I consumi di energia aumentano, al clima serve solidarietà

L’alluvione che ha devastato il territorio di Valencia, con il suo pesantissimo tributo di vite umane, è stata l’occasione per riflettere sull’impatto dei cambiamenti climatici e sulle possibili misure per farvi fronte. Purtroppo, invece di muoversi nella ricerca di soluzioni condivise, il dibattito pubblico ha riproposto quasi automaticamente uno schema divisivo attorno a posizioni note, tra visioni apocalittiche o, per contro, di negazione di ogni evidenza scientifica. L’occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, la Cop29, che si tiene da lunedì 11 al 22 novembre a Baku, in Azerbaigian, per quanto ridimensionata nelle attese, offre lo spunto per fare un po’ di chiarezza.

Una prima questione riguarda l’approccio alla sfida climatica nel suo complesso. Ci sono ricerche, come gli studi di attribuzione, che stimano quanto gli effetti sulla popolazione di un evento estremo possano dipendere dalle maggiori emissioni di CO2 in atmosfera a causa dell’uso di combustibili fossili: può anche trattarsi di una piccola percentuale, ma negare che l’impatto vi sia non è il modo migliore per procedere. In questa fase storica l’umanità dovrebbe trovare un passo capace di generare innovazione, ma soprattutto azioni di solidarietà.

Anche con le migliori tecnologie disponibili, infatti, è difficile che l’umanità riesca a invertire la tendenza di un cambiamento che può già essere considerato fuori controllo. Non nel senso dell’impazzimento del clima, ma perché è altamente probabile che, superato stabilmente il grado e mezzo di aumento della temperatura globale, anche qualora riuscissimo in seguito a rimuovere tutta la CO2 in eccesso, e riportare la temperatura a un livello accettabile, l’impatto di alcuni cambiamenti sarà irreversibile: l’innalzamento del livello del mare, lo scioglimento del permafrost o l’acidificazione degli oceani, con le conseguenze che tutto questo comporta, non sono cose che si sistemano alzando o abbassano una leva.

L’umanità, potremmo dire, è chiamata a uno sforzo di ricerca e avanzamento tecnologico importantissimo, ma anche a uno scatto di umiltà: non siamo in grado di governare tutto, e riporre un’eccessiva fiducia nelle possibilità della tecnologia può essere un atto di presunzione rischioso. In sostanza, se siamo d’accordo che alcune attività antropiche figlie della rivoluzione industriale riescono a modificare il clima, dobbiamo comunque fare tutto il possibile per accelerare il percorso di riduzione delle emissioni climalteranti.

Qui, però, si presenta un grosso problema, perché la domanda di energia nel mondo è in forte crescita: è aumentata del 15% negli ultimi dieci anni e salirà ancora, mentre i miglioramenti nell’efficienza energetica non procedono alla stessa velocità. A fare da traino è principalmente l’espansione delle economie meno avanzate: il Pil dei Paesi in via di sviluppo è cresciuto del 50% in un decennio, perché fenomeni come l’urbanizzazione, lo sviluppo dell’industria, l’aumento dei consumi, richiedono moltissima energia. Se guardiamo anche all’elettrificazione dei trasporti, alla massiccia diffusione di condizionatori per far fronte alle temperature più alte, ma anche allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e alla diffusione delle criptovalute, si capisce che l’umanità avrà bisogno di dosi sempre maggiori di energia. Prodotta come?

Il rapporto 2024 dell’Agenzia internazionale dell’energia offre alcune indicazioni incoraggianti. Gli investimenti negli impianti per produrre energia “pulita” oggi sono il doppio di quanto viene speso per le centrali a combustibili fossili, due trilioni di dollari contro uno, ed è un successo se si pensa che dieci anni fa la quota maggiore delle risorse, il 60%, era ancora destinata a carbone, gas e petrolio. La direzione intrapresa lascia ben sperare: tra cinque anni è possibile che le fonti rinnovabili arrivino a coprire più della metà del fabbisogno globale.

A limitare l’ottimismo è però il fatto che gli investimenti nelle energie sostenibili sono per l’85% in capo ai paesi avanzati, compresa la Cina, mentre solo il 15% riguarda i Paesi in via di sviluppo, dove i costi della transizione sono doppi rispetto alle econome più ricche. Detto con parole semplici: se si vuole uscire dalla condizione di Paese povero è molto più conveniente ricorrere ai combustibili fossili che alle energie rinnovabili o al nucleare. I grandi sforzi dell’Occidente rischiano di essere vani: è un po’ come se in una grande città tutti si impegnassero ad andare lavorare in bicicletta, ma fuori le mura a produrre energia vi fosse una gigantesca centrale a carbone.

È per questo che, anziché dividerci su piccole battaglie locali, o arroccarci su posizioni ideologiche, dovremmo alzare un po’ lo sguardo e capire che c’è una sfida da affrontare insieme come popolazione della Terra. Ricordando l’appello profetico di papa Francesco a favore di un fondo per il clima alimentato dalle risorse destinate alle armi, è decisivo tenere presente che i paesi meno avanzati, per tenere il passo della transizione energetica, dovrebbero decuplicare gli stanziamenti attuali: è chiaro che da soli non ce la possono fare. E proprio di questo si parlerà alla Cop 29 di Baku.

L’innovazione e la ricerca tecnologica restano i migliori alleati nella sfida climatica, ma la differenza dipenderà soprattutto da una componente che afferisce all’animo umano: la solidarietà. Per una volta dovremmo essere capaci di farla entrare in gioco prima e non, come avviene spesso, quando il danno è ormai stato fatto.

Massimo Calvi

Avvenire, 10.11.2024

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L'Europa non è più un posto sicuro

 Forse è un po’ esagerato rievocare l’11 settembre 2001 e l’attentato alle Torri Gemelle di New York guardando a quanto accaduto nelle ultime ore in Spagna, a Valencia, dove più di cento persone sono morte – e il conto delle vittime non è ancora completo – a causa di un’alluvione come non si era mai vista, un evento climatico che definire estremo non rende l’idea quanto ricordare che in otto ore è caduta la quantità di pioggia che normalmente da quelle parti scende in un anno.

È vero, il nemico è diverso, la minaccia non è un disegno lucido e folle originato dalla volontà umana di generare terrore, e così il sacrificio di vite umane pagato a una natura verso la quale noi europei abbiamo imparato a rapportarci valutandone la forza e l’imprevedibilità, insieme alla bellezza e ai suoi doni. Ma c’è un punto sul quale dovremmo concentrare le attenzioni in questo momento, pensando a Valencia, e farne tesoro per quanto possibile: è la data da segnare, questi ultimi giorni di ottobre 2024 durante i quali senza averne ancora piena consapevolezza impareremo che di fronte al clima e alle sue trasformazioni l’Europa non è più quel posto sicuro che pensavamo. In questo, e solo in una tale presa di coscienza, possiamo tentare un paragone ardito, perché vedere una moderna città europea sommersa dall’acqua e dal fango che conta i morti a decine è come trovarsi di fronte a un edificio che crolla, l’impalcatura fragile della presunzione umana di poter controllare e risolvere tutto, senza nemici esterni.

Il clima sta cambiando, lo sappiamo, quello che fatichiamo a cogliere è che centinaia di piccoli e grandi eventi che si sommano a un certo punto conducono a un fatto che li riassume tutti, e cambia definitivamente la percezione comune di quanto sta realmente accadendo. Valencia dovrebbe essere questo per noi europei che con impegno e fatica stiamo cercando di capire come gestire una transizione ecologica in modo che possa anche rappresentare un’opportunità di sviluppo e di crescita. Già, ma come, se gli eventi sembrano essere sempre un passo più avanti?

Non stiamo parlando di una tragedia avvenuta nella nazione povera di un continente lontano nel sud del mondo, dove ci arroghiamo il diritto di pensare che il sottosviluppo sia una concausa del dolore, non ci siamo spinti sulla cima di una montagna infragilita accettando una dose di rischio, non c’è un’infrastruttura che ha ceduto a causa dell’incuria e dell’avidità, non si tratta di un vulcano che ha incenerito una città sulle pendici, o di case al fianco di fiumare e torrenti incanalati, nemmeno di una regione che si allaga regolarmente. Anche ipotizzando una prevenzione inefficiente, come sembra emergere in Spagna, una città europea che conta così tanti morti per un evento climatico non può essere la norma nel terzo millennio. C’è qualcosa che sfugge, e forse non controlleremo mai, ma è un dato di fatto: è stato oltrepassato un limite. Quale sarà il prossimo?

Le ricerche stimano già che in Europa 175mila morti l’anno siano legati alle ondate di calore, e la metà di questi dipendano dagli effetti del cambiamento climatico, mentre aumentano gli eventi meteorologici che chiamiamo estremi. Ok, possiamo adattarci, mitigare, discutere. Guardare alle centinaia di auto accatastate nelle vie valenciane, una sopra l’altra, come ai rottami di un’epoca, la pila dei vecchi giocattoli di un bambino che forse ha trovato di meglio. Possiamo anche progettare e costruire mega dighe a protezione dei fiumi, trovare sistemi di allerta ancora più efficaci, mettere sacchi a ogni ingresso e accendere mille condizionatori, installare pannelli solari e pale eoliche ovunque, andare tutti in bici o penalizzare i Suv, a seconda dei gusti.

Realisticamente è più necessario prendere atto, insieme, che è finito il tempo di scherzare e di inseguire piccoli interessi personali, economici o politici. Il clima cambierà ancora, l’impatto di alcune attività umane è provato e le ricerche oggi dicono che superare anche solo per poco una certa soglia di temperatura globale potrebbe avere conseguenze climatiche irreversibili, pure se a un certo punto riuscissimo a tornare indietro. Questo non dovrebbe abbandonarci al fatalismo e alla rassegnazione, ma condurci a quella lucida consapevolezza capace di sostenere le decisioni migliori nell’affrontare una crisi che, sempre di più, riguarda tutti, senza distinzioni.

Massimo Calvi

Avvenire, 31.10.2024

Sul sito

Meno tasse alle famiglie e più tasse sui veri ricchi: l'esempio francese

Quando ci lamentiamo per i treni che si rompono o non arrivano, i pronto soccorso nel caos, i tempi biblici per fare un esame medico gratuito, le buche nelle strade, le scuole in pessime condizioni, oppure gli argini dei corsi d’acqua che non reggono l’impatto del cambiamento climatico dovremmo sempre tenere presente che esistono due ordini di responsabilità: il primo è riconducibile alla buona o cattiva gestione, e qui si possono chiamare in causa legittimamente i ministri, i governatori, gli amministratori locali, il livello di preparazione della burocrazia e del capitale umano di un territorio; il secondo è un po’ meno ampio, e porta diritto al tema delle risorse.

Il problema di fondo, se tante cose non vanno come vorremmo, è che non ci sono i soldi. Cioè non abbiamo i mezzi economici per fare funzionare bene ciò che in un Paese avanzato dovrebbe funzionare bene. Questo dovremmo ricordarlo, senza derogare agli sforzi per individuare le responsabilità politiche o gestionali, quando, ad esempio, parliamo di tasse da aumentare o da tagliare e di risorse per la manovra dell’anno. O di “sacrifici”, termine usato di recente dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Ma perché non ci sono i soldi? Le ragioni sono molte, ma una delle principali riguarda il debito pubblico elevatissimo e la necessità di mantenere i conti pubblici sotto stretto controllo: per non aumentare troppo le tasse siamo costretti a tagliare molto le spese. Per fare un paragone, l’Italia ogni anno spende più del 4% della ricchezza che produce solo per pagare gli interessi sul debito, la Francia, che pure col debito oggi non sta benissimo, solo il 2%. I nostri margini sono strutturalmente ristretti: si può derogare all’austerità, ma non per troppo tempo.

Dove trovare, dunque, i soldi che ci servirebbero? In questi giorni si parla molto di tasse e di tagli, ma trovare una quadra non è facile, perché a nessun governo piace dare l’idea di aver fatto pagare più imposte ai suoi cittadini, tantomeno a un esecutivo di centro-destra che si è dato la missione di ridurre la pressione fiscale. Ma, nel caso, a chi dovrebbero essere richiesti eventuali sacrifici?

Un semplice confronto con un Paese vicino può essere utile ad aprire qualche riflessione. In Italia, secondo le rilevazioni Ocse 2023, le entrate fiscali sono pari al 42,9% del Pil, in Francia al 46,1%. Più interessante è però analizzare la distribuzione del carico fiscale: le imposte sulle persone fisiche ammontano in Italia al 26%, in Francia al 21%, ben 5 punti in meno. Invece Oltralpe sono maggiori le entrate dalle imposte sulle società, il 5,6%, contro il 4,4% del nostro Paese. Parigi, poi, tassa molto di più la vera ricchezza attraverso il prelievo sui patrimoni: 8,5% del Pil, contro il 5,8% di Roma. Sull’Iva non ci sono molte differenze, 15,7% in Italia contro il 16,4% della Francia, così come sui consumi, col nostro 12,5% (che comunque non è poco) rispetto al 10,7% francese.

Perché questo paragone con i cugini transalpini? Perché in Francia il sistema di tassazione sulle famiglie è qualcosa che andrebbe tenuto a riferimento nel momento in cui si hanno a cuore alcuni principi di fondo. Le aliquote francesi sono tutte più basse di quelle italiane. La no tax area è più alta, e quando si supera il livello di esenzione si paga solo il 14%, non il nostro 23%. Inoltre, in Italia l’aliquota che definisce la ricchezza, il 43%, scatta già a 50.000 euro, mentre in Francia si applica il 41% dai 74.000 euro e il 45% dai 156.000 euro. Cioè: tutti pagano meno tasse, anche il ceto medio, mentre a contribuire di più sono i veri ricchi.

Il sistema francese di aliquote, no tax area e rimborsi fiscali fa sì che a versare le imposte sul reddito sia la minoranza dei francesi, solo il 43,9%. Uno studio curato da Franco Delvecchio, consigliere Aldai Federmanager, ha messo bene in luce cosa questo comporti per le famiglie. In Italia un reddito di 20.000 euro annui paga di Irpef il quadruplo rispetto alla Francia, un reddito da 30.000 euro il triplo, un reddito da 50.000 l’87% in più, un reddito da 80.000 il 73% in più, e con 100.000 il 56% in più. Se poi la coppia con 100.000 euro di entrate avesse due figli, grazie al quoziente fiscale verserebbe all’erario 26.000 euro in meno rispetto all’Italia.

Un fisco veramente a favore delle famiglie, di tutte le famiglie, anche nell’ottica di sostenere le nascite, insomma, non è impossibile da immaginare. Ma, si dirà, come si possono far pagare così poche tasse alle persone che lavorano senza che il sistema imploda? Qui viene la parte difficile. Intanto, come abbiamo visto, il gettito transalpino grava un po’ di più sulle grandi imprese e sui patrimoni. La tassa sulle “fortune immobiliari”, l’Ifi, che scatta oltre gli 800mila euro di valore, è solo un esempio. Così come l’imposta più elevata sulle successioni. Nel 2022, circa 164.000 soggetti fiscali sottoposti all’Ifi, hanno versato allo Stato francese quasi 2 miliardi di euro.

Il muro che si alza in Italia ogni volta che qualcuno tocca questo ambito fa intendere quale sia il grande malinteso nazionale attorno termine “ricchezza”. Basti pensare a come Roma preferisca puntare sempre il mirino sui redditi piuttosto che sulle rendite, oppure a quanto ci si dimentichi di favorire i nuclei con figli che vivono del solo stipendio e pagano le tasse.

C’è, in realtà, anche un contesto strutturale, che permette alla Francia di avere un’Irpef più leggera. Oltralpe il tasso di occupazione è molto più alto dell’Italia, il 74% contro il 62%, e dunque più persone contribuiscono. Le retribuzioni sono poi più elevate, e non così sostenute dalle decontribuzioni che gravano sul bilancio pubblico, come avviene in Italia. Infine, in Francia, l’evasione fiscale è quasi il 40% in meno rispetto all’Italia, un dato sul quale probabilmente incide il fatto che la quota di lavoro autonomo è la metà, circa l’11% contro il nostro 21%.

Qui, però, nonostante i passi avanti compiuti negli ultimi anni nella lotta all’evasione, si entra in un campo un po’ più complesso. Il confronto sulle tasse è sempre faticoso, anche in virtù di una cultura che tende alla demonizzazione del prelievo fiscale, al perdono facile e ricorrente di chi si sottrae agli obblighi fiscali, alla difficoltà nel collegare l’imposizione all’efficienza dei servizi pubblici. Al di là dei confronti con altri sistemi fiscali, la cui utilità si ferma agli spunti di riflessione che ne possono scaturire, la questione può ridursi a una semplice domanda: noi quale ricchezza vogliamo tassare?


Massimo Calvi

Avvenire, 8.10.2024

La ministra Roccella chiede un patto per la maternità

Dal 4 al 6 ottobre a Matera si tiene il vertice dei ministri G7 responsabili per le Pari opportunità, sui temi della parità di genere e dell’empowerment delle donne. A presiedere la riunione la ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella. A lei nei giorni scorsi le associazioni familiari dei Paesi interessati, l’F7, hanno consegnato un documento, un Patto per mettere al centro la famiglia e la sua stabilità, la libertà delle donne, nel raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibile, crescita demografica e inclusione sociale.

Ministra, quale sarà il contributo dell’Italia al G7 della pari opportunità di Matera?

Il focus del nostro G7 sarà da una parte la lotta alla violenza contro le donne, su cui è importante che ci sia uno sforzo comune, e penso anche al fenomeno della tratta e dello sfruttamento sessuale di donne e bambini, e dall’altra l’empowerment femminile, e quindi la libertà di esprimere i propri talenti senza rinunciare alla vita privata, e ad avere figli se si desiderano. Il documento delle associazioni familiari è molto importante, e inquadra il tema della parità nell’ambito della sfida demografica e dello sviluppo armonioso della società. Come spesso accade per la maternità, anche nei confronti dell’F7 abbiamo riscontrato resistenze a livello internazionale. Ma noi del loro apporto faremo tesoro.

La strada da fare è molta. Proprio nei giorni scorsi il rapporto annuale dell’Inps ha riproposto il tema delle difficoltà che incontrano nel mondo del lavoro le donne che diventano madri. Perché la child penalty, cioè la penalizzazione legata alla nascita di un figlio, in Italia è ancora così rilevante?

Non è giusto parlare di child penalty, e non si tratta di una questione lessicale ma di sostanza. Non è l’arrivo di un figlio che è penalizzante, altrimenti il problema riguarderebbe entrambi i genitori e a dimettersi dal lavoro sarebbero anche i padri. E invece proprio i dati sulle dimissioni delle donne per maternità indicano che bisogna parlare di motherhood penalty. Lo stesso vale per la differenza retributiva tra uomini e donne: i contratti sono uguali, a cambiare è l’impegno nel lavoro di cura, che incide sulle progressioni di carriera o sul salario accessorio. Dobbiamo essere chiari: non è che i padri siano meno importanti delle madri, e nemmeno che il lavoro di cura debba essere solo a carico delle donne, anzi è fondamentale che sia condiviso. Il punto è un altro, e riguarda la differenza sessuale, il corpo femminile che genera e quindi la gravidanza, il parto, l’essere due in uno, le competenze speciali che questo rapporto unico tra madre e figlio permette di sviluppare. Uno dei motivi per cui non si fanno più figli è proprio la mancanza di gratificazione e riconoscimento sociale per la maternità. Lo specifico materno, anche rispetto alla conciliazione vita-lavoro, deve essere considerato. Altrimenti non se ne esce.

Resta il fatto che, quando diventano madri, le donne italiane lasciano molto più spesso il lavoro rispetto ai padri, hanno una forte penalizzazione retributiva che faticano a recuperare e in prospettiva si ritroveranno con una pensione più bassa.

In realtà il rapporto Inps, come anche i dati Istat, dimostra che un cambiamento è in atto. E non è frutto del caso ma delle politiche intraprese. È chiaro che i fenomeni legati alla motherhood penalty ancora esistono, perché l’Italia sconta un ritardo e un disinteresse antichi. Ma, forse per la prima volta, in questi due anni di governo la questione è stata affrontata. E i risultati si vedono, a cominciare dai piccoli grandi record sull’occupazione femminile.

Se non è presto per fare bilanci, quali misure considera più importanti tra quelle varate, e su quali intendete concentrarvi?

Il nesso tra l’inversione di tendenza e le politiche del governo è nei numeri: ad esempio, abbiamo potenziato i congedi parentali e aumentato il bonus nido, e in entrambi i casi i fruitori sono cresciuti. Sul fronte dell’occupazione femminile, su cui abbiamo agito con incentivi e con la decontribuzione per le mamme lavoratrici, il balzo in avanti è ancora più vistoso. Questo è frutto delle misure concrete ma anche di un nuovo clima: lo Stato sta dicendo alle donne, alle mamme, alle famiglie, che è al loro fianco. Per il futuro, noi non siamo quelli dei superbonus edilizi, una bomba atomica fuori controllo lanciata nei conti pubblici. Con metodo empirico, noi verifichiamo l’efficacia delle diverse misure e valutiamo come proseguire, tenendo conto dei risultati, dei vincoli di bilancio e del dovere delle scelte.

Una donna su cinque in Italia lascia il lavoro dopo la nascita di un figlio. Perché? È un problema di caratteristiche del tessuto produttivo, di impieghi poco dignitosi e mal pagati, o c’è anche un serio problema culturale?

L’aspetto concreto e quello culturale sono intrecciati. Ma nel mondo produttivo c’è una nuova sensibilità. Il nostro governo ha messo i temi del mio ministero - famiglia, pari opportunità e natalità - al centro della propria azione, ma con un approccio sussidiario e non dirigista. Un cambiamento culturale così imponente, e cioè la creazione di un clima amichevole verso la genitorialità e la famiglia, non si produce infatti solo con azioni calate dall’alto, ma creando le condizioni per una collaborazione con il mondo dell’impresa e del lavoro, attraverso una diversa organizzazione del lavoro e il welfare aziendale, e con gli enti locali, con i loro servizi di prossimità. Qualche giorno fa ho inaugurato un bellissimo asilo dell’Enel, azienda che fra le prime aveva sottoscritto il codice di autodisciplina per le imprese e la maternità promosso dal mio ministero. I propositi possono diventare fatti, e il governo con le sue politiche spinge in questa direzione e la sostiene. Se facciamo rete tra politica nazionale, enti locali e mondo produttivo, le cose possono cambiare. E stanno già cambiando.

Lei parla di "riconoscimento del materno". Cosa intende?

Un tempo in Italia c’era il mito retorico della maternità: un mito a doppia faccia, perché la maternità era gratificata ma alle donne era sostanzialmente impedito, o reso estremamente difficile, avere altri ruoli, uscire dalle mura domestiche. Oggi le donne si sono fatte largo nel mondo del lavoro e nello spazio pubblico, abbiamo un premier donna, la retorica è stata smontata, però non è stata sostituita da altre forme di riconoscimento. Essere madre è diventato un fatto solo privato, e soprattutto privo di qualsiasi specificità. Addirittura c’è chi, come Laura Boldrini, vorrebbe cancellare dalla Costituzione il riferimento alla tutela della maternità, pensando che pari opportunità significhino appiattimento, omologazione. E invece è esattamente il contrario. Le pari opportunità possono essere raggiunte solo se si parte dalla differenza.

La realtà dice che in Italia i lavori a casa non retribuiti impiegano le donne circa 3 ore al giorno, e il divario con gli uomini è tra i più alti in Europa e anche nel G7 e in area Ocse. Una circostanza che si riflette sui tassi di occupazione femminile e sulla natalità. La differenza non è già nella realtà?

Essere madri ed essere padri è ugualmente importante, ma non è uguale. Una madre porta avanti la gravidanza, partorisce, allatta al seno, e dunque anche nel lavoro ha esigenze diverse e anche differenti life skills che andrebbero valorizzate. Riconoscere il materno significa riconoscere che tutto questo ha un valore anche sociale. La maternità è una libera scelta se intorno ad essa esiste un clima accogliente. Invece nei documenti internazionali la parola maternità è ormai un tabù. Addirittura l’espressione "maternità come libera scelta" oggi viene rifiutata, e pensare che era un vecchio slogan femminista… Noi questa battaglia culturale vogliamo affrontarla e vincerla, non con l’imposizione ma favorendo un cambiamento. Sa perché oggi molti più uomini cucinano rispetto al passato?

Mi interessa.

Perché cucinare è diventata un’attività gratificante, su cui si costruiscono carriere, film, trasmissioni di successo. Insomma un’attività accompagnata dal consenso sociale. Ma essere genitori, dedicarsi al lavoro di cura non è altrettanto prestigioso, non è qualcosa di socialmente riconosciuto.

Parlando di manovra, il governo ha fatto capire che non toccherà l’Assegno unico. È così? Ci sono margini per intervenire sulla leva fiscale per le famiglie?

La manovra è un cantiere aperto, ne riparleremo. Quanto all’Assegno unico, non lo toccheremo e semmai dovessimo toccarlo sarà per potenziarlo, come abbiamo già fatto. Il vero attacco arriva dalla procedura di infrazione europea, che rischia di innescare una reazione a catena incontrollabile e insostenibile. È su questo che la sinistra dovrebbe pronunciarsi, visto tra l’altro che la legge, pur votata da tutti, è stata scritta quando erano loro al governo.

Oggi nei Paesi sviluppati sempre più spesso si diventa genitori in virtù di un’occupazione stabile e di retribuzioni migliori, mentre la povertà rischia di essere una condizione penalizzante anche in relazione alla formazione di una famiglia. A suo parere le misure economiche possono aiutare a realizzare il desiderio di genitorialità, che in Italia sembra resistere?

La realtà è più articolata. Prima di tutto bisogna ammettere che la denatalità è un fenomeno che accompagna lo sviluppo. Più una nazione si modernizza, acquisisce ricchezza, benessere diffuso, sviluppo economico, sociale e tecnologico, e più smette di fare figli. Sembra un paradosso ma è una tendenza ormai incontrovertibile, infatti in tutto il mondo sviluppato, non solo in Europa, ma anche in Asia e in America, siamo sotto i due figli per donna, il tasso di natalità che garantisce l’equilibrio tra nascite e morti. Ci sono esempi clamorosi, come la Cina e soprattutto la Corea del Sud, dove in pochi decenni si è passati da 6 figli per donna a meno di uno, e non si riesce, nonostante enormi investimenti, a invertire la tendenza. Questo a livello generale. Poi invece, sul piano delle scelte personali, la sicurezza economica e occupazionale ovviamente incide. Per questo abbiamo potenziato le misure di sostegno diretto, dall’Assegno unico aumentato di 4 miliardi al nuovo Assegno di inclusione tarato sulle famiglie povere con figli, e all’asilo nido sostanzialmente gratuito dal secondo figlio.

Massimo Calvi

Avvenire, 29.9.2024


Bonus Natale, il solito bonus

Circa un milione di famiglie quest’anno a dicembre potrà ottenere in busta paga 100 euro netti in più. Si chiama Bonus Natale, proprio perché arriverà con la Tredicesima, ma fino a poco fa, cioè prima che il governo decidesse di anticiparlo di un mese, si chiamava Bonus Befana. Allo Stato non costerà più di 100 milioni di euro. Non è una brutta notizia: soldi che arrivano alle famiglie, pur se una volta sola, e senza pesare più di tanto sul bilancio pubblico. 

Qualche problemino emerge nel momento in cui si srotola la pergamena delle condizioni per ricevere il premio. Innanzitutto si deve essere lavoratori dipendenti, e per ottenere l’importo massimo si deve aver lavorato un anno. Sono dunque esclusi i disoccupati e gli autonomi. Poi lo si deve richiedere al datore di lavoro, ovvero al proprio sostituto di imposta, una volta verificato che se ne ha diritto. Terza condizione, il reddito complessivo della famiglia non deve superare i 28.000 euro. Epperò, quarto paletto, si devono avere il coniuge e almeno un figlio fiscalmente a carico. Va da sé che, quinto fattore decisivo, è necessario essere sposati.

Il cadeau natalizio, insomma, volendola riassumere in modo un po’ grezzo alla luce della realtà italiana, è sostanzialmente destinato ai lavoratori dipendenti che hanno una busta paga non molto più alta di 1.600 euro e rotti al mese, e mantengono la moglie e almeno un figlio (o questi guadagnano meno di 2.840 euro l’anno).

Alla condizione della coppia sposata ci sono delle eccezioni, in virtù del Testo unico delle imposte sui redditi: il Bonus Natale spetta a vedovi o vedove con figli, oltre che ai genitori soli con figli non riconosciuti dall’altro genitore, oppure legalmente separati.

Le opposizioni e i sindacati hanno avuto gioco facile nel parlare di «bonus discriminatorio», pensando a genitori conviventi e coppie di fatto, ma anche a disoccupati, incapienti, pensionati. Se ci si pone su un altro piano, il Bonus Natale ha come limite principale il fatto di essere una misura che appartiene alla categoria di elargizioni governative più discussa e contestata negli ultimi anni: quella, appunto, dei bonus. E in particolare dei “premi” una tantum.

Da tempo, parlando di welfare familiare, uno degli argomenti più solidi ricorda che nel mondo ideale i sostegni dovrebbero essere, se possibile, generosi, ma in primo luogo chiari, semplici, tendenzialmente universali, e soprattutto strutturali. Non è una questione di destra o di sinistra, anzi, i bonus in Italia sono storicamente bipartisan. Ma ai primi di settembre, parlando di manovra in arrivo e di misure per le famiglie, era stata la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a dettare la linea: «Basta con i bonus a pioggia e con i soldi buttati dalla finestra».

Massimo Calvi

Avvenire, 27.9.2024


Salvate i giovani dallo stress del registro elettronico

La ripresa della scuola ha riportato l’attenzione sui ragazzi e le ragazze, i loro problemi e le loro aspirazioni, come è giusto che sia sul finire di un’estate in cui abbiamo parlato molto di iperturismo e di clima, di donne e di ministri, ma anche di ius scholae e di cittadinanza. In questo momento si sta dibattendo molto di smartphone, e della petizione lanciata da alcuni noti pedagogisti e psicoterapeuti per vietarne il possesso e l’uso sotto i 14 anni.

Avvenire ha offerto in questi giorni alcune ulteriori chiavi di lettura sui rischi per lo sviluppo cognitivo dei bambini collegati al telefonino e ai social, oltre che sulla necessità di una maggiore presa di coscienza collettiva, nella consapevolezza di quanto possa essere complicato applicare un divieto, pur giustificato dalla preoccupazione educativa (qui: tinyurl.com/dibsmtp).

Il problema di fondo del dibattito su giovani e smartphone è che si sovrappongono molti piani differenti, e se è difficile affrontarli separatamente lo è ancora di più farlo tenendoli tutti insieme. Ad esempio: parliamo di bambini o di adolescenti? Di ritardo cognitivo o di ansia? Di schermo o di social? Di dipendenza o di accesso a contenuti pornografici? Di controllo o di connessione?

Per capire come i meccanismi all’origine di tante inquietudini siano articolati e complessi, ci si può soffermare su uno strumento apparentemente innocuo ma che può diventare pervasivo: il registro elettronico della scuola. Tutti gli studenti, le studentesse e i loro genitori sanno bene come funziona: è un sito internet e allo stesso tempo un’applicazione per smartphone in cui è racchiusa ogni informazione relativa alla vita scolastica dei ragazzi. Nel registro elettronico vengono caricati gli avvisi, i voti, le assenze, i ritardi, i compiti. Tutto. E tutto appare istantaneamente nell’app, di continuo, con notifiche. Del registro elettronico se ne può fare un uso corretto, valorizzandone l’innegabile comodità, e uno un po’ distorto, che ne aumenta il tasso di invasività.

Un genitore può sapere immediatamente se il proprio figlio è entrato in ritardo a scuola o se non ci è andato, e vabbè, la cosa toglie un po’ di autonomia e spazi di trasgressione agli adolescenti, e può essere un limite accettabile, se non si appartiene alla categoria dei toxic parents ossessionati dal controllo e dal tracciamento dei figli attraverso altre app. Il registro elettronico fa venire meno anche un’altra "magia", quella della comunicazione di un voto ai genitori: papà e mamme sanno subito, prima ancora del rientro a casa da scuola, se alla verifica di storia, matematica o greco il proprio figlio o figlia abbiano preso un 4 o un 8, e i ragazzi non hanno il tempo di elaborare o coltivare il modo di far sapere come è andata.

Più delicato può essere il modo con cui alcuni insegnanti vogliano fare uso del registro. Non è infrequente, ad esempio, che i compiti per il giorno dopo vengano comunicati nel tardo pomeriggio, vincolando ragazzi e ragazze a una nervosa attesa della notifica, privati della possibilità di spendere una eventuale giustificazione all’indomani, perché in ogni caso "era scritto sul registro". Capita che compiti ed esercizi vengano comunicati non all’ultimo giorno di scuola, ma caricati sull’app durante le vacanze. Talvolta, inoltre, le verifiche corrette sono consegnate in aula, con i segni degli interventi sui fogli, ma i voti comunicati via registro solo nel pomeriggio, e chissà come ci si sente a casa, in trepidante attesa.

Nella libertà e nella comodità che la tecnologia consente all’insegnante, la scuola e lo studio rischiano di trasformarsi da spazio, non solo fisico, per una formazione che è anche alla responsabilità e alla libertà, all’autonomia, dello studente, in una presenza costante, senza limiti, che abitando lo smartphone insegue e arriva ovunque, riempie vuoti preziosi e sempre più rari nelle giornate dei giovani, e forse alimenta anche una forma di dipendenza insita nell’essere sempre connessi. Non è un po’ stressante?

Il registro elettronico è un piccolo esempio di come la tecnologia possa essere neutra e allo stesso tempo invasiva, a secondo dell’uso, anche benevolo e innocente, che se ne vuole fare. E quando ci si chiede se all’origine di tanti problemi dei giovani vi sia lo smartphone, compreso il suo impiego o meno a scuola, dovremmo provare a riflettere sul fatto che siamo stati noi adulti ad averlo regalato troppo presto, sono sempre adulti a produrre contenuti inadatti o a immaginare app che catturano l’attenzione e creano dipendenze, è il mondo dei grandi in generale a non essere capace di pensare a una realtà in cui i giovani possano non solo abitare un ambiente digitale abbastanza sicuro, ma anche staccare e disconnettersi ogni tanto. Forse sono gli adulti ad avere difficoltà nel lasciar andare i giovani, a farli camminare da soli. E forse i giovani hanno più voglia di disconnettersi di quanto gli adulti non credano. Dallo smartphone e non solo.

Massimo Calvi

Avvenire, 14.9.2024

Sulla natalità fare fronte comune

È da quasi mezzo secolo che il numero medio di figli per donna in Italia è sotto il livello di sostituzione, quel 2,1 che permette a una popolazione di restare più o meno stabile nel tempo. E sono quarant’anni che il tasso di fecondità si è inabissato sotto il figlio e mezzo, senza più riemergere. Ciononostante il nostro Paese non è ancora riuscito, in tutti questi anni, a dotarsi di un sistema di aiuti alle famiglie razionale, chiaro, stabile, universale, equo, sufficientemente condiviso e coerente con l’obiettivo di evitare il declino demografico.

E infatti nel declino ci siamo finiti intrappolati, senza la possibilità matematica di ritornare a galla se non confidando nell’immigrazione, o tutt’al più in qualche nascita aggiuntiva che possa permetterci di avere tra vent’anni e oltre una popolazione attiva meno striminzita di quello che si prevede. Giusto per dare qualche numero: oggi abbiamo tre persone in età da lavoro, cioè dai 15 ai 64 anni, ogni due che sono formalmente "a carico", i minori di 14 anni e i maggiori di 65; tra 25 anni il rapporto sarà alla pari, uno a uno. Questa estate, intervenendo al Meeting di Rimini, il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, l’ha spiegata così: "È una dinamica che rischia di avere effetti negativi sulla tenuta dei sistemi pensionistici, sul sistema sanitario, sulla propensione a intraprendere e a innovare".

Ma queste, in fondo, sono cose che sappiamo. Però è difficile non partire da questa premessa nel voler riflettere sulle indiscrezioni che circolano in merito a una possibile drastica riforma dell’Assegno unico, che il governo ha smentito, ma soprattutto sul piano del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, per reperire le risorse necessarie a varare sconti fiscali destinati alle famiglie che mettono al mondo un figlio o a quelle numerose. I dettagli non si conoscono, le voci che circolano parlano un po’ confusamente di quoziente familiare e di detrazioni, che sono due cose molto diverse, dunque non vale la pena entrare nello specifico.

Quello che può essere importante è rilevare che il governo ha tutto il diritto di intervenire in materia di fisco e famiglia, perché il suo programma elettorale parlava espressamente di quoziente, e anche perché la riforma dell’Assegno unico ha lasciato molte cose in sospeso. In Germania, per fare un esempio, i contribuenti possono scegliere tra un assegno da 220 euro al mese a figlio, preferito da chi ha redditi più bassi, e una grossa deduzione fiscale, scelta da chi paga più tasse. In Francia, all’assegno che premia le fasce deboli si aggiunge il ben noto quoziente familiare, con un meccanismo di calcolo che evita il rischio di scoraggiare il lavoro femminile. Il margine per correggere il difetto di universalità del nostro sistema, insomma, c’è, così come la necessità di migliorare i sostegni a chi ha più figli, di rivoluzionare l’indicatore Isee, e di passare da un modello ancora fondamentalmente assistenziale a uno con obiettivi demografici.

Quello che meno si comprende, visto da fuori, è come sia possibile che ogni governo debba intervenire e modificare il sistema, farlo suo, e sostanzialmente contribuire a radicare l’idea che in Italia oggi va così, ma domani chissà. Mentre invece il desiderio di famiglia e di figli per essere sostenuto ha bisogno di incentivi universalmente generosi e soprattutto di una solida base di certezze e stabilità nel tempo. Le risorse per fare meglio ci sarebbero, se si volesse realmente riscrivere il sistema fiscale azzerando molti bonus fondati sul reddito individuale e centrare l’obiettivo di una vera equità orizzontale tenendo conto dei carichi familiari. È così?

Detto questo, in Italia abbiamo fatto un grande sforzo per giungere a una razionalizzazione importante e una convergenza politica significativa con l’Assegno unico. Si parta da qui e si valuti a fondo la possibilità di ampliare il perimetro dei sostegni all’ambito fiscale nella direzione auspicata di un maggiore equilibrio del sistema. Si proceda anche a piccoli passi, ma si faccia bene.

Massimo Calvi
Avvenire, 13.9.2024

Metropolitana Milanese, periferia senza sconti

Nelle tariffe degli abbonamenti Atm c’è una curiosa discriminazione di cui sono vittime gli studenti e le famiglie dell’hinterland di Milano. Non è una cosa voluta dall’Azienda Trasporti Milanese, lo diciamo subito, perché i prezzi di biglietti e abbonamenti non dipendono dalla società che fa circolare i mezzi, ma sono l’esito di un complesso sistema di calcoli in capo all’Agenzia per il trasporto locale. Sta di fatto che mentre i cittadini di Milano possono beneficiare di generosi sconti per i giovani con meno di 27 anni, oltre a vantaggi per le famiglie con tre o più figli, chi vive al di fuori delle "mura" della città non gode degli stessi privilegi.

Per capire dove sta il problema bisogna ricorrere ai numeri. Un abbonamento ordinario annuale Atm per chi deve spostarsi in città costa 330 euro. Per chi ha meno di 27 anni la tariffa scende a 200 euro, con uno sconto del 40%. Per le famiglie numerose, con almeno tre figli, il prezzo del titolo di trasporto è ancora più basso, 165 euro, dunque il 20% in meno rispetto alla tariffa per i giovani e il 50% in meno sul prezzo pieno.

Si tratta di tariffe competitive, che premiano in modo apprezzabile gli studenti, i giovani, ma anche le famiglie con più figli a carico. Questo vantaggio, però, non è riconosciuto allo stesso modo a chi vive fuori Milano. Le tariffe di biglietti e abbonamenti seguono uno schema a zone per cerchi concentrici: più si è distanti da Milano e più si paga. Ad esempio, per chi abita nella prima fascia definita M1-M3 (quella in cui si trovano i comuni di Sesto San Giovanni, Cologno Monzese, Rozzano, Assago…) l’abbonamento annuale costa 460 euro. Fin qui niente da rilevare, è il 40% in più della tariffa milanese, ma i comuni sono più lontani, anche se a volte solo di una fermata di Metrò. Il problema è che l’abbonamento scontato per giovani (che fuori città è per minori di 26 anni, mentre a Milano è per minori di 27) viene a costare 346 euro, che è solo il 25% in meno rispetto al prezzo pieno, e non il 40% in meno come nel capoluogo.

Lo stesso vale per la seconda fascia esterna, la M1-M4 (quella di Brugherio e Trezzano per capirci) dove l’abbonamento annuale costa 552 euro a prezzo pieno e 414 euro per i minori di 26 anni, anche in questo caso solo il 25% in meno.

E cosa succede agli abbonamenti per le famiglie numerose? Niente: fuori Milano non sono previsti. Volendo fare un ulteriore calcolo, se lo stesso sistema di sconti in vigore a Milano fosse applicato nella Città Metropolitana, nella prima fascia l’abbonamento dovrebbe costare 276 euro l’anno anziché 346, e addirittura solo 230 euro per le famiglie con 3 o più figli.

Da cosa dipende questa discriminazione tra la città e il suo hinterland? Per capirlo bisogna tenere presente che la decisione su livelli tariffari e titoli di viaggio è in capo all’Agenzia per il Trasporto pubblico locale di bacino, ente pubblico partecipato dai comuni di Milano, Monza, Lodi, Pavia, dalla Città Metropolitana di Milano, dalle province di Monza e della Brianza, di Lodi e Pavia e dalla Regione Lombardia. L’Agenzia definisce il Sistema tariffario integrato del Bacino di Mobilità (Stibm) sulla base di calcoli che tengono conto di vari elementi: economici, sociali, demografici, di mobilità.

È in questa sede che, ad esempio, lo scorso anno si è deciso di mantenere fermo il prezzo di base del biglietto a 2,20 euro, utilizzando risorse comunali e della Città Metropolitana per tamponare l’adeguamento all’inflazione Istat chiesto dalla Regione. Ed è sempre qui che si definiscono i vari livelli delle agevolazioni, o gli sconti legati all’Isee per le famiglie povere.

Se il capoluogo riesce a offrire sconti migliori è semplicemente perché il Comune di Milano stanzia risorse proprie, rinunciando a possibili maggiori introiti derivanti dalla vendita di biglietti e abbonamenti Atm. In teoria anche gli altri comuni dell’hinterland potrebbero fare lo stesso, ma c’è un chiaro problema di risorse oltre che di rappresentanza. Anche la Città Metropolitana, che è guidata sempre dal Primo cittadino del capoluogo, se fosse dotata di risorse e funzioni maggiori (o forse anche solo di un sindaco eletto direttamente) potrebbe garantire meglio l’uniformità dei vantaggi a beneficio delle famiglie. Una mano potrebbe giungere, in futuro, anche dai nuovi bandi di gara, che dovrebbero prevedere contratti del tipo "gross cost", nel quale le entrate delle vendite dei biglietti sono incamerate dalle amministrazioni, che solo in seguito pagherebbero i concessionari per il servizio di trasporto, come attualmente avviene per il Comune di Milano.

Al momento si può solo rilevare la disparità di trattamento tra le famiglie di Milano e quelle del suo hinterland, e augurarsi che qualcuno ci metta la testa: se non altro per stemperare l’immagine di una "cinta" medievale posta a separare il capoluogo dai territori all’esterno, che anche altre circostanze contribuiscono ad alimentare. Consapevoli, però, che dal prossimo anno ricomincerà la partita per l’aumento del prezzo dei biglietti singoli. E questa volta sarà difficile che tutto resti com’è.

Massimo Calvi
Avvenire
8.8,2024

Sui monti o al ristorante, cosa si può fare coi figli piccoli?

Più o meno trent’anni fa nel catalogo di una nota marca di abbigliamento tecnico e sportivo, Patagonia, venne pubblicata una fotografia che in seguito sarebbe diventata iconica: ritraeva una neonata, avvolta in una tutina viola, sospesa nel vuoto tra due rocce perché la madre l’aveva lanciata al padre nell’intenzione di superare un crepaccio, e proseguire insieme il cammino nel Joshua Tree National Park, in California.

Guardare quell’immagine a distanza di tanto tempo fa un certo effetto, perché riflette uno stile di vita, ma anche la sensibilità di un’epoca. In una foto è rappresentata la voglia di vivere di due giovani - peraltro in un simbolico passaggio di “testimone” dalla madre al padre – ma anche il desiderio di continuare a celebrare la propria passione per il trekking e l’arrampicata, e soprattutto di volerlo fare insieme a un figlio, pur se appena nato. La sfida e il rischio della genitorialità, così come la sua dimensione avventurosa, potremmo dire, si affiancano, e non si sostituiscono, alle sfide e ai rischi della vita senza figli: l’idea, per molti aspetti affascinante, è che con i bambini si può continuare a fare tutto quello che si faceva prima, insieme, senza bisogno di adattamenti né di limiti.

Trent’anni dopo, molto è cambiato. Per capirlo su può osservare un’altra immagine, che di recente ha fatto discutere e indignato non poco: una famiglia affronta una via ferrata abbastanza impegnativa in Trentino, il padre scende insicuro tra le rocce con un neonato in braccio, mentre la madre tiene per mano un altro figlio chiaramente in ansia per la situazione. Tutti i commenti sono stati di forte biasimo verso quella coppia di turisti incauti, ma a nessuno è venuto in mente che, in fondo, stavano facendo qualcosa di non molto diverso rispetto al gesto di passarsi una neonata tra le rocce come fosse un pallone da rugby.

Probabilmente il giudizio è mutato non a causa del fatto che in tre decenni i bambini sono diventati un bene raro e prezioso, e dunque i pochi che nascono andrebbero preservati da rischi inutili. L’accanimento sembra piuttosto dovuto all’indignazione che scatta verso tutti coloro che si avventurano in montagna senza preparazione, o privi dell’abbigliamento adatto.

Se ci si pensa bene, però, questa deriva, ovvero la tensione al voler essere tutti ovunque e a prescindere, senza limiti né ostacoli, perché chiunque può fare qualunque cosa, e sempre, potrebbe affondare le sue radici proprio nella visione che in altri tempi ha prodotto l’immagine di un neonato lanciato dalla madre al padre. Chiaro che se non ci si deve mai fermare, se cioè l’opzione di adattarsi a una nuova situazione ascoltando il suggerimento della vita, ad esempio l’essere diventati genitori, non è mai contemplata, succede che è un attimo arrivare a vedere in quel fagotto qualcosa di molto simile a un fardello. E dunque perché averne, di figli?

Oggi nelle pubblicità di abbigliamento da trekking e da montagna - fateci caso, sarà una conseguenza? - le persone camminano quasi sempre da sole, dimensione romanticamente sublime, ma anche ricorrente destino delle traiettorie individualiste. Potremmo tenerne conto in tante situazioni, ad esempio nel momento in cui ci chiediamo cosa pensare dei locali pubblici, dei ristoranti o degli hotel, che chiudono le porte ai bambini.

La cosa in sé può infastidire, ma ci si dovrebbe interrogare sul senso del portare i figli piccoli ovunque perché si è poco disposti a modificare la propria vita una volta diventati genitori. Ci sono scelte che opprimono ed esperienze che spalancano orizzonti, dunque fermarsi, come giudicare, non è una buona soluzione. Il punto è capire quale sia il passo giusto da tenere, sapendo che grazie ai figli si può trovare una nuova strada e imparare un nuovo modo di camminare, insieme.

P.S.

La bambina della foto, che oggi ha 33 anni, si chiama Jordan Leads, sta benissimo, vive in California, fa la stenografa, ama scalare, ha avuto un figlio al quale intende trasmettere la stessa passione per la vita all'aria aperta che ha ricevuto dai genitori. Il suo nickname sui social non poteva che essere @thatflyingbaby, la bambina che vola.


Massimo Calvi

Avvenire, 21.7.24

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Natalità, modello Germania in crisi

Anche la Germania, nazione che molto spesso è citata come modello virtuoso in fatto di politiche familiari, sta attraversando una crisi della natalità abbastanza seria. Nel 2023 sono nati 692.989 bambini, 46mila in meno rispetto a un anno prima, e il tasso di fecondità è sceso del 7%, a 1,35 figli per donna. Se si tiene conto che nel 2021 questo valore era a 1,58, la diminuzione della fecondità è stata del 15% in due anni.

Cosa succede? Come mai nel Paese che negli ultimi anni ha insegnato che è possibile sostenere la natalità con buone misure per aiutare le coppie a conciliare gli impegni di lavoro e di famiglia, investimenti negli asili nido, assegni parentali generosi (circa 220 euro al mese a figlio, per tutti) e una politica migratoria aperta, ora le cose stanno andando male?

La natalità tedesca nel 2006 registrava un tasso di fecondità di 1,33 figli per donna. Il potenziamento dei servizi per l’infanzia e la riduzione dei loro costi, le misure per alzare la qualità dei nidi, ma anche gli interventi per agevolare nelle singole aziende, con accordi privati, l’armonizzazione degli impegni familiari con quelli del lavoro, hanno prodotto risultati indiscutibili: nel 2016 il numero medio di figli per donna era salito a 1,60. Anche la politica migratoria, si pensi alla straordinaria apertura ai rifugiati siriani voluta nel 2015 dalla Cancelliera Angela Merkel, ha avuto un effetto positivo sulle nascite.

Dopo il picco, dal 2017 è iniziata una lentissima discesa, interrotta solo nel 2021 quando in Germania, a differenza di altri Paesi, si è registrato un aumento delle nascite collegato alla pandemia di Covid: la reclusione e i lockdown hanno avuto effetti diversi a seconda delle popolazioni, per i tedeschi il maggiore tempo passato in casa si è tradotto in più bambini. La fecondità si è poi mantenuta stabile, fino al crollo degli ultimi due-tre anni. Una tendenza negativa che, a quanto ha comunicato Destatis, l’Istituto di statistica nazionale, sta proseguendo anche nel 2024.

Il calo riguarda sia le donne tedesche, con un numero medio di figli per donna passato da 1,36 a 1,26, che le straniere, da 1,88 a 1,74 (-7% in entrambi i casi), il declino è più marcato al Nord e nei Laender dell’Est, la città più feconda risulta Brema (1,46), mentre a Berlino il tasso di fecondità è sceso a 1,17.

La tendenza negativa delle nascite in questo periodo non riguarda solo la Germania, ma sostanzialmente tutta Europa, anche i Paesi del Nord (in Danimarca e Finlandia si sono avuti cali della natalità del 10%), e gran parte del mondo avanzato. Fattori che hanno inciso anche, o in particolare, nello specifico tedesco, sono sicuramente la maggiore incertezza dovuta alla guerra in Ucraina, le difficoltà economiche per l’aumento dei prezzi dell’energia e dei costi delle abitazioni.

Ciò che colpisce è che anche in Germania non sta venendo meno il desiderio di figli. Secondo i sondaggi condotti da FreDa i giovani tra i 18 e i 29 anni dichiarano di voler avere due figli. Quello che sembra influire, insomma, come un po’ ovunque, potrebbe essere proprio la situazione di maggiore insicurezza della fase storica attuale. Anche se è possibile che, come emerso in molte ricerche di cui abbiamo scritto di recente, a pesare sia il fatto che le persone oggi hanno bisogno di molte più certezze rispetto a un tempo, anche economiche, prima di decidere di avere un figlio.

Interessante, a tal proposito, quanto ha dichiarato in un'intervista Martin Bujard, dell'Istituto federale per la ricerca sulla popolazione, spiegando che molte coppie stanno rimandando la nascita di un figlio in attesa di migliori condizioni di stabilità generali e personali: «Le persone desiderano avere figli, ma prima vogliono che tutte le condizioni di base siano soddisfatte. Questo significa un buon lavoro e la sicurezza economica. Anche l'abitazione è una questione importante. E, quando tutto è a posto, serve anche un certo livello di sicurezza generale».

La domanda che ci si può fare è: tornassero anche condizioni di stabilità e di sicurezza apprezzabili, cosa sarà rimasto del desiderio di figli?


Massimo Calvi

Avvenire, 20.7.2024 (su carta il 23.7)

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Nei Paesi ricchi i figli sono una cosa da ricchi

Nelle nazioni ricche diventare genitori è sempre di più una questione da ricchi. O, comunque, per coppie con un certo livello di reddito. Non è una forzatura, e nemmeno un’interpretazione, ma un dato di realtà. Da diverso tempo nelle economie avanzate si assiste a un fenomeno che assomiglia molto a un passaggio di testimone tra fasce sociali: come se avere figli fosse ormai un traguardo riservato a chi può permetterselo.

È un cambiamento che unisce aspetti materiali e culturali. Per anni il calo della fecondità nei paesi più sviluppati è stato attribuito, oltre che ai costi legati alla crescita di un figlio, allo stravolgimento dei valori che si verifica quando aumentano il benessere e l’istruzione, come ha ipotizzato ad esempio la teoria della Seconda Transizione Demografica. Tuttavia, all’interno di questa rivoluzione, segnata dall’individualismo, diventare genitori ha continuato a essere una prospettiva non preclusa ai poveri. Oggi nei paesi cosiddetti avanzati non è più così.

La natalità è inferiore nei territori arretrati o dove lo sviluppo è meno marcato, gli uomini con titolo di studio più basso o scarsi mezzi economici hanno meno probabilità di diventare padri, e anche le donne senza figli sono più frequentemente lavoratrici precarie con bassi redditi e istruzione inferiore, non necessariamente manager in carriera. Il caso della Danimarca, dove nel 2023 per le donne di origine straniera si è registrato un tasso di fecondità inferiore a quello delle danesi, rappresenta forse il punto più avanzato, o l’esito finale, di una trasformazione nella quale la dimensione economica sembra imporsi anche sulle tradizioni culturali.

Come mai succede questo? Perché, come ha certificato l’Ocse nel rapporto Society at a glance 2024, nei paesi ricchi l’età media del primo parto in poco più di 20 anni è salita da 28,6 a 31 anni e, anche a causa di questo, la fecondità è scesa dai 3,3 figli per donna degli anni Sessanta agli1,5 di oggi? Un tema emergente chiama in causa i prerequisiti economici che le persone ritengono vadano soddisfatti prima di diventare genitori. Questo aspetto è stato analizzato di recente da Francesco Billari, professore di Demografia e Rettore dell’Università Bocconi, e Daniël van Wijk, ricercatore dell’Istituto demografico Knaw dell’Università di Groninga, in una ricerca pubblicata sulla “Population and Development Review” (Fertility postponement, economic uncertainty, and the increasing income prerequisites of parenthood).

«Esaminando i dati di sette paesi ci siamo chiesti come mai la scelta irreversibile della genitorialità si è spostata così in avanti nell’età e quale variabile si trova come costante in tutti i contesti – spiega Billari ad “Avvenire” –. La maggiore insicurezza percepita dai giovani era una delle spiegazioni possibili, in realtà non è così: il fattore veramente unificante è il reddito. O meglio, il livello di reddito che si considera necessario raggiungere prima di avere figli». La novità è che non è sempre stato così: «Negli ultimi vent’anni c’è stata un’inversione di tendenza, netta, rispetto al secolo scorso, quando avere figli non era solo prerogativa di chi era benestante. Ma la direzione è chiara: avere figli è sempre di più una scelta che discrimina tra chi se lo può permettere e chi no, ponendo una questione di disuguaglianza nell’accesso alla genitorialità».

A emergere è pure un altro aspetto, coerente con le teorie sulla “genitorialità intensiva”: il rinvio di una tappa fondamentale della vita come è l’arrivo di un figlio in attesa di raggiungere un reddito adeguato, dipende anche da quale significato si attribuisce oggi al temine “buon genitore”. Perché la realtà dice che nelle società avanzate padri e madri vogliono garantire un certo livello di istruzione e opportunità ai figli, non sono disposti a lasciare nulla al caso, e pensano sia decisivo investire tempo e risorse economiche per sentirsi genitori perfetti. Tutto questo ha un prezzo, anche contando i figli che si perdono nell’attesa del momento, o del reddito, giusto.

L’aumento del reddito necessario per decidere di diventare genitori è, insomma, il frutto di una trasformazione ampia, come spiega Billari. Da un lato vi sono le aspettative per una scelta di vita definitiva nella quale le persone si aspettano di dover investire molte più risorse di un tempo. Poi c’è il tema dell’aumento oggettivo dei costi legati alla crescita dei figli, dalla casa fino all’istruzione. Infine, una questione che chiama in causa la parità di genere: «In passato più il reddito femminile era alto, meno figli si avevano. Oggi invece le donne diventano madri se hanno un lavoro e se è ben remunerato. Fino a vent’anni fa accadeva che le donne senza lavoro potevano decidere di avere figli, oggi in mancanza di un reddito adeguato si tende a rinunciare alla maternità».

È come se le donne avessero pareggiato i conti con gli uomini: il lavoro povero è ormai per tutti un ostacolo alla genitorialità, senza differenze di genere. E forse i tassi di occupazione femminile rischiano di non essere così decisivi in relazione alla fecondità, se gli stipendi sono molto bassi, come messo in luce da diverse ricerche che hanno indagato la condizione delle donne che non hanno o non vogliono figli.

In un mondo in cui le persone che guadagnano poco hanno passato il testimone della natalità a chi sta meglio, il dibattito pubblico dovrebbe trovare il modo di parlare anche di questo tipo di disuguaglianza. Diventare genitore molto più tardi può essere persino una strategia per raggiungere una posizione elevata nel mondo del lavoro, e avere così molte più risorse da investire nell’educazione dei figli, allargando ulteriormente il divario con chi può non avere le stesse opportunità, o si convince di non disporre dei mezzi sufficienti per assicurare il “meglio” alla prole.

La ricerca di Billari e Van Wijk, in un certo senso, muove una critica all’idea formatasi negli ultimi anni che sia l’insicurezza percepita il motore principale del rinvio della genitorialità e, di conseguenza, delle minori nascite. «Si pensa a volte che per l’insicurezza che porta a rinunciare o rinviare la genitorialità basti cambiare la narrazione – spiega il rettore della Bocconi – mentre in realtà le politiche dei governi sono ancora decisive».

Cosa fare, dunque? «Se il reddito è diventato così importante, servono politiche pubbliche e private per permettere a due genitori che lavorano di conciliare gli impegni lavorativi e quelli per la famiglia. Sono utili anche tutte le misure che diminuiscono la pressione sui costi per i figli, in modo da accompagnarne la crescita: dall’Assegno unico agli orari scolastici più ampi, dalle mense gratuite alla possibilità di far svolgere a scuola attività come lo sport o le lezioni di musica e di lingua. Decisiva è poi la questione del reddito disponibile per i giovani, soprattutto in un paese come l’Italia caratterizzato da stipendi particolarmente bassi. Così come è giusto stanziare risorse per le persone che perdono l’impiego dopo i 50 anni, dovremmo pensare di farlo per una diversa tassazione del lavoro giovanile. Anche questa può essere una politica a favore delle nascite e della genitorialità».

Se lo scenario che caratterizza le società del benessere, o quelle dove il consumismo ha espresso tutto il suo potenziale, dice che diventare genitori si è trasformato in un privilegio, potrebbe essere importante fare in modo che la questione diventi un tema forte e ampio di confronto, prima che un’agenda politica. Quanto al livello personale, resta sempre la possibilità di spaccare lo schema e provare a pensare che il migliore investimento, o dono, che si può fare per i figli, è quello di una coppia di genitori che si vuole bene. Ma questo è proprio un altro discorso.

Massimo Calvi

Avvenire, 3.7.2024

Tutti pirati con film e tv

Ci sono molti modi per leggere questo articolo: uno è farlo sfogliando le pagine di carta di “Avvenire”, perché voi o qualcuno al vostro posto ha pagato il giornale; un altro è attraverso lo sfogliatore digitale disponibile per gli abbonati o chi ha comprato la copia singola; un altro ancora dal nostro sito web, contribuendo attraverso la visione della pubblicità digitale. Se invece vi è arrivata via mail una copia in formato pdf, oppure state scorrendo un testo copincollato su qualche social network o su un sito internet diverso da quello di “Avvenire”, allora c’è qualche problema.

Della qualità del contenuto possiamo anche discutere, ma c’è un dato incontrovertibile: se l’eventuale lettura avvenisse in questo modo nessuno si sentirebbe colpevole. Così come non ritengono di essere responsabili per aver favorito un crimine, commettendo a loro volta un reato, le migliaia di persone che sistematicamente vedono film oppure seguono eventi sportivi approfittando della pirateria nel mercato degli audiovisivi. Il problema di questo fenomeno, le cui dimensioni non sono neanche lontanamente paragonabili a quelle che riguardano l’informazione, vittima di altre dinamiche che le sottraggono risorse e ne compromettono la sopravvivenza, è l’assenza della percezione di colpa, l’idea che si possa essere complici e responsabili di un reato.

Secondo un’indagine Ipsos diffusa dalla Federazione per la tutela delle Industrie dei contenuti audiovisivi e multimediali, la pirateria su film, serie-tv o eventi sportivi, con quasi 320 milioni di “visioni” illegali di contenuti nel 2023, ha coinvolto il 39% degli adulti italiani, riguarda soprattutto i più giovani, ha fatto perdere 821 milioni di Pil, 377 milioni di entrate fiscali, e oltre 11mila posti di lavoro.

La forma di auto-assoluzione dell’utente è possibile da un lato perché l’ideologia tecnocratica ci ha persuasi che se qualcosa si può fare tecnicamente, allora diventa lecita. Dall’altro perché nella società dell’intrattenimento è sempre più difficile accettare l’idea di non poter essere spettatore di un evento cui si desidera assistere, e anzi, nella patria dei furbi può essere ancora più elitario disporre di tutti i mezzi economici per accedere legalmente all’evento, ma riuscire a farlo senza pagare nulla - si tratti di favori o di pirateria - e poi di farlo anche sapere in giro.

In tutto questo c’è una grandissima responsabilità in carico ai “pirati”, una sicuramente un po’ più piccola, ma non pari a zero, che riguarda gli utenti. Dopodiché si potrebbe ragionare sui prezzi delle offerte che per molte famiglie sono proibitive, sull’incoerenza o l’assurdità di alcune proposte commerciali poco flessibili, sulla necessità di doversi abbonare a più piattaforme per vedere un paio di film decenti ogni tanto e magari qualche incontro sportivo, senza dover pagare anche per i popcorn in formato extralarge o il gadget extralusso. Ovvio che non è un diritto sociale, ma nel Paese in cui i redditi anziché aumentare arretrano, la riflessione può diventare un filino po’ più ampia. Sperando ovviamente che abbiate letto questo articolo senza far torto a nessuno.

Massimo Calvi

Avvenire, 25.6.2024

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L'Ocse sulla denatalità e il ruolo dei costi della casa

Negli anni Sessanta del secolo scorso il numero medio di figli per donna nei Paesi avanzati era di 3,3. Nel 2022, a distanza di oltre mezzo secolo, il tasso di fecondità si è più che dimezzato, scendendo a 1,5, cioè molto sotto i 2,1 figli, la cifra che garantisce la stabilità della popolazione.

Il declino della natalità ha avuto esiti diversi a seconda dei Paesi, in Italia e Spagna, ad esempio, si è scesi a 1,2, in Corea del Sud a 0,7. Questa trasformazione, che ha il suo fondamento principale nel cambio degli stili di vita nelle società caratterizzate da un certo livello di benessere, ha visto anche alzarsi notevolmente l’età media in cui le donne hanno il primo figlio, salita oggi a quasi 31 anni, rispetto ai 28,6 del 2000, e crescere la quota di chi resta senza prole: circa una donna su quattro delle nate nella coorte del 1975 in Italia e Spagna, il 28% in Giappone.

Nel riassumere questi dati all’interno del rapporto “Society at a glance 2024”, l’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha fotografato lo stato dell’arte della ricerca scientifica sulla fecondità per provare a suggerire ai governi misure di intervento, nella consapevolezza che la crisi demografica avrà un impatto molto forte sulla crescita economica e la sostenibilità dei sistemi previdenziali e sanitari.

Le ragioni della denatalità sono molte e complesse e variano anche tanto a seconda dei contesti, ma nei tratti comuni alle nazioni più ricche si possono individuare fattori come la sicurezza economica e finanziaria, i costi per crescere i figli, le norme sociali, il mercato del lavoro e la politica familiare dei governi, ma anche un approccio diverso dei giovani nello sguardo verso la genitorialità in rapporto ai nuovi desideri di autorealizzazione. Questioni materiali e culturali, insomma.
A fronte di tutto questo l’Ocse invita a prendere atto che il mondo deve prepararsi a un futuro caratterizzato da bassi tassi di fecondità, e dunque diventa necessario considerare il contributo delle migrazioni; allo stesso tempo, per sostenere la fecondità il rapporto sottolinea l’importanza di politiche che favoriscano la conciliazione del lavoro con gli impegni della famiglia, per la cura e l’educazione dei figli, e ricorda come i trasferimenti economici possono funzionare se sono stabili e strutturali, anche se possono avere effetti temporanei, mentre si dimostrano utili le misure che abbattono i costi delle case per i giovani.

La questione delle abitazioni come tema legato alla natalità è una delle strade di cui forse non si parla abbastanza e merita un approfondimento. In particolare in un Paese come l’Italia.
Nel bilancio familiare le spese per l’assistenza all’infanzia, l’istruzione, il cibo e l’alloggio sono infatti le voci che hanno maggiore impatto sul costo dei figli e che possono incidere sulle scelte familiari. Nei Paesi Ocse le spese per la casa dal 2008 hanno registrato l’aumento maggiore come quota del bilancio familiare, più delle comunicazioni, che sono al secondo posto, e dell’educazione, mentre è diminuito l’impatto delle uscite per gli alimenti, l’abbigliamento, i trasporti, la salute, la ricreazione e la cultura.
L’incremento del peso della casa nei bilanci familiari riflette i forti aumenti dei prezzi reali delle abitazioni nell’ultimo decennio, specialmente nelle aree metropolitane. In Italia dal 2008 la spesa per l’abitazione, che contempla anche le bollette per le forniture di luce, gas e combustibili per il riscaldamento, è salita del 40%.
Il fattore-casa è sempre più decisivo: molte ricerche hanno dimostrato l’impatto sui tassi di fecondità che può avere, in negativo, la spesa l’abitazione, anche nel momento in cui si deve fare spazio ad altri figli e, in positivo, la sicurezza di un tetto di proprietà.
Il rincaro dei costi per le case impatta chiaramente anche sulla decisione di lasciare la famiglia d’origine, spingendo i giovani ad attendere di avere i soldi necessari per andare a vivere da soli e costituire una famiglia propria. In una realtà in cui comprare o affittare un’abitazione è una spesa eccessiva, e i lavori sono spesso precari o poco pagati, per i giovani restare in casa con i genitori diventa quasi una scelta obbligata: negli ultimi anni nei paesi Ocse la percentuale di giovani dai 20 ai 30 anni che è rimasta con mamma e papà è aumentata considerevolmente, pur se con differenze notevoli a seconda del contesto.
Grecia, Italia, Portogallo e Spagna hanno quote elevate e crescenti di giovani adulti che vivono con i genitori, e non a caso sono anche i Paesi con i tassi di fecondità più bassi. In questa particolare classifica l’Italia è la seconda peggiore nazione: dal 2006 al 2022 la quota di under-30 che non lasciano la famiglia è passata dal 67% a quasi l’80%, contro una media Ocse del 50%.
Cosa possono fare i governi? Le ricette dell’Ocse, che cita il caso dell’Ungheria, sono chiare: aumentare l’offerta di alloggi incidendo sui permessi di costruzione (ad esempio con una revisione dei confini sullo sviluppo urbano o un allentamento delle normative sull’altezza degli edifici), sostenere le politiche di edilizia sociale riservando più indennità per l’alloggio alle famiglie a basso reddito e a quelle vulnerabili, rendere più facile ai giovani l’accesso ai mutui e alla proprietà della casa fornendo sussidi e garanzie pubbliche.

Se per comprare una casa non basta una vita, o per affittarla non basta uno stipendio, come possono pensare i giovani di costituire una famiglia?

Massimo Calvi

Avvenire, 21.6.2024

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La verità sulle pensioni racconta una scomoda verità

Da qualche tempo chi è interessato a farsi un’idea sul proprio futuro previdenziale può dilettarsi consultando “Pensami”, il simulatore di scenari pensionistici dell’Inps. Inserendo pochi dati personali, elaborati comunque in una modalità di totale anonimato, chiunque può venire a sapere a che età si conquisterà il diritto di andare in pensione.

Il simulatore è stato appena aggiornato tenendo conto delle nuove regole previste dalla legge di Bilancio 2024 e degli scenari demografici italiani. Come noto, infatti, l’età in cui ci si può ritirare dal lavoro dipende anche dalla durata della vita media nel Paese. Al di là dei tecnicismi, la consultazione del simulatore della pensione è un esercizio utilissimo, e sarebbe stato molto importante disporre di qualcosa di simile già dieci o vent’anni fa.

Ad esempio, un trentenne di oggi può sapere che lavorando almeno 20 anni e versando sempre i contributi potrebbe riuscire a stare a casa a quasi 67 anni, ma solo se avrà avuto un buono stipendio, mentre se contribuirà per meno di due decenni alle casse dell’Inps gli toccherà aspettare fino a 74 anni per ricevere un assegno.

Lo sguardo sul futuro è importante. Non tanto per quello che sarà, ma per come dovremmo imparare a vivere il presente. La generazione nata più o meno a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta ha già conosciuto il peso di riforme previdenziali molto restrittive, se paragonate al generoso regime previdenziale di cui ha beneficiato la generazione precedente, che potremmo identificare con i giovani che hanno “vissuto” il ‘68. Per essere più chiari: quando nel 2011, per evitare il default dell’Italia, è stata varata la severissima riforma Monti-Fornero, la riforma Dini del 1996 non aveva ancora prodotto effetti.

I nati tra i Sessanta e i Settanta hanno però avuto quantomeno un vantaggio rispetto alle generazioni successive: se pure hanno fatto più fatica a comprare casa o ad ottenere una pensione in “giovane” età rispetto al passato, la loro vita lavorativa è stata mediamente più stabile. Per chi è nato dopo, l’insicurezza è aumentata, il lavoro è diventato più precario e le prospettive finanziarie si sono indebolite. Per questa generazione sarà ancora più complicato costruirsi un percorso contributivo lineare: più che una prospettiva, la pensione rischia di diventare un miraggio.

Fare calcoli sulle rendite previdenziali dei singoli può avere però poco senso. Ma, come dicevamo, le simulazioni dovrebbero spingerci a guardare con occhi diversi all’oggi. Per ricordarci, cioè, che il benessere personale non può essere costruito scaricando i costi sugli altri o su chi verrà dopo. Un sistema che per decenni ha tollerato elevati tassi di evasione fiscale o contributiva, difeso i privilegi patrimoniali o presunti diritti acquisiti, assecondato la dipendenza dal debito pubblico, si è rassegnato alla denatalità o ha trascurato l’impatto della crisi demografica nell’analisi del fenomeno migratorio, può non essere il posto migliore per fare simulazioni sul futuro, si tratti di previdenza o altro. A meno che la volontà di credere e investire nelle giovani generazioni non diventi un alimentatore di fiducia tale da consentire di vivere senza dover pensare troppo alla pensione.

Massimo Calvi
Avvenire, 11.16.2024

L'Economist contro gli aiuti alla natalità, perché sbaglia

I sostegni alla natalità funzionano? Ha senso, cioè, destinare risorse pubbliche per contrastare l’inverno demografico? Molti se lo chiedono, in particolare nei Paesi più ricchi, dove il calo delle nascite da oltre un decennio sembra diventato un fenomeno strutturale, anche a prescindere dalla quantità e dalla qualità degli aiuti concessi alle famiglie. La risposta non è semplice, perché all’origine della crisi della natalità ci sono questioni culturali, sociali, economiche, e pur trovando una base comune di motivazioni, ogni Paese fa storia a sé.

La preoccupazione per il calo dei bambini ha spinto diversi governi e leader politici - dalla Francia alla Corea del Sud, dagli Stati Uniti al Giappone fino all’Italia – a mettere in agenda il tema del declino demografico e in qualche caso a varare piani d’azioni con nuovi stanziamenti di risorse. Servirà? Secondo “L’Economist” no. Il settimanale britannico, considerato la bibbia del liberismo, ha condotto un’inchiesta nelle nazioni del mondo ricco per arrivare alla conclusione che «pagare le donne per avere più figli non funzionerà». Dunque, meglio adattarsi alla riduzione delle nascite alzando ulteriormente l’età pensionabile, favorendo l’immigrazione qualificata, puntando sull’innovazione e le nuove tecnologie.

L’inchiesta è interessante, perché nell’offrire una panoramica ad ampio raggio sul fenomeno, pur generalizzando eccessivamente, smonta alcuni luoghi comuni del racconto mediatico sulla denatalità, e nel farlo arriva involontariamente a mostrare l’intelaiatura sulla quale si regge la cultura ostile alla concessione di aiuti alle famiglie, che non è la conseguenza di una lettura sociale, ma emanazione di un preciso pensiero economico.

Le nascite calano in tutto il mondo ricco

Il quadro di riferimento è noto: «I tassi di natalità stanno diminuendo quasi ovunque e il mondo ricco si trova ad affrontare una grave carenza di bambini», con tutti i problemi che questo comporta: se un tasso di fecondità di 2,1 figli per donna mantiene stabile la popolazione, 1,6 figli significa che ogni generazione sarà un quarto più ristretta di quella precedente, e in prospettiva le nazioni in crisi demografica potranno perdere dinamismo e forza militare, andare incontro a problemi finanziari, previdenziali e sanitari. Ed è vero: in questo momento nessuna ricetta sembra funzionare. Dunque ha senso continuare a spendere, o spendere ancora di più?

L’Economist porta molti elementi a favore di un disimpegno. In Corea del Sud, dal 2006 il governo ha speso più dell’1% del Pil all’anno, 270 miliardi di dollari in tutto, eppure il tasso di fecondità è di 0,7% figli per donna, e continua a calare. La Francia impiega dal 3,5 al 4% del suo Prodotto interno lordo (un record) in politiche “nataliste”, ma da anni continuano a nascere meno bambini. In Svezia, nonostante i programmi di assistenza all’infanzia tradizionalmente generosi il numero medio di figli per donna è inferiore a 1,7.

Anche l’estensione dei congedi di maternità o paternità sembra non servire a molto, dato che stare troppo a casa con i figli tende a essere stigmatizzato sul posto di lavoro anche nel Nord Europa, dove i maschi che hanno usufruito di permessi hanno meno probabilità di avere un altro figlio perché non a tutti piace questa dimensione della paternità, e poi c’è il fatto che le donne si sono ormai abituate ai sostegni generosi. Molto più utile, argomenta L’Economist, potrebbe essere elargire somme di denaro o concedere incentivi fiscali, il problema è che costano troppo rispetto ai risultati: se si calcola quanti figli “aggiuntivi” hanno prodotto gli incentivi francesi negli ultimi dieci anni, escludendo cioè i bambini che sarebbero nati comunque, si arriva a due milioni di dollari a figlio.

È evidente che sostegni mal congegnati finiscano per andare solo a chi i figli li avrebbe comunque, ma proprio questo ultimo calcolo rivela il grande limite dell’analisi e della tesi che la guida. «La decisione di avere figli è personale e dovrebbe rimanere tale», sentenzia L’Economist, concludendo che «le politiche di incentivo alle nascite sono un errore costoso e socialmente retrogrado». Ok. Ma cosa hanno di diverso gli incentivi alle famiglie rispetto a quelli riservati a sostenere settori economici in difficoltà o imprese fuori mercato? Perché, cioè, il “laissez-faire” deve caratterizzare solo la dimensione famigliare, e gli “animal spirits” restare confinati nella sfera più intima?

La questione del sostegni ai poveri

Nel mondo ricco le persone desiderano più figli di quelli che riescono ad avere, e questo potrebbe essere considerato un fallimento delle società avanzate, ma per L’Economist il differenziale tra desiderio e realtà non si è ridotto rispetto al passato, dato che le persone oggi sognano comunque di avere meno figli di una volta. Sarà l’effetto del consumismo, sarà l’individualismo, la maggiore incertezza o un mutamento nelle aspettative, qui conta poco. Per il settimanale le politiche pubbliche non funzionano perché i governi hanno finora sbagliato la diagnosi del declino demografico, pensando che questa abbia origine del fatto che le donne professioniste rimandano la possibilità di avere figli, e che dunque la questione sia dover scegliere tra lavoro e carriera.

La critica non è sbagliata, anzi, ma la generalizzazione non aiuta a contrastare la retorica superficiale di tanti racconti mediatici. Il problema vero con il quale fare i conti oggi è che nelle società più ricche la denatalità non riguarda più di tanto le persone della classe medio-alta, con istruzione superiore, perché nella realizzazione del loro percorso di carriera un figlio, o forse due, sono una concreta possibilità, sempre che lo si voglia. I figli che mancano sono invece quelli delle donne più giovani delle classi operaie, o più povere e meno istruite. L’Economist questo lo dice. Si può fare qualcosa, allora? La risposta è spiazzante: meglio di no, argomenta il settimanale, perché «i bambini in più che nascerebbero da politiche mirate, probabilmente non diventeranno quei professionisti in grado di incrementare la produttività tanto desiderata dai governi». Nascendo poveri, insomma, resterebbero poveri. E povere resterebbero le loro madri, giacché, come viene ricordato citando il caso americano, prima le donne hanno figli e meno guadagneranno in futuro. Chiaro il messaggio?

L’analisi ha un grosso limite soprattutto nel momento in cui cerca di trarre considerazioni generali scegliendo casi e dati da contesti molto diversi tra loro, funzionali a una determinata lettura della realtà. Tra gli 0,7 figli per donna in Corea del Sud e gli 1,7 della Svezia, ad esempio, c’è una grande differenza. Così come è difficile equiparare le ragioni della denatalità in Cina con quelle degli Stati Uniti. Invece, riuscire a portare il tasso di fecondità dell’Italia da 1,2 figli per donna a 1,4, assecondando i desideri delle persone, può essere determinante per le generazioni a venire, per le ambizioni dei giovani, per la felicità delle coppie che oggi devono compiere rinunce, o per le tante donne che ancora incontrano troppi ostacoli, nella società come sul lavoro; e può essere non così costoso come si dice, se si confrontano le spese per aiutare i genitori con quelle per i bonus all’edilizia, solo per fare un esempio a caso.

Perché gli aiuti alle famiglie possono funzionare

Da questo punto di vista, molto più interessante rispetto all’inchiesta dell’Economist è uno studio condotto da Lyman Stone ed Erin Wingerter per l’americano Institute for Family Studies sulle caratteristiche della bassa natalità nell’Europa del Sud. La ricerca rileva, correttamente, che «non esiste una politica che può essere attuata domani per aumentare in modo strutturale i tassi di fecondità», ma solo perché «le politiche che funzionano in un Paese non possono essere trapiantate in un altro». Quello che va bene in Francia, cioè, può non funzionare in Italia o Spagna.

L’Ifs però non ha dubbi sul fatto che una buona politica “natalista”, fondata su approfonditi studi della realtà locale, e priva di condizionamenti ideologici, possa produrre effetti. E per dimostrarlo pubblica una cartina con i tassi di fecondità nelle province del Sud della Francia che confinano con quelle dell’Est della Spagna e del Nord-Ovest italiano. Nei territori francesi il numero medio di figli per donna è sempre superiore a 1,5 e arriva a 2, in Italia e Spagna spazia da 1 al massimo di 1,3. Basta superare il confine, insomma, e la dimensione della famiglia cambia. Come tra la Corsica, 1,4 figli, e la Sardegna, 1,1.

Qual è la differenza? La cultura? O le politiche? Probabilmente una cultura che si è formata anche in virtù delle scelte forti della politica. Ed è per questo che la Francia oggi può contare su una popolazione superiore di svariate milioni di persone rispetto a quello che sarebbe stato senza sostegni. Proprio guardando all’esempio francese, dove il contesto politico è stato a favore della natalità fin dagli anni ’30, varando riforme quasi mai messe in discussione, si capisce quale caratteristica fondamentale debba avere una buona politica demografica perché dia frutti. In pratica non si può affermare che gli incentivi alla natalità non funzionino o che costino troppo, ma che possono svolgere il loro lavoro se un intero Paese è d’accordo e ci si dà un obiettivo di decenni.

Il grande problema di oggi è che i governi non hanno pazienza, cercano risultati elettorali immediati, basti pensare alla politica dei bonus italiani, e la natalità continua a essere un tema divisivo. E così la cultura iperliberista può avere gioco facile nel suggerire di non pensare più agli aiuti alle famiglie. Meglio single, è il messaggio, perché non chiedono congedi, spendono di più e comprano beni con maggiori margini di profitto per chi li produce. E ai più poveri, nemmeno la gioia di un figlio. Se questo sia di destra o di sinistra non è facile da stabilire. Di sicuro è poco umano.

Massimo Calvi

Avvenire, 29 maggio 2024

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L'estate del 2023 è stata la più calda da 2.000 anni

Dopo aver appreso che il 2023 è stato per la Terra l’anno più caldo da quando vengono registrate le temperature, cioè da circa 175 anni, ora sappiamo anche che molto probabilmente l’estate scorsa nell’emisfero settentrionale è stata la più calda degli ultimi 2.000 anni. A sostenerlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature (condotto da un team guidato da Jan Esper dell'Università Johannes Gutenberg di Magonza, in Germania), in cui attraverso l’analisi degli anelli degli alberi sono state ricostruite le temperature fino all’inizio dell’era cristiana.

Secondo la ricerca il periodo tra giugno e agosto del 2023 ha fatto registrare una temperatura media della superficie terrestre più alta di 2,20°C rispetto alla media del periodo tra l’anno 1 e il 1890. Se si guarda invece all’estate dell’anno 536, che sembra essere stata la più fresca di tutte anche a causa dell’eruzione del vulcano Krakatoa, nell'attuale Indonesia, lo scostamento è di ben 4°C. Questo dato relativo al VI° secolo è però solo una curiosità statistica. Più importante è stabilire che rispetto alla media delle temperature tra il 1850 e il 1900, cioè il periodo di riferimento per valutare l’impatto delle attività umane sul clima, la scorsa estate è risultata più calda di 2,07°. L’accordo raggiunto il 12 dicembre 2015 a Parigi prevede l'impegno a mantenere l’innalzamento della temperatura sotto i 2° e, se possibile, sotto 1,5° rispetto ai livelli pre-industriali.

Insomma, sembra acclarato che negli ultimi 2.000 anni le estati sono state un po’ più fresche rispetto all'attuale fase storica, in cui a influire sul clima sono in larga parte le emissioni di CO2 dovute ai combustibili fossili. In realtà la paleoclimatologia lo aveva già appurato, ipotizzando che i record odierni siano tali anche rispetto a diverse migliaia di anni addietro, ma questa ultima ricerca, che si avvale di un importante lavoro precedente in cui sono state ricostruite le temperature a partire dallo studio dei tronchi di oltre 10.000 alberi, sia vivi che fossili, sembra aggiungere importanti elementi.

Ogni anno, infatti, un albero si allarga di due anelli, uno più chiaro in primavera-estate e uno più scuro verso l'autunno, e nei periodi in cui il caldo e l’umidità sono più elevati gli anelli diventano più ampi. Anche se la ricerca sui tronchi come materiale per studiare il clima nella storia sta muovendo i primi passi, e non può fornire certezze granitiche sulle ragioni del surriscaldamento attuale, questo tipo di studi può aiutare a comprendere qualcosa di più sulla temperatura “naturale” della Terra, considerando che le registrazioni meteorologiche del 19esimo secolo sono abbastanza limitate e tendono a sovrastimare le temperature. Uno degli aspetti che è stato riscontrato dall'analisi dei tronchi riguarda le grandi eruzioni vulcaniche del passato che hanno determinato periodi successivi più freddi, a causa degli aerosol di anidride solforosa immessi nell’atmosfera. Negli ultimi due millenni questo sembra essere avvenuto una ventina o trentina di volte.

Il record di caldo del 2023 invece ha risentito in buona parte dell'influenza di El Niño, il fenomeno climatico ciclico che provoca un forte riscaldamento delle acque superficiali dell'Oceano Pacifico, e che dovrebbe restare attivo fino all’inizio dell’estate 2024, per la quale gli esperti prevedono già nuovi possibili primati. In attesa di averne conferma, si può ricordare che il riscaldamento globale causato dalle emissioni di gas serra sta provocando un'intensificazione degli eventi climatici, ma a determinare l’estate eccezionalmente calda dello scorso anno ci possono essere stati una serie di fattori che tuttavia non riescono ancora a spiegare per intero la ragione di questo primato. Gli scienziati hanno segnalato il possibile effetto dell’eruzione del vulcano Hunga Tonga, nel Pacifico, che essendo sotto la superficie del mare ha prodotto enormi quantità di vapore acqueo nell’atmosfera, potenziando l’effetto serra; o anche la riduzione dello zolfo, che nell’atmosfera produce un effetto di raffreddamento, nei nuovi combustibili marini.

L’aumento delle temperature globali è fonte di preoccupazione anche alla luce dell’invecchiamento della popolazione. Secondo uno studio pubblicato su Nature Communications, condotto da un team internazionale di scienziati e coordinato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc) e dall'Università Ca' Foscari Venezia, nei prossimi 25 anni fino a 246 milioni di anziani in più rispetto a oggi in tutto il mondo saranno esposti a livelli pericolosamente alti di calore, e coloro che vivono in Asia e Africa subiranno gli effetti più gravi. La popolazione mondiale sta infatti invecchiando a un ritmo senza precedenti: le previsioni dicono che il numero di persone di età superiore ai 60 anni raddoppierà fino a raggiungere quasi 2,1 miliardi di individui entro il 2050, ha spiegato il Cmcc, di cui oltre due terzi risiedono in paesi a reddito medio e basso dove gli eventi estremi legati al cambiamento climatico sono particolarmente probabili.

Massimo Calvi

Avvenire, 16.5.2024

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Il peso della narrazione sulle donne senza figli

Alla denatalità non sembra esservi rimedio. Le notizie che giungono da vari Paesi non fanno che aggiornare i record negativi precedenti. Per dire, nei giorni scorsi la Germania ha comunicato che nel 2023 le nascite sono calate del 6,2%, negli Stati Uniti si è toccato il livello più basso da quasi 50 anni, in Danimarca il numero di figli per donna è sceso a uno e mezzo, e anche nella “mitica” Francia non va così bene come si dice, dato che il tasso di fecondità nei suoi confini europei, cioè escludendo i territori d’oltremare, è sceso ormai a 1,64.

Si tratta di dati pur sempre migliori di quanto accade in Italia, dove il modesto 1,2 figli per donna fa del nostro Paese uno dei malati planetari di denatalità, ma è sempre più chiaro che ci troviamo di fronte a un fenomeno di dimensioni globali: nelle società avanzate le traiettorie di realizzazione personale non passano più solo dalla famiglia e dai figli. Chi studia le tendenze demografiche sottolinea che il declino della genitorialità non è riconducibile a un solo fattore, ma è la conseguenza di un intreccio articolato di ragioni culturali e materiali.

All’interno di questa complessa dinamica può inserirsi un altro elemento meno facile da definire, e riguarda l’articolazione del racconto che si genera attorno al senso della maternità e della paternità. Ed è qui che possono maturare differenze anche significative, se si pensa al ruolo che possono giocare la percezione di insicurezza, il timore del futuro o le aspettative di felicità con le quali le persone si devono confrontare.

Gli Stati Generali della Natalità, la cui quarta edizione è in programma giovedì e venerdì a Roma, si propongono come un evento che ambisce a lavorare proprio sul piano della narrazione, offrendo chiavi di lettura capaci di mostrare le prospettive di speranza, o di sensata fatica, che caratterizzano i tragitti delle coppie con figli. Nei documenti preparatori dell’evento vengono riproposti molti dei temi della perdurante denatalità italiana, dal calo e dall’invecchiamento della popolazione (nel 2050 ci saranno più di 30 anziani ogni 10 giovani), alla povertà e al deficit di autonomia dei giovani (due su tre vivono coi genitori), fino a chi i figli dice di non volerne (secondo l’Istat oltre il 10% delle 18-49enni).

Proprio questo ultimo aspetto può essere preso ad esempio per capire cosa si intende per “narrazione”, parlando di natalità. Le previsioni dicono che un quarto delle nate nel 1980 resterà senza figli. La componente delle donne svincolate dalla prospettiva della maternità è in crescita da tempo, e il racconto su questa evoluzione tende spesso a dipingere un quadro caratterizzato da forti convinzioni, storie di successo frutto di una libera decisione, che riguarda soprattutto persone affermate, in carriera, che vivono in territori sviluppati. Ma è veramente possibile dividere i non genitori in gruppi contrapposti tra chi ha scelto e chi no questa condizione? O i percorsi della vita sono meno scontati e un filo più complessi?

Una ricerca condotta da Francesca Luppi e Alessandro Rosina per l'Osservatorio Giovani e ripresa di recente su Neodemos apre lo sguardo a un panorama meno scontato: se si guarda alle donne tra i 30 e i 34 anni che non hanno figli, definite anche “childless”, il 19% dice di non volerne affatto, il 26% è debolmente motivata a diventare madre, mentre il restante 55% i figli li desidera eccome. Ovviamente le aspirazioni possono cambiare nel tempo a seconda delle circostanze, i due gruppi mostrano però alcune differenze significative: le “childfree”, cioè le donne che non vogliono figli per nessuna ragione, rispetto al resto delle “childless” , hanno mediamente titoli di studio più bassi (25% di laureate contro il 32%), meno relazioni stabili (31% contro 50%), redditi inferiori (a guadagnare meno di 500 euro al mese è il 41% rispetto al 23%) e più spesso non studiano e non lavorano (27% di “Neet” contro il 23%).

Ciò che emerge, insomma, non è proprio una storia di autentica emancipazione, ma una vicenda piuttosto lontana da quella narrazione tanto in voga che arriva fin quasi a compiacersi dell’assenza di bambini. È la vita delle persone che, in una società complessa, deve fare i conti con le sfide di una realtà sfaccettata: ci sono condizioni che rendono più difficile pensare a una famiglia, anche se magari poi tutto cambia, perché con l’amore non si sa mai, altre che invece consentono di desiderare dei figli, mentre alla fine prevale la carriera o altro, e in fondo può andare bene lo stesso.

I figli oggi non sono più l’unica opzione per realizzarsi, eppure continuano a popolare la prospettiva del desiderio di donne e uomini, e non si dovrebbe avere timore di ammetterlo. Perché se veramente c’è una libertà di scelta da difendere, l’esito di questo impegno dovrebbe condurre a rimuovere tutti gli ostacoli, materiali, culturali, ideologici, che rendono faticoso il cammino per diventare genitori. Diversamente, è come fornire incentivi alla denatalità.

Massimo Calvi

Avvenire, 9.5.2024

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