La giusta paga del politico
Qual è la giusta paga per chi fa politica? Quanto va tagliato, quanto trattenuto per sé e quanto invece dovrebbe essere dato indietro? E, soprattutto: a chi restituire (o donare)? E perché? È bello che domande di questo tipo siano diventate oggetto di confronto. Solo fino a pochi anni fa nessuno si sarebbe sognato di porre interrogativi così importanti. Invece la crisi e la necessità di moralizzare la politica, anche abbassandone i costi, hanno permesso di aprire un dibattito sul valore del denaro e sul suo impiego da parte di chi ricopre incarichi pubblici.
In questi giorni a fare notizia è il duello tra Grillo e il premier Enrico Letta sui tagli degli stipendi dei ministri e il dibattito tutto interno al Movimento 5 Stelle su quanto tenere dei rimborsi previsti per chi è stato eletto. Il partito che fa capo all’ex comico genovese si era impegnato in campagna elettorale a lasciare ai parlamentari la sola indennità, più i rimborsi necessari e documentati della diaria. Adesso però che i soldi arrivano sul serio, ecco nascere i primi problemi. Qualcuno tra i grillini ammette di aver bisogno di più di 2.500-3.000 euro netti al mese, altri spiegano di avere famiglia, molti sostengono che a Roma con così poco non si riesce a vivere. Fermarsi a guardare i Cinque Stelle, ai quali peraltro va il merito di aver sollevato con forza il problema, sarebbe però limitante. Il punto centrale, forse, è in una frase di Mario Sberna, deputato di Scelta Civica, sposato e con 5 figli a carico, che senza troppo tergiversare ha deciso di tenere per sé solo quanto guadagnava prima di entrare in politica, 2.500 euro al mese, destinando il resto a un fondo per le famiglie bisognose. Scelta nobile, simile a quella 'silenziosa' di molti altri parlamentari, che non nasce a caso, non deriva da uno spunto demagogico, e che gli permette di calare il dito nella piaga delle tensioni grilline: 'Adesso che hanno visto 20mila euro sul conto corrente…'.
La questione è complessa, conduce a riflettere su molti aspetti della natura umana. E interpreta molti aspetti di questa crisi. Perché ci si può cibare a 'pane e casta' per anni, sparare senza distinzioni nel mucchio giudicando la politica sempre e solo irresponsabile e corrotta, si può considerare furto o spreco tutto quello che non ci aggrada o che è fuori dalle nostre prospettive e personali ambizioni. Poi, però, arrivano diverse migliaia di euro sul conto… Già. Cosa fare? Tante cose si possono fare, anche per sé e anche se si è un politico. Come finire di pagare un mutuo, aiutare un parente disabile a essere curato meglio, anche pensare di comprare un bilocale al mare o in montagna, se non lo si è mai avuto. Oppure sognare di mandare i propri figli a studiare all’estero, come molti ragazzi più fortunati, per dare loro maggiori opportunità e perché un domani possano avere qualcosa da offrire agli altri. Che male ci sarebbe in questo? E poi, ovviamente, si può scegliere di donare una parte di quanto ricevuto a una nobile causa.
Certo, le cifre di cui si parla oggi sono oggettivamente eccessive, ed è bene pensare in fretta a un loro ridimensionamento. Non solo un partito, ma l’intero sistema deve riformarsi per garantire maggiore sobrietà allo Stato e alla politica, incentivando la dedizione disinteressata. Il cuore del problema non sta però nella generica e sterile opposizione al denaro in sé, quanto in una tensione serena e sincera al bene comune. Quello che conta, di un profitto – di qualunque profitto – è come questo viene realizzato e come è impiegato. I numeri hanno sempre un valore relativo: anche mille euro al mese possono essere troppi, se frutto di una rendita non meritata o di un’estorsione. Un politico capace, onesto, e animato da vero spirito di servizio, non ha vergogna di quanto può guadagnare, non si spaventa davanti a una cifra e non ha difficoltà nel trovare una mediazione equa e sensata. Regole e codici etici sono utili, ma fragili e facilmente aggirabili in mancanza di una coscienza solidamente formata, educata al reale significato di termini come servizio, responsabilità, dono, carità. È la capacità di riferirsi a un quadro di valori solidi e condivisi che aiuta, più di tante formule, a rapportarsi correttamente a ciò che si ritiene superfluo. E a generare forti relazioni di fiducia tra elettori ed eletti – ciò che è mancato i questi anni.
Eppure si trova qui, nella difficile e adulta prassi quotidiana di porre la coscienza di fronte alla realtà e alla vita vera, la differenza tra chi pensa di costruire qualcosa per il futuro e per il prossimo, e chi invece, intrappolato da uno sterile normativismo, alla prova decisiva del confronto con il denaro finisce per andare in cortocircuito. La sobrietà non si nutre di rabbia e nemmeno di indignazione, ma della naturale e serena disposizione a desiderare il bene degli altri.
Massimo Calvi
Avvenire 12.5.2013
Meno speculazioni sulla fame
Le buone notizie, quando arrivano dal pianeta della speculazione internazionale e riguardano i grandi istituti finanziari, vanno sempre prese con le pinze.
Perché l’etica da queste parti non è mai disgiunta dall’interesse, e perché solitamente i cambi di direzione sono molto timidi e incorporano spesso ricadute e controindicazioni. Ma le buone notizie vanno anche date per quello che sono: notizie innanzitutto, e positive per ciò che possono rappresentare in prospettiva. Tale è la 'svolta' di alcuni grandi investitori, banche e fondi pensione – tra questi, colossi tedeschi, francesi e britannici come Commerzbank, Bnp Paribas e Barclays – che hanno incominciato a prendere le distanze dagli investimenti speculativi nelle materie prime agricole: chi rinunciando a collocare nuovi prodotti legati a mais, grano o soia, chi togliendo le commodity agricole dai propri fondi di settore, chi riducendo semplicemente l’esposizione in questi mercati.
La ragione di questo orientamento risponde 'anche' a considerazioni di carattere etico. La speculazione sul cibo è molto spesso all’origine delle crisi alimentari e della fame cui vengono ridotte intere popolazioni nelle zone più povere del pianeta. È sufficiente la notizia di una siccità o di un raccolto inferiore alle previsioni in una determinata regione del mondo per scatenare gli appetiti dei fondi speculativi e far letteralmente impazzire i listini del cibo, generando ingenti ricchezze e allo stesso tempo provocando nuove drammatiche povertà. Giocare con l’andamento futuro dei prezzi del cibo è qualcosa di radicato nella natura stessa delle borse alimentari.
Il problema è che dopo la deregolamentazione dei contratti derivati degli anni 2000, i rapporti di forza tra chi stipula un 'future' come forma di assicurazione sulla variazione dei prezzi e chi invece non ha alcuna intenzione di acquistare cereali, grano o soia, ma punta solo a inseguire alti rendimenti, si sono totalmente invertiti: nel 1996 i 'derivati' di sola speculazione sul granoturco erano poco più del 10% del totale, nel 2008 sono diventati il 65%. Oggi, però, grazie alla mobilitazione di Ong e associazioni, la sensibilità delle persone e dei consumatori su questi problemi è cresciuta a tal punto che, come abbiamo visto, i big della finanza incominciano a considerare necessario un cambio di approccio.
Certo, la motivazione etica della 'svolta' può non essere preponderante. La crisi alimentare globale del 2008 si deve proprio al fatto che lo scoppio della bolla dei mutui subprime aveva spinto i grandi investitori a cercare nuove occasioni di guadagno, trovandole proprio nelle borse delle materie prime agricole. E ora che questi mercati sono diventati meno redditizi il cambio di strategia può essere legato anche al fatto che i capitali si sono messi semplicemente in cerca di un altro pascolo da mungere. La vicenda, però, insegna che non è dirimente indagare le ragioni di una scelta.
Svolta etica o no – lo abbiamo detto anche in occasione della tragedia nella fabbrica tessile in Bangladesh costata la vita a 387 persone – è sempre più nella capacità e nella volontà dei consumatori di essere informati e attenti alle proprie scelte di acquisto e di investimento che passa la costruzione di un mercato più giusto oltre che di un’economia rispettosa dei più deboli. La crisi che stiamo attraversando non nasce solo dalla volontà di un manipolo di avidi banchieri e di alcuni manager della finanza, ma è anche l’effetto di tante piccole azioni individuali incapaci di interpretare le ricadute globali. La vera 'svolta' è incominciare ad esserne consapevoli.
Massimo Calvi
Avvenire, 1.5.13
http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/speculazionesullafame.aspx
Iscriviti a:
Post (Atom)