L'Europa si spopola e la Spagna sorpasserà l'Italia

Da qualche tempo è diventato di moda guardare alla crisi demografica senza toni allarmistici, cercando semmai di capire come gestire il cambiamento o di coglierne le sfide e le opportunità. Come ha lucidamente scritto Michele Bruni su Neodemos, il declino della popolazione è ormai «un evento epocale che non appassiona nessuno». Se però si leggono le ultime proiezioni demografiche Eurostat per il 2100, diffuse in questi giorni, i motivi per essere quantomeno in allerta sono tanti. A causa della denatalità tra 75 anni l’Europa sarà un continente con molti meno abitanti rispetto a ora, molto più «vecchio», con solo la metà dei cittadini in età da lavoro, più immigrati, e con l’Italia scalzata dalla Spagna dal podio delle nazioni più popolose, che in testa vedrà sempre Germania e Francia. Per il sorpasso di Madrid su Roma, che sembra ricalcare le rivalità di tanti ambiti sportivi, dal calcio al motociclismo e ora anche nel tennis pensando alla sfida infinita tra Sinner e Alcaraz, in realtà basterà aspettare il 2060, giusto 35 anni. A questo punto, vale però la pena passare ai numeri.

Nel 2100 l’Unione europea, secondo le ultime proiezioni, avrà circa 398,8 milioni di abitanti, 54 milioni in meno rispetto a ora, un calo dell’11,7%. Scomparirà, di fatto, un Paese poco più grande della Spagna o poco più piccolo dell’Italia. L’inizio della contrazione della popolazione nei 27 paesi dell’Ue è dietro l’angolo: per tre anni cresceremo ancora, poi dal 2029 comincerà il lento e inevitabile declino. Le cifre assolute in realtà dicono poco, quello che più conta è la composizione per età, perché è questo il fattore decisivo quanto a politiche di welfare e sanitarie. I giovani e i bambini, cioè le persone con meno di 20 anni, oggi sono il 20%, domani saranno il 17%. Le persone considerate in età per lavorare, dai 20 ai 64 anni, passeranno dal 58% di oggi al 50% di fine secolo. Stabili, invece, gli europei tra 65 e 79 anni, che dal 16% odierno saliranno al 17%. Il vero balzo riguarda invece gli over 80, i grandi anziani, che attualmente sono soltanto il 6% della popolazione europea, mentre nel 2100 diventeranno il 16%. L'Ue-27, in sostanza, avrà un terzo degli abitanti con più di 65 anni, e nel complesso la metà dei suoi cittadini sarà formalmente «a carico», perché o troppo giovani o troppo vecchi per lavorare. Tradotto: ci sarà un solo lavoratore per ogni persona da mantenere.

Il nuovo mix della popolazione europea è il vero tema delle politiche pubbliche dei prossimi anni. Economiche, previdenziali, e soprattutto sanitarie. L’Europa si prepara a diventare un Continente di anziani anche grazie alla qualità della vita e delle cure che ha saputo garantire, una storia di successo: l’aspettativa di vita nel 2024 era di 81,5 anni, addirittura 2,1 anni in più rispetto al 2015. L’elevata aspettativa di vita e la bassa mortalità si raffrontano però a una bassa fecondità, solo 1,34 figli per donna. La vera domanda, dunque, è se questo primato nella qualità della vita riuscirà a confermarsi di fronte a una trasformazione veramente epocale. Perché se nei prossimi 75 anni si assisterà a un calo della popolazione dell’11,7%, e non a un tracollo di proporzioni molto maggiori, lo si deve solo alle previsioni che riguardano le migrazioni. In tutti i Paesi europei il saldo naturale è infatti negativo, e continuerà a peggiorare, mentre la sostanziale tenuta della popolazione sarà garantita dall’arrivo di stranieri.

Le proiezioni che riguardano l’Italia, in particolare il sorpasso della Spagna, vanno lette proprio alla luce delle differenti politiche migratorie. Oggi il nostro Paese ha 58,9 milioni di abitanti, la Spagna 49,1 milioni, quasi 10 milioni in meno. Nel 2060 però è atteso il sorpasso: 53,5 milioni Madrid, 52,8 milioni Roma; e nel 2100 la definitiva consacrazione degli iberici a terzo Paese più popoloso dell’Ue, con 49,8 milioni di abitanti, dopo la Germania, con 74,7, e la Francia, con 67,2. Quarti noi, dunque, con 44,8 milioni, e più lontano la Polonia, a 25,7. Per l’Italia il calo è del 24%, uno dei più significativi tra le grandi nazioni del Vecchio Continente. Tra l’altro, la Spagna sarà l’unica a crescere tra i big, che sostanzialmente registreranno tutti dei cali, pur se con intensità diverse, e questo deve far riflettere considerando proprio la strategia spagnola sulle regolarizzazioni di cittadini stranieri.
L'andamento atteso della popolazione da oggi al 2100 tra i quattro maggiori Paesi Ue, secondo le proiezioni Eurostat. Nel 2060 il sorpasso della Spagna sull'Italia

L’Italia, tra le nazioni più importanti dell’Unione europea, è quella che farà segnare la contrazione più significativa, dovesse confermarsi la proiezione di un calo di quasi un quarto dei suoi abitanti entro il 2100. Peggio faranno Romania (-24,3%), Slovenia (-26,7%), Croazia (-27%), Bulgaria (-28%), Grecia (-30%), Polonia (-31%). A tenere la posizione senza contraccolpi eccessivi saranno invece molti grandi Paesi, dalla Francia (-2,5%), all’Austria (-3,8%), alla Germania (-10,6%), e cali simili a Berlino riguarderanno Slovenia e Finlandia. Tra chi vedrà aumentare la popolazione, a parte gli Stati più piccoli, si notano invece l’Irlanda, con un aumento del 14%, la Svezia (+10%), i Paesi Bassi (+4,3%), il Belgio (+3,5%) e, appunto, la Spagna (+1,3%). Come detto, il segno "più" è dovuto alla capacità di attrarre persone dall’estero, si tratti di cittadini europei o extraeuropei, perché nel Vecchio Continente il declino della natalità è un tratto ricorrente. Una crisi nella crisi, sulla quale il disimpegno, culturale e materiale, è forse ancora più netto rispetto al disinteresse per il declino demografico. Il punto non è tanto se questo declino arriverà, ma come l’Europa e l’Italia sapranno governarlo senza compromettere la coesione sociale, la sostenibilità del welfare, la crescita economica, e soprattutto il benessere della popolazione, assecondandone desideri e aspettative.

Massimo Calvi
Avvenire, 18.4.2026

Il problema degli smartphone? I genitori

Il primo vero smartphone, l'iPhone della Apple, ha fatto la sua apparizione nel 2007. Facebook, il capostipite dei social network, era nato tre anni prima, e in Italia arriverà nel 2008. In quel periodo, con l’avvio della Grande Recessione, il mondo entrava ufficialmente nell’era dell’insicurezza globale: dopo l’attacco alle Torri gemelle del 2001 e la crisi dei mutui del 2007, sarebbero arrivati la consapevolezza della crisi climatica, la pandemia di Covid, le guerre. Una stagione per la quale è stato coniato il termine “permacrisi”, crisi permanente, e che ha segnato aspettative e percorsi di vita delle generazioni nate nel Terzo millennio, come ha messo bene in evidenza il demografo Alessandro Rosina nell’ultimo Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo. Il legame tra la fine di un’epoca di solide certezze e l’affermazione di smartphone e social è soltanto una coincidenza temporale, ma diventa più di una suggestione se si tratta di riflettere sul ruolo giocato dalla tecnologia nel determinare il benessere di ragazze e ragazzi.

Che i telefonini sempre connessi alla rete fossero qualcosa da maneggiare con cautela lo si poteva intuire sin dall’inizio, ma ci sono voluti quasi vent’anni per raggiungere una consapevolezza condivisa. Ad esempio, attorno al fatto che regalarli a bambini e preadolescenti è stato un grande esperimento sociale e neurobiologico di fatto utilizzando giovani cavie umane. Ora tanti sono convinti che qualche forma di divieto sia necessaria. Alcuni governi hanno introdotto limiti di età per l’uso dei social e anche l’Italia, dopo aver proibito l’uso degli smartphone nelle scuole, sta elaborando un piano di divieti. Eppure non è stato facile superare dubbi e resistenze di chi per anni ha difeso la tecnologia da ogni limitazione possibile, persuaso che non sono mai gli strumenti a dover essere temuti, ma l’uso che se ne fa. Argomento ineccepibile, se non fosse che il capitale sociale ed educativo non è sempre equamente distribuito, e che comunque c’è un’età per tutto, perché tra avere 8 anni oppure 14, o 16, la differenza è enorme. E poi, educare non è forse anche porre limiti, argini, saper dire dei “no”?

Di certo chi aveva provato ad avvertire del pericolo, oggi si sente meno solo. I guasti correlati alla diffusione degli smartphone sono ormai documentati, tra dipendenza, rischi di isolamento, disturbi dell’attenzione, ansia e depressione, problemi psichici, quello che può generare la visione di porno in tenera età. Di fronte a questa presa di coscienza collettiva, che molto deve alla rivelazione di Jonathan Haidt, il guru della “Generazione ansiosa”, si sta però paventando un nuovo rischio, quello di passare da un eccesso all’altro. Invece è necessario mantenere vivo il dubbio che tanti dei problemi che caratterizzano l’universo giovanile non abbiano negli schermi il loro unico fondamento. Siamo sicuri, cioè, che sia tutta colpa di social e smartphone? Un modo per scalfire qualche certezza c’è. Si tratta di provare a rimanere a letto una mattina appena svegli, scrollare per un paio d’ore video stupidi e divertenti, chattare con i propri contatti, controllare tutte le notifiche social, e poi chiedersi: ma il malessere che si avverte, la sensazione di crepuscolo anticipato, questa forma di ansia da camera oscurata anche se le imposte sono aperte, è un prodotto dell’attività appena svolta, oppure proviene da più lontano, e qui ha trovato una tana confortevole? “Esci da quella stanza”, il titolo dell’ultimo libro dello psicoterapeuta Alberto Pellai, scritto con Barbara Tamborini, è una risposta netta e allo stesso tempo un programma affidato ai genitori. Ci sono relazioni e una prospettiva di speranza da recuperare.

Il sospetto è che oltre allo smartphone vi sia di più. Già dieci, venti anni fa, pedagogisti e psicologi parlavano con preoccupazione di bambini adultizzati, di “piccoli tiranni”, di aumento dei problemi di aggressività e ansia, di disturbi del sonno e della concentrazione. A essere chiamata in causa era anche l’educazione, amorevole ma permissiva, letta come un’abdicazione dal ruolo genitoriale, espressione di padri e madri disorientati, convinti della bontà del confronto paritario, ma poi talmente concentrati su sé stessi da cedere all’inversione dei ruoli con i figli. Genitori pure iper-presenti, decisi a investire tutto nella cura e nell’educazione, ma deboli nel tracciare quei confini che oggi sono addirittura i governi a voler segnare. In un’epoca di madri spazzaneve e di “papà peluche”, come li chiama Daniele Novara, ai quali il pedagogista ha dedicato il suo ultimo saggio, forse dovremmo chiederci quale vuoto stiano riempiendo i social e gli smartphone, e quale crisi rischino di amplificare. Perché se gli effetti della “genitorialità intensiva” coincidono con quelli attribuiti alla tecnologia, la riflessione si amplia. E chi lo sa se nel profondere risorse ed energie per plasmare figli perfetti non sia andata smarrita proprio l’abilità di restare semplicemente accanto. Quando abbiamo incominciato a regalare i telefonini ai figli, l’idea era dotarli di uno strumento di controllo, ma anche di contatto, scoperta, socializzazione, autonomia. Col tempo sono arrivate le sale scommesse, i club a luci rosse, gli apparecchi mangiasonno, la caccia coi richiami. Per questo il dono incondizionato di uno smartphone senza limiti, prima di una certa età, può essere considerato la sintesi di una postura genitoriale carica di aspettative, ma fragile nella testimonianza. Un paradosso, se si pensa che la rinuncia a una famiglia con sorelle e fratelli è anche l’esito di una scelta finalizzata a “massimizzare l’investimento” sul figlio. Nella stagione della denatalità, della permacrisi e dell’insicurezza strutturale, domandiamoci allora cosa possa voler dire nascere in una società prestazionale già gravati da un eccesso di aspettative.

Tempo fa abbiamo sbagliato a non vigilare sugli effetti che l’industria dell’attenzione avrebbe avuto sui giovani attraverso schermi e smartphone. Oggi la corsa ai ripari non dovrebbe far dimenticare il valore centrale della relazione educativa e della sua qualità, anche etica. Evitiamo di riproporre posizioni rigide, superficiali, o di comodo, nel momento in cui, alzando barriere a protezione dei giovani, rischiamo di trascurare il ruolo della famiglia. O di non accorgerci che all’orizzonte si presenta già una nuova sfida, quella dell’Intelligenza artificiale. Ai telefonini abbiamo permesso di rubare la noia, il silenzio, l’attesa, ingredienti di base della crescita, oggi l'IA inizia a intaccare l’immaginazione, il giudizio, il pensiero. Questa volta, cerchiamo di non arrivare divisi e in ritardo.

Massimo Calvi
Avvenire, 14.4.2026
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Da Artemis 2 a Hail Mary

Se in questo momento un essere alieno dotato di intelligenza, anche solo emotiva, potesse osservare la Terra e l’attività degli esseri umani che la popolano, si troverebbe probabilmente di fronte a due opzioni opposte: non capire nulla di noi, al punto da rinunciare a risolvere l’enigma intorno al chi siamo; oppure comprendere subito tutto della nostra natura più profonda e autentica. C’è in effetti qualcosa di altamente irrazionale nella logica di un pianeta senza pace, attraversato da guerre sanguinose e conflitti quasi in ogni dove, in cui si trova il tempo e la voglia di inviare una missione con equipaggio verso la Luna, primo passo di un progetto che riporterà degli astronauti a rimettervi piede, questa volta per restare e guardare ancora più lontano. Ma cosa andiamo a fare nello spazio, se fatichiamo a vivere in pace dove stiamo, peraltro consumando una quantità spropositata di quell’energia per la quale ci stiamo già facendo troppo male? Porteremo la guerra anche lassù, riproducendo le divisioni terrestri, oppure il cosmo rappresenta l’opportunità di quello sguardo dall’alto nella dimensione del Creatore più che dell’alieno, capace di cogliere anche tutto il bene, e l’amore e la carità che la nostra specie sa generare?

Sarebbe bello poterlo chiedere all’equipaggio dell’Artemis II, se non altro per il privilegio che gli astronauti hanno avuto nel passare dal lato oscuro della Luna, mai così lontani e disconnessi da tutto, esperienza ancora più totale nell’era delle notifiche e dei social. Aspettando il rientro della missione, senza farci troppe illusioni, una bellissima risposta l’ha data qui su Avvenire il sacerdote e astronomo Luca Peyron, parlando dell’Artemis, e ricordando che «siamo creati per vedere l’infinito», «redenti per contemplare l’Assoluto e dunque esplorare il cosmo, che è ordine fatto per riconoscerne la firma». Già, lo Spazio può essere fuga dal mondo, oppure via alternativa all’esplorazione interiore, e trascendente. Si spiega anche così il desiderio di ricerca cosmica che ritroviamo nel successo di un film di fantascienza uscito in Italia a fine marzo, L’ultima missione – Project Hail Mary, diretto da Phil Lord e Christopher Miller, e tratto dall’omonimo romanzo del 2021 di Andy Weir. È una storia potente e leggera allo stesso tempo, e forse per questo sta conquistando in particolare la prima generazione venuta al mondo senza grandi aspettative verso il futuro, per non dire con la quasi certezza dell’apocalisse climatica, demografica, familiare ed economica, e che chissà, vi ha trovato la prospettiva di una sopravvivenza possibile, amichevole, molto più che resiliente, pure in un contesto ambientale ostile, forse una antica speranza che la secolarizzazione ha un po’ annebbiato.

La storia è semplice: l’umanità è in pericolo a causa di un microrganismo che arriva dallo Spazio, la missione inviata per tentare di risolvere il problema resta con un solo sopravvissuto, il quale incontra un alieno spedito nel cosmo per lo stesso identico motivo. Siamo portati, ancora una volta lontano dalla gravità, a commuoverci e intascare una dose di poesia e serenità che non fa mai male, per riscoprire che il senso dell’esistenza non è sopravvivere costi quel che costi, e ovviamente nemmeno combattersi l’un altro, ma darsi fino in fondo, perché la vita dell’altro conta più della propria, il dono di sé che salva tutti. Non può sfuggire che il nome dell’“ultima missione”, il “Project Hail Mary”, voglia dire “Ave Maria”, anche se si è preferito non tradurlo così, e che il protagonista umano, l’attore Ryan Gosling, di cognome nel film si chiami Grace, cioè Grazia. La citazione è più sportiva che di fede – nel football americano l’Hail Mary pass è il lancio lungo e disperato dell’ultimo secondo, quello che a calcio in oratorio chiamavamo il “tiro alla speraindio” – il fatto è che non appena si lascia il mondo, a bordo di un’astronave o con la fantasia letteraria, l’essere umano riesce più facilmente a vedersi per quello che è, contemplatore dell’Assoluto alla ricerca della firma in calce al disegno. Guardando le immagini della nostra casa comune inviate dalla missione Artemis in orbita attorno alla Luna, con l’emozione che restituisce questo sguardo umano sul Creato, possono nascere molte domande. Pescandone una a caso: perché le guerre?

Massimo Calvi
Avvenire, 8.4.2026

Giusto vietare i coltelli, ma la montagna non è la città

Da giorni la gente di montagna, quelli che in montagna ci abitano e quelli che in montagna ci vanno, spesso o qualche volta, gli escursionisti della domenica e anche solo «quelli del mercoledì» (sì, esiste un gruppo), discutono e chattano e si fanno domande intorno a una questione apparentemente marginale rispetto ai mali del mondo, ma in realtà di un certo peso: si può ancora portare con sé un coltello durante l’escursione? E, se sì, quale? E poi: dove tenerlo? In tasca? Nello zaino? In un fodero? La questione è molto più seria di quanto si possa credere. Il nuovo decreto sicurezza, il 23/2026, che è in attesa di conversione, introduce infatti limiti molto stringenti riguardo al porto di coltelli al di fuori della propria abitazione. Una stretta che a un certo punto è diventata necessaria, alla luce dell’aumento che negli ultimi anni si è visto quanto a diffusione di armi da taglio, soprattutto tra i minori delle città, quasi una moda urbana, e l’affiorare di una nuova emergenza fatta di risse e atti di violenza. L’ultimo caso di cronaca, il tredicenne bergamasco che ha accoltellato una professoressa all’interno della scuola, dice non solo di un possesso che spesso si pretende giustificato da (chissà quali) motivi di autodifesa, ma anche di un facile e precoce ricorso all’uso quando la violenza esplode, segno che la prassi del coltello è qualcosa di sedimentato per bene nelle sottoculture giovanili.

E fin qui ci siamo. Il decreto, dunque, impedisce di circolare con lame fisse affilate o appuntite più lunghe di 8 centimetri, a meno che non ci sia un giustificato motivo, ad esempio per lavoro, oppure con coltelli dotati di lama pieghevole se questa supera i 5 centimetri, e se può essere bloccata da un meccanismo, oppure si apre a scatto o usando una sola mano. Si rischia la reclusione fino a tre anni, multe fino a 10mila euro, e tra le pene accessorie anche la sospensione della patente di guida o del porto d’armi. Non sembra una norma irragionevole, anzi vien quasi da pensare come mai prima non si fosse stati altrettanto duri, dunque ben venga l’inasprimento. Fino a che non si disattiva la modalità urbana e si entra nella dimensione-montagna. Un cambio di scenario che non è da tutti, perché contano le passioni e gli stili di vita, ma quando ci si sposta su un sentiero che sale o in un bosco, ecco che le chiavi di lettura e i giudizi mutano radicalmente. In montagna un coltello è come il bastone o gli scarponi. Probabilmente non c’è un escursionista tra le migliaia che battono i 40mila chilometri di sentieri italiani che non abbia un coltello con sé. Serve a tagliare il pane, il salame, il formaggio d’alpe, a recidere una corda in caso di emergenza, a pulire i funghi, aiuta con la legna se si deve accendere un fuoco. A chi vive veramente in modo avventuroso e alpino un coltello serve a liberare un animale intrappolato o a salvarsi nel caso del morso di una vipera, a chi invece resta sul tracciato serve a immaginare di poterlo fare, utile anche solo per attendere la sera al rifugio, su un sasso, intagliando un ramo secco. Gli scout hanno il proprio nome inciso nel legno del manico, chiamarlo coltello è riduttivo.

In modo molto pacato e rispettoso il Club Alpino Italiano ha inviato una lettera al ministero della Giustizia, a Camera e a Senato chiedendo una deroga «per le attività escursionistiche, alpinistiche e di soccorso in ambiente naturale». Non ci sono solo ragioni pratiche o romantiche, il coltello in montagna è di fatto una dotazione di sicurezza, argomenta il Cai. Dal lato antropologico e geografico, invece, il decreto può essere letto come un’invasione culturale della città nei confronti della montagna: una norma perfettamente razionale in un contesto, che in un altro arriva a sfiorare l’insensatezza. Come ai tempi del Covid, quando i lockdown non distinguevano tra lo stare in metropolitana o l’andare da soli per boschi, in parete o sulle creste. La montagna non è un altrove innocente, ma la capacità di distinguere tra i luoghi e comprenderne le differenze è proprio ciò che aiuta a costruire ambienti sicuri ben oltre le regole e le norme. La cronaca, peraltro, offre narrazioni oneste: i coltelli feriscono e uccidono in strada, negli appartamenti, nelle scuole, sono rarissime le tracce di lame insanguinate in montagna, dove ci si fa male, e troppo ormai, ma in altro modo, spesso da soli, per imprudenza o sfortuna, e se proprio sono armi semmai compare un fucile. In attesa di chiarimenti, o di auspicabili deroghe, è bene attenersi al decreto. Un dato non statistico, ma utile alla riflessione, suggerisce che molto probabilmente chi accoltella, in montagna non ci va proprio. Anzi, se ci andasse, o se vi fosse stato portato da piccolo, magari con altri ragazzi, i genitori o gli amici del gruppo, con le dotazioni nel posto dove devono stare, sarebbe tutta un’altra storia.

Massimo Calvi
Avvenire, 2.4.2026

Meno figli, più soli: così la solitudine alimenta la crisi demografica

C’è una parola che rimane sottotraccia, cioè non è mai pronunciata ma se ne avverte l’indizio e il peso, nel rapporto Istat sugli indicatori demografici 2025, nel quale tra le tante cose abbiamo preso atto che in Italia sono nati 15mila bambini in meno rispetto all’anno prima, che il 37% delle “famiglie” in realtà non è una famiglia perché nella casa vive una persona da sola, e che l’unico vero primato che ci contraddistingue tra i 27 dell’Europa è quello del Paese più anziano, con un’età media di anni 47,1. La parola, dunque, è “solitudine”. Non c’è in realtà un indicatore che rilevi la percezione di isolamento degli italiani, ma per quanto le reti relazionali resistano, o ci si impegni per generarne di nuove, la traiettoria demografica che ci contraddistingue conduce inevitabilmente a un lento e progressivo aumento della solitudine. Si tratta di un destino comune a molte aree nel mondo, ma c’è un motivo di cui si parla ancora poco e che invita a non prendere sottogamba questo aspetto: la maggiore solitudine è una conseguenza dei cambiamenti demografici in atto, ok, ma a un certo punto arriva a dare vita a un circolo vizioso capace di produrre a sua volta effetti demografici, arrivando ad alimentarsi da sé stessa. Come? A spiegarlo bene è un saggio pubblicato a inizio 2026 sulla rivista Demographic Research, a firma di Hisrael Passarelli-Araujo, ricercatore in Demografia all’Università brasiliana del Minas Gerais, e nel quale si propone di incominciare a prendere scientificamente in considerazione nelle ricerche sulla popolazione il fattore delle connessioni sociali e delle interazioni tra le persone (The demography of loneliness: Rethinking social connections in population research).

Se si guarda ai grandi cambiamenti demografici globali, dal calo della fecondità all’aumento della speranza vita e all’invecchiamento, fino alle migrazioni, è chiaro che tutto questo abbia come conseguenza un aumento della solitudine: con meno figli che vengono al mondo e con le persone che vivono più a lungo, o con coppie meno stabili, le reti familiari si riducono e nel mondo sviluppato diventa sempre più comune vivere soli. Già oggi in Italia la famiglia media ha solo 2,2 componenti, in vent’anni i nuclei unipersonali sono aumentati di 11 punti, e quasi il 17% della popolazione della Penisola vive da sola. A questo si può aggiungere il ruolo delle migrazioni: un immigrato – in Italia ne sono entrati 440mila lo scorso anno – è spesso anche una persona sradicata dal suo contesto e che a causa della barriera linguistica può faticare a inserirsi nella nuova società. O l’urbanizzazione: andare a vivere nelle grandi città lasciando le campagne, nei contesti meno avanzati produce forme di segregazione residenziale, vedendo evaporare le antiche reti di relazioni.

Certo, “vivere” soli non significa necessariamente “sentirsi” soli, anzi questo fa una grande differenza, ma è indicativo che quasi una persona su quattro nel mondo abbia dichiarato a quelli di Gallup nel 2023 di sentirsi “molto” o “abbastanza” sola. Insomma, il problema c’è, e non incide solo sugli indicatori del benessere: la solitudine è contagiosa al punto da diventare una causa diretta di cambiamenti demografici e sociali. Parliamo delle nascite, ad esempio. I giovani che si sentono socialmente disconnessi possono incontrare più problemi a instaurare relazioni affettive, avere paura a diventare genitori perché avvertono la mancanza di reti di sostegno, o ancora essere vittime di un senso di precarietà che porta a posticipare il progetto di una famiglia, fino a rinunciarvi. La solitudine cronica, come rivelano alcuni studi condotti nei Paesi scandinavi, si associa poi facilmente a un minore desiderio di figli e al ritardo nella formazione di unioni di coppia, minando il passaggio alla genitorialità.

Si potrebbe qui aprire una riflessione su quanto della decisione sempre più ricorrente di non avere figli sia frutto di una scelta autenticamente libera, come si tende talvolta a dire con una nota di compiacimento, o non invece di condizionamenti negativi poco visibili e molto subdoli. Anche se la denatalità ha molte cause – il lavoro, il reddito, le politiche familiari, i costi delle case, la cultura … eccetera – la solitudine non si presenta solo come un sentimento privato, ma come un fattore capace di alterare la percezione intorno alla possibilità di diventare padri o madri, caratterizzandosi come un ulteriore freno alle nascite e al rinnovo della popolazione. Oltretutto, ci sono importanti differenze di genere: le donne, forse perché più consapevoli di quanto siano importanti le reti di relazioni e di cura per diventare madri, riportano livelli più alti di solitudine rispetto agli uomini. A parte questo, il problema è che il calo delle nascite fa crescere il rischio di rimanere soli nelle fasi successive della vita, quando si è anziani, e la famiglia si trasforma in una delle più importanti forme di cura e di integrazione sociale. La solitudine, quale fattore di stress, è considerato un acceleratore di declino fisiologico e predittore di morte prematura, come il fumo e l’obesità. Per questo, anche se ci siamo abituati al calo delle nascite, e a pochi sembra interessare ancora qualcosa, il fatto che nel 2025 in Italia siano nati 355mila bambini, 15mila in meno rispetto al 2024, dovrebbe farci riflettere e un po’ preoccupare.

Massimo Calvi
Avvenire, 1.4.2026