Quando ci si chiede come cambierà la forma della famiglia e
la sua presenza nella società negli anni a venire, una delle variabili che
andrebbe osservata con attenzione riguarda l’evoluzione delle città: il modo in
cui le città cambiano, si sviluppano, vengono pensate, abitate, vissute,
produce infatti una serie di conseguenze che riescono a modificare in modo
molto netto la vita delle famiglie e la loro composizione. Per rendersi conto
di questa trasformazione il dato da cui partire è lo straordinario successo che
le città stanno conoscendo rispetto alle campagne e alle aree rurali. Ovunque
nel mondo le persone vogliono vivere e vivranno sempre di più nelle città. Il
2007 è considerato l’anno del sorpasso: per la prima volta nella storia del
genere umano più della metà degli abitanti del mondo è risultata vivere in
un’area urbana. Oggi la percentuale è salita al 55% e nel 2050 si prevede
raggiunga il 70%. Per rendersi conto della dimensione di questo cambiamento si
pensi che le persone che vivranno in una città tra trent’anni saranno
esattamente quante ce n’erano in tutto il mondo nel 2002. La più grande
migrazione di questa epoca non avviene tanto tra nazioni, ma tra campagne e
città.
La rivoluzione è in atto da tempo, ed è in gran parte figlia
del progresso tecnologico. Oggi si stima che il 50% dell’intera economia
americana sia prodotto nelle 25 metropoli più densamente abitate. Questa
concentrazione di opportunità nelle aree urbane ha una forza di attrazione
potentissima. Ma non è senza conseguenze. Da un punto di vista ambientale il
cambiamento comporta che sempre di più saranno le città i luoghi da tenere
sotto osservazione per l’impatto sull’inquinamento e gli effetti sul riscaldamento
climatico, considerato che più del 70% delle emissioni di CO2 proviene dalle
aree urbane. Ma una conseguenza significativa riguarda la dimensione delle
famiglie e le prospettive demografiche del mondo. Le previsioni circa l’aumento
della popolazione sulla Terra sono appena state riscritte: la popolazione
mondiale non crescerà dai 7,7 attuali fino ai 12-13 miliardi che l’Onu si
aspettava solo qualche anno fa per il 2100. L’Onu stessa ha rivisto al ribasso
le stime (e non è escluso debba farlo ancora in futuro) correggendo la cifra a
11 miliardi. Ma secondo molti ricercatori e studiosi di demografia, nel 2100 ci
si potrebbe assestare a "soli" 7-8 miliardi.
Perché queste revisioni? In gran parte per l’accelerazione
del processo di migrazione nelle città. In una società avanzata l’età della
prima maternità tende sempre a salire, per i percorsi di studio più lunghi e
per la maggiore partecipazione delle donne nel mercato del lavoro. Inoltre il
costo del mantenimento dei figli in un contesto urbano è molto più elevato.
Mentre fattori come lo stress, gli stili di vita, l’inquinamento,
contribuiscono a ridurre la fertilità. È in buona parte per questo che i tassi
di fecondità stanno crollando ovunque nei Paesi in via di sviluppo, dall’India
alla Nigeria. Lo stesso fenomeno riguarda il mondo sviluppato, anche se le
dinamiche sono diverse. Il prezzo crescente degli immobili nelle città più
ambite o la dimensione degli appartamenti rendono le aree centrali sempre meno
adatte alle famiglie, soprattutto se numerose. Una recente analisi pubblicata
su "The Atlantic", a cura di Derek Thompson, ha posto la questione in
modo netto chiedendosi: «Il futuro delle città sarà senza figli?».
L’analisi partiva dalla constatazione che New York, la città
più attrattiva del mondo, ha visto per la prima volta dopo tanti anni diminuire
la sua popolazione: questo è avvenuto principalmente perché le famiglie tendono
a trasferirsi nelle periferie, dove le case costano meno e gli spazi sono a
misura di passeggino. Dal 2011 il numero di bambini nati nei cinque quartieri
di New York è sceso del 9%, a Manhattan il calo è stato del 15%. Quanto sta
avvenendo nella capitale globale non è un fenomeno isolato, ma interessa gran
parte del mondo sviluppato, dove si verificano due grandi fenomeni "migratori":
da una parte anche qui le persone si trasferiscono sempre di più nelle grandi
metropoli, causando il declino dei centri meno attrattivi, dall’altra l’aumento
della popolazione nelle città riguarda soprattutto le zone periferiche.
L’ultimo rapporto Cresme sull’Italia con le previsioni
demografiche al 2036 ha messo bene in evidenza il fenomeno di polarizzazione
verso i centri dinamici di maggior successo: se dal 2006 al 2013 la popolazione
è aumentata solo nelle città maggiori, dal 2014 la crescita ha riguardato meno
di 10 centri, mentre si prevede che tra 15 anni non solo le aree rurali
tenderanno a svuotarsi, ma tutte le città perderanno popolazione, ad esclusione
di Milano, Bologna e Firenze, con grande sofferenza per tutto il Sud. Accanto a
questo fenomeno, ecco la trasformazione dell’idea di "centro" e di
"periferia". A Parigi molte scuole nei quartieri centrali hanno
chiuso per mancanza di bambini. A Milano la popolazione è in crescita, ma più
della metà è rappresentata da single, e il 75% dei nuclei è composto da una
sola persona o da una coppia senza figli. Un po’ ovunque nei centri delle città
più ricche l’unico gruppo sociale in aumento risulta essere quello dei giovani
con alta istruzione e alto reddito. Terry Nichols Clark, sociologo dell’Università
di Chicago ha definito le zone centrali delle aree metropolitane «macchine di
intrattenimento», «parchi tematici» per giovani adulti che vogliono continuare
a essere bambini, ma senza avere bambini attorno. Richard Florida, l’inventore
della definizione di «classe creativa» riferita ai talenti contesi dalle «città
superstar», oggi definisce i nuovi centri urbani come «aree gioco» per élites
realizzate a spese dei residenti delle periferie. Mentre è proprio qui, nelle
zone periferiche, come sostiene l'urbanista americano Joel Kotkin, che la
minore densità si può tradurre in un ambiente più favorevole per le famiglie e i
bambini.
Ciò che sta avvenendo attorno alle metropoli può produrre
nuove opportunità, ma anche nuove tensioni. Da una parte la prospettiva è
quella di veder nascere delle vere e proprie città Stato, con il rischio che
abbiano però il vuoto attorno. Dall’altro la "rinascita urbana" oggi
rischia sempre più di essere senza figli nelle zone centrali, ma con difficoltà
per le famiglie nelle periferie, in assenza di un’attenzione particolare. Se si
guarda al fenomeno francese dei Gilet Gialli, non a caso emerso in un Paese che
sperimenta una polarizzazione molto netta a favore della grande metropoli, si
può trovare una costante nel senso di abbandono vissuto da una parte di
popolazione che sente di subire scelte decise nel cuore città e "a
misura" della città e delle élites. Il pericolo oggi è che tensioni di
questo tipo si verifichino anche nella dialettica tra i centri e le periferie.
La politica per le città è sempre stata concepita in termini di investimenti a
favore del centro, oggi è necessario un maggiore equilibrio.
La prospettiva di città in cui i trolley di chi viaggia
(sfruttando e alimentando il fenomeno degli affitti brevi) si sostituiscono ai
passeggini, mentre i wine bar e le trattorie tipiche prendono il posto delle
scuole e degli asili, può essere una trasformazione dinamica, ma ha molte
implicazioni. Se le famiglie sono sempre di più il "popolo" delle
periferie, è necessario puntare su questi luoghi per favorire l’innovazione
sociale, ma anche per recuperare il terreno perso investendo dove la qualità
degli edifici è più bassa, dove mancano o si riducono i servizi di base, dove i
trasporti pubblici rendono difficili i collegamenti e dove la carenza di
infrastrutture genera emarginazione e disagio. Molti osservatori concordano nel
dire che la sfida globale per un mondo più sostenibile sarà vinta o persa nelle
città. Ma questo significa che la partita, anche per quanto riguarda il tema
del sostegno alla natalità e della tenuta demografica di un Paese, si giocherà
soprattutto nelle periferie.
Massimo Calvi
Avvenire, 26.10.2019