contesto che non produce anche innovazione, qualità delle relazioni e ben-vivere.
Nessuno, insomma, può pensare che la risposta alla sfida possa venire interamente da una Manovra destinata a essere messa a punto in poche settimane da una maggioranza ancora neonata e in rodaggio come quella giallo-rossa. Ma è possibile inviare subito i giusti segnali al Paese e farlo con un’assunzione di responsabilità traversale. Le risorse a disposizione, in realtà, non mancano. Dipende se si vuole continuare a impiegarle per misure di corto respiro che trasmettono e promuovono una visione individualista della società, oppure se si può già incominciare a mettere la famiglia e i figli al centro di una visione comune che guardi al futuro.
Massimo Calvi
Avvenire 15.10.2019
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Stavolta, per di più, tutti i partiti e i movimenti hanno fatto capire di essere pronti ad appoggiare una misura efficace e semplice come è quella di un assegno unico universale per i figli a carico, sul modello di altri grandi Paesi europei. Tant’è che sul tavolo ci sono diverse ipotesi suggerite dal Forum delle famiglie, da 150 a 250 euro al mese per ogni figlio, mentre in Parlamento si sta esaminando il disegno di legge delega (primi firmatari Delrio e Lepri, del Pd) che prevede un assegno massimo di 240 euro legato al reddito.
Il punto è che l’intera classe dirigente, politica e non solo, anziché giocare al braccio di ferro sulle misure da inserire in Manovra, rischiando di lasciare le briciole alle famiglie dei lavoratori con figli, dovrebbe essere capace di farsi portatrice di un messaggio univoco. Una specie di operazione-verità per dire agli italiani che di soldi ce ne sono pochi, che la situazione non è facile, ma che piuttosto che procedere con micro-interventi finalizzati a dare pochi euro in più oggi a qualche categoria ben rappresentata (con la garanzia che salirà il debito domani), si è deciso di mettersi al lavoro per disinnescare la bomba sulla quale siamo tutti seduti e che si chiama "declino demografico", considerato che il calo delle nascite che dura da decenni condannerà presto il sistema di protezione sociale a implodere per mancanza di popolazione al lavoro.
L’impatto di una presa di coscienza collettiva, e l’assunzione di un obiettivo comune, è tutt’altro che irrilevante. Perché l’esperienza insegna che le sole misure economiche o normative non bastano a rilanciare e sostenere la natalità. In questa fase storica i tassi di fecondità stanno precipitando in tutto il mondo per varie ragioni. In Europa stanno cadendo ovunque di nuovo, e questo succede persino nei Paesi nordici, che sono stati per anni un modello per il welfare a sostegno delle culle piene: in Svezia, in Norvegia, in Danimarca, e pure nella Finlandia in testa alle classifiche mondiali della felicità. La ragione principale è che di fronte alle trasformazioni culturali e sociali sta dilagando un senso di insicurezza che snerva anche misure date ormai per scontate e che comunque sono figlie di una visione individualistica della società e del nucleo familiare.
L'unico grande Paese europeo che negli ultimi anni ha saputo invertire un po’ il declino è la Germania, dove come base di partenza si eroga a tutti un assegno di 200 euro al mese a figlio, e che ha investito molto su interventi per favorire la conciliazione e la cura, in un contesto che cerca di combattere la disgregazione dei legami familiari.
La rivoluzione necessaria per rimettere la famiglia e i figli al centro del progetto della comunità, a ogni livello, ha bisogno prima di tutto un salto di qualità culturale. Questo, oggi, l’intera classe politica dovrebbe essere capace di mettere in campo. Sul piano pratico, significa che gli asili nido devono essere gratuiti per le fasce deboli e a tariffe abbordabili anche per le altre, ma soprattutto tali strutture devono essere disponibili ovunque. I giorni di congedo devono aumentare anche più del previsto per entrambi i genitori, e chi ne beneficia poi non può essere penalizzato sul posto di lavoro. Un assegno per i figli va congegnato di importo significativo e per tutti, e soprattutto deve uscire dalla visione che fa dei sostegni alle famiglie solo misure di contrasto alla povertà. È necessario anche aver chiaro che gli slogan sulla parità di genere o gli appelli ai valori non hanno gioco facile in un contesto che non produce anche innovazione, qualità delle relazioni e ben-vivere.
Nessuno, insomma, può pensare che la risposta alla sfida possa venire interamente da una Manovra destinata a essere messa a punto in poche settimane da una maggioranza ancora neonata e in rodaggio come quella giallo-rossa. Ma è possibile inviare subito i giusti segnali al Paese e farlo con un’assunzione di responsabilità traversale. Le risorse a disposizione, in realtà, non mancano. Dipende se si vuole continuare a impiegarle per misure di corto respiro che trasmettono e promuovono una visione individualista della società, oppure se si può già incominciare a mettere la famiglia e i figli al centro di una visione comune che guardi al futuro.
Massimo Calvi
Avvenire 15.10.2019
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Quanto costa l'assegno unico per i figli
Ma quanto costa davvero introdurre in Italia un assegno unico per i figli a carico, di cui tanto si è dibattuto in questi giorni? La risposta è ovvia: dipende da quanto si vuole dare a ogni figlio. I conti in ogni caso, sono abbastanza semplici. E i soldi, volendo, sono già disponibili.
Assegno di 150 euro. Partiamo dall’ipotesi "minima" di concedere a tutti i minorenni un assegno da 150 euro al mese, lasciando intatte le attuali detrazioni per i figli a carico. In tal caso, considerando che i giovani da 0 a 18 anni sono poco più di 10,2 milioni, servirebbero circa 18 miliardi. L’impatto di un assegno di questo tipo non sarebbe irrilevante. Attualmente infatti gli assegni per il nucleo familiare (Anf), riconosciuti ai soli lavoratori dipendenti, ammontano come cifra massima a 137 euro al mese per il primo figlio, 121 per il secondo, 117 per il terzo. Per i redditi familiari lordi superiori a 14mila euro (poco più di mille euro netti al mese) l’assegno decresce. Dunque un assegno da 150 euro al mese per tutti gli "under-18", esteso anche ai figli degli autonomi e degli incapienti, sarebbe una dotazione considerevole. All’assegno si aggiungerebbero infatti le detrazioni fiscali in vigore: 950 euro per i figli con più di 3 anni, 1.220 se sono più piccoli (dotazione che tuttavia decresce rapidamente al crescere del reddito).
Assegno di 250 euro. L’assegno unico vero e proprio, invece, prevede di unire in una sola erogazione tutti gli attuali benefit monetari e gli sconti fiscali riconosciuti alle famiglie con figli. Perché nessuno ci perda, l’assegno dovrebbe essere pari a 250 euro al mese. In tal caso servirebbero 30 miliardi per corrisponderlo a 10 milioni di minorenni. Nel caso lo si volesse estendere anche ai figli a carico fino a 26 anni servirebbero 2 miliardi in più, ma se ci si limitasse a quelli che studiano l’aumento sarebbe irrisorio, dato che in Italia si laurea meno di un giovane su 5.
Dove trovare i soldi? Ma dove potrebbero essere trovati i 18 miliardi necessari a un assegno da 150 euro al mese a figlio? Una prima dotazione ovviamente dovrebbe arrivare dai 6,5 miliardi circa utilizzati oggi per pagare gli assegni familiari ai soli lavoratori dipendenti, nella parte che è a carico della fiscalità generale. Mancherebbero dunque 11,5 miliardi. Un’ipotesi di cui si è parlato è stata quella di riconvertire a questo scopo i 10 miliardi usati per il bonus fiscale da 80 euro, misura sovrapponibile all’assegno figli. Il miliardo e mezzo restante potrebbe invece essere preso dalle somme già spese per gli altri bonus, cioè il bonus bebè, e il premio nascita. Altre ipotesi circolate prevedono invece di convogliare all’assegno figli risparmi dal reddito di cittadinanza e da "Quota 100". Dove trovare invece i 10-12 miliardi aggiuntivi che servirebbero per l’assegno da 250 euro al mese? Semplice: dalla spesa per le detrazioni fiscali già riconosciute.
L’assegno unico è già possibile. Come si è visto, l’introduzione di un assegno unico per i figli a carico è una via costosa, ma non impossibile. Si potrebbe realizzare facilmente convogliando a questo scopo somme che lo Stato già spende. Sia che l’assegno costi 18 miliardi o 30 miliardi, in realtà andrebbero individuati solo 10-11 miliardi.
Una spesa inferiore, ovviamente, presuppone che l’assegno sia inferiore. Ad esempio l’assegno previsto dal disegno di legge delega in discussione in Parlamento sarebbe meno onerosa in quanto prevede 240 euro al mese come cifra massima, con riduzioni in base al reddito. A seconda di quanto lo si farà calare, la spesa per lo Stato sarà inferiore. Da notare però che i risparmi maggiori purtroppo si ottengono limando sulle fasce dei redditi medi, in quanto le dichiarazioni Irpef superiori ai 100mila euro lordi (4.200 euro al mese netti) in Italia sono solo l’1%.
Assegno di 150 euro. Partiamo dall’ipotesi "minima" di concedere a tutti i minorenni un assegno da 150 euro al mese, lasciando intatte le attuali detrazioni per i figli a carico. In tal caso, considerando che i giovani da 0 a 18 anni sono poco più di 10,2 milioni, servirebbero circa 18 miliardi. L’impatto di un assegno di questo tipo non sarebbe irrilevante. Attualmente infatti gli assegni per il nucleo familiare (Anf), riconosciuti ai soli lavoratori dipendenti, ammontano come cifra massima a 137 euro al mese per il primo figlio, 121 per il secondo, 117 per il terzo. Per i redditi familiari lordi superiori a 14mila euro (poco più di mille euro netti al mese) l’assegno decresce. Dunque un assegno da 150 euro al mese per tutti gli "under-18", esteso anche ai figli degli autonomi e degli incapienti, sarebbe una dotazione considerevole. All’assegno si aggiungerebbero infatti le detrazioni fiscali in vigore: 950 euro per i figli con più di 3 anni, 1.220 se sono più piccoli (dotazione che tuttavia decresce rapidamente al crescere del reddito).
Assegno di 250 euro. L’assegno unico vero e proprio, invece, prevede di unire in una sola erogazione tutti gli attuali benefit monetari e gli sconti fiscali riconosciuti alle famiglie con figli. Perché nessuno ci perda, l’assegno dovrebbe essere pari a 250 euro al mese. In tal caso servirebbero 30 miliardi per corrisponderlo a 10 milioni di minorenni. Nel caso lo si volesse estendere anche ai figli a carico fino a 26 anni servirebbero 2 miliardi in più, ma se ci si limitasse a quelli che studiano l’aumento sarebbe irrisorio, dato che in Italia si laurea meno di un giovane su 5.
Dove trovare i soldi? Ma dove potrebbero essere trovati i 18 miliardi necessari a un assegno da 150 euro al mese a figlio? Una prima dotazione ovviamente dovrebbe arrivare dai 6,5 miliardi circa utilizzati oggi per pagare gli assegni familiari ai soli lavoratori dipendenti, nella parte che è a carico della fiscalità generale. Mancherebbero dunque 11,5 miliardi. Un’ipotesi di cui si è parlato è stata quella di riconvertire a questo scopo i 10 miliardi usati per il bonus fiscale da 80 euro, misura sovrapponibile all’assegno figli. Il miliardo e mezzo restante potrebbe invece essere preso dalle somme già spese per gli altri bonus, cioè il bonus bebè, e il premio nascita. Altre ipotesi circolate prevedono invece di convogliare all’assegno figli risparmi dal reddito di cittadinanza e da "Quota 100". Dove trovare invece i 10-12 miliardi aggiuntivi che servirebbero per l’assegno da 250 euro al mese? Semplice: dalla spesa per le detrazioni fiscali già riconosciute.
L’assegno unico è già possibile. Come si è visto, l’introduzione di un assegno unico per i figli a carico è una via costosa, ma non impossibile. Si potrebbe realizzare facilmente convogliando a questo scopo somme che lo Stato già spende. Sia che l’assegno costi 18 miliardi o 30 miliardi, in realtà andrebbero individuati solo 10-11 miliardi.
Una spesa inferiore, ovviamente, presuppone che l’assegno sia inferiore. Ad esempio l’assegno previsto dal disegno di legge delega in discussione in Parlamento sarebbe meno onerosa in quanto prevede 240 euro al mese come cifra massima, con riduzioni in base al reddito. A seconda di quanto lo si farà calare, la spesa per lo Stato sarà inferiore. Da notare però che i risparmi maggiori purtroppo si ottengono limando sulle fasce dei redditi medi, in quanto le dichiarazioni Irpef superiori ai 100mila euro lordi (4.200 euro al mese netti) in Italia sono solo l’1%.
Massimo Calvi
Avvenire, 11.10.2019
Una Manovra "memorabile" per le famiglie è possibile?
La prima Manovra del secondo governo Conte potrebbe avere le carte per diventare un intervento memorabile. Negli ultimi giorni infatti si è registrata, almeno a parole, un’accelerazione per sostenere il varo di uno strumento che le famiglie attendono da anni: un assegno unico universale legato al numero dei figli. Il cambio di passo, a dire il vero, si deve più a movimenti di attacco e contrattacco all’interno della maggioranza. Ma poco importa, se questo può condurre a un obiettivo giusto. E l’ipotesi nelle mani del presidente del Consiglio lo è. Si tratterebbe, in buona sostanza, di convertire parte delle risorse destinate attualmente ad altre misure per varare un "child-benefit" sul modello di altri Paesi europei: circa 150 euro al mese per ogni figlio, erogato a dipendenti e autonomi, o 250 euro se a questo scopo venissero orientate anche le detrazioni per i familiari a carico.
La proposta, promossa con decisione dal Forum delle Famiglie, era stata suggerita cinque anni fa da una delega presentata dal senatore del Pd Stefano Lepri e oggi si trova riformulata in un nuovo disegno di legge delega a prima firma Graziano Delrio. Ma tutte le principali forze politiche, da M5s a Italia Viva, dalla Lega a Forza Italia, hanno apertamente dichiarato di essere a favore di un assegno unico. Se la politica non è fatta di parole al vento, dunque, l’assegno dovrebbe essere in dirittura. In questa fase tuttavia è presto per ragionare sulle cifre, i dettagli e le risorse. Meglio chiedersi allora quali sono i princìpi da difendere per uno strumento che, essendo destinato a tutti coloro che hanno figli a carico, rappresenterebbe una realtà rivoluzionaria per l’Italia.
Nei Paesi che in Europa più spendono e meglio spendono alla voce "famiglia e figli", una parte delle risorse serve a finanziare servizi per la cura dei piccoli e favorire l’armonizzazione dei tempi per la famiglia con quelli per il lavoro. Dunque nidi e materne per tutti – gratuiti per le fasce deboli, a tariffe calmierate per le altre – o ancora contributi per le baby sitter, congedi parentali e via dicendo. Un’altra parte consistente è invece destinata alle agevolazioni fiscali e/o alle erogazioni monetarie, cioè a un assegno universale, che è a importo fisso per tutti.
Il tema di un benefit unico e universale ha il merito di superare la logica variabile e occasionale dei bonus, di essere uno strumento semplice e comprensibile, di mettere sullo stesso piano tutti i figli. È solo una parte di quello che dovrebbe essere un moderno sistema, non tanto di sostegno "al bisogno", ma di incentivi alla famiglia e alla natalità, perché è di questo che si dovrebbe parlare in un Paese in emergenza demografica grave e che nei prossimi anni secondo le proiezioni di tutti gli istituti di ricerca andrà incontro a seri problemi di sostenibilità del sistema di protezione sociale, per carenza di popolazione attiva.
La questione andrebbe affrontata con serenità e onestà intellettuale. L’assegno unico può rappresentare una rivoluzione copernicana nel momento in cui anche in Italia si incomincia a superare l’impostazione che interpreta le politiche per la famiglia come politiche di contrasto alla povertà. L’obiettivo di sostegno alle fasce deboli va raggiunto con strumenti dedicati, così come per la redistribuzione della ricchezza esiste la leva fiscale. Un assegno per i figli dovrebbe invece rappresentare l’occasione per trasferire a tutte le famiglie l’idea che lo Stato e la comunità sostengono e accompagnano chi si fa carico di crescere ed educare le nuove generazioni, investendo sul futuro.
Nel tempo in Italia sono state introdotte diverse misure per finalità specifiche o per sostenere settori economici, senza mai considerare il reddito familiare: si pensi proprio al bonus da 80 euro, o al bonus formazione per gli insegnanti, al bonus per i maggiorenni, alle detrazioni per chi cambia il condizionatore o per chi ristruttura l’abitazione. Cosa ci spinge allora a chiedere ogni volta limiti e barriere solo quando si parla di nascite e di figli? Ciò che va riconosciuto è il valore del figlio, che prescinde e supera le condizioni della famiglia in cui nasce.
In Italia mancano molti primi figli, ma ormai mancano anche i secondi e soprattutto i terzi e i fratelli successivi, in un processo che sta portando alla drammatica estinzione delle famiglie numerose. È chiaro che dietro questa deriva vi è anche una profonda trasformazione di carattere culturale. Eppure se l’Italia è diventato il secondo Paese più "anziano" al mondo, dopo il Giappone, e tra le nazioni col più basso di fecondità, la cultura non spiega tutto: le ricerche dimostrano che in Italia al crescere del numero di figli i redditi medio-bassi diventano ancora più poveri e i redditi medio-alti vedono scendere più che altrove il reddito disponibile. Proprio per questo è urgente sottrarre la famiglia a ogni contesa ed elevarla a soggetto da proteggere e tutelare a prescindere.
In questo momento ci sono tutte le condizioni perché la prossima manovra diventi la prima a correggere la distorsione di un Paese che nei fatti disincentiva la natalità e il desiderio di famiglia. Il concetto destinato a passare con un assegno unico sul modello europeo è che prima di favorire i lavori in casa per fare spazio a un figlio andrebbe sostenuta la nascita di quei figli che portano poi a "ristrutturare" anche le mura domestiche. Una casa piena di vita che dovremmo sempre di più imparare a guardare come patrimonio di tutti.
Massimo Calvi
Avvenire, 8.10.2019
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La proposta, promossa con decisione dal Forum delle Famiglie, era stata suggerita cinque anni fa da una delega presentata dal senatore del Pd Stefano Lepri e oggi si trova riformulata in un nuovo disegno di legge delega a prima firma Graziano Delrio. Ma tutte le principali forze politiche, da M5s a Italia Viva, dalla Lega a Forza Italia, hanno apertamente dichiarato di essere a favore di un assegno unico. Se la politica non è fatta di parole al vento, dunque, l’assegno dovrebbe essere in dirittura. In questa fase tuttavia è presto per ragionare sulle cifre, i dettagli e le risorse. Meglio chiedersi allora quali sono i princìpi da difendere per uno strumento che, essendo destinato a tutti coloro che hanno figli a carico, rappresenterebbe una realtà rivoluzionaria per l’Italia.
Nei Paesi che in Europa più spendono e meglio spendono alla voce "famiglia e figli", una parte delle risorse serve a finanziare servizi per la cura dei piccoli e favorire l’armonizzazione dei tempi per la famiglia con quelli per il lavoro. Dunque nidi e materne per tutti – gratuiti per le fasce deboli, a tariffe calmierate per le altre – o ancora contributi per le baby sitter, congedi parentali e via dicendo. Un’altra parte consistente è invece destinata alle agevolazioni fiscali e/o alle erogazioni monetarie, cioè a un assegno universale, che è a importo fisso per tutti.
Il tema di un benefit unico e universale ha il merito di superare la logica variabile e occasionale dei bonus, di essere uno strumento semplice e comprensibile, di mettere sullo stesso piano tutti i figli. È solo una parte di quello che dovrebbe essere un moderno sistema, non tanto di sostegno "al bisogno", ma di incentivi alla famiglia e alla natalità, perché è di questo che si dovrebbe parlare in un Paese in emergenza demografica grave e che nei prossimi anni secondo le proiezioni di tutti gli istituti di ricerca andrà incontro a seri problemi di sostenibilità del sistema di protezione sociale, per carenza di popolazione attiva.
La questione andrebbe affrontata con serenità e onestà intellettuale. L’assegno unico può rappresentare una rivoluzione copernicana nel momento in cui anche in Italia si incomincia a superare l’impostazione che interpreta le politiche per la famiglia come politiche di contrasto alla povertà. L’obiettivo di sostegno alle fasce deboli va raggiunto con strumenti dedicati, così come per la redistribuzione della ricchezza esiste la leva fiscale. Un assegno per i figli dovrebbe invece rappresentare l’occasione per trasferire a tutte le famiglie l’idea che lo Stato e la comunità sostengono e accompagnano chi si fa carico di crescere ed educare le nuove generazioni, investendo sul futuro.
Nel tempo in Italia sono state introdotte diverse misure per finalità specifiche o per sostenere settori economici, senza mai considerare il reddito familiare: si pensi proprio al bonus da 80 euro, o al bonus formazione per gli insegnanti, al bonus per i maggiorenni, alle detrazioni per chi cambia il condizionatore o per chi ristruttura l’abitazione. Cosa ci spinge allora a chiedere ogni volta limiti e barriere solo quando si parla di nascite e di figli? Ciò che va riconosciuto è il valore del figlio, che prescinde e supera le condizioni della famiglia in cui nasce.
In Italia mancano molti primi figli, ma ormai mancano anche i secondi e soprattutto i terzi e i fratelli successivi, in un processo che sta portando alla drammatica estinzione delle famiglie numerose. È chiaro che dietro questa deriva vi è anche una profonda trasformazione di carattere culturale. Eppure se l’Italia è diventato il secondo Paese più "anziano" al mondo, dopo il Giappone, e tra le nazioni col più basso di fecondità, la cultura non spiega tutto: le ricerche dimostrano che in Italia al crescere del numero di figli i redditi medio-bassi diventano ancora più poveri e i redditi medio-alti vedono scendere più che altrove il reddito disponibile. Proprio per questo è urgente sottrarre la famiglia a ogni contesa ed elevarla a soggetto da proteggere e tutelare a prescindere.
In questo momento ci sono tutte le condizioni perché la prossima manovra diventi la prima a correggere la distorsione di un Paese che nei fatti disincentiva la natalità e il desiderio di famiglia. Il concetto destinato a passare con un assegno unico sul modello europeo è che prima di favorire i lavori in casa per fare spazio a un figlio andrebbe sostenuta la nascita di quei figli che portano poi a "ristrutturare" anche le mura domestiche. Una casa piena di vita che dovremmo sempre di più imparare a guardare come patrimonio di tutti.
Massimo Calvi
Avvenire, 8.10.2019
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Una Carbon tax che non penalizzi le famiglie
Quando si introduce una nuova tassa è sempre bene guardare agli insegnamenti che derivano da provvedimenti simili già messi in pratica altrove. Nel caso di un’ecotassa (o carbon-tax o tassa sulle emissioni di CO2 a seconda di come la si vuole chiamare) le lezioni che andrebbero tenute in considerazione arrivano dalla Francia e dalla Svezia. La rivolta contro l’introduzione nel 2018 di una tassa sui carburanti, scatenata dal movimento dei Gilet Gialli che hanno messo a ferro e fuoco Parigi spingendo il presidente Macron a tornare sui suoi passi, è diventata un caso di scuola sotto molti punti di vista. In seguito alle prime contestazioni, poi degenerate in altro, il dibattito su tassazione e inquinamento in Francia è evoluto arrivando a porre un paio di punti fermi. Il primo è che, per essere socialmente accettato, un nuovo balzello a favore dell’ambiente non deve essere percepito come un prelievo senza compensazione. Il secondo è che il consumatore deve in ogni caso avere una possibilità di scelta alla propria portata. Diversamente, diventa molto difficile acquisire alla causa ambientale larghe fasce di popolazione, le più povere, ma non solo loro.
Come si è capito in Francia, il concetto di una tassa pensata a misura di area urbana, ma sottoposta a territori non urbani, ha rappresentato una miccia capace di far esplodere altre (e ben peggiori) tensioni che covavano sotto il tappeto. Il fatto è che vere alternative per determinate categorie di lavoratori fortemente dipendenti dall’auto in quanto residenti in territori mal serviti dal trasporto pubblico, erano difficili da trovare. Un esempio simile, anche se a impatto molto minore, lo si è visto in Italia quando è stata introdotta la tassa sui sacchetti per la frutta sfusa al supermercato. Imposizione giusta, a favore della sostenibilità, ma quale alternativa si è data al consumatore dopo l’introduzione del micro balzello? Se l’unico modo per acquistare quel frutto è pagare una "tassa", ecco che il servizio alla causa ecologica rischia di essere poco efficace, oltre che poco compreso, proprio perché non riesce a incidere sui comportamenti.
L’altro caso di scuola in termini di tasse per l’ambiente e contro il riscaldamento climatico è la Svezia. A Stoccolma la carbon tax esiste fin dal 1991: la Svezia è stato il primo Paese in Europa a introdurla, pur avendo un’economia fortemente legata alle fonti fossili. L’imposizione tuttavia è socialmente accettata, nessuno la mette in discussione e ha contribuito ad abbassare significativamente le emissioni di CO2, tanto che il Paese potrebbe raggiungere l’obiettivo di essere carbon-neutral già nel 2045. Come è stato possibile? I punti forti del modello svedese sono sostanzialmente due. Il primo: la tassa è stata introdotta in modo molto graduale. Il secondo: è stata ampiamente compensata con riduzioni di tasse per le famiglie e le fasce deboli. In sostanza non si è cercato di fare cassa con i nuovi balzelli, ma si è consentito alle persone di convivere con il cambiamento cercando di neutralizzare gli aumenti. Per dirla più chiaramente: i consumatori non diventano più poveri se continuano a vivere come prima, ma possono risparmiare se consumano di meno o se lo fanno diversamente. Allo stesso tempo però la carbon tax si fa sentire su quella parte di popolazione il cui livello elevato di consumi dovuto allo stile di vita comporta maggiori emissioni.
Ecotassa graduale e non punitiva: questa potrebbe essere la sintesi delle lezioni francese e svedese. Di fatto questa è anche la ricetta che ha fornito l’Ocse nel rapporto 2019 sulla tassazione dei consumi di energia (tinyurl.com/yxzdfnu2). Nel documento si fa notare che nei 44 Paesi maggiormente sviluppati il peso medio dell’imposizione sulle emissioni di CO2 è pressoché nullo. Questo perché gli unici due carburanti in cui le accise superano ampiamente i 30 euro per tonnellata di CO2 – che è considerato il valore minimo di riferimento per raggiungere gli obiettivi di Parigi – sono la benzina, con 85,83 euro per tonnellata di CO2, e il diesel, con 73,76 euro. Invece per il carbone, l’olio combustibile, il cherosene, il Gpl, il Gas naturale e altri combustibili fossili, che non sono certo a emissioni zero, la tassazione media nel mondo è molto bassa: va da un minimo di 0,7 euro a un massimo di 11 euro. Per l’Ocse si tratta di una distorsione sulla quale occorre intervenire: l’85% delle emissioni di anidride carbonica legate all’energia, infatti, non derivano dal traffico su strada, ma sono prodotte da altre fonti. Eppure solo il 18% delle emissioni "non stradali" vengono attualmente tassate. Il restante 82%, come nel caso del carburante per il trasporto marittimo e per quello aereo, non ha alcuna imposizione.
Gli analisti dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico sostengono che per una trasformazione virtuosa dei consumi di energia la tassazione dovrebbe aumentare per avvicinarsi gradualmente almeno al livello simbolico dei 30 euro per tonnellata di CO2 emessa per ogni tipo di carburante. La cosa più interessante che emerge dal rapporto sono le proposte di riforma fiscale suggerite ai Paesi per far fronte al cambiamento. L’Ocse suggerisce esplicitamente, dopo l’aumento della carbon tax, di «riconfigurare la fiscalità al servizio di una crescita inclusiva», ad esempio abbassando le tasse sui redditi, ma anche di investire le possibili risorse aggiuntive in educazione, sanità e istruzione, oltre che di cogliere l’occasione per ridurre i debiti pubblici grazie alle maggiori entrate. Le ricette fiscali, si legge ancora nei consigli forniti agli Stati, possono anche servire a finanziare trasferimenti diretti alle famiglie in modo da attenuare gli effetti penalizzanti degli aumenti e aiutarle a ridurre la dipendenza da beni e servizi ad alte emissioni di CO2.
In Italia tuttavia i margini per un’ecotassa sulle fonti fossili sono abbastanza ridotti. Se si guarda a benzina e diesel, infatti, l’Italia è già al quinto posto tra i Paesi con l’imposizione fiscale più alta sulle emissioni di diossido di carbonio, con un livello medio di circa 240 euro per tonnellata di CO2. Stessa posizione in classifica per le altre fonti fossili, anche se qui i margini per aumenti sono molto più ampi, dato che l’accisa media è di circa 22 euro per tonnellata di CO2, dunque lontana dal valore di riferimento minimo di 30 euro. A prescindere da queste considerazioni, nel momento in cui anche in Italia si sta ragionando su come ridisegnare le tasse in chiave ambientale, i consigli dei ricercatori e le lezioni dell’esperienza maturata in altri Paesi possono essere una guida utile da tenere in considerazione.
Massimo Calvi
Avvenire 26.9.2019
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Come si è capito in Francia, il concetto di una tassa pensata a misura di area urbana, ma sottoposta a territori non urbani, ha rappresentato una miccia capace di far esplodere altre (e ben peggiori) tensioni che covavano sotto il tappeto. Il fatto è che vere alternative per determinate categorie di lavoratori fortemente dipendenti dall’auto in quanto residenti in territori mal serviti dal trasporto pubblico, erano difficili da trovare. Un esempio simile, anche se a impatto molto minore, lo si è visto in Italia quando è stata introdotta la tassa sui sacchetti per la frutta sfusa al supermercato. Imposizione giusta, a favore della sostenibilità, ma quale alternativa si è data al consumatore dopo l’introduzione del micro balzello? Se l’unico modo per acquistare quel frutto è pagare una "tassa", ecco che il servizio alla causa ecologica rischia di essere poco efficace, oltre che poco compreso, proprio perché non riesce a incidere sui comportamenti.
L’altro caso di scuola in termini di tasse per l’ambiente e contro il riscaldamento climatico è la Svezia. A Stoccolma la carbon tax esiste fin dal 1991: la Svezia è stato il primo Paese in Europa a introdurla, pur avendo un’economia fortemente legata alle fonti fossili. L’imposizione tuttavia è socialmente accettata, nessuno la mette in discussione e ha contribuito ad abbassare significativamente le emissioni di CO2, tanto che il Paese potrebbe raggiungere l’obiettivo di essere carbon-neutral già nel 2045. Come è stato possibile? I punti forti del modello svedese sono sostanzialmente due. Il primo: la tassa è stata introdotta in modo molto graduale. Il secondo: è stata ampiamente compensata con riduzioni di tasse per le famiglie e le fasce deboli. In sostanza non si è cercato di fare cassa con i nuovi balzelli, ma si è consentito alle persone di convivere con il cambiamento cercando di neutralizzare gli aumenti. Per dirla più chiaramente: i consumatori non diventano più poveri se continuano a vivere come prima, ma possono risparmiare se consumano di meno o se lo fanno diversamente. Allo stesso tempo però la carbon tax si fa sentire su quella parte di popolazione il cui livello elevato di consumi dovuto allo stile di vita comporta maggiori emissioni.
Ecotassa graduale e non punitiva: questa potrebbe essere la sintesi delle lezioni francese e svedese. Di fatto questa è anche la ricetta che ha fornito l’Ocse nel rapporto 2019 sulla tassazione dei consumi di energia (tinyurl.com/yxzdfnu2). Nel documento si fa notare che nei 44 Paesi maggiormente sviluppati il peso medio dell’imposizione sulle emissioni di CO2 è pressoché nullo. Questo perché gli unici due carburanti in cui le accise superano ampiamente i 30 euro per tonnellata di CO2 – che è considerato il valore minimo di riferimento per raggiungere gli obiettivi di Parigi – sono la benzina, con 85,83 euro per tonnellata di CO2, e il diesel, con 73,76 euro. Invece per il carbone, l’olio combustibile, il cherosene, il Gpl, il Gas naturale e altri combustibili fossili, che non sono certo a emissioni zero, la tassazione media nel mondo è molto bassa: va da un minimo di 0,7 euro a un massimo di 11 euro. Per l’Ocse si tratta di una distorsione sulla quale occorre intervenire: l’85% delle emissioni di anidride carbonica legate all’energia, infatti, non derivano dal traffico su strada, ma sono prodotte da altre fonti. Eppure solo il 18% delle emissioni "non stradali" vengono attualmente tassate. Il restante 82%, come nel caso del carburante per il trasporto marittimo e per quello aereo, non ha alcuna imposizione.
Gli analisti dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico sostengono che per una trasformazione virtuosa dei consumi di energia la tassazione dovrebbe aumentare per avvicinarsi gradualmente almeno al livello simbolico dei 30 euro per tonnellata di CO2 emessa per ogni tipo di carburante. La cosa più interessante che emerge dal rapporto sono le proposte di riforma fiscale suggerite ai Paesi per far fronte al cambiamento. L’Ocse suggerisce esplicitamente, dopo l’aumento della carbon tax, di «riconfigurare la fiscalità al servizio di una crescita inclusiva», ad esempio abbassando le tasse sui redditi, ma anche di investire le possibili risorse aggiuntive in educazione, sanità e istruzione, oltre che di cogliere l’occasione per ridurre i debiti pubblici grazie alle maggiori entrate. Le ricette fiscali, si legge ancora nei consigli forniti agli Stati, possono anche servire a finanziare trasferimenti diretti alle famiglie in modo da attenuare gli effetti penalizzanti degli aumenti e aiutarle a ridurre la dipendenza da beni e servizi ad alte emissioni di CO2.
In Italia tuttavia i margini per un’ecotassa sulle fonti fossili sono abbastanza ridotti. Se si guarda a benzina e diesel, infatti, l’Italia è già al quinto posto tra i Paesi con l’imposizione fiscale più alta sulle emissioni di diossido di carbonio, con un livello medio di circa 240 euro per tonnellata di CO2. Stessa posizione in classifica per le altre fonti fossili, anche se qui i margini per aumenti sono molto più ampi, dato che l’accisa media è di circa 22 euro per tonnellata di CO2, dunque lontana dal valore di riferimento minimo di 30 euro. A prescindere da queste considerazioni, nel momento in cui anche in Italia si sta ragionando su come ridisegnare le tasse in chiave ambientale, i consigli dei ricercatori e le lezioni dell’esperienza maturata in altri Paesi possono essere una guida utile da tenere in considerazione.
Massimo Calvi
Avvenire 26.9.2019
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Non basta dirsi green per vincere la sfida del clima
Diversi anni fa fece discutere la decisione di una nota rivista di ecologia di abbandonare l’uso di carta riciclata per tornare alle pagine patinate. Si era infatti scoperto che riciclare la carta produceva alte emissioni di diossina, mentre il processo di produzione tradizionale poteva essere considerato più sostenibile. Col tempo le tecniche si sono evolute e la carta riciclata è diventata un prodotto vantaggioso e a bassissimo impatto ambientale. Questo esempio può essere utile per capire che quando si parla di ecologia e di sostenibilità andrebbero sempre valutati diversi fattori. Da un lato bisognerebbe guardare più alla sostanza di una scelta che lasciarsi condizionare da automatismi frutto spesso di visioni ideologiche; dall’altro si dovrebbe però anche avere fiducia nel fatto che le buone intenzioni vanno incoraggiate affinché possano condurre a quel salto tecnologico necessario a renderle vantaggiose.
Oggi che la questione ambientale ha assunto anche in Italia la centralità che merita, può essere importante ricordare di questa piccola ma emblematica lezione. L’onda "green" che sta crescendo per gli allarmi sul riscaldamento climatico e per l’impatto che determinati comportamenti di consumo hanno sul pianeta può infatti presentare rischi e opportunità che meritano attenzione e capacità di uno sguardo critico. Una questione ad esempio riguarda la possibilità che ogni azione umana finisca per essere definita dannosa per l’ambiente, secondo una pratica ossessiva che arriva a calcolare e rendicontare le emissioni di CO2 fino al gesto più innocente, al movimento più leggero, all’atto più naturale che esista al mondo come è quello di generare la vita. Un altro rischio, quasi all’opposto del primo, richiama invece la capacità del mercato di trasformare una sfida vera in una grande operazione di marketing, affollando gli scaffali di prodotti e occasioni definite "green" fino a rendere impossibile orientarsi tra cosa è veramente diventato più sostenibile e cosa invece non lo è. Ma se tutto viene considerato dannoso e allo stesso tempo tutto viene presentato come ecologico, l’eventualità che a prendere piede siano pratiche suggestive ma senza reali benefici per l’ambiente diventa un rischio reale.
Le occasioni per riflettere su come interpretare il cambiamento necessario in effetti non mancano e fanno già discutere. È un bene, ad esempio, che Greta Thunberg – la giovane svedese all’origine dei "Fridays for Future", gli scioperi degli studenti contro il climate change – abbia deciso di partecipare al vertice Onu sul clima recandosi dall’Inghilterra a New York in barca a vela, compiendo un gesto simbolico dalla forte valenza educativa, oppure avrebbe fatto meglio a salire su un volo di linea già programmato, ma con molti posti vuoti? Oppure: è meglio possedere un Suv che si usa solo per i viaggi familiari, andando però a lavorare ogni giorno con i mezzi pubblici, oppure usare regolarmente le auto del "car sharing" nei centri urbani? O ancora: è più sostenibile indossare un pile realizzato con plastica riciclata, oppure evitare di recarsi in massa nel paradiso naturale che fa da sfondo alla pubblicità di quel pile?
La bilancia delle scelte sostenibili non sarà mai perfetta. L’auto elettrica è considerata il futuro della mobilità ecologica, eppure può veicolare un messaggio ambiguo: lasciar credere che la si possa usare senza limiti, quando invece richiede una grande produzione di energia per poter circolare e notevoli emissioni per essere prodotta, dunque la vera mobilità sostenibile è qualcosa di molto diverso. Lo stesso discorso vale per i condizionatori a basso consumo di energia o i monopattini elettrici che stanno invadendo le città. Anche guardando al mondo agricolo le "suggestioni" non mancano. Un produttore di formaggio deciso ad alimentare le vacche in modo naturale e senza mangimi chiederà che l’alpeggio sottragga spazio al bosco, mentre sono le metropoli oggi a dover cedere alle piante parte di quanto avevano concesso al cemento.
I paradossi e le contraddizioni che emergono quando si tenta di definire un comportamento più o meno responsabile dimostrano che la sfida ambientale per essere vinta non può essere caratterizzata da uno sguardo ossessivamente giudicante, ma allo stesso tempo ha un grande bisogno di scelte forti e nuove certezze. L’emergenza ambientale impone che i consumatori debbano essere messi nella condizione di poter scegliere sempre un prodotto meno inquinante o un servizio a minore impatto grazie all’innovazione, ma per questo sono necessarie anche informazioni e certificazioni trasparenti oltre che totalmente affidabili, diverse e più evolute rispetto a quanto si vede ancora in altri ambiti. È questa l’evoluzione naturale cui dovrebbero condurre i "Saturdays for Future", i Sabati del consumo critico e responsabile che si stanno diffondendo dopo i "Venerdì per il futuro", aiutando a maturare una consapevolezza sempre maggiore sulle azioni più virtuose.
Oggi sta crescendo una generazione finalmente consapevole dei rischi di comportamenti irresponsabili e individualistici, giovani che dimostrano di saper decifrare meglio delle età precedenti le correlazioni complesse che esistono tra le crisi umane e quelle ambientali, uno dei messaggi fondanti della Laudato si’. Ma è inevitabile che mentre si continua a essere soggetti attivi nel mercato ci si debba confrontare con un mutamento radicale e personale degli stili di vita e di consumo. Dall’enciclica "verde" si può ricavare un elenco di buone pratiche che spaziano dalla riduzione degli sprechi al rispetto degli altri esseri viventi, dal taglio dei consumi di acqua all’azione di piantare alberi, come proposto attivamente ora dalle "Comunità Laudato si’". Ed è chiaro che solo l’educazione e i buoni esempi di testimoni credibili possono aiutare le persone a trovare la strada per passare «dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità», come ha suggerito il Papa nell’enciclica citando il patriarca Bartolomeo, e poi per «rinunciare a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio», secondo l’insegnamento di san Francesco. La conversione ecologica non può procedere senza confrontarsi con la dimensione della rinuncia: in una famiglia i genitori conoscono bene quanto valore abbia il risparmio per il futuro dei propri figli, allo stesso modo il mondo oggi può imparare la virtù della sobrietà per assicurarsi un destino comune.
A queste nuove generazioni dunque non va negata la speranza che vi possa essere un futuro, continuando a vivere pienamente il proprio tempo. Troppo spesso in molte forme di pseudo ambientalismo si incontra uno sguardo privo di fiducia nella capacità umana di affrontare i problemi e di risolverli insieme, una visione residuale, sterile in quanto a innovazione e creatività. Lo si vede ad esempio in chi sostiene che meno figli sono un bene per il pianeta, una prospettiva che in realtà cela spesso la difesa di una posizione di privilegio e del proprio tenore di vita. Una forma di nuovo colonialismo sociale ed etnico che trascura una verità molto più profonda: la Terra non si salva sacrificando l’Umanità, mentre è proprio il deficit di umanità che sta condannando la Terra.
Massimo Calvi
19.9.2019
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Oggi che la questione ambientale ha assunto anche in Italia la centralità che merita, può essere importante ricordare di questa piccola ma emblematica lezione. L’onda "green" che sta crescendo per gli allarmi sul riscaldamento climatico e per l’impatto che determinati comportamenti di consumo hanno sul pianeta può infatti presentare rischi e opportunità che meritano attenzione e capacità di uno sguardo critico. Una questione ad esempio riguarda la possibilità che ogni azione umana finisca per essere definita dannosa per l’ambiente, secondo una pratica ossessiva che arriva a calcolare e rendicontare le emissioni di CO2 fino al gesto più innocente, al movimento più leggero, all’atto più naturale che esista al mondo come è quello di generare la vita. Un altro rischio, quasi all’opposto del primo, richiama invece la capacità del mercato di trasformare una sfida vera in una grande operazione di marketing, affollando gli scaffali di prodotti e occasioni definite "green" fino a rendere impossibile orientarsi tra cosa è veramente diventato più sostenibile e cosa invece non lo è. Ma se tutto viene considerato dannoso e allo stesso tempo tutto viene presentato come ecologico, l’eventualità che a prendere piede siano pratiche suggestive ma senza reali benefici per l’ambiente diventa un rischio reale.
Le occasioni per riflettere su come interpretare il cambiamento necessario in effetti non mancano e fanno già discutere. È un bene, ad esempio, che Greta Thunberg – la giovane svedese all’origine dei "Fridays for Future", gli scioperi degli studenti contro il climate change – abbia deciso di partecipare al vertice Onu sul clima recandosi dall’Inghilterra a New York in barca a vela, compiendo un gesto simbolico dalla forte valenza educativa, oppure avrebbe fatto meglio a salire su un volo di linea già programmato, ma con molti posti vuoti? Oppure: è meglio possedere un Suv che si usa solo per i viaggi familiari, andando però a lavorare ogni giorno con i mezzi pubblici, oppure usare regolarmente le auto del "car sharing" nei centri urbani? O ancora: è più sostenibile indossare un pile realizzato con plastica riciclata, oppure evitare di recarsi in massa nel paradiso naturale che fa da sfondo alla pubblicità di quel pile?
La bilancia delle scelte sostenibili non sarà mai perfetta. L’auto elettrica è considerata il futuro della mobilità ecologica, eppure può veicolare un messaggio ambiguo: lasciar credere che la si possa usare senza limiti, quando invece richiede una grande produzione di energia per poter circolare e notevoli emissioni per essere prodotta, dunque la vera mobilità sostenibile è qualcosa di molto diverso. Lo stesso discorso vale per i condizionatori a basso consumo di energia o i monopattini elettrici che stanno invadendo le città. Anche guardando al mondo agricolo le "suggestioni" non mancano. Un produttore di formaggio deciso ad alimentare le vacche in modo naturale e senza mangimi chiederà che l’alpeggio sottragga spazio al bosco, mentre sono le metropoli oggi a dover cedere alle piante parte di quanto avevano concesso al cemento.
I paradossi e le contraddizioni che emergono quando si tenta di definire un comportamento più o meno responsabile dimostrano che la sfida ambientale per essere vinta non può essere caratterizzata da uno sguardo ossessivamente giudicante, ma allo stesso tempo ha un grande bisogno di scelte forti e nuove certezze. L’emergenza ambientale impone che i consumatori debbano essere messi nella condizione di poter scegliere sempre un prodotto meno inquinante o un servizio a minore impatto grazie all’innovazione, ma per questo sono necessarie anche informazioni e certificazioni trasparenti oltre che totalmente affidabili, diverse e più evolute rispetto a quanto si vede ancora in altri ambiti. È questa l’evoluzione naturale cui dovrebbero condurre i "Saturdays for Future", i Sabati del consumo critico e responsabile che si stanno diffondendo dopo i "Venerdì per il futuro", aiutando a maturare una consapevolezza sempre maggiore sulle azioni più virtuose.
Oggi sta crescendo una generazione finalmente consapevole dei rischi di comportamenti irresponsabili e individualistici, giovani che dimostrano di saper decifrare meglio delle età precedenti le correlazioni complesse che esistono tra le crisi umane e quelle ambientali, uno dei messaggi fondanti della Laudato si’. Ma è inevitabile che mentre si continua a essere soggetti attivi nel mercato ci si debba confrontare con un mutamento radicale e personale degli stili di vita e di consumo. Dall’enciclica "verde" si può ricavare un elenco di buone pratiche che spaziano dalla riduzione degli sprechi al rispetto degli altri esseri viventi, dal taglio dei consumi di acqua all’azione di piantare alberi, come proposto attivamente ora dalle "Comunità Laudato si’". Ed è chiaro che solo l’educazione e i buoni esempi di testimoni credibili possono aiutare le persone a trovare la strada per passare «dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità», come ha suggerito il Papa nell’enciclica citando il patriarca Bartolomeo, e poi per «rinunciare a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio», secondo l’insegnamento di san Francesco. La conversione ecologica non può procedere senza confrontarsi con la dimensione della rinuncia: in una famiglia i genitori conoscono bene quanto valore abbia il risparmio per il futuro dei propri figli, allo stesso modo il mondo oggi può imparare la virtù della sobrietà per assicurarsi un destino comune.
A queste nuove generazioni dunque non va negata la speranza che vi possa essere un futuro, continuando a vivere pienamente il proprio tempo. Troppo spesso in molte forme di pseudo ambientalismo si incontra uno sguardo privo di fiducia nella capacità umana di affrontare i problemi e di risolverli insieme, una visione residuale, sterile in quanto a innovazione e creatività. Lo si vede ad esempio in chi sostiene che meno figli sono un bene per il pianeta, una prospettiva che in realtà cela spesso la difesa di una posizione di privilegio e del proprio tenore di vita. Una forma di nuovo colonialismo sociale ed etnico che trascura una verità molto più profonda: la Terra non si salva sacrificando l’Umanità, mentre è proprio il deficit di umanità che sta condannando la Terra.
Massimo Calvi
19.9.2019
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Nel 2050 un pensionato per ogni lavoratore
Tra trent’anni l’Italia avrà un problema molto serio: il numero di pensionati sarà uguale, se non superiore, al numero di persone al lavoro. In pratica i bambini nati negli ultimi dieci anni e quelli che verranno alla luce da oggi in avanti possono già mettere in conto di dover "mantenere" almeno un pensionato ciascuno. Non si deve essere esperti di welfare per rendersi conto che si tratterà di una situazione insostenibile. La causa principale di questa bomba a orologeria è demografica, cioè è frutto del basso livello di nascite che caratterizza il nostro Paese da anni. Ma a incidere è anche il fatto che troppe persone si ritirano dal lavoro troppo presto, perché vengono espulse dal sistema produttivo in quanto ritenute anziane, non sono formate a sufficienza, oppure non riescono più a reggere determinati ritmi di lavoro.
L’allarme è stato rilanciato dall’Ocse, l’organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica, nel rapporto Working Better with Age, presentato a Tokyo dal direttore per l’Occupazione, il lavoro e gli affari sociali, Stefano Scarpetta. Il problema non è solo italiano, anche se riguarda in particolare il nostro Paese.
Guardando agli attuali schemi pensionistici, entro il 2050 il numero di persone con più di 50 anni fuori dal mercato del lavoro rispetto agli attivi dovrebbe salire del 40% in media nei Paesi sviluppati. Da 42 pensionati ogni 100 lavoratori, si arriverà cioè tra trent’anni a 58 pensionati ogni 100 lavoratori. La crisi demografica rende però la situazione più severa in Italia, Grecia e Polonia, dove si prevede un rapporto di uno a uno, ovvero 100 e più pensionati ogni 100 lavoratori.
La cosa preoccupante è quanto il tema continui ad essere trascurato dalle agende politiche, che – si pensi a "Quota 100" – hanno spesso favorito l’aumento della spesa previdenziale rispetto ai sostegni alle nascite. «Se non si pone subito rimedio con il rilancio della natalità e il sostegno concreto alle famiglie – ha detto il presidente del Forum delle Famiglie, Gigi De Palo – non andremo da nessuna parte. Confidiamo nel buon senso di un governo concreto, che affronti i problemi reali, dando priorità a provvedimenti come l’assegno per ogni figlio, sul quale si è già registrata grande convergenza tra le forze politiche».
Misure per la natalità, dunque, ma anche riforma dei tempi e dell’organizzazione del lavoro per promuovere un invecchiamento attivo, suggerisce l’Ocse: «Oggi l’età effettiva di uscita dal mercato del lavoro è addirittura più bassa rispetto a 30 anni fa, non solo per gli scarsi incentivi a continuare a lavorare, ma anche per la riluttanza dei datori di lavoro ad assumere e trattenere lavoratori più anziani». Il rapporto propone di rendere più flessibile l’orario di lavoro per i più anziani e per le donne che rientrano al lavoro dopo la maternità, così da scongiurare forme di precariato, di investire nella formazione degli over-50, ma anche di migliorare le condizioni di lavoro dei giovani, per evitare che cattive condizioni di salute spingano al pensionamento anticipato. Lavorare meglio, per lavorare più a lungo, per avere una famiglia, per avere un futuro.
Massimo Calvi
31.8.2019
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L’allarme è stato rilanciato dall’Ocse, l’organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica, nel rapporto Working Better with Age, presentato a Tokyo dal direttore per l’Occupazione, il lavoro e gli affari sociali, Stefano Scarpetta. Il problema non è solo italiano, anche se riguarda in particolare il nostro Paese.
Guardando agli attuali schemi pensionistici, entro il 2050 il numero di persone con più di 50 anni fuori dal mercato del lavoro rispetto agli attivi dovrebbe salire del 40% in media nei Paesi sviluppati. Da 42 pensionati ogni 100 lavoratori, si arriverà cioè tra trent’anni a 58 pensionati ogni 100 lavoratori. La crisi demografica rende però la situazione più severa in Italia, Grecia e Polonia, dove si prevede un rapporto di uno a uno, ovvero 100 e più pensionati ogni 100 lavoratori.
La cosa preoccupante è quanto il tema continui ad essere trascurato dalle agende politiche, che – si pensi a "Quota 100" – hanno spesso favorito l’aumento della spesa previdenziale rispetto ai sostegni alle nascite. «Se non si pone subito rimedio con il rilancio della natalità e il sostegno concreto alle famiglie – ha detto il presidente del Forum delle Famiglie, Gigi De Palo – non andremo da nessuna parte. Confidiamo nel buon senso di un governo concreto, che affronti i problemi reali, dando priorità a provvedimenti come l’assegno per ogni figlio, sul quale si è già registrata grande convergenza tra le forze politiche».
Misure per la natalità, dunque, ma anche riforma dei tempi e dell’organizzazione del lavoro per promuovere un invecchiamento attivo, suggerisce l’Ocse: «Oggi l’età effettiva di uscita dal mercato del lavoro è addirittura più bassa rispetto a 30 anni fa, non solo per gli scarsi incentivi a continuare a lavorare, ma anche per la riluttanza dei datori di lavoro ad assumere e trattenere lavoratori più anziani». Il rapporto propone di rendere più flessibile l’orario di lavoro per i più anziani e per le donne che rientrano al lavoro dopo la maternità, così da scongiurare forme di precariato, di investire nella formazione degli over-50, ma anche di migliorare le condizioni di lavoro dei giovani, per evitare che cattive condizioni di salute spingano al pensionamento anticipato. Lavorare meglio, per lavorare più a lungo, per avere una famiglia, per avere un futuro.
Massimo Calvi
31.8.2019
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Che fine hanno fatto le politiche per la famiglia?
Che fine hanno fatto le politiche familiari e le misure per sostenere la natalità? Nei confronti tra le forze politiche in cerca di convergenze per una nuova maggioranza di governo il tema famiglia è scomparso. In questi giorni si sono ascoltate dichiarazioni dei leader politici, si sono diffusi decaloghi, liste di cinque condizioni per un accordo, poi di tre... ma ufficialmente di figli, famiglia, natalità non si è mai parlato. Eppure, la questione demografica dovrebbe essere uno dei punti principali di un governo che voglia caratterizzarsi per serietà e responsabilità.
L’assenza del tema natalità in questa fase di crisi è emblematica. Prima delle elezioni politiche del 4 aprile 2018 tutti i partiti avevano promesso e inserito nei rispettivi programmi misure consistenti di sostengo alle famiglie con figli. Già nel Contratto di governo Lega-M5s le misure per la famiglia erano però state diluite a poche indicazioni e vaghe proposte. Con l’avvicinarsi delle elezioni europee del 26 maggio 2019 il tema figli è però tornato improvvisamente d’attualità.
Nella prima metà di aprile il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana aveva infatti annunciato una riforma organica del welfare familiare, e l’11 aprile alla Camera erano state votate due mozioni, della maggioranza e dell’opposizione (che avevano perso l’occasione politica di una convergenza), a favore di misure pro-famiglie, in particolare sull’ipotesi dell’introduzione di un assegno unico per i figli – come richiesto dal Forum delle Famiglie. Ai primi di maggio il vice premier Luigi Di Maio aveva poi lanciato la proposta di una Commissione permanente sulla famiglia presso il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, aperta al Forum e a tutti i partiti. E in quel contesto aveva ipotizzato di destinare più di 1 miliardo a un primo modulo di aiuti alla natalità, prelevandoli dai risparmi del Reddito di cittadinanza.
Anche il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, in una puntata primaverile di 'Porta a Porta' aveva parlato di un’idea di assegno da 200 euro al mese a figlio. Tuttavia, nonostante ampie convergenze teoriche, l’argomento Famiglia&Figli ha continuato a essere questione più divisiva che unificante.
Lo si è visto bene dopo il voto europeo, quando il tema è tornato di nel dimenticatoio, nonostante alcuni impegni generici in vista della manovra per il 2020. In realtà, una fiammata c’è stata, prima della crisi di governo, quando il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana ha annunciato un piano per un assegno unico da 100-200 euro al mese a figlio. Tutto bene? No, perché il M5s ha definito immediatamente la proposta Fontana un «giocare alla tombola», scatenando l’ira dell’alleato. E altre forze politiche si sono spinte a consigliare al ministro di convergere su proposte identiche già in discussione alla Camera, come il disegno di legge Lepri (Pd) per l’assegno e la dote unica a favore dei figli a carico.
Un fuoco di paglia, in ogni caso, perché Fontana pochi giorni dopo è diventato ministro per gli Affari Europei, lasciando il dicastero per la Famiglia (e la disabilità) ad Alessandra Locatelli. Le nascite nel nostro Paese calano di anno in anno. Restiamo l’unico Paese Ue a non avere un assegno universale per i figli e siamo in coda quanto a politiche di conciliazione e servizi di cura. Nel 2030 in Italia l’età media della popolazione salirà a 50 anni. Saremo il secondo Paese più vecchio al mondo, dopo il Giappone. Un problema serio per la sostenibilità del sistema sociale. Le forze politiche hanno dimostrato di avere consapevolezza del problema. Perché allora questo silenzio? Forse la convergenza più chiara sui temi ambientali implica che si rinuncia a sostenere la natalità pensando così di tagliare le emissioni di CO2? Finora l’utopia populista non era arrivata a tanto.
Massimo Calvi
Avvenire, 25.08.2019
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L’assenza del tema natalità in questa fase di crisi è emblematica. Prima delle elezioni politiche del 4 aprile 2018 tutti i partiti avevano promesso e inserito nei rispettivi programmi misure consistenti di sostengo alle famiglie con figli. Già nel Contratto di governo Lega-M5s le misure per la famiglia erano però state diluite a poche indicazioni e vaghe proposte. Con l’avvicinarsi delle elezioni europee del 26 maggio 2019 il tema figli è però tornato improvvisamente d’attualità.
Nella prima metà di aprile il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana aveva infatti annunciato una riforma organica del welfare familiare, e l’11 aprile alla Camera erano state votate due mozioni, della maggioranza e dell’opposizione (che avevano perso l’occasione politica di una convergenza), a favore di misure pro-famiglie, in particolare sull’ipotesi dell’introduzione di un assegno unico per i figli – come richiesto dal Forum delle Famiglie. Ai primi di maggio il vice premier Luigi Di Maio aveva poi lanciato la proposta di una Commissione permanente sulla famiglia presso il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, aperta al Forum e a tutti i partiti. E in quel contesto aveva ipotizzato di destinare più di 1 miliardo a un primo modulo di aiuti alla natalità, prelevandoli dai risparmi del Reddito di cittadinanza.
Anche il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, in una puntata primaverile di 'Porta a Porta' aveva parlato di un’idea di assegno da 200 euro al mese a figlio. Tuttavia, nonostante ampie convergenze teoriche, l’argomento Famiglia&Figli ha continuato a essere questione più divisiva che unificante.
Lo si è visto bene dopo il voto europeo, quando il tema è tornato di nel dimenticatoio, nonostante alcuni impegni generici in vista della manovra per il 2020. In realtà, una fiammata c’è stata, prima della crisi di governo, quando il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana ha annunciato un piano per un assegno unico da 100-200 euro al mese a figlio. Tutto bene? No, perché il M5s ha definito immediatamente la proposta Fontana un «giocare alla tombola», scatenando l’ira dell’alleato. E altre forze politiche si sono spinte a consigliare al ministro di convergere su proposte identiche già in discussione alla Camera, come il disegno di legge Lepri (Pd) per l’assegno e la dote unica a favore dei figli a carico.
Un fuoco di paglia, in ogni caso, perché Fontana pochi giorni dopo è diventato ministro per gli Affari Europei, lasciando il dicastero per la Famiglia (e la disabilità) ad Alessandra Locatelli. Le nascite nel nostro Paese calano di anno in anno. Restiamo l’unico Paese Ue a non avere un assegno universale per i figli e siamo in coda quanto a politiche di conciliazione e servizi di cura. Nel 2030 in Italia l’età media della popolazione salirà a 50 anni. Saremo il secondo Paese più vecchio al mondo, dopo il Giappone. Un problema serio per la sostenibilità del sistema sociale. Le forze politiche hanno dimostrato di avere consapevolezza del problema. Perché allora questo silenzio? Forse la convergenza più chiara sui temi ambientali implica che si rinuncia a sostenere la natalità pensando così di tagliare le emissioni di CO2? Finora l’utopia populista non era arrivata a tanto.
Massimo Calvi
Avvenire, 25.08.2019
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Europa in recessione demografica
La recessione demografica che colpisce l’Italia, e che insieme al debito pubblico rappresenta uno dei maggiori elementi di preoccupazione per gli anni a venire, non è un fenomeno limitato ai confini nazionali. Nel lanciare l’ennesimo allarme, alla presentazione del rapporto annuale Istat, il presidente dell’istituto di statistica Giancarlo Blangiardo ha fatto un paragone con il crollo della popolazione registrato negli anni 1917-1918, quelli segnati dalla Grande Guerra oltre che dagli effetti dell’epidemia di Spagnola. Eppure il male italiano è anche un grande problema europeo. «L’inverno demografico che stiamo vivendo in Europa», di cui ha parlato anche papa Francesco a gennaio nell’Udienza generale per il viaggio a Panama in occasione della Giornata mondiale della gioventù 2019, merita di essere preso più seriamente di quanto la politica e le istituzioni non stiano facendo: l’immagine choc della Guerra non è così lontana dagli effetti che il Continente può dover sperimentare nei prossimi anni.
In Europa, i tassi di fecondità sono molto diversi tra Paese e Paese, tuttavia a partire più o meno dal 2008 il crollo delle nascite è diventata una tendenza strutturale comune, che riguarda un po’ tutte le età e tutti i livelli di reddito. Paesi come la Francia sono passati da tassi superiori ai 2 figli per donna a 1,87 nel 2018, la "mitica" Svezia è scesa a 1,75 (era a 1,91 nel 2008), la Gran Bretagna è arrivata al record negativo da 10 anni a 1,76, la Spagna è crollata a 1,25 figli (da 1,44 nel 2008), persino in Finlandia gli allarmi si ripropongono anno dopo anno perché si ritarda sempre di più la messa al mondo del primo figlio e nascono sempre meno secondi e terzi. L’Italia ha un tasso di fecondità oggi di 1,32, ma aggravato dal fatto che il calo delle nascite dura da molti più anni rispetto ad altri Paesi, e questo ha ormai compromesso le possibilità di compensare con nuove nascite l’emorragia della popolazione.
In Europa, i tassi di fecondità sono molto diversi tra Paese e Paese, tuttavia a partire più o meno dal 2008 il crollo delle nascite è diventata una tendenza strutturale comune, che riguarda un po’ tutte le età e tutti i livelli di reddito. Paesi come la Francia sono passati da tassi superiori ai 2 figli per donna a 1,87 nel 2018, la "mitica" Svezia è scesa a 1,75 (era a 1,91 nel 2008), la Gran Bretagna è arrivata al record negativo da 10 anni a 1,76, la Spagna è crollata a 1,25 figli (da 1,44 nel 2008), persino in Finlandia gli allarmi si ripropongono anno dopo anno perché si ritarda sempre di più la messa al mondo del primo figlio e nascono sempre meno secondi e terzi. L’Italia ha un tasso di fecondità oggi di 1,32, ma aggravato dal fatto che il calo delle nascite dura da molti più anni rispetto ad altri Paesi, e questo ha ormai compromesso le possibilità di compensare con nuove nascite l’emorragia della popolazione.
Il primo problema all’origine dell’inverno demografico ovunque in Europa è proprio il calo del numero di donne in età riproduttiva, fenomeno che ha origine attorno agli anni 90. Meno donne che mettono al mondo meno figli è il "dato grezzo" della questione. In realtà, lo choc del 2008 sembra aver tracciato una linea netta oltre la quale è entrato probabilmente in gioco un cambiamento di mentalità delle nuove generazioni, unita al venire meno di molte certezze su lavoro, abitazione, prospettive e soprattutto sulla possibilità di migliorare la propria situazione rispetto alla generazione precedente. Non è una mancanza di desiderio di famiglia, ma più di condizioni da soddisfare in un contesto di politiche pubbliche che tende a premiare comportamenti individualistici e a scoraggiare la formazione di una famiglia. È vero in Italia, ma lo si incomincia a registrare un po’ ovunque nelle politiche di bilancio.
Il cambio della composizione demografica porta infatti con sé anche decisioni di spesa che rischiano di accentuare il problema della denatalità. In un recente saggio pubblicato sulla rivista Population & Avenir, il demografo francese Gerard-Francois Dumont ha dimostrato come salvo rarissime eccezioni i Paesi che più spendono per sostenere la natalità registrano anche i maggiori tassi di fecondità. Tuttavia, oggi l’aumento della popolazione anziana e il calo di quella in età da lavoro sta spingendo gli Stati ad aumentare le risorse a favore della componente più rilevante anche elettoralmente per mantenere gli standard di welfare, inteso come sanità e pensioni.
Secondo un recente rapporto della Fondazione Leone Moressa l’Italia avrà il 17% in meno di popolazione tra 32 anni, e oltre il 35% dei cittadini con più di 65 anni. Altre previsioni che riguardano invece l’Europa indicano che entro il 2060 le persone tra i 15-64 anni caleranno dal 67% attuale al 56%, gli "anziani" saliranno invece dal 18 al 30%. Da 4 persone in età attiva per ogni over-65 si passerà a sole 2.
Guardando avanti, in un Continente che oggi conta poco più di 510 milioni di persone, e che dovrebbe incominciare a conoscere un calo di popolazione dal 2035, si può immaginare un gruppo di Paesi che continuerà ad avere un saldo naturale positivo della popolazione: Francia, Gran Bretagna, Svezia, Irlanda, Danimarca...; un altro caratterizzato da un deciso declino demografico: Portogallo, Spagna, Grecia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Polonia...; l’Italia e la Germania presentano invece prospettive molto negative nel bilancio nati-morti, ma la possibilità di tenuta dei livelli resta appesa alla capacità di continuare ad attrarre popolazione giovane.
Culle vuote e migrazioni mal gestite sono una bomba a orologeria per il Vecchio Continente. L’Europa ha bisogno disperatamente di più bambini e di più persone al lavoro che possano sostenere gli anziani a riposo o bisognosi di cure. Crudamente, ha bisogno di far venire alla luce nuove risorse e di attrarne di già disponibili. Spendere e investire per favorire le nascite purtroppo è una scelta che non piace ai governi in virtù di un banale calcolo statistico, considerato che proprio la tendenza demografica declinante richiede sempre maggiori risorse a favore della parte elettoralmente più rilevante della popolazione. Ma la tentazione della rendita è di per sé un indicatore evidente di declino e sconfitta.
Il fatto è che la recessione demografica porta con sé anche recessione economica, problemi sul debito e sulla sostenibilità dei servizi, maggiori difficoltà di spesa per sostenere le aree depresse.
Tutti gli studi sull’effetto dello choc demografico indicano che per Paesi del Centro e dell’Est-Europa, per la Germania Orientale, l’Italia del Sud, il Nord della Spagna e la Grecia, la prospettiva è quella di un futuro fatto di poche nascite, invecchiamento, emigrazione. E’ un circolo vizioso, insomma. Esattamente come quello che chiama in causa la questione delle migrazioni. I Paesi che riusciranno a tenere la posizione saranno quelli in grado di garantire due tipi di condizioni: uno sviluppo così elevato in termini di qualità della vita, del lavoro, delle retribuzioni, degli incentivi, della sicurezza e della sostenibilità futura, in grado di sostenere il desiderio di figli e famiglia; la capacità di offrire alle persone che emigrano lavoro, integrazione, educazione e un ambiente favorevole e dignitoso.
Non è una partita semplice perché l’inverno demografico è già qui e le tensioni che comporta questa trasformazione sono in atto e ben visibili. Di certo se la sfida è anche culturale, la soluzione non è più individualismo, ma migliore capacità di interpretare la solidarietà tra le generazioni e tra i popoli.
Massimo Calvi
Avvenire 22.6.2019
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Massimo Calvi
Avvenire 22.6.2019
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Greta non va più a scuola
È diventata un simbolo e, come spesso accade ai personaggi simbolo, è molto amata e molto criticata. Greta Thunberg, la sedicenne svedese leader globale dei Venerdì per il futuro, ha ora annunciato che salterà il prossimo anno scolastico. Che cosa ci dice questa scelta da parte di colei che ha teorizzato lo sciopero delle lezioni a difesa dell’ambiente? Innanzitutto, va ricordata la motivazione che ha mosso la giovane. Una motivazione che, al crescere delle manifestazioni susseguitesi in tutto il mondo nel 2019 (persino nella Siria sotto le bombe), potrebbe essersi sbiadita nella memoria.
Non abbiamo infatti forse bisogno di più sapere, di intelligenza, di conoscenza, di cultura e innovazione per affrontare le sfide globali, in particolare quella del cambiamento climatico che minaccia il pianeta Terra? Le frasi che spiegano tutto dei Venerdì per il futuro sono state pronunciate da Greta in risposta a chi le chiedeva per quale motivo si era messa con un cartello che inneggiava allo 'sciopero scolastico' davanti al Parlamento di Stoccolma a partire dall’agosto 2018. «Perché dovrei andare a scuola? Se i politici non ascoltano gli scienziati, perché mai dovrei studiare?».
Una provocazione, uno schiaffo agli adulti che predicano bene e razzolano male. A quei 'grandi' che declinano l’invito a studiare come esercizio di paternalismo, salvo poi cibarsi di fake news e inseguire chi le diffonde, proprio perché sono i primi a non voler cambiare nulla. Adulti che troppo spesso vogliono insegnare, ma non mettono in pratica ciò che tutti ormai sappiamo, pur se molti fanno finta di non crederci davvero.
La scelta di Greta è stato un atto rivoluzionario, ha permesso l’avvio di un processo che ha coinvolto milioni di giovani in una causa comune giusta e unitaria per una generazione, ma allo stesso tempo è stata un’azione esemplare, che ha finito con il privare di molti argomenti i suoi detrattori. Saltare i venerdì le è stato fatale? No, la sua pagella (appena divulgata) è stata migliore di quella di molti coetanei diligenti con gli impegni, la scuola, la piscina, il calcio, la danza, ma più tiepidi rispetto ai grandi temi, come è legittimo alla loro età. Eppure, il risultato scolastico eccellente di una ragazzina che si è spesa per la causa del clima – vale la pena di soffermarvisi – ci dice molto anche di quanto la scuola o lo studio e il semplice rispetto dei compiti assegnati valgano a costruire bravi ragazzi o buone carriere, ma possono anche incorporare il rischio del conformismo e dell’inerzia verso quei comportamenti che le generazioni più anziane faticano così tanto a mettere in discussione.
Ora però Greta rinuncia del tutto alla scuola. Non per la stessa ragione, bensì per aspetti pragmatici da una parte e per il valore della coerenza dall’altra. La acclamata portavoce del Movimento, infatti, ha già da tempo scelto di non viaggiare in aereo, la forma di trasporto che più inquina e danneggia il nostro precario ambiente. Forse non molti ancora lo sanno, ma è proprio così, e l’era del low cost, così democratica e propizia ai viaggi e agli scambi, in realtà è anche una sciagura dal punto di vista del creato.
Se dovrà andare dalla Svezia alle Nazioni Unite in settembre e a Santiago del Cile per la Cop 25 a fine anno in nave e treno, Greta passerà inevitabilmente tanti giorni in viaggio. E diventerà impossibile garantire la frequenza minima in classe. Quindi, per essere fedele ai principi ambientalisti che tenta di diffondere e per continuare a diffonderli con la propria presenza in molti luoghi del mondo in cui la sua presenza sarà rilevante, Greta rinuncia alla scuola. Studierà come 'privatista', è ovvio.
Non rinuncerà al diploma delle superiori né, immaginiamo, più avanti a una laurea. La sua famiglia, composta da genitori colti e capaci di organizzare gli impegni, sicuramente la sosterrà. Lei è intelligente. Inoltre, le persone che incontrerà, le conferenze cui parteciperà, il contesto in cui è inserita le offriranno più conoscenze e stimoli delle lezioni che avrebbe ascoltato in classe.
Tuttavia, forse perderà qualche amico, dovrà 'crescere' più in fretta di quanto fanno i suoi coetanei, dovrà farsi forza per sopportare eventi sociali che il disturbo dello spettro autistico di cui soffre le rende faticosi. Insomma, sperimenterà sulla sua pelle che non tutto si può fare, che spesso è necessario fare delle scelte e che non tutte le cose desiderabili stanno dalla stessa parte. Non si può andare a scuola e prendere l’aereo nel fine settimana, rimanere una ragazza timida e incarnare una lotta globale. Ecco la prima cosa che ci dice la storia di Greta. Non si può avere tutto, non c’è un quadretto rosa in cui tutti i pezzi vanno a posto.
A volte si mettono in moto situazioni nelle quali, se vogliamo essere coerenti, siamo poi chiamati a decisioni difficili, a rinunciare a qualcosa in favore di qualcos’altro. A buttare via qualcosa della propria vita per donare qualcosa di più grande. Ma ci possiamo anche chiedere se cambierà qualcosa per la sua credibilità come leader del movimento dei giovani e giovanissimi che scenderanno in piazza nei prossimi Venerdì per il futuro. Come la vedranno i suoi coetanei? Qualcuno comincerà a pensare che è una privilegiata? Che non è più davvero una di loro? Greta non è un idolo come un cantante o un calciatore, amato malgrado o forse per il fatto che è ricco, irraggiungibile, libero di fare ciò che vuole. Greta è un simbolo in quanto ha cominciato da sola con il suo cartello e poi, un po’ per casualità, un po’ per una serie di circostanze fortunate, la sua battaglia condotta con umiltà e perseveranza ha acquisito visibilità. Ma ora Greta diventa un’ambasciatrice, ricercata e corteggiata. E non va più nemmeno a scuola. Magari avrà insegnanti personali...
Forse più d’uno potrebbe pensare che così è transitata nel mondo degli adulti. Anche perché cresceranno i suoi detrattori. In Italia, la chiamano 'Gretina', e non c’è bisogno di spiegare l’offensivo gioco di parole... Sono i cinici che vedono complotti ovunque (anche lei è al servizio di qualche 'potentato occulto' che la sfrutta per i suoi interessi), sono i soggetti che si presentano come semplici opinionisti ma in realtà difendono interessi economici consolidati e i grandi gruppi che rischiano di rimetterci dall’impegno contro il climate change, e sono coloro che non si rassegnano a rinunciare ai 'comodi' combustibili fossili, ai veicoli più inquinanti e agli aerei presi a raffica senza pensare alle conseguenze sul clima. Ma sarà davvero una ragazza che ha 'trovato l’America' Greta? O sta dicendo sì a un destino che si è costruita solo in parte e che ora le chiede comunque un prezzo per essere coerente con le idee e i valori che ha scelto di abbracciare?
Pensiamo a Malala, la giovane pachistana colpita dai taleban perché si ostinava ad andare a scuola, contro il divieto di istruzione femminile imposto dai fondamentalisti islamici. È sopravvissuta e ha dovuto lasciare il proprio Paese. Ha vinto il premio Nobel, ma ha perso parte della sua giovinezza, con una scorta e l’attenzione del mondo su di sé. Tutte queste cose e altre ci dice la storia di Greta, diventata un’icona avendo ormai compiuto un salto comunicativo del quale è difficile prevedere le conseguenze. Il messaggio che veicola può essere facilmente travisato. Pensiamo al movimento che sta consigliando di mettere al mondo meno figli per salvare il pianeta, le donne birth strikers, una generazione fuori tempo rispetto alla rivoluzione dei sedicenni, che non ha colto il senso del nuovo messaggio: al mondo non servono meno figli, ma più figli che vivono diversamente; non servono pochi giovani che volano da una parte all’altra del globo per diletto, e consumano per noia, ma molti più giovani che condividono un problema e cercano insieme la soluzione, studiando sui libri e confrontandosi con il mondo (e che magari in vacanza desiderano più prendere un treno e camminare lungo un sentiero piuttosto che mettersi in coda al check-in per una località congestionata e distrutta dall’iperturismo).
Greta non è il centro del mondo, la formazione a una coscienza per la difesa della casa comune deve passare dalla riflessione su testi come la Laudato si’ o sulle piccole e grandi azioni educative che vengono messe in pratica nelle comunità, nei territori, nei quartieri delle grandi metropoli. Eppure, con questa ragazzina che non andrà più a scuola, ma cercherà di laurearsi nella vita e con l’impegno per una grande causa che riguarda tutti siamo costretti a confrontarci. Il messaggio può prendere due direzioni opposte. Mantenere vivo il senso profetico di una scelta che in un certo modo richiama il dono di se stessi per gli altri. Oppure diluirsi e fuorviare le menti più fragili, appiattendole nell’idea che si può studiare giusto quel che basta, l’importante è non usare cannucce di plastica, bere dalla borraccia e fare bene la raccolta differenziata.
È questo il grande rischio della 'fase due' della storia di Greta, che ha insegnato a non studiare il venerdì per salvare il pianeta, ma in realtà stava dicendo che si deve studiare ancora di più, e che tuttavia non ci si deve fermare a questo ma diventare agenti in prima persona del cambiamento. Per questo mentre vedremo la ragazzina con le trecce sfilare da un palcoscenico all’altro, la sfida più importante sarà riuscire a non avere più bisogno di lei, di testimonial iconici, perché la causa della difesa della casa comune sarà patrimonio condiviso di una nuova generazione pronta a mettere in gioco tutta se stessa. Studiando. E vivendo pienamente la propria libertà come rispetto verso gli altri.
Massimo Calvi e Andrea Lavazza
Avvenire, 20.6.2019
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Non abbiamo infatti forse bisogno di più sapere, di intelligenza, di conoscenza, di cultura e innovazione per affrontare le sfide globali, in particolare quella del cambiamento climatico che minaccia il pianeta Terra? Le frasi che spiegano tutto dei Venerdì per il futuro sono state pronunciate da Greta in risposta a chi le chiedeva per quale motivo si era messa con un cartello che inneggiava allo 'sciopero scolastico' davanti al Parlamento di Stoccolma a partire dall’agosto 2018. «Perché dovrei andare a scuola? Se i politici non ascoltano gli scienziati, perché mai dovrei studiare?».
Una provocazione, uno schiaffo agli adulti che predicano bene e razzolano male. A quei 'grandi' che declinano l’invito a studiare come esercizio di paternalismo, salvo poi cibarsi di fake news e inseguire chi le diffonde, proprio perché sono i primi a non voler cambiare nulla. Adulti che troppo spesso vogliono insegnare, ma non mettono in pratica ciò che tutti ormai sappiamo, pur se molti fanno finta di non crederci davvero.
La scelta di Greta è stato un atto rivoluzionario, ha permesso l’avvio di un processo che ha coinvolto milioni di giovani in una causa comune giusta e unitaria per una generazione, ma allo stesso tempo è stata un’azione esemplare, che ha finito con il privare di molti argomenti i suoi detrattori. Saltare i venerdì le è stato fatale? No, la sua pagella (appena divulgata) è stata migliore di quella di molti coetanei diligenti con gli impegni, la scuola, la piscina, il calcio, la danza, ma più tiepidi rispetto ai grandi temi, come è legittimo alla loro età. Eppure, il risultato scolastico eccellente di una ragazzina che si è spesa per la causa del clima – vale la pena di soffermarvisi – ci dice molto anche di quanto la scuola o lo studio e il semplice rispetto dei compiti assegnati valgano a costruire bravi ragazzi o buone carriere, ma possono anche incorporare il rischio del conformismo e dell’inerzia verso quei comportamenti che le generazioni più anziane faticano così tanto a mettere in discussione.
Ora però Greta rinuncia del tutto alla scuola. Non per la stessa ragione, bensì per aspetti pragmatici da una parte e per il valore della coerenza dall’altra. La acclamata portavoce del Movimento, infatti, ha già da tempo scelto di non viaggiare in aereo, la forma di trasporto che più inquina e danneggia il nostro precario ambiente. Forse non molti ancora lo sanno, ma è proprio così, e l’era del low cost, così democratica e propizia ai viaggi e agli scambi, in realtà è anche una sciagura dal punto di vista del creato.
Se dovrà andare dalla Svezia alle Nazioni Unite in settembre e a Santiago del Cile per la Cop 25 a fine anno in nave e treno, Greta passerà inevitabilmente tanti giorni in viaggio. E diventerà impossibile garantire la frequenza minima in classe. Quindi, per essere fedele ai principi ambientalisti che tenta di diffondere e per continuare a diffonderli con la propria presenza in molti luoghi del mondo in cui la sua presenza sarà rilevante, Greta rinuncia alla scuola. Studierà come 'privatista', è ovvio.
Non rinuncerà al diploma delle superiori né, immaginiamo, più avanti a una laurea. La sua famiglia, composta da genitori colti e capaci di organizzare gli impegni, sicuramente la sosterrà. Lei è intelligente. Inoltre, le persone che incontrerà, le conferenze cui parteciperà, il contesto in cui è inserita le offriranno più conoscenze e stimoli delle lezioni che avrebbe ascoltato in classe.
Tuttavia, forse perderà qualche amico, dovrà 'crescere' più in fretta di quanto fanno i suoi coetanei, dovrà farsi forza per sopportare eventi sociali che il disturbo dello spettro autistico di cui soffre le rende faticosi. Insomma, sperimenterà sulla sua pelle che non tutto si può fare, che spesso è necessario fare delle scelte e che non tutte le cose desiderabili stanno dalla stessa parte. Non si può andare a scuola e prendere l’aereo nel fine settimana, rimanere una ragazza timida e incarnare una lotta globale. Ecco la prima cosa che ci dice la storia di Greta. Non si può avere tutto, non c’è un quadretto rosa in cui tutti i pezzi vanno a posto.
A volte si mettono in moto situazioni nelle quali, se vogliamo essere coerenti, siamo poi chiamati a decisioni difficili, a rinunciare a qualcosa in favore di qualcos’altro. A buttare via qualcosa della propria vita per donare qualcosa di più grande. Ma ci possiamo anche chiedere se cambierà qualcosa per la sua credibilità come leader del movimento dei giovani e giovanissimi che scenderanno in piazza nei prossimi Venerdì per il futuro. Come la vedranno i suoi coetanei? Qualcuno comincerà a pensare che è una privilegiata? Che non è più davvero una di loro? Greta non è un idolo come un cantante o un calciatore, amato malgrado o forse per il fatto che è ricco, irraggiungibile, libero di fare ciò che vuole. Greta è un simbolo in quanto ha cominciato da sola con il suo cartello e poi, un po’ per casualità, un po’ per una serie di circostanze fortunate, la sua battaglia condotta con umiltà e perseveranza ha acquisito visibilità. Ma ora Greta diventa un’ambasciatrice, ricercata e corteggiata. E non va più nemmeno a scuola. Magari avrà insegnanti personali...
Forse più d’uno potrebbe pensare che così è transitata nel mondo degli adulti. Anche perché cresceranno i suoi detrattori. In Italia, la chiamano 'Gretina', e non c’è bisogno di spiegare l’offensivo gioco di parole... Sono i cinici che vedono complotti ovunque (anche lei è al servizio di qualche 'potentato occulto' che la sfrutta per i suoi interessi), sono i soggetti che si presentano come semplici opinionisti ma in realtà difendono interessi economici consolidati e i grandi gruppi che rischiano di rimetterci dall’impegno contro il climate change, e sono coloro che non si rassegnano a rinunciare ai 'comodi' combustibili fossili, ai veicoli più inquinanti e agli aerei presi a raffica senza pensare alle conseguenze sul clima. Ma sarà davvero una ragazza che ha 'trovato l’America' Greta? O sta dicendo sì a un destino che si è costruita solo in parte e che ora le chiede comunque un prezzo per essere coerente con le idee e i valori che ha scelto di abbracciare?
Pensiamo a Malala, la giovane pachistana colpita dai taleban perché si ostinava ad andare a scuola, contro il divieto di istruzione femminile imposto dai fondamentalisti islamici. È sopravvissuta e ha dovuto lasciare il proprio Paese. Ha vinto il premio Nobel, ma ha perso parte della sua giovinezza, con una scorta e l’attenzione del mondo su di sé. Tutte queste cose e altre ci dice la storia di Greta, diventata un’icona avendo ormai compiuto un salto comunicativo del quale è difficile prevedere le conseguenze. Il messaggio che veicola può essere facilmente travisato. Pensiamo al movimento che sta consigliando di mettere al mondo meno figli per salvare il pianeta, le donne birth strikers, una generazione fuori tempo rispetto alla rivoluzione dei sedicenni, che non ha colto il senso del nuovo messaggio: al mondo non servono meno figli, ma più figli che vivono diversamente; non servono pochi giovani che volano da una parte all’altra del globo per diletto, e consumano per noia, ma molti più giovani che condividono un problema e cercano insieme la soluzione, studiando sui libri e confrontandosi con il mondo (e che magari in vacanza desiderano più prendere un treno e camminare lungo un sentiero piuttosto che mettersi in coda al check-in per una località congestionata e distrutta dall’iperturismo).
Greta non è il centro del mondo, la formazione a una coscienza per la difesa della casa comune deve passare dalla riflessione su testi come la Laudato si’ o sulle piccole e grandi azioni educative che vengono messe in pratica nelle comunità, nei territori, nei quartieri delle grandi metropoli. Eppure, con questa ragazzina che non andrà più a scuola, ma cercherà di laurearsi nella vita e con l’impegno per una grande causa che riguarda tutti siamo costretti a confrontarci. Il messaggio può prendere due direzioni opposte. Mantenere vivo il senso profetico di una scelta che in un certo modo richiama il dono di se stessi per gli altri. Oppure diluirsi e fuorviare le menti più fragili, appiattendole nell’idea che si può studiare giusto quel che basta, l’importante è non usare cannucce di plastica, bere dalla borraccia e fare bene la raccolta differenziata.
È questo il grande rischio della 'fase due' della storia di Greta, che ha insegnato a non studiare il venerdì per salvare il pianeta, ma in realtà stava dicendo che si deve studiare ancora di più, e che tuttavia non ci si deve fermare a questo ma diventare agenti in prima persona del cambiamento. Per questo mentre vedremo la ragazzina con le trecce sfilare da un palcoscenico all’altro, la sfida più importante sarà riuscire a non avere più bisogno di lei, di testimonial iconici, perché la causa della difesa della casa comune sarà patrimonio condiviso di una nuova generazione pronta a mettere in gioco tutta se stessa. Studiando. E vivendo pienamente la propria libertà come rispetto verso gli altri.
Massimo Calvi e Andrea Lavazza
Avvenire, 20.6.2019
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Uniti per la famiglia e i figli si può
Per una curiosa coincidenza, nel giorno in cui in Italia si è formalmente aperto l'ennesimo cantiere politico per rimodulare il sistema di aiuti alle famiglie con figli, una serie di dati forniti da diverse agenzie ha reso evidente come questa necessità sia assolutamente impellente: l'Istat ha ricordato che il nostro Paese è ultimo in Europa per tasso di fecondità, con 1,32 figli per donna, mentre è primo per indice di vecchiaia, con 169 persone sopra i 65 anni per ogni 100 giovani con meno di 15 anni, un record storico; l'Ocse ha invece fatto notare che i lavoratori italiani sono tra i più tassati al mondo e il cuneo fiscale per una coppia con due figli a carico è al top in Europa. Per farla breve siamo una nazione che non aiuta abbastanza le famiglie con figli e questo si ripercuote sulla struttura demografica, allungando non poche ombre sulla tenuta sociale nei territori, sulla sostenibilità dei sistemi di protezione sociale, sul futuro stesso del Paese. Per questo è molto positivo che il ministro (senza portafoglio) della Famiglia, Lorenzo Fontana, abbia annunciato una riforma organica del welfare familiare con l'obiettivo di razionalizzare i tanti ma disomogenei strumenti a disposizione e farli convergere in un "assegno unico" per ogni figlio, rimodulare l'Irpef e le varie detrazioni per favorire i nuclei con prole, introdurre nuovi sostegni per pagare baby sitter, pannolini e prodotti vari per l'infanzia. L'impegno, in quanto tale, è stato accolto con favore dal Forum delle associazioni familiari, e dal suo presidente Gigi De Palo, che da tempo lavora per far convergere forze politiche e istituzioni attorno a un "Patto per la natalità" capace di assecondare e sostenere il desiderio di famiglia, e che ha indicato proprio in un nuovo assegno-figli universale, pagato a dipendenti, autonomi e incapienti, la misura dalla quale incominciare.
Se però è possibile registrare un passo avanti, va anche detto che si è persa un'occasione: quella di favorire una convergenza politica più ampia in Parlamento sul tema della famiglia e degli aiuti ai figli, anziché farne un'ulteriore occasione per dividersi. Alla Camera, dove erano approdate diverse mozioni - una di Lega-M5s e una del Pd, oltre a quella di Fratelli d'Italia - il confronto è finito con ciascuno che si è votato la propria, tra accuse e attacchi incrociati. È pur vero che una mozione, come si suole dire, è un po' come un caffè o una sigaretta, cioè non si nega a nessuno, tuttavia in un momento in cui attorno alla famiglia si spendono soprattutto parole, sarebbe stato importante trovarne di nuove e unificanti. Anche perché al centro della questione non c'è un bene qualsiasi, ma qualcosa di prezioso e purtroppo di infragilito.
Nel merito di quanto messo sul tavolo vi sarebbero in ogni caso diverse questioni che attendono di essere chiarite. Un primo aspetto contraddittorio rispetto agli obiettivi riguarda il collegamento tra assegno unico e riforma fiscale. In tutta Europa, nei Paesi dove gli aiuti alla famiglia sono più efficienti - come Austria, Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Svezia - il prelievo risponde a criteri di progressività, mentre gli assegni per i figli sono elevati e uguali per tutti, dai 100 ai 200 euro al mese a figlio. Cioè: le famiglie sono tassate in base al reddito e ai carichi, ma quando si tratta di dare un beneficio monetario, questo pone i figli tutti sullo stesso piano, senza distinzioni tra ricchi o poveri, tra dipendenti o autonomi. Una scelta che ha un elevato valore simbolico perché ogni figlio che nasce anche un bene pubblico e non solo un affare privato. L'Italia invece, al momento, sembra muoversi verso un sistema che è l'esatto contrario: da una parte una tassazione piatta e non progressiva, la flat tax, dall'altra un assegno che cala con l'aumentare del reddito, com'è scritto nella mozione votata dalla maggioranza. Chi paga più tasse, in sostanza, rischia di non ricevere nulla in assegni per i figli, proprio come avviene oggi.
Il collegamento tra flat tax e dotazione per la prole andrebbe poi verificato anche in termini di risorse: dove si troveranno i soldi per tutto quanto viene annunciato? La soluzione è stata individuata proponendo all'Europa una "golden rule" per le spese dedicate alla famiglia e alla natalità: si chiede cioè di non considerare queste voci ai fini del rapporto tra deficit e Pil. Anche qualora il maquillage dei conti fosse concesso, il rischio che si configura è di incentivare sì la nascita di nuovi figli, ma per farli crescere in un Paese sempre più indebitato e che continua a spendere più di quanto può permettersi in rendite, pensioni anticipate e bonus vari.
Il modo migliore per aiutare chi desidera investire sul futuro costituendo una famiglia è invece creare anche quelle condizioni di stabilità che rendono il futuro sostenibile e l'orizzonte capace di trasmettere fiducia. La prova che con le cifre del bilancio le parole incontrano facilmente degli ostacoli è arrivata di recente: a fronte della volontà manifestata nella mozione della maggioranza di incrementare gli incentivi per gli asili nido e le baby sitter, il governo ha deciso quest'anno di non rifinanziare proprio il sostegno a queste due voci, in vista di tempi migliori.
Attendiamo fiduciosi, ma vigili. Tutto è in movimento e la maggioranza ha ufficialmente avviato un percorso che dovrà portare a risultati concreti già nel Documento di economia e finanza: di questo ci si deve rallegrare, concedendo tutto il credito possibile. Il tempo dirà se alle buone parole seguiranno anche le buone azioni e se vi sarà la volontà di farle coincidere con gli altri fronti aperti del Contratto. Sapendo che, piaccia o non piaccia, in nessun Paese al mondo in squilibrio demografico il problema riesce a essere risolto con il solo contributo delle nascite autoctone.
Massimo Calvi
Avvenire 12.4.2019
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Se però è possibile registrare un passo avanti, va anche detto che si è persa un'occasione: quella di favorire una convergenza politica più ampia in Parlamento sul tema della famiglia e degli aiuti ai figli, anziché farne un'ulteriore occasione per dividersi. Alla Camera, dove erano approdate diverse mozioni - una di Lega-M5s e una del Pd, oltre a quella di Fratelli d'Italia - il confronto è finito con ciascuno che si è votato la propria, tra accuse e attacchi incrociati. È pur vero che una mozione, come si suole dire, è un po' come un caffè o una sigaretta, cioè non si nega a nessuno, tuttavia in un momento in cui attorno alla famiglia si spendono soprattutto parole, sarebbe stato importante trovarne di nuove e unificanti. Anche perché al centro della questione non c'è un bene qualsiasi, ma qualcosa di prezioso e purtroppo di infragilito.
Nel merito di quanto messo sul tavolo vi sarebbero in ogni caso diverse questioni che attendono di essere chiarite. Un primo aspetto contraddittorio rispetto agli obiettivi riguarda il collegamento tra assegno unico e riforma fiscale. In tutta Europa, nei Paesi dove gli aiuti alla famiglia sono più efficienti - come Austria, Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Svezia - il prelievo risponde a criteri di progressività, mentre gli assegni per i figli sono elevati e uguali per tutti, dai 100 ai 200 euro al mese a figlio. Cioè: le famiglie sono tassate in base al reddito e ai carichi, ma quando si tratta di dare un beneficio monetario, questo pone i figli tutti sullo stesso piano, senza distinzioni tra ricchi o poveri, tra dipendenti o autonomi. Una scelta che ha un elevato valore simbolico perché ogni figlio che nasce anche un bene pubblico e non solo un affare privato. L'Italia invece, al momento, sembra muoversi verso un sistema che è l'esatto contrario: da una parte una tassazione piatta e non progressiva, la flat tax, dall'altra un assegno che cala con l'aumentare del reddito, com'è scritto nella mozione votata dalla maggioranza. Chi paga più tasse, in sostanza, rischia di non ricevere nulla in assegni per i figli, proprio come avviene oggi.
Il collegamento tra flat tax e dotazione per la prole andrebbe poi verificato anche in termini di risorse: dove si troveranno i soldi per tutto quanto viene annunciato? La soluzione è stata individuata proponendo all'Europa una "golden rule" per le spese dedicate alla famiglia e alla natalità: si chiede cioè di non considerare queste voci ai fini del rapporto tra deficit e Pil. Anche qualora il maquillage dei conti fosse concesso, il rischio che si configura è di incentivare sì la nascita di nuovi figli, ma per farli crescere in un Paese sempre più indebitato e che continua a spendere più di quanto può permettersi in rendite, pensioni anticipate e bonus vari.
Il modo migliore per aiutare chi desidera investire sul futuro costituendo una famiglia è invece creare anche quelle condizioni di stabilità che rendono il futuro sostenibile e l'orizzonte capace di trasmettere fiducia. La prova che con le cifre del bilancio le parole incontrano facilmente degli ostacoli è arrivata di recente: a fronte della volontà manifestata nella mozione della maggioranza di incrementare gli incentivi per gli asili nido e le baby sitter, il governo ha deciso quest'anno di non rifinanziare proprio il sostegno a queste due voci, in vista di tempi migliori.
Attendiamo fiduciosi, ma vigili. Tutto è in movimento e la maggioranza ha ufficialmente avviato un percorso che dovrà portare a risultati concreti già nel Documento di economia e finanza: di questo ci si deve rallegrare, concedendo tutto il credito possibile. Il tempo dirà se alle buone parole seguiranno anche le buone azioni e se vi sarà la volontà di farle coincidere con gli altri fronti aperti del Contratto. Sapendo che, piaccia o non piaccia, in nessun Paese al mondo in squilibrio demografico il problema riesce a essere risolto con il solo contributo delle nascite autoctone.
Massimo Calvi
Avvenire 12.4.2019
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Ben-Vivere. La Responsabilità civile del territorio
Nell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco il concetto centrale, l’aspetto che guida tutta la riflessione attorno al rapporto tra gli esseri umani e la "casa comune", la nostra madre Terra, è quello di "ecologia integrale". Tutto è in relazione, anche aspetti che apparentemente non lo sono, ricorda in più occasioni Francesco, e dunque aspetti come la bellezza degli spazi urbani si legano alla qualità delle istituzioni, l’impegno della comunità locale non è lontano dal problema dell’inquinamento, la crisi sociale si accompagna a questioni come la deforestazione o la riduzione del verde urbano. In questo senso il concetto di "vivibilità" è collegato a quello di "responsabilità".
È alla luce di questi principi che è stato elaborato l’«Indice di Responsabilità Civile del Territorio». Si tratta di un indicatore veramente innovativo, unico, ispirato alla prospettiva suggerita della Laudato si’, ma anche dal principio fondamentale dell’economia civile secondo il quale il "veicolo" di un sistema socio-economico deve avere ben quattro ruote "motrici". Deve cioè fondarsi sul ruolo attivo e responsabile non solo dei due attori tradizionali, il mercato e le istituzioni, ma di "mercato", "istituzioni", "cittadinanza attiva" e "imprese responsabili".
La classifica secondo l’Indice di Responsabilità Civile del Territorio vede in testa le province di Trento, Belluno e Bolzano, incalzate, restando nelle prime cinque posizioni, da Mantova e Ravenna. In coda troviamo invece Vibo Valentia, Siracusa, Caserta, Reggio Calabria e Crotone. Il Nord domina, la prima provincia del Centro è Macerata, 11esima, mentre la seconda è Terni, al 15esimo posto. La città del Sud più avanti è Isernia, al 66esimo posto. È soprattutto la riscossa della provincia contro le grandi metropoli: Milano è 17esima, Roma 65esima.
Perché? Come è espresso il ben-vivere in questa classifica? L’indicatore si basa sulla somma di varie "responsabilità": quella degli amministratori, intesa come qualità dell’amministrazione e dei servizi; dei cittadini, cioè la capacità di contribuire al benessere di altri esseri umani e della società; e delle imprese, guardando alla responsabilità sociale e civile d’impresa; e monitorando la presenza attiva del Terzo settore. Per tali ragioni si potrebbe dire che l’Indice di Responsabilità Civile del Territorio, più di altre misurazioni può catturare la dimensione e la qualità del "capitale sociale" di un’area, la tensione di più soggetti nella direzione del bene comune.
Tra gli indicatori utilizzati ci sono la spesa comunale per l’integrazione sociale dei soggetti deboli o a rischio, compresi gli immigrati, le uscite per l’integrazione al reddito familiare, i contributi economici per i servizi scolastici o per gli anziani trattati in assistenza domiciliare. Altre voci significative riguardano il numero di realtà non profit, di volontari impegnati, di cooperative, di sportelli per il microcredito e di banche del tempo. L’impegno dei cittadini è misurato guardando alla partecipazione elettorale, ma anche a iniziative di "voto col portafoglio" come cash mob o slotmob. La presenza del Terzo settore, segno di dinamismo sociale, ha però bisogno di un altro ingrediente: la capacità politica di riconoscerne il valore, di coinvolgere cioè i soggetti sociali dando forza al principio di sussidiarietà. Per questo l’Indice ha guardato anche alla spesa comunale per i voucher alle famiglie, gli assegni di cura, i buoni socio-sanitari o altre attività di integrazione sociale, i contributi alla mensa scolastica o per il trasporto sociale.
Altre voci come il numero di enti locali sciolti o di beni confiscati servono a fotografare la diffusione di una cultura della legalità. Ma la qualità del vivere, quanto a responsabilità civile, si misura anche guardando al successo di azioni che contribuiscono a realizzare un ambiente migliore per tutti: ecco allora la diffusione della raccolta differenziata dei rifiuti, il numero di imprese con certificazioni ambientali, la capacità di gestire al meglio le risorse idriche, dalla diffusione della rete fognaria alla depurazione delle acque reflue fino alla dispersione degli acquedotti.
La responsabilità civile si traduce poi concretamente in contesti urbani meno congestionati, con un tasso di motorizzazione automobilistica più contenuto e una popolazione che si riappropria degli spazi beneficiando di una maggiore diffusione di isole pedonali, piste ciclabili o spazi di verde fruibili. È così che va letta questa classifica, come sforzo di fotografare più l’impegno diffuso che la fortuna di un territorio.
Massimo Calvi
Avvenire
29.3.2019
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È alla luce di questi principi che è stato elaborato l’«Indice di Responsabilità Civile del Territorio». Si tratta di un indicatore veramente innovativo, unico, ispirato alla prospettiva suggerita della Laudato si’, ma anche dal principio fondamentale dell’economia civile secondo il quale il "veicolo" di un sistema socio-economico deve avere ben quattro ruote "motrici". Deve cioè fondarsi sul ruolo attivo e responsabile non solo dei due attori tradizionali, il mercato e le istituzioni, ma di "mercato", "istituzioni", "cittadinanza attiva" e "imprese responsabili".
La classifica secondo l’Indice di Responsabilità Civile del Territorio vede in testa le province di Trento, Belluno e Bolzano, incalzate, restando nelle prime cinque posizioni, da Mantova e Ravenna. In coda troviamo invece Vibo Valentia, Siracusa, Caserta, Reggio Calabria e Crotone. Il Nord domina, la prima provincia del Centro è Macerata, 11esima, mentre la seconda è Terni, al 15esimo posto. La città del Sud più avanti è Isernia, al 66esimo posto. È soprattutto la riscossa della provincia contro le grandi metropoli: Milano è 17esima, Roma 65esima.
Perché? Come è espresso il ben-vivere in questa classifica? L’indicatore si basa sulla somma di varie "responsabilità": quella degli amministratori, intesa come qualità dell’amministrazione e dei servizi; dei cittadini, cioè la capacità di contribuire al benessere di altri esseri umani e della società; e delle imprese, guardando alla responsabilità sociale e civile d’impresa; e monitorando la presenza attiva del Terzo settore. Per tali ragioni si potrebbe dire che l’Indice di Responsabilità Civile del Territorio, più di altre misurazioni può catturare la dimensione e la qualità del "capitale sociale" di un’area, la tensione di più soggetti nella direzione del bene comune.
Tra gli indicatori utilizzati ci sono la spesa comunale per l’integrazione sociale dei soggetti deboli o a rischio, compresi gli immigrati, le uscite per l’integrazione al reddito familiare, i contributi economici per i servizi scolastici o per gli anziani trattati in assistenza domiciliare. Altre voci significative riguardano il numero di realtà non profit, di volontari impegnati, di cooperative, di sportelli per il microcredito e di banche del tempo. L’impegno dei cittadini è misurato guardando alla partecipazione elettorale, ma anche a iniziative di "voto col portafoglio" come cash mob o slotmob. La presenza del Terzo settore, segno di dinamismo sociale, ha però bisogno di un altro ingrediente: la capacità politica di riconoscerne il valore, di coinvolgere cioè i soggetti sociali dando forza al principio di sussidiarietà. Per questo l’Indice ha guardato anche alla spesa comunale per i voucher alle famiglie, gli assegni di cura, i buoni socio-sanitari o altre attività di integrazione sociale, i contributi alla mensa scolastica o per il trasporto sociale.
Altre voci come il numero di enti locali sciolti o di beni confiscati servono a fotografare la diffusione di una cultura della legalità. Ma la qualità del vivere, quanto a responsabilità civile, si misura anche guardando al successo di azioni che contribuiscono a realizzare un ambiente migliore per tutti: ecco allora la diffusione della raccolta differenziata dei rifiuti, il numero di imprese con certificazioni ambientali, la capacità di gestire al meglio le risorse idriche, dalla diffusione della rete fognaria alla depurazione delle acque reflue fino alla dispersione degli acquedotti.
La responsabilità civile si traduce poi concretamente in contesti urbani meno congestionati, con un tasso di motorizzazione automobilistica più contenuto e una popolazione che si riappropria degli spazi beneficiando di una maggiore diffusione di isole pedonali, piste ciclabili o spazi di verde fruibili. È così che va letta questa classifica, come sforzo di fotografare più l’impegno diffuso che la fortuna di un territorio.
Massimo Calvi
Avvenire
29.3.2019
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