Bambini o condizionatori? La dura legge del fisco


Tra le tante lobby attive in Italia la meno influente è sicuramente quella delle famiglie. Il motivo principale è che non agisce come lobby, e questo potrebbe essere anche un bene. La seconda ragione è che in Italia le famiglie – nonostante la costante e meritoria azione svolta dal Forum delle associazioni familiari – non sono abituate culturalmente e socialmente a percepirsi come una lobby e a considerare il valore pubblico del proprio ruolo. Gli italiani sono più portati a chiedere riconoscimenti e ad accampare (veri o presunti) diritti a livello individuale – il lavoro, la pensione, l’assistenza – mentre non pensano di doverlo fare per il semplice fatto di essere un papà e una mamma con dei figli da crescere.
Non è facile dire di chi sia la responsabilità di questo – circostanza che necessariamente si ripercuote sul sistema fiscale, penalizzando il nucleo familiare rispetto ad altre situazioni – se di chi ha governato il Paese dal dopoguerra, compresi i tanti governi democristiani, o se alla fine la politica non abbia fatto altro che riflettere il sentire (e il dare per scontata la solidità della famiglia) di una larga fetta della popolazione. Sta di fatto che pochi Paesi in Europa riservano ai nuclei familiari un trattamento peggiore di quello che si riscontra in Italia. Eh sì, altri gruppi di pressione sono decisamente più aggressivi e più efficaci nel perseguire i propri fini...
Per provare a chiarire il concetto può essere utile valutare il provvedimento del governo che ripropone le detrazioni fiscali per le ristrutturazioni edilizie e li estende ai mobili per la cucina, agli elettrodomestici, agli infissi, agli impianti di riscaldamento a basso consumo e persino ai condizionatori a pompa di calore. (Dove stia il favore all’ambiente in un condizionatore è cosa non immediata da capire). La misura, che dovrebbe incentivare i consumi in questi settori, serve a sostenere imprese in crisi, a salvare posti di lavoro e, infine, ad aiutare le famiglie che si fanno carico di quelle spese. Nessuno ne mette in discussione il valore – anche se si potrebbe disquisire sulla funzione di uno Stato che ogni anno decide in quali ambiti orientare, premiandoli, i consumi dei cittadini, senza alcuna strategia a lungo termine – tuttavia è curioso che a nessuno venga mai in mente di valorizzare un altro settore in forte crisi: quello che, si passi il termine, "produce" bambini.
Lo "scambio" tra figli e condizionatori è forse un’immagine un po’ forzata, ma rappresenta bene la deriva nella quale stiamo inconsapevolmente scivolando. È estate, serriamo bene le porte, chiudiamo i nuovi infissi a isolamento termico, accendiamo il condizionatore a pompa di calore, prendiamo una bibita dal frigo incentivato. Stiamo subito meglio. Purtroppo però la casa è vuota.
L’Italia è un Paese in declino demografico: lo scorso anno sono nati 534mila bambini, circa 12mila in meno rispetto al 2011. Un tasso di natalità basso è indicatore di un desiderio compresso nella popolazione, ma è anche una delle ragioni che rendono difficile la ritirata strutturale della crisi. Gli incentivi, come le "bolle" creditizie o finanziarie, sono la sostanza che si somministra per mantenere attivo e vivace un organismo che sembra aver deciso di non avere più futuro.
Sia chiaro, non è in discussione il valore dell’incentivo di cui tanti di noi beneficeranno, e che bene farà a diversi settori economici. Il punto è incominciare a rendersi conto, come nazione, che se un bonus degno di questo nome fosse concesso in virtù delle spese sostenute per mantenere i figli e i famigliari a carico, non servirebbe aiutare ogni anno un settore diverso a suon di sconti, e non avremmo nemmeno una politica avvitata da mesi a discutere di aumenti Iva e di tagli all’Imu.
Nessuno si augura che le famiglie possano costituirsi come una lobby propriamente detta. Forse però incominciare a riflettere sul fatto che un bambino merita più di un condizionatore, dovrebbe aiutarci a trovare la strada più semplice (oltre che ecologica) per affrontare l’uscita dalla crisi.
Massimo Calvi
Avvenire 05.07.13

Granata (Cgm): allarme coop sociali

Massimo Calvi
C'è un segnale preoccupante che arriva dalle cooperative sociali, quella categoria di imprese che in questa lunga stagione di crisi ha continuato ad assumere e a offrire nuove prospettive di lavoro a tante persone che lo avevano perso: la vena si sta esaurendo, la spinta a creare nuova occupazione, dopo anni di crescita robusta, sta tendendo allo zero.
L'allarme è serio, con la disoccupazione ufficiale al record del 12,2%.
L'universo delle imprese sociali sembra però capace di fornire anche questa volta una soluzione, sperimentando nuovi modi di fare impresa, innovando, trovando percorsi inediti. A spiegare che cosa sta cambiando è Stefano Granata, nuovo presidente del Consorzio Gino Mattareli (Cgm), che riunisce quasi mille coop sociali, con oltre 44mila occupati e 500mila utenti serviti.

Per il legame con le fasce più deboli della popolazione e con l'area del bisogno, le coop sociali sono da sempre un importante presidio sul territorio.
Quale segnali arrivano in questo momento?
Al di là del ciclo economico negativo e dei drammatici tagli di spesa, quello che si nota da tempo è in generale una profonda crisi di senso, che mette in serio pericolo la tenuta del tessuto sociale. In questa fase la crisi sembra però aver raggiunto una fase in cui le persone, le comunità, stanno rimettendo in fila le priorità e ridefinendo la gerarchia dei bisogni primari: lavoro, abitazione, educazione, ambiente¿ Ecco, è in ambiti come questi che oggi si può provare a fare innovazione contro la crisi, aprire nuove strade, far valere la reputazione che un soggetto si è costruito sul territorio.
Intende dire che la crisi ha toccato il fondo?
Il sistema delle nostre cooperative sociali continua a tenere da un punto di vista dei livelli occupazionali. Il problema è che se negli ultimi anni i tassi di crescita di ricavi e occupati sono stati alti, del 7-8% fino a poco tempo fa, oggi gli incrementi sono molto più limitati. Il dato resta positivo, ma ormai più vicino allo zero. Il serbatoio si sta svuotando. Non abbiamo ancora tagliato, ma per mantenere la posizione stiamo erodendo il patrimonio.
Qual è la risposta che state cercando di dare?
Le coop sociali si sono sempre occupate delle categorie più in difficoltà della popolazione: offrendo lavoro a persone ai margini del mercato o proponendo servizi socio sanitari a fasce deboli. Questo è però un momento in cui in difficoltà lo sono tutti, mentre il settore pubblico sta smobilitando. Dunque stiamo trovando nuovi modi di operare, con altri soggetti, con aziende "profit".
Come si concretizza questa collaborazione?

Nell'ultimo anno e mezzo la nostra rete ha investito 60-70 milioni di euro per avviare oltre 60 nuove società ibride, start up miste tra coop sociali e srl, spa o imprese sociali. Oltre ai settori tradizionali, che sono quelli dell'assistenza all'infanzia, ai minori, alle disabilità, e quello del reinserimento lavorativo, oggi stiamo guardando all'housing sociale, per soddisfare nuovi bisogni abitativi, all'ambiente e all'ambito delle energie rinnovabili e della raccolta differenziata, a quei servizi che possono far ricadere il benessere sulle comunità, a nuovi servizi sanitari o di assistenza in rete a costi sociali.
La cooperazione sta forse cambiando natura?
Il vero ruolo delle cooperative sociali non è quello di fornire servizi, ma mettere in collegamento i cittadini con le risorse.  Le nostre imprese hanno un forte radicamento territoriale e un buon livello di reputazione da poter spendere, sono uno strumento efficace per innovare e rispondere a nuovi bisogni, un partner ideale e ricercato. Il patrimonio della cooperazione sociale va messo in gioco, con altri soggetti del mercato, per generare risorse e far convergere le istanze per aiutare le comunità, avviando attività imprenditoriali fondate sulla centralità della persona. Per creare lavoro, si deve fare impresa.
Avvenire 3.7.13