Statali, l'ora di un codice etico


Ci sono riforme che, senza che venga speso un euro, hanno la capacità di porre le basi per una ripartenza, o se non altro di modificare un contesto caratterizzato da sfiducia, sospetto e inefficienze, rendendolo a poco a poco più attraente all’esterno. Non si tratta di interventi di rottura, ma di misure che intercettando le esigenze di cambiamento possono aiutare a trasformare la percezione che si ha di una realtà, e allo stesso tempo di fare in modo che questa a sua volta ritrovi la sicurezza, la dignità e l’orgoglio che nel tempo aveva smarrito. Attivando un meccanismo virtuoso con benefici per tutti.
Nessuno può garantire che l’effetto sarà questo, ma il "nuovo" Codice di comportamento dei dipendenti pubblici emanato ieri dal Governo di Mario Monti, ha potenzialmente tutte le caratteristiche per avviare un processo di ricostruzione della fiducia tra i cittadini e la Pubblica amministrazione, per fornire anche uno schermo morale ai lavoratori dello Stato, e persino incominciare a trasferire all’esterno – ai potenziali e invocati "investitori stranieri" – l’immagine di un Paese in ordine, funzionante, dotato di strumenti che richiamano valori quali l’integrità e l’etica pubblica. Non basta un codice, come tanti casi e troppi scandali hanno dimostrato (sconfinando nel privato si tenga solo presente che il Monte dei Paschi di Siena era la banca con un codice etico e regole di responsabilità sociale tra i meglio considerati sulla scena bancaria). Ma un codice può contribuire a dare una scossa, muovere l’acqua nello stagno, anche fornire al dipendente della pubblica amministrazione lo stimolo per far tornare a brillare quel senso di responsabilità offuscato dalla stagione dell’esaltazione dei diritti al ribasso e della dequalificazione di un ruolo che trova il suo vero significato innanzitutto nel concetto di servizio.
Le "nuove" regole che spiccano del Codice, anche se molte potevano già essere contemplate, introducono paletti che appaiono elementari, di base. I dipendenti pubblici ad esempio non potranno chiedere regali o favori, né potranno ricevere "doni" di valore superiore ai 150 euro. Dovranno dichiarare eventuali conflitti di interesse in relazione alle proprie mansioni, anche se riguardano coniugi, parenti o conviventi e dovranno anche astenersi dal prendere decisioni, sulla base di ordini di superiori o di pressioni politiche o sindacali, che possano configurare ancora conflitti. Sono stati introdotti anche limiti all’uso di auto e telefoni di servizio. E, soprattutto, in caso di violazioni la sanzione può arrivare al licenziamento.
A chi sembra poco si potrà obiettare che codici etici o di comportamento sono una rarità anche in tante aziende private. Ma non è questo il punto. La realtà è che il governo ha avviato un percorso importante per introdurre nel sistema – in un sistema che tutte le classifiche internazionali considerano tra i più opachi e vischiosi al mondo – elementi sostanziali di trasparenza e robusti anticorpi per contrastare la corruzione. Il cuore del problema è però legato al fatto che una norma, qualunque essa sia, è destinata a restare lettera morta se non è accompagnata dal desiderio comune, dentro e fuori i "palazzi" della pubblica amministrazione, che un cambiamento di rotta è possibile solo se lo riteniamo importante a prescindere dalle regole, e richiesto innanzitutto dal nostro codice morale interiore.
È una stagione che può chiudersi, quella in cui i dipendenti pubblici erano considerati da tanti solo fannulloni e privilegiati, braccio operativo di un’altra "casta" e "casta" essi stessi, costretti in un cliché che spesso non offriva loro né vie d’uscita né ripari. Le estreme conseguenze possibili le abbiamo viste in questi giorni, con la tragedia di Perugia, dove due dipendenti della Regione Umbria sono diventate il bersaglio di un gesto rabbioso e folle che è assurdamente costato loro la vita. Oggi si può aprire una fase nuova, ma a condizione che tutti siano consapevoli che è decisivo essere in grado di produrre un atto di fiducia reciproco, da una parte e dall’altra dello "sportello". Gli strumenti per consentirlo, finalmente, incominciano a essere disponibili. Un governo tecnico e di servizio li ha trovati, la politica dimostri di saper fare almeno altrettanto, meglio se di più.

Massimo Calvi
Avvenire 9.3.2013
http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/un-segnale-efficace.aspx

Vola Wall Street, aumentano i poveri


Dagli Stati Uniti, Paese di straordinarie opportunità e grandissime contraddizioni, sono giunti ieri due dati che pur avendo natura assai diversa meritano di essere accostati. Da una parte l’indice della Borsa di Wall Street, che superando i 14.200 punti ha fatto segnare il nuovo record storico. Dall’altro la cifra fornita proprio dal quotidiano di riferimento dei mercati, il Wall Street Journal, sulle persone che nella Grande Mela dormono ogni notte nei centri di assistenza: a gennaio sono stati 50.000, e tra questi ben 21.000 bambini (un giovane newyorkese ogni 100!) il 22% in più di un anno fa.
I numeri della Borsa e quelli dei senza tetto rappresentano la fotografia più precisa che si possa dare della vera natura di questa crisi e delle risposte che si stanno mettendo in campo per tentare di fronteggiarla. Una crisi che ha avuto nella finanza, con i suoi eccessi e le sue distorsioni, il carburante che l’ha prima preparata, poi alimentata e infine fatta detonare travolgendo l’economia reale distruggendo progetti e illusioni. E un mondo che continua a individuare nella finanza e nel doping finanziario lo strumento per tamponare le falle di un modello economico in grave difficoltà nell’assolvere il compito di assicurare giustizia e sviluppo sostenibile, e sempre alla ricerca di nuove prede da spolpare.
L’ultimo record della Borsa americana risale all’ottobre 2007, l’anno dello scoppio della bolla dei titoli collegati ai mutui subprime ad alto rischio. Per questo il balzo di ieri, che ha portato una ventata di ottimismo anche nelle piazze europee, ha una forte valenza simbolica: i listini hanno annullato quasi sei anni di turbolenze e varie recessioni. Con un dettaglio non irrilevante: che sotto questa nuova bolla c’è un’economia fragile e claudicante, quando non a pezzi, sistematicamente esclusa dal banchetto dei mercati.
A certificarlo non è solo la cifra delle famiglie senza tetto nella "capitale del mondo" – dal 2002 l’aumento sarebbe stato addirittura del 72%. È anche e soprattutto la disoccupazione americana che nonostante gli sforzi delle autorità monetarie fatica a scendere sotto il 7,9%, e quella europea che viaggia intorno al 12%, con 19 milioni di cittadini in cerca di lavoro. E sono le previsioni di crescita appena rosee per gli Usa, ma nient’affatto incoraggianti per il Vecchio Continente, ancora invischiato nella recessione e solo da poco persuaso del fatto che ricavare ossigeno dalla sola austerità è un po’ come riuscire a produrre oro con la pietra filosofale.
Il problema è che la direzione dei mercati ha un perché. È il risultato delle colossali iniezioni di liquidità che le banche centrali stanno immettendo nel sistema, confidando che prima o poi questa ricchezza artificiale riesca a beneficiare anche l’economia reale. Nei fatti questo non sta avvenendo, se non in minima parte. Dal 2007 la Federal Reserve ha immesso nel sistema finanziario quasi 2mila miliardi di dollari di liquidità e continua a comprare titoli di Stato e bond immobiliari per 85 miliardi al mese, mantenendo il costo del denaro allo zero. La Banca centrale europea non è da meno (come la Banca d’Inghilterra e quella del Giappone), con quasi mille miliardi già prestati alle banche a costo irrisorio.
Ora, tanti soldi in circolo e a tassi prossimi allo zero hanno una ragione evidente e un effetto scontato: da un lato servono a tenere in piedi un sistema bancario ben lontano dal vedere risolti i propri problemi – mentre la crisi sta facendo lievitare le sofferenze – e dunque in forte difficoltà nel concedere credito a imprese e famiglie; dall’altro rappresentano un incentivo formidabile a indebitarsi per investire e speculare nelle Borse. È per questo che i mercati tendono a volare alto, ma di un volo che rischia di non condurre molto lontano. Ed è per questo che la speranza di un atterraggio morbido passa solo dalla rinuncia unilaterale e graduale all’uso massiccio del doping, rimettendo l’economia sul gradino più alto e la finanza al servizio dello sviluppo.

Massimo Calvi
Avvenire 6.3.2013
http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/una-bolla-liquida.aspx