La politica del mezzo figlio

La composizione media della famiglia italiana, secondo l’ultimo censimento Istat, è di 2,4 componenti. Fa sempre un certo effetto analizzare le cifre delle indagini statistiche quando sono applicate agli esseri umani, con le loro frazioni di individui, i "mezzi" figli, i genitori ridotti a "quarti". Finché si tratta di polli da tagliare, in fondo, il "trancio" ci sta tutto. Ma con le persone è tutta un’altra storia. Eppure il conto va fatto. Ed è amaro. Nel 1971 eravamo 3,3 in ogni famiglia, nel 2011 siamo scesi a 2,4. Che cosa vuol dire? Tra le molte cose, ad esempio, che per trovare almeno un bambino "intero" si devono mettere insieme tre famiglie. Due non bastano: ci sarebbe solo l’80% di un figlio. Anche Re Salomone avrebbe seri problemi nel voler essere giusto e saggio in Italia. Una compressione così netta della taglia media dei nuclei familiari è l’istantanea di una società che invecchia velocemente, composta perlopiù da persone che vivono sole o da bambini che crescono senza fratelli né cugini. E il nostro Paese dovrebbe interrogarsi seriamente sul fatto che oltre a essere tra i capofila della denatalità riesce a battere anche la Cina, dove nonostante la tragica "politica del figlio unico" imposto con violenza dallo Stato, le famiglie sono comunque composte da più di 3 componenti. Le ragioni del declino demografico possono essere molte: sociali, culturali, morali, non solo economiche. Ma come non scorgere nell’ostinazione a trascurare sempre la famiglia, l’effetto di una sottile, strisciante e crudele "politica del mezzo figlio"? Manovre, leggi di Stabilità, Isee e riccometri, tasse e tariffe comunali, tagli o rincari ai servizi per i minori: tutto – politici settantenni o quarantenni non si vede la differenza – racconta di un’Italia che, quando non li riduce a voce di consumo o li tratta come beni di lusso, fatica a fare i conti con i bambini. Ce n’è uno ogni tre famiglie. Incontrarlo è il migliore augurio di buon Natale. Massimo Calvi Avvenire, 26.12.13

L'Europa, S&P e la lezione del gaucho Martin Fierro

È un tempismo perfetto quello con cui ieri Standard&Poor’s ha reso noto di aver declassato il bilancio dell’Unione Europea. Ma come è possibile? – si sono chiesti in molti – l’Europa ha appena raggiunto uno storico accordo sull’unione bancaria e l’agenzia americana di valutazione del rischio di credito è già pronta a bocciare tutta la Ue? Il sospetto di un complotto finanziario internazionale a opera di quei discussi e ambigui soggetti che sono le agenzie di rating s’è innescato in modo automatico. E non a caso la stragrande maggioranza delle reazioni al downgrade ha seguito la traccia della decisione in malafede. L’Europa ha rispedito subito al mittente la bocciatura del proprio bilancio (tra l’altro: non ne esiste uno più noioso e stabile di quello Ue, mai in deficit e privo di debito), rifiutando una valutazione giudicata «incomprensibile». Complotto? Perché no? Le agenzie di rating in fondo avrebbero molte valide ragioni per volersi vendicare della vecchia Europa. Dove sono ormai viste come il braccio armato di grandi fondi di investimento, che in un imbarazzante conflitto di interessi oltretutto le controllano. Perciò, ad esempio, con la riforma che sarà in vigore tra pochi giorni, saranno costrette a diffondere i loro giudizi sui debiti sovrani in date precise e a mercati chiusi, e potranno essere portate più facilmente in tribunale in caso di negligenze o errori. Ma il taglio del voto sull’affidabilità dell’Ue può anche essere interpretato come il modo per far pagare a tutti noi il prezzo della scommessa speculativa persa contro il fallimento dell’euro. Questi scenari non sono irrealistici e non vanno sottovalutati. In quello che più volte abbiamo descritto come un contesto di "guerra" finanziaria ed economica, condotta con armi non classificate come tali ma non per questo meno dannose, operazioni di tal fatta hanno il loro significato. Tutto si tiene se la realtà ci racconta di un conflitto tra Stati e potentati economici transnazionali, di entità private che dispongono di capitali ampiamente superiori a quelli di un grande Paese. Si pensi solo che le quattro maggiori banche del mondo muovono 200mila miliardi di dollari in contratti "derivati" di natura speculativa, quando il Pil di tutto il pianeta non raggiunge i 70mila miliardi. O, molto più in piccolo, alla difficoltà che i governi incontrano nel varare una equa ed efficace tassa sulle transazioni finanziarie. Ma le guerre vanno anche affrontate con lucidità. L’accusa legata al tempismo viene a cadere se si tiene conto che le istituzioni a Bruxelles erano state avvisate già a inizio settimana della bocciatura in arrivo, dovuta al fatto che «la credibilità complessiva dei Paesi Ue in materia di credito è indebolita, il loro profilo finanziario deteriorato e la coesione allentata». E allora, guerra o no, l’Europa farebbe bene a porsi seriamente il problema di cosa fare per essere ancora meno attaccabile di oggi. In questo senso ha risposto bene il premier italiano Enrico Letta rilevando che il downgrade «è un segnale da non sottovalutare perché la crisi non è ancora tramontata». Nella grande savana della speculazione ha poco senso prendersela con le iene o gli avvoltoi se chi appartiene al nostro branco è stato ridotto a carcassa dai leoni. Una crisi – una guerra – come questa, va disinnescata più che combattuta. Ricorrendo principalmente a strumenti di pace. Tutti sappiamo che l’euro è una moneta costruita male, nata come somma di egoismi convergenti dei singoli Paesi e ancora oggi vittima, come la costruzione europea, dei nazionalismi e dei sospetti incrociati. L’accordo sull’unione bancaria è un passo importante, tuttavia incompleto, mentre di molte altre "unioni" e "integrazioni", oltre che di solidarietà, vi è ancora bisogno in Europa. Durante la crisi argentina del 2001-2002, l’allora cardinale di Buenos Aires Bergoglio si trovò in diverse occasioni a citare il poema epico nazionale "Martin Fierro", e tra gli spunti di riflessione che trasse dalle vicende del gaucho protagonista vi era un passaggio contenente una verità molto semplice: i fratelli che si fanno la guerra tra loro vengono divorati facilmente dai nemici esterni. Restasse ferma dov’è, l’Europa, allora avrebbe pienamente ragione Standard & Poor’s con la sua bocciatura. Massimo Calvi Avvenire 21.12.13

Aiutare i bambini. A che pro?

Sono molti i modi possibili per ri­flettere sull’articolo scritto dal no­to politologo Giovanni Sartori e pub­blicato ieri come fondo in prima pa­gina dal Corriere della Sera. Il tema degli «eccessi che la terra non sop­porta » e di «Una modernità fuori mi­sura », come recita il titolo, è un ar­gomento molto serio. Come sono questioni fondamentali le sfide po­ste – citiamo – da una crescita sen­za limiti, da uno sviluppo senza li­miti e persino da una popolazione senza limiti. Le soluzioni indicate da Sartori sono note perché ricorrenti: i problemi del­l’umanità (disoccupazione e debiti compresi) e le difficoltà climatiche del pianeta derivano dall’eccesso di popolazione, per tale ragione le na­scite andrebbero ridotte «special­mente in Africa», e se questo non av­viene «le maggiori responsabilità so­no della Chiesa Cattolica», per di più guidata da un Papa che abbraccia i poveri e i piccoli e viene dal Sud del mondo. Fin qui nulla di nuovo. E dunque, vo­lendo ribattere, si potrebbero ripor­tare ancora una volta pareri diversi di climatologi, esperti di demografia, e­conomisti. Si potrebbero intervistare antropologi, teologi, uomini di fede, persone impegnate negli aiuti uma­nitari, cooperatori internazionali, re­sponsabili di organizzazioni che o­perano per le popolazioni più pove­re. Si potrebbe anche intervistare un medico esperto di quella «demenza» di cui parla lo stesso Sartori. O sce­gliere il registro del paradosso e ri­spondere al collegamento tra l’ecces­so di popolazione in Africa e l’allu­vione in Sardegna, argomentando per assurdo che se la popolazione dell’I­sola scegliesse di non riprodursi più, presto non ci sarebbero nemmeno vittime di catastrofi da piangere. Una risposta completamente ironica o sarcastica non è mai da escludere. Poi, però, a un certo punto si legge u­na frase e non si riesce più ad andare avanti. Ci si ferma, e tutto quello che era venuto in mente prima crolla, di fronte alla sensazione che un limite invalicabile sia stato oltrepassato. «La nostra televisione – scrive Sartori – è inondata da appelli di soldi per sal­vare i bambini africani. A che pro?». Già: a che pro? Perché ci diamo da fa­re per aiutare i bambini che muoio­no? Perché lo facciamo, se poi le pro­spettive sono, leggiamo ancora, «piogge torrenziali in inverno e afa d’estate?». Perché ci ostiniamo a vo­ler salvare quei piccoli? La risposta, ancora una volta, potrebbe essere molto semplice: perché non sono la pietà, la solidarietà o la compassione le malattie che uccidono il pianeta e chi lo popola, ma l’utilitarismo, l’e­goismo, l’avidità. Cioè proprio quel quadro di 'valori' su cui si fonda il ragionamento proposto e che espri­me bene la cifra morale che a partire dall’Occidente rischia di condannare l’intero pianeta. In realtà non c’è una replica possibi­le. Noi non ci chiediamo angosciosa­mente perché mandiamo un’ambu­lanza ad aiutare un anziano che cade per strada, perché abbiamo salvato le persone dai campi di sterminio, per­ché ci diamo da fare per curare una donna malata di un brutto tumore o un uomo segnato dalla Sla, perché vorremmo poter salvare tutti i bam­bini che soffrono, in qualunque Pae­se essi siano nati. O meglio, certe do­mande ce le poniamo solo quando siamo sfidati dall’indifferenza dei molti e dei potenti, perché custodia­mo la certezza che sì, finché conti­nueremo a fare tutto questo l’uma­nità e la terra avranno un futuro. È nel momento in cui incominceremo a chiederci «a che pro?» che dovremo considerare di essere veramente a un passo dalla fine. ​ Massimo Calvi Avvenire 24/11/13

Mense, la guerra delle tariffe

C'è chi lo chiama "sciopero del panino", chi "schiscetta day", chi addirittura "sciopero della fame". E chi invece parla di rivolta dei "ricchi". Ma è una sola la protesta che sta unendo i genitori di diversi comuni italiani contro l'aumento delle rette massime per la mensa scolastica.
Da Torino a Legnano, da Pistoia a Brescia, da Sesto San Giovanni a Pomezia, in una cartina a macchia di leopardo la resistenza dei genitori si manifesta con iniziative clamorose, come il ritiro da scuola di migliaia di bambini all'ora di pranzo per farli mangiare a casa, la consegna ai figli di un pasto alternativo, o addirittura i ricorsi al Tar.
L'esplosione delle tariffe è un dato reale, anche se avviene con modalità diverse e in base a differenti modi di definire le fasce Isee, l'Indicatore della situazione economica equivalente sul quale vengono parametrate le tariffe. A Legnano, in provincia di Milano, la retta massima fissata dal Comune è salita da 5,44 a 6,15 euro; a Torino si arriva a 7,10 per l'ultima fascia Isee; nel comune bresciano di San Zeno Naviglio si è passati da 4,50 a 7,10 con l'aggiunta del taglio degli sconti per gli altri figli; a Sesto San Giovanni, hinterland milanese, il sistema a forfait ha lasciato il posto a un calcolo a consumo, con la retta più alta salita da 4,50 a 5,50. Pomezia, provincia di Roma, ha portato la tariffa massima a 4,85 euro e tagliato gli sconti per i "fratelli".

Gli aumenti sono figli della crisi e della diminuzione delle risorse disponibili.
Le proteste anche. Ma dove i genitori si sono organizzati contro i rincari si incontrano alcune circostanze ricorrenti. Una prima è che la protesta parte dalle famiglie in fascia massima, dunque da chi viene considerato "ricco". Spesso però basta poco per finire tra i "Paperoni" dell'Isee, se la fascia più alta scatta da 20-30mila euro. E, in un Paese ad altissima evasione fiscale come è l'Italia, il discorso conduce al tema della capacità dell'indicatore (la riforma dell'Isee scatterà da febbraio) di fotografare la reale condizione economica di una famiglia, peraltro in un contesto in cui è soprattutto la disponibilità o meno di aiuti da parte dei famigliari ? in termini di tempo o anche di sostegni economici ? a fare la differenza.

Altro elemento detonante è la constatazione che la retta nel proprio comune è più alta di quelle dei centri confinanti. Ultimo e forse decisivo aspetto, il rapporto tra costi di produzione dei pasti e le tariffe applicate: oltre il prezzo pieno i genitori contestano che non si tratta più di una tariffa per un servizio, ma di una tassa che ha altri scopi, come la copertura dei "buchi" causati da chi non paga (la morosità è in forte aumento: +30% in due anni), la copertura degli sconti alle fasce più basse, inefficienze o tagli delle risorse per l'educazione.
«Se un comune non sta nei costi non può chiedere alle famiglie una tassa extra sotto forma di aumento» sostengono i genitori di Torino. Il richiamo è anche al principio costituzionale del diritto a un'istruzione gratuita, disatteso se al pasto nella mensa scolastica non si dà alternativa, come rilevano i genitori di Legnano.
Le amministrazioni giustificano le rette mostrando i costi effettivi dei pasti, le famiglie fanno notare che a casa spenderebbero meno. Soprattutto se hanno più bambini: dove si sono levate le proteste, non a caso, gli sconti concessi per gli altri figli sono minimi. Questione di priorità.

Il quadro è in evoluzione. In alcune realtà sono in corso trattative tra genitori e amministrazione, in altre è muro contro muro. Assistiti dal Codacons i genitori di Legnano chiedono libertà di scelta: mensa o "schiscetta", come avviene già in molte città. La soluzione è spesso osteggiata per ragioni sanitarie dalle Asl o negata dalle direzioni scolastiche. A Sesto San Giovanni il Comune ha promesso una ridefinizione delle fasce Isee, i comitati genitori chiedono di rinunciare ai rincari e maggiori sconti per chi ha più figli.

A Torino le famiglie stanno seguendo l'esempio di Pistoia, dove i genitori hanno ottenuto ragione dal Tar della Toscana che lo scorso aprile ha dichiarato illegittimo differenziare le rette della refezione in base all'Isee. Una sentenza clamorosa, che potrebbe avere effetti devastanti. I giudici hanno rilevato che la legge (art. 1 d.lgs 109/1998) prevede che l'Isee vada utilizzato solo per chi richiede l'accesso a prestazioni sociali o assistenziali «non destinate alla generalità dei soggetti», mentre la refezione scolastica è rivolta a tutti i minori e non è un servizio sociale. Per il Tar della Toscana in sostanza è possibile salvaguardare le fasce più deboli prevedendo tariffe specifiche, ma l'Isee non può essere usato per far pagare rette più alte.
Nell'Italia stressata dalla crisi lo sciopero della "schiscetta", quasi una guerra tra poveri, diventa spia dell'erosione del senso di comunità oltre che dell'affanno della politica nel rincorrere le nuove emergenze onorando i principi di equità e giustizia. Una sconfitta per tutti, quando a pagare il conto ? non solo della mensa ? sono i bambini.
Avvenire 19.10.14

L'instabilità che spaventa l'Europa

di Massimo Calvi
L'accelerazione improvvisa della crisi di governo apre uno scenario non facile da gestire dal punto di vista economico, finanziario e dei rapporti con l'Europa. La rottura del quadro di stabilità non è solo un fatto di politica interna, ma nel contesto europeo diventa una seria minaccia per i conti pubblici e una fonte di preoccupazione per gli altri Paesi, oltre che per la Commissione. È anche per questo che da ieri sera il ministro per gli Affari europei Enzo Moavero Milanesi ha incominciato a prendere contatti con le principali capitali per tentare una non facile opera di rassicurazione sulla possibilità che l'Italia rispetti comunque gli impegni presi.
Uno dei problemi maggiori ? dopo la reazione dei mercati, le tensioni sullo spread e i rischi di declassamento del rating, ovviamente ? riguarda ad esempio la Legge di Stabilità. Lo scenario peggiore evocato dal vice ministro all'Economia, Stefano Fassina, è che a scriverla sia la Troika composta da Fmi, Bce e Commissione Ue. Ma questo potrebbe verificarsi ad esempio in una situazione di totale ingovernabilità come in caso di elezioni. Al momento non se ne parla.
Il fatto è che comunque, per la prima volta da quest'anno, le "manovre" dei Paesi dell'Eurozona vanno presentate entro il 15 ottobre alla Commissione europea e all'Eurogruppo, perché venga verificata la loro sostenibilità e corrispondenza alle regole dei trattati.
Il parere deve essere emesso al più tardi entro il 30 novembre e nel corso di questo periodo la Commissione può indicare al governo le cose che non vanno e suggerire le possibili modifiche. Poi, le leggi di Stabilità vanno adottate entro il 31 dicembre. Un calendario difficile da rispettare.

L'Italia non ha preparato la sua "finanziaria", né ha completato la definizione delle coperture dell'abolizione dell'Imu che Bruxelles si aspetta entro il 15 ottobre. Anche l'intervento sull'Iva dovrebbe trovare giustificazione, dato che il limite del 3% nel rapporto deficit/Pil è invalicabile, a maggior ragione per un Paese che è appena uscito dalla procedura per deficit eccessivo.

Quella della procedura è un'altra faccenda serissima, perché a questo punto tutto potrebbe riaprirsi. L'Italia ha superato il 3% nel rapporto deficit/Pil, non ha iniziato a ridurre il debito e procede a rilento sulle riforme.
La crisi di governo, dunque, metterebbe in stand-by i conti, e con le previsioni economiche del 5 novembre la Commissione Ue non potrebbe fare altro che confermare lo sforamento e rimandare a maggio per una eventuale riapertura della procedura per deficit eccessivo. Tradotto in soldoni: perderemmo i 12 miliardi di euro di risorse finanziarie per il 2014 e il 2015 rese disponibili dalla chiusura a maggio scorso della precedente procedura.

Non è solo una questione di numeri: altri Paesi, come la Francia, hanno un deficit/Pil molto più alto del nostro (Parigi è al 4,1%) e non centreranno l'obiettivo di riduzione per il 2013 concordato con Bruxelles. Tuttavia l'Ue darà comunque l'ok perché il piano di riforme presentato da Parigi è convincente, procede spedito e il Paese è solido. Soprattutto, al momento, si presenta stabile politicamente. Difficilmente, invece, le istituzioni europee potranno essere comprensive nei confronti di Roma, nel momento in cui il cammino per le riforme procede a rilento, le coperture degli interventi non sono credibili, non vi sono risorse da investire sulla competitività e, soprattutto, il debito ? secondo più alto d'Europa ? continua ad aumentare.

I primi mesi del 2014, inoltre, ci conducono verso il Consiglio europeo di marzo, cioè il vertice dei capi di Stato e di governo nel quale si compiono quei passi e quelle verifiche che poi conducono alle previsioni di primavera della Commissione europea e alle raccomandazioni ai Paesi. Per l'Italia sarebbe stato importante confermare i risultati ottenuti fin qui, tra l'altro in vista della seconda parte dell'anno, quando inizierà il semestre italiano di presidenza dell'Ue.
Il quadro di stabilità in Italia si è improvvisamente rotto, quando ormai la stabilità politica in un Paese è considerata da più parti un valore aggiunto, quasi un valore in sé. La crisi ha dimostrato infatti che vi è una fortissima interdipendenza tra i Paesi: i problemi e le virtù di uno, in Europa diventano velocemente i problemi e le virtù degli altri. Nessuno può più giocare da solo. Una lezione che ha portato una trasformazione significativa negli assetti politici e di governo.

Come si è visto, nelle situazioni dove gli esiti elettorali hanno prodotto risultati incerti ? oppure chiari, ma non sufficientemente forti ? la strada seguita è sempre più spesso quella delle "grandi coalizioni". Alleanze, cioè, tra le forze politiche che storicamente si sono fronteggiate, per rendere più lineare, e condiviso, il cammino delle riforme necessarie a fronteggiare le difficoltà. È successo in Germania, Olanda, Grecia. Si è provato in Italia, ma l'esperimento non è durato.
Avvenire, 29.9.13

Telecom e Alitalia spolpate e svendute

Può sembrare paradossale che mentre il governo si preoccupa di sostenere un piano ambizioso per attrarre investimenti esteri nel nostro Paese – "Destinazione Italia" è stato chiamato – con il presidente del Consiglio, Enrico Letta, impegnato oltre confine a vendere un’immagine attraente e competitiva della Penisola, gli stranieri si stiano comprando pezzi rilevantissimi di made in Italy e colossi attivi in settori strategici come le telecomunicazioni e il trasporto aereo. In realtà il paradosso è tale solo nella coincidenza dei tempi, e può offrire diversi spunti di riflessione. La vendita di Telecom Italia agli spagnoli di Telefonica e di Alitalia all’Air France sono operazioni che giungono a maturazione in queste ore e rappresentano l’esito di un percorso molto più lungo e per certi versi inevitabile, se si valutano anni e anni di errori politici e imprenditoriali. La cosa che colpisce, e che non può lasciare indifferenti, è che noi italiani stiamo quasi rischiando di assuefarci alla consuetudine dello shopping straniero, mai così attivo e visibile. I marchi della moda come Bulgari, Gucci o Loro Piana, i nomi dell’alimentare come la Parmalat, ora gli ex giganti pubblici Telecom e Alitalia, le aziende dell’energia e dei trasporti di Finmeccanica, squadre di calcio come l’Inter e la Roma. Una dismissione lenta e inesorabile, in tutti i campi, che è difficile bilanciare – per peso e valore simbolico – con le operazioni che il migliore made in Italy sta comunque compiendo all’estero, e che restituisce senza troppi sconti l’immagine drammatica di un Paese in svendita. Lo spettro di un "Outlet-Italia", agitato da Letta nei giorni scorsi, rischia di essere già una realtà molto tangibile. E sono perfettamente comprensibili le reazioni preoccupate di buona parte del mondo politico, dei sindacati, dei consumatori. Più che lo straniero, tuttavia, il sistema Italia dovrebbe temere – vigilando per evitarla – una possibile cattiva gestione delle operazioni che si presentano, guardarsi dagli eventuali effetti negativi per le persone, il lavoro e gli investimenti nel nostro Paese. Pensare che nella dimensione europea possano resistere e competere campioni italiani e solo italiani, in fondo, è esercizio abbastanza illusorio. Il consolidamento di grandi gruppi in settori importanti, se le condizioni di mercato sono assicurate, e se le authority assolvono il loro compito, è una strada lecita e legittima. La storia di Telecom e Alitalia, come della Parmalat, ci insegna invece che troppo spesso i peggiori nemici dell’interesse nazionale siamo proprio noi stessi. Limitandoci al caso Telecom, siamo stati noi, è stato il nostro capitalismo con le sue aderenze politiche, a caricare l’azienda di debiti insostenibili e a spolparla pezzo dopo pezzo, fino a renderla una preda naturale e a basso prezzo per un gruppo straniero. Il quadro che restituisce la vicenda nazionale del capitalismo senza capitali è quello di un Paese che ha ricchezze innegabili eppure non dispone di grandi mezzi economici, ma che soprattutto ha un pesantissimo deficit a livello di classe dirigente. E che un Paese così continui a "espellere" tanti dei suoi giovani migliori e più promettenti è, al tempo stesso, spiegabile e incredibile. Durante la fase più acuta della crisi e della speculazione dei mercati contro l’Italia, qualcuno – anche su queste colonne – diceva: «Questa è una guerra, per sapere chi l’ha scatenata basterà aspettare di conoscere chi avrà comprato le aziende tra le macerie». Erano, e sono, parole forti, ma è un dato di fatto che la crisi finanziaria scoppiata nel 2007 ha messo in ginocchio il sistema bancario nazionale, privandolo della capacità oltre che della voglia di dare credito a operazioni più grandi delle competenze gestionali e morali che le muovevano. Non si può dire ora se questo sia un bene oppure no. Quello che la politica può fare, oggi, se ne ha le forze e l’intelligenza e se si concede un tempo davvero "di servizio", è evitare che l’Italia si riduca a un terreno di conquista, fare in modo cioè che i capitali che qui venissero destinati non servano a saccheggiare, fare spezzatini e poi spolpare ciò che resta – ed è molto – di buono. La storia ci ha insegnato che ci sono stati investimenti che hanno saputo rispettare contesti, tradizioni e posti di lavoro, altri che hanno bruciato competenze e desertificato. A prescindere dai colori. È solo la buona politica che riesce ad assicurare gli interessi dell’Italia e degli italiani nelle rivoluzioni degli assetti di mercato. Ma come dimostrano i Paesi che in Europa meno hanno conosciuto l’onta del saccheggio, e che non a caso continuano a giocare un ruolo di locomotiva, la politica da sola non può nulla se non è supportata dal contributo di parti sociali realmente all’altezza del compito. E meno furore ideologico, in un senso come nell’altro, si usa in questi frangenti, e meglio è per tutti. Massimo Calvi Avvenire 25.9.13

Zamagni: illecito premiare azzardopoli

di Massimo Calvi
Parla di nichilismo morale e di tradimento di un principio base dell'etica pubblica il professor Stefano Zamagni, ordinario di economia politica a Bologna, economista civile, nel giudicare il "condono" che il governo concederà alle società concessionarie delle slot machine allo scopo di reperire risorse per finanziare l'abolizione dell'Imu. Solo 620 milioni di euro a carico del mondo dell'azzardo, a fronte dei 2,5 miliardi indicati da una sentenza della Corte dei conti per le irregolarità che avevano commesso nell'allacciamento delle slot alla rete che avrebbe dovuto calcolare giocate e incassi. Generando una maxi evasione.
«Mi spiace, ma il governo ha fatto una brutta scivolata ? sostiene Zamagni ?. Di fatto questo non è un premio, ma piuttosto un incentivo concesso per sanare un debito pregresso. Il problema è che viene dato a società che non rappresentano certo il lato virtuoso dell'economia di mercato».
Probabilmente i 2,5 miliardi di euro lo Stato non sarebbe riuscito a incassarli tanto facilmente. Dunque non è meglio ottenere un terzo subito?
Il governo ha motivato questo provvedimento proprio con la necessità di fare cassa. Ma in transazioni di questo tipo, come insegna qualunque teoria etica, bisogna verificare che nell'analisi dei costi e dei benefici i termini in gioco appartengano al medesimo ordine di valori. In questo caso non è così.
Perché?
Il beneficio è sul piano economico e monetario, dato che produce un aumento delle entrate fiscali.
Il costo, invece, è la chiara violazione di un principio di etica pubblica nell'agevolare attività moralmente illecite.
Illecite?
Attenzione, dobbiamo essere chiari. È evidente che si tratta di attività legittime, in quanto legittimate dalla legge. Questo nessuno lo mette in discussione, e lo dico senza entrare nel merito delle violazioni commesse dalle società e che poi ha portato alla sanzione per il danno erariale procurato. Il problema è che non tutto quello che è concesso dalla legge può essere allo stesso tempo considerato lecito moralmente. Altrimenti parleremmo di nichilismo morale, l'idea di Friedrich Nietzsche per cui la legittimità coincide con la liceità.
Ed è il caso di questo provvedimento?
La sanatoria della multa alle società delle slot nasce con lo scopo di fare cassa, ma per raggiungere questo obiettivo si accetta il principio del nichilismo morale.
Un brutto provvedimento, in quanto fa credere che vi sia una sanatoria per ottenere subito una somma che non si era sicuri di incassare, ma invece il costo che si viene a determinare comporta pesanti ricadute sociali.
Diciamo pure che il governo attua una specie di neo-macchiavellismo addolcito.

Torniamo al problema iniziale: di fronte al rischio di non incassare mai quei soldi, quanto regge l'"accusa" di nichilismo?
Il fatto è che le lobby organizzate riescono sempre a ottenere ciò che chiedono. E le concessionarie delle slot machine hanno ottenuto di pagare solo un terzo di ciò che dovevano.
Viene violato un principio di etica pubblica senza che vi sia un reale vantaggio per l'erario.
La cifra non è così bassa.
È semplicemente ridicolo: 600 milioni di euro per un Paese di 60 milioni di abitanti? Stiamo parlando di soggetti che svolgono attività non lecite da un punto di vista morale ai quali il governo concede anche un incentivo sotto forma di condono.
È una cosa pericolosa, ci si mette su un piano pendente molto rischioso per dove ci può portare: un cristiano non dovrebbe accettare di scendere a questi livelli.
Avvenire 31.8.13

Premiare Azzardopoli?

C’è un condono nemmeno troppo ma­scherato all’interno del decreto che ha permesso la cancellazione dell’Imu. Nel­lo sforzo di individuare adeguate fonti di co­pertura per raggiungere l’obiettivo politico – strategico per la sopravvivenza del governo Letta – di rendere non tassabile la prima ca­sa, infatti, una somma intorno ai 620 milio­ni di euro dovrà essere recuperata da dieci so­cietà concessionarie di slot machine. Alla ci­fra si è arrivati applicando uno sconto di cir­ca il 75% a quanto gli 'industriali' dell’az­zardo avrebbero dovuto pagare, circa 2 mi­liardi e mezzo di euro, per una serie di gravi irregolarità commesse per diversi anni nel­la gestione delle slot. Al di là del caso specifico, diciamo subito che fondare su una sanatoria una manovra di ri­duzione della pressione fiscale, come è sta­ta presentata l’operazione sull’Imu, e in at­tesa di capire che cosa ci riserverà il futuro a partire dalla nuova 'Service tax', non è un’o­perazione propriamente equilibrata sul pia­no del buon senso. Se poi si entra nel meri­to della vicenda, considerato a quale tipo di attività viene concesso lo sconto, diciamo che il disequilibrio si estende ai piani dell’e­tica e della responsabilità sociale. Una con­cessione che non è improprio (e neppure giocoso) definire azzardata. Tutto incomincia nel 2007, quando un’inda­gine della Guardia di finanza appura che di­verse migliaia di slot machine, per un lungo periodo dal 2004 al 2007, non erano state col­legate alla rete della Sogei, la società delle Fi­nanze, per il necessario conteggio delle gio­cate e delle vincite. In pratica le persone scommettevano, perdevano e vincevano, ma di questo non restava traccia nei computer dello Stato, e ovviamente nelle casse dell’e­rario. È un po’ come far viaggiare le macchi­ne su un’autostrada non terminata e senza caselli, ma con qualcuno che riscuote co­munque il pedaggio. Come questo sia stato possibile resta un mistero italiano. L’indagi­ne ha comunque evidenziato pesanti ina­dempienze nei controlli da parte dell’am­ministrazione dei Monopoli dello Stato, cir­costanza che è benigno definire paradossa­le, se si pensa a quanta evasione è stata pos­sibile. All’inizio – come i lettori di questo gior­nale sanno, perché sono tra i pochi ad aver­lo potuto leggere, e con il debito rilievo – la procura della Corte dei conti aveva quanti­ficato il danno per l’erario in 98 miliardi di euro: una cifra enorme, che teneva però con­to anche di tutte le penali previste dai con­tratti con le concessionarie delle slot, ma che alla fine di una prima fase del contenzioso una sentenza ha ridotto a 2,5 miliardi. Il gi­ro d’affari legato agli apparecchi per il gioco d’azzardo ammonta a circa 80 miliardi l’an­no. E parliamo di un 'mercato' nel quale non si consumano solo drammi umani e fa­miliari, e che ha costi rilevantissimi sul pia­no sociale, ma nel quale l’infiltrazione delle organizzazioni criminali, come è stato più volte denunciato e più volte appurato, rap­presenta un rischio costante, elevatissimo e concreto. Ora si potrebbe dire che di fronte al perico­lo di un ancora lungo contenzioso con le so­cietà delle slot, e alla possibilità di non vedere un euro per molti anni, lo Stato abbia fatto di necessità virtù nel concedere un ulterio­re maxi sconto sulla sanzione residua. L’ar­gomento ha già 'giustificato' numerosi con­doni in passato, e a seconda delle circostan­ze e degli obiettivi, in casi limite, potrebbe persino essere rispolverato. Ma come si fa a pensare che in questo caso si possa ripro­porre questo deprimente schema? Qual è il messaggio che un simile 'regalo' fa arrivare al Paese e al mondo delle imprese? Come si fa a spiegare a tutti noi, cittadini, che l’o­biettivo della riduzione delle tasse – e per e­steso, ammettiamo pure, del rilancio dei con­sumi – viene perseguito graziando i 'furbet­ti delle slot'? Sia chiaro: non è in discussio­ne l’idea di immaginare incentivi e premi ad attività imprenditoriali legittime in una fase in cui la coperta delle risorse è veramente corta. Anzi. Il problema sorge quando si en­tra in un territorio, quello di Azzardopoli e delle lobby che la governano, nel quale in questi anni gli argini sono stati quasi com­pletamente divelti e i limiti all’invasione del­l’illegalità sono purtroppo strutturalmente inadeguati. L’errore è impressionante, cor­reggerlo è una priorità. ​ Massimo Calvi Avvenire 30.08.12

Bambini o condizionatori? La dura legge del fisco


Tra le tante lobby attive in Italia la meno influente è sicuramente quella delle famiglie. Il motivo principale è che non agisce come lobby, e questo potrebbe essere anche un bene. La seconda ragione è che in Italia le famiglie – nonostante la costante e meritoria azione svolta dal Forum delle associazioni familiari – non sono abituate culturalmente e socialmente a percepirsi come una lobby e a considerare il valore pubblico del proprio ruolo. Gli italiani sono più portati a chiedere riconoscimenti e ad accampare (veri o presunti) diritti a livello individuale – il lavoro, la pensione, l’assistenza – mentre non pensano di doverlo fare per il semplice fatto di essere un papà e una mamma con dei figli da crescere.
Non è facile dire di chi sia la responsabilità di questo – circostanza che necessariamente si ripercuote sul sistema fiscale, penalizzando il nucleo familiare rispetto ad altre situazioni – se di chi ha governato il Paese dal dopoguerra, compresi i tanti governi democristiani, o se alla fine la politica non abbia fatto altro che riflettere il sentire (e il dare per scontata la solidità della famiglia) di una larga fetta della popolazione. Sta di fatto che pochi Paesi in Europa riservano ai nuclei familiari un trattamento peggiore di quello che si riscontra in Italia. Eh sì, altri gruppi di pressione sono decisamente più aggressivi e più efficaci nel perseguire i propri fini...
Per provare a chiarire il concetto può essere utile valutare il provvedimento del governo che ripropone le detrazioni fiscali per le ristrutturazioni edilizie e li estende ai mobili per la cucina, agli elettrodomestici, agli infissi, agli impianti di riscaldamento a basso consumo e persino ai condizionatori a pompa di calore. (Dove stia il favore all’ambiente in un condizionatore è cosa non immediata da capire). La misura, che dovrebbe incentivare i consumi in questi settori, serve a sostenere imprese in crisi, a salvare posti di lavoro e, infine, ad aiutare le famiglie che si fanno carico di quelle spese. Nessuno ne mette in discussione il valore – anche se si potrebbe disquisire sulla funzione di uno Stato che ogni anno decide in quali ambiti orientare, premiandoli, i consumi dei cittadini, senza alcuna strategia a lungo termine – tuttavia è curioso che a nessuno venga mai in mente di valorizzare un altro settore in forte crisi: quello che, si passi il termine, "produce" bambini.
Lo "scambio" tra figli e condizionatori è forse un’immagine un po’ forzata, ma rappresenta bene la deriva nella quale stiamo inconsapevolmente scivolando. È estate, serriamo bene le porte, chiudiamo i nuovi infissi a isolamento termico, accendiamo il condizionatore a pompa di calore, prendiamo una bibita dal frigo incentivato. Stiamo subito meglio. Purtroppo però la casa è vuota.
L’Italia è un Paese in declino demografico: lo scorso anno sono nati 534mila bambini, circa 12mila in meno rispetto al 2011. Un tasso di natalità basso è indicatore di un desiderio compresso nella popolazione, ma è anche una delle ragioni che rendono difficile la ritirata strutturale della crisi. Gli incentivi, come le "bolle" creditizie o finanziarie, sono la sostanza che si somministra per mantenere attivo e vivace un organismo che sembra aver deciso di non avere più futuro.
Sia chiaro, non è in discussione il valore dell’incentivo di cui tanti di noi beneficeranno, e che bene farà a diversi settori economici. Il punto è incominciare a rendersi conto, come nazione, che se un bonus degno di questo nome fosse concesso in virtù delle spese sostenute per mantenere i figli e i famigliari a carico, non servirebbe aiutare ogni anno un settore diverso a suon di sconti, e non avremmo nemmeno una politica avvitata da mesi a discutere di aumenti Iva e di tagli all’Imu.
Nessuno si augura che le famiglie possano costituirsi come una lobby propriamente detta. Forse però incominciare a riflettere sul fatto che un bambino merita più di un condizionatore, dovrebbe aiutarci a trovare la strada più semplice (oltre che ecologica) per affrontare l’uscita dalla crisi.
Massimo Calvi
Avvenire 05.07.13

Granata (Cgm): allarme coop sociali

Massimo Calvi
C'è un segnale preoccupante che arriva dalle cooperative sociali, quella categoria di imprese che in questa lunga stagione di crisi ha continuato ad assumere e a offrire nuove prospettive di lavoro a tante persone che lo avevano perso: la vena si sta esaurendo, la spinta a creare nuova occupazione, dopo anni di crescita robusta, sta tendendo allo zero.
L'allarme è serio, con la disoccupazione ufficiale al record del 12,2%.
L'universo delle imprese sociali sembra però capace di fornire anche questa volta una soluzione, sperimentando nuovi modi di fare impresa, innovando, trovando percorsi inediti. A spiegare che cosa sta cambiando è Stefano Granata, nuovo presidente del Consorzio Gino Mattareli (Cgm), che riunisce quasi mille coop sociali, con oltre 44mila occupati e 500mila utenti serviti.

Per il legame con le fasce più deboli della popolazione e con l'area del bisogno, le coop sociali sono da sempre un importante presidio sul territorio.
Quale segnali arrivano in questo momento?
Al di là del ciclo economico negativo e dei drammatici tagli di spesa, quello che si nota da tempo è in generale una profonda crisi di senso, che mette in serio pericolo la tenuta del tessuto sociale. In questa fase la crisi sembra però aver raggiunto una fase in cui le persone, le comunità, stanno rimettendo in fila le priorità e ridefinendo la gerarchia dei bisogni primari: lavoro, abitazione, educazione, ambiente¿ Ecco, è in ambiti come questi che oggi si può provare a fare innovazione contro la crisi, aprire nuove strade, far valere la reputazione che un soggetto si è costruito sul territorio.
Intende dire che la crisi ha toccato il fondo?
Il sistema delle nostre cooperative sociali continua a tenere da un punto di vista dei livelli occupazionali. Il problema è che se negli ultimi anni i tassi di crescita di ricavi e occupati sono stati alti, del 7-8% fino a poco tempo fa, oggi gli incrementi sono molto più limitati. Il dato resta positivo, ma ormai più vicino allo zero. Il serbatoio si sta svuotando. Non abbiamo ancora tagliato, ma per mantenere la posizione stiamo erodendo il patrimonio.
Qual è la risposta che state cercando di dare?
Le coop sociali si sono sempre occupate delle categorie più in difficoltà della popolazione: offrendo lavoro a persone ai margini del mercato o proponendo servizi socio sanitari a fasce deboli. Questo è però un momento in cui in difficoltà lo sono tutti, mentre il settore pubblico sta smobilitando. Dunque stiamo trovando nuovi modi di operare, con altri soggetti, con aziende "profit".
Come si concretizza questa collaborazione?

Nell'ultimo anno e mezzo la nostra rete ha investito 60-70 milioni di euro per avviare oltre 60 nuove società ibride, start up miste tra coop sociali e srl, spa o imprese sociali. Oltre ai settori tradizionali, che sono quelli dell'assistenza all'infanzia, ai minori, alle disabilità, e quello del reinserimento lavorativo, oggi stiamo guardando all'housing sociale, per soddisfare nuovi bisogni abitativi, all'ambiente e all'ambito delle energie rinnovabili e della raccolta differenziata, a quei servizi che possono far ricadere il benessere sulle comunità, a nuovi servizi sanitari o di assistenza in rete a costi sociali.
La cooperazione sta forse cambiando natura?
Il vero ruolo delle cooperative sociali non è quello di fornire servizi, ma mettere in collegamento i cittadini con le risorse.  Le nostre imprese hanno un forte radicamento territoriale e un buon livello di reputazione da poter spendere, sono uno strumento efficace per innovare e rispondere a nuovi bisogni, un partner ideale e ricercato. Il patrimonio della cooperazione sociale va messo in gioco, con altri soggetti del mercato, per generare risorse e far convergere le istanze per aiutare le comunità, avviando attività imprenditoriali fondate sulla centralità della persona. Per creare lavoro, si deve fare impresa.
Avvenire 3.7.13

Il made in Italy che non mangia il panetùn

Il panetùn è il dolce simbolo di Milano. Non mette d’accordo tutti, come è nella natura della città che lo ha inventato, ma quando è di alta qualità non c’è proprio pandoro che tenga. Il panettone Cova appartiene alla storia del capoluogo ambrosiano, a uno dei luoghi dove hanno preso corpo le 5 Giornate e la ribellione contro lo straniero, e non ci si dovrebbe meravigliare se un gigante straniero del lusso, il gruppo francese Lvmh, ha deciso ora di mangiarsene una bella fetta acquisendo la maggioranza della società che lo produce da quasi due secoli e che gestisce la nota pasticceria di via Montenapoleone. È veramente un pezzo di milanesità che passa di mano, anche se dall’esterno tutto sembrerà come prima. O forse sarà meglio di prima. Il senso di operazioni come questa è proprio quello di permettere a realtà familiari di essere dotate di quei mezzi o di quelle competenze di cui sono deficitarie per compiere un salto di qualità ancora più importante nei mercati internazionali. L’anima e la tradizione vengono garantite dalla presenza della famiglia, tutto il resto lo mette il colosso straniero. Lvmh agisce così. Restando all’Italia lo ha fatto con Fendi, con Bulgari, con il marchio Pucci. Gioielli del made in Italy, marchi nati dal talento e dalla creatività di un fondatore, custoditi da una famiglia, e che "a un certo punto" hanno bisogno d’altro. Il nodo è capire quando si arriva a quel punto, perché, e che cosa serve di più. Ed è qui che la nostalgia lascia il posto ad altre considerazioni. Non può essere un caso che periodicamente un pezzo prezioso del genio italico cambi nazionalità. Sempre in tema di lusso e di francesi, alla Kering (ex Ppr) di François Pinault, sono già andati i marchi Gucci, Pomellato, Brioni, Bottega Veneta e Sergio Rossi. Cambiando settori, ma non nazione, si può ricordare che Lactalis si è bevuta la Parmalat e prima la Galbani, che Edf controlla Edison, Carrefour i Gs, Bnp Paribas la Bnl. Valentino ha preso invece la via del Qatar, grandi fette di alimentare italiano, come la Star e i marchi dell’olio, sono finite in Spagna. È normale, perfettamente naturale, in un mercato aperto e in un mondo globalizzato, avviene ovunque. C’è anche un’Italia che compra, e che si espande all’estero, pur se meno visibile. E comunque vi è giustamente chi rileva che se siamo desiderati e conquistati è un grande segno di vitalità, di inventiva e di capacità di attrazione. La costante di tante operazioni di acquisizione, tuttavia, conduce a una riflessione meno serena. A delinearsi è l’immagine di un made in Italy di piccola e media dimensione che da solo non riesce ad andare oltre, o è incapace di governare la crescita. Il mercato globale del lusso vale più di 200 miliardi di euro, e anche quest’anno nonostante la crisi promette un’espansione importante del giro d’affari. Per vivere e prosperare, un’impresa affermata, un marchio noto, deve però essere in grado di garantirsi dalle vendite all’estero molto più della metà di quello che incassa. La realtà è che in Italia non ci sono i capitali per rischiare e per giocare un ruolo da protagonisti; ma soprattutto sembra mancare drammaticamente la capacità manageriale per gestire la complessità, l’espansione e la dimensione globale. Una classe dirigente non si è formata, e il grosso della componente imprenditoriale non ha la forza e il coraggio necessari. Oppure quando si muove diventa predona, guidata dalla peggiore politica, con il solo obiettivo di spolpare la preda – fosse anche un campione nazionale. O cede, sedotta dalla comodità della rendita. Ogni singola operazione va valutata per quello che è e per il bene che può produrre. Ma quando l’insieme rischia di trasmettere la sensazione di vivere in un territorio arreso alla conquista ci si dovrebbe chiedere quanto questo sia la conseguenza di un declino e quanto invece ciò contribuisca a rendere la crisi una circostanza ineluttabile. Massimo Calvi Avvenire 28.6.13

Le dimissioni di Josefa Idem

Come era ormai inevitabile, il ministro dello Sport e Pari opportunità Josefa Idem si è dimesso. La carriera politica della campionessa di canoa, che tante gioie olimpiche ha regalato all’Italia nella sua vita da atleta, si è arenata in una vicenda nella quale si intrecciano un po’ confusamente piccole irregolarità, faccende familiari, eccesso di deleghe a tecnici e persone forse non educate al culto della trasparenza e della correttezza nella gestione delle pratiche amministrative. Dispiace che questo debba accadere a una ministra, se non altro per quello che si è ascoltato in questi giorni, a conferma che nei confronti delle donne ci sono freni inibitori che cadono ancora troppo facilmente e ancora troppo spesso, pur se si tratta di freni verbali.
Forse però non è un caso che tutto questo sia accaduto a una donna, quasi a ricordare che anche in politica, e non solo in famiglia e nel lavoro, alle donne è comunque sempre richiesto un sovrappiù, anche di vigilanza e di attenzione. I meriti conquistati sul campo e nella vita non assolvono, come si vorrebbe. Non è del tutto chiaro quale sia stato l’errore. E questa è già una sconfitta per un ministro. In tanti giorni Idem non è riuscita a precisare la scorrettezza contestata. Nemmeno dopo una conferenza stampa nella quale poco è stato detto e pochi hanno capito e dalla quale nessuno è stato convinto. Da una parte sembra che vi sia un’Ici non pagata sulla casa-palestra, ma se è vero che la questione è stata sanata con il ravvedimento operoso, strumento perfettamente lecito, non vi sarebbe molto di grave, se non un rilievo morale comunque importante.
Emergerebbe poi una vicenda, formalmente corretta ma non esemplare, di contributi previdenziali versati dal Comune di Ravenna quando Idem era assessore e dipendente di un’impresa del marito. E c’è la vicenda della palestra che sempre il marito avrebbe concesso in uso alla società sportiva Jajo Gym, così chiamata dalla iniziali dei figli: qualora venisse accertata la sussistenza di un’attività commerciale, anche minima, allora si potrebbe ravvisare l’abuso edilizio. Un reato penale. La procura di Ravenna ha aperto un procedimento senza ipotesi di reato. Tutto è ancora da dimostrare. Chi scrive è certo della buona fede dell’ormai ex ministro. Difficile allenarsi, vincere ori, crescere due figli, e conoscere anche i dettagli dell’Ici della palestra. Tutti noi abbiamo più o meno delegato a qualcuno alcune fastidiose incombenze della nostra esistenza, sperando che non vengano commessi errori. Il problema è che un politico dovrebbe anche dimostrare di sapersi fidare e saper delegare le persone giuste. Altrimenti ha perso la sua gara. Ci sarebbe peraltro da notare che Josefa Idem una piccola fortuna l’ha avuta: quella di essere una sportiva impegnata nello schieramento "giusto".
Fosse stata un ente non profit di ispirazione cattolica, una congregazione religiosa, un oratorio, un’associazione che gestisce una scuola materna, una Onlus vicina alla Chiesa, e via dicendo, quelle realtà e quella stampa che oggi la difendono sull’Ici-Imu l’avrebbero giudicata colpevole a prescindere dal rispetto delle regole, condannata senza concederle né un processo né tantomeno il diritto di replica. A un ministro che si dimette assumendosi le proprie responsabilità va il massimo rispetto. Capitasse più spesso. L’augurio è che Josefa Idem possa avere il tempo e la serenità per dimostrare la sua innocenza o quantomeno la buona fede, e per questo essere creduta. Il rammarico, vero, è che come titolare delle Pari opportunità avrebbe potuto fare molto per le donne, remando contro i tanti e resistenti luoghi comuni. Ha fallito proprio dove avrebbe dovuto riuscire: dimostrare di essere più brava e più attenta anche degli uomini che a casa si occupano dei suoi affari.

Massimo Calvi

Avvenire 25.6.13

Lavoro e Terni, nervi d'acciaio


L'Italia è ancora la settima potenza industriale del mondo, ma la grande crisi ha distrutto in poco più di 5 anni il 15% del potenziale manifatturiero del nostro Paese. Lo ha certificato ieri il Centro studi della Confindustria lanciando l’ennesimo allarme sul futuro produttivo e sulle speranze di una ripresa vicina delle opportunità di lavoro. Il contesto peraltro è già drammatico, nei record negativi che inanella: la disoccupazione in Italia, ha rilevato l’Istat pochi giorni fa, corre verso il 13%, mentre i giovani in cerca di un impiego sono quasi il 42%.
È il volto numerico di una "guerra" che ciascuno di noi, in un modo o nell’altro, sta sperimentando in prima persona: o perché il lavoro è venuto meno all’interno del proprio nucleo familiare, o perché c’è comunque almeno un parente o un amico stretto che si trova ormai in difficoltà. È la conseguenza di un "problema" molto più ampio, e che non vede soluzioni immediate, ma del quale è facile intuire la gravità. Tanti anni di crisi non si superano in pochi trimestri. E forse questa è la cosa che meno riusciamo a percepire o tendiamo a rimuovere, mentre andrebbe valutata con maggiore attenzione. Per quanto frutto di un’elaborazione astratta, uno studio della Cgil diffuso pochi giorni fa ha reso bene l’idea del contesto in cui rischiamo di cadere qualora rinunciassimo al controllo: 63 anni sono il tempo che, avanti di questo passo, servirebbe al nostro Paese per tornare ai livelli occupazionali di prima del 2007, cioè prima che scoppiasse la "bolla" dei mutui americani.
L’insieme dei numeri e delle previsioni, non riuscendo comunque a interpretare i singoli drammi personali, ha un senso quando aiuta a trasmettere almeno un’immagine aggregante. Come di naufraghi sulla stessa barca, di un Paese che o si salva unito o non si salva per niente. La tenuta di uno spirito fraterno? Forse. Così ci sono fatti che dovrebbero allarmare, prima ancora delle previsioni. Ad esempio quanto avvenuto ieri a Terni, dove una manifestazione degli operai dell’acciaieria Ast, che con ansia attendono di conoscere il loro futuro dopo che lo stabilimento è stato messo in vendita dalla multinazionale finlandese Outokompu, è terminata in uno scontro con le forze dell’ordine che ha riconsegnato l’immagine choc del sindaco della città con la testa insanguinata. La ricostruzione dell’accaduto è passata nel giro di poche ore dall’eccesso della polizia alla provocazione dei manifestanti, dai racconti verbali ai video, dai manganelli agli ombrelli. Tensioni e torsioni che non servono.
Il paradosso della «Acciai speciali Terni» è anche quello di uno stabilimento che deve tornare sul mercato perché le regole in Europa hanno a cuore più il rispetto delle proporzioni della concorrenza che non a quelle della realtà e del lavoro delle persone. Stravolgere i valori, non evita alcun disastro e produce aberrazioni. Il punto vero, però, è non sottovalutare incidenti come questo, persino a prescindere dalle dirette responsabilità. Perché se è vero che l’Italia ha finora dimostrato una tenuta sociale "rara" e per tanti incomprensibile alla luce della situazione che le cifre descrivono, è anche assodato che l’equilibrio in situazioni come questa può rompersi in fretta e per molto poco.
I morti alla Thyssen, il travaglio dell’Ilva, ora le tensioni a Terni. È emblematico e forte che il campanello suoni sempre qui, nel pianeta dell’acciaio, il materiale che ha fatto dell’Italia una delle maggiori potenze al mondo; il settore che molto meglio di altri raffigura il bivio davanti al quale si trovano l’industria nazionale, le previsioni produttive di un Paese, il destino del lavoro e del suo stesso significato, il rispetto dell’ambiente e della dignità della persona umana. Il futuro è anche non agitare, non offrire pretesti, considerare le ricadute. Governare. E non si dice forse «nervi d’acciaio»?

Massimo Calvi
Avvenire, 6.6.13

La giusta paga del politico


Qual è la giusta paga per chi fa politica? Quanto va tagliato, quanto trattenuto per sé e quanto invece dovrebbe essere dato indietro? E, soprattutto: a chi restituire (o donare)? E perché? È bello che domande di questo tipo siano diventate oggetto di confronto. Solo fino a pochi anni fa nessuno si sarebbe sognato di porre interrogativi così importanti. Invece la crisi e la necessità di moralizzare la politica, anche abbassandone i costi, hanno permesso di aprire un dibattito sul valore del denaro e sul suo impiego da parte di chi ricopre incarichi pubblici.
In questi giorni a fare notizia è il duello tra Grillo e il premier Enrico Letta sui tagli degli stipendi dei ministri e il dibattito tutto interno al Movimento 5 Stelle su quanto tenere dei rimborsi previsti per chi è stato eletto. Il partito che fa capo all’ex comico genovese si era impegnato in campagna elettorale a lasciare ai parlamentari la sola indennità, più i rimborsi necessari e documentati della diaria. Adesso però che i soldi arrivano sul serio, ecco nascere i primi problemi. Qualcuno tra i grillini ammette di aver bisogno di più di 2.500-3.000 euro netti al mese, altri spiegano di avere famiglia, molti sostengono che a Roma con così poco non si riesce a vivere. Fermarsi a guardare i Cinque Stelle, ai quali peraltro va il merito di aver sollevato con forza il problema, sarebbe però limitante. Il punto centrale, forse, è in una frase di Mario Sberna, deputato di Scelta Civica, sposato e con 5 figli a carico, che senza troppo tergiversare ha deciso di tenere per sé solo quanto guadagnava prima di entrare in politica, 2.500 euro al mese, destinando il resto a un fondo per le famiglie bisognose. Scelta nobile, simile a quella 'silenziosa' di molti altri parlamentari, che non nasce a caso, non deriva da uno spunto demagogico, e che gli permette di calare il dito nella piaga delle tensioni grilline: 'Adesso che hanno visto 20mila euro sul conto corrente…'.
La questione è complessa, conduce a riflettere su molti aspetti della natura umana. E interpreta molti aspetti di questa crisi. Perché ci si può cibare a 'pane e casta' per anni, sparare senza distinzioni nel mucchio giudicando la politica sempre e solo irresponsabile e corrotta, si può considerare furto o spreco tutto quello che non ci aggrada o che è fuori dalle nostre prospettive e personali ambizioni. Poi, però, arrivano diverse migliaia di euro sul conto… Già. Cosa fare? Tante cose si possono fare, anche per sé e anche se si è un politico. Come finire di pagare un mutuo, aiutare un parente disabile a essere curato meglio, anche pensare di comprare un bilocale al mare o in montagna, se non lo si è mai avuto. Oppure sognare di mandare i propri figli a studiare all’estero, come molti ragazzi più fortunati, per dare loro maggiori opportunità e perché un domani possano avere qualcosa da offrire agli altri. Che male ci sarebbe in questo? E poi, ovviamente, si può scegliere di donare una parte di quanto ricevuto a una nobile causa.
Certo, le cifre di cui si parla oggi sono oggettivamente eccessive, ed è bene pensare in fretta a un loro ridimensionamento. Non solo un partito, ma l’intero sistema deve riformarsi per garantire maggiore sobrietà allo Stato e alla politica, incentivando la dedizione disinteressata. Il cuore del problema non sta però nella generica e sterile opposizione al denaro in sé, quanto in una tensione serena e sincera al bene comune. Quello che conta, di un profitto – di qualunque profitto – è come questo viene realizzato e come è impiegato. I numeri hanno sempre un valore relativo: anche mille euro al mese possono essere troppi, se frutto di una rendita non meritata o di un’estorsione. Un politico capace, onesto, e animato da vero spirito di servizio, non ha vergogna di quanto può guadagnare, non si spaventa davanti a una cifra e non ha difficoltà nel trovare una mediazione equa e sensata. Regole e codici etici sono utili, ma fragili e facilmente aggirabili in mancanza di una coscienza solidamente formata, educata al reale significato di termini come servizio, responsabilità, dono, carità. È la capacità di riferirsi a un quadro di valori solidi e condivisi che aiuta, più di tante formule, a rapportarsi correttamente a ciò che si ritiene superfluo. E a generare forti relazioni di fiducia tra elettori ed eletti – ciò che è mancato i questi anni.
Eppure si trova qui, nella difficile e adulta prassi quotidiana di porre la coscienza di fronte alla realtà e alla vita vera, la differenza tra chi pensa di costruire qualcosa per il futuro e per il prossimo, e chi invece, intrappolato da uno sterile normativismo, alla prova decisiva del confronto con il denaro finisce per andare in cortocircuito. La sobrietà non si nutre di rabbia e nemmeno di indignazione, ma della naturale e serena disposizione a desiderare il bene degli altri.

Massimo Calvi
Avvenire 12.5.2013

Meno speculazioni sulla fame

Le buone notizie, quando arrivano dal pianeta della speculazione internazionale e riguardano i grandi istituti finanziari, vanno sempre prese con le pinze.

Perché l’etica da queste parti non è mai disgiunta dall’interesse, e perché solitamente i cambi di direzione sono molto timidi e incorporano spesso ricadute e controindicazioni. Ma le buone notizie vanno anche date per quello che sono: notizie innanzitutto, e positive per ciò che possono rappresentare in prospettiva. Tale è la 'svolta' di alcuni grandi investitori, banche e fondi pensione – tra questi, colossi tedeschi, francesi e britannici come Commerzbank, Bnp Paribas e Barclays – che hanno incominciato a prendere le distanze dagli investimenti speculativi nelle materie prime agricole: chi rinunciando a collocare nuovi prodotti legati a mais, grano o soia, chi togliendo le commodity agricole dai propri fondi di settore, chi riducendo semplicemente l’esposizione in questi mercati.

La ragione di questo orientamento risponde 'anche' a considerazioni di carattere etico. La speculazione sul cibo è molto spesso all’origine delle crisi alimentari e della fame cui vengono ridotte intere popolazioni nelle zone più povere del pianeta. È sufficiente la notizia di una siccità o di un raccolto inferiore alle previsioni in una determinata regione del mondo per scatenare gli appetiti dei fondi speculativi e far letteralmente impazzire i listini del cibo, generando ingenti ricchezze e allo stesso tempo provocando nuove drammatiche povertà. Giocare con l’andamento futuro dei prezzi del cibo è qualcosa di radicato nella natura stessa delle borse alimentari.

Il problema è che dopo la deregolamentazione dei contratti derivati degli anni 2000, i rapporti di forza tra chi stipula un 'future' come forma di assicurazione sulla variazione dei prezzi e chi invece non ha alcuna intenzione di acquistare cereali, grano o soia, ma punta solo a inseguire alti rendimenti, si sono totalmente invertiti: nel 1996 i 'derivati' di sola speculazione sul granoturco erano poco più del 10% del totale, nel 2008 sono diventati il 65%. Oggi, però, grazie alla mobilitazione di Ong e associazioni, la sensibilità delle persone e dei consumatori su questi problemi è cresciuta a tal punto che, come abbiamo visto, i big della finanza incominciano a considerare necessario un cambio di approccio.

Certo, la motivazione etica della 'svolta' può non essere preponderante. La crisi alimentare globale del 2008 si deve proprio al fatto che lo scoppio della bolla dei mutui subprime aveva spinto i grandi investitori a cercare nuove occasioni di guadagno, trovandole proprio nelle borse delle materie prime agricole. E ora che questi mercati sono diventati meno redditizi il cambio di strategia può essere legato anche al fatto che i capitali si sono messi semplicemente in cerca di un altro pascolo da mungere. La vicenda, però, insegna che non è dirimente indagare le ragioni di una scelta.

Svolta etica o no – lo abbiamo detto anche in occasione della tragedia nella fabbrica tessile in Bangladesh costata la vita a 387 persone – è sempre più nella capacità e nella volontà dei consumatori di essere informati e attenti alle proprie scelte di acquisto e di investimento che passa la costruzione di un mercato più giusto oltre che di un’economia rispettosa dei più deboli. La crisi che stiamo attraversando non nasce solo dalla volontà di un manipolo di avidi banchieri e di alcuni manager della finanza, ma è anche l’effetto di tante piccole azioni individuali incapaci di interpretare le ricadute globali. La vera 'svolta' è incominciare ad esserne consapevoli.

Massimo Calvi
Avvenire, 1.5.13
http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/speculazionesullafame.aspx 

L'Europa fischia contro il rigore

A volerla riassumere con una battuta, si potrebbe ricordare la celebre frase di Vujadin Boskov, l’allenatore di calcio che alle domande dei giornalisti sulle decisio­ni relative ai calci di rigore, rispondeva flem­matico: «Rigore è quando arbitro fischia». Niente di più vero. E ciò che sta accadendo in Europa sembra confermarlo in pieno. Dopo la stagione dell’austerità dominata dal dogma del 'rigore espansivo', oggi si sta aprendo con evidenza un nuovo corso. Non è un 'liberi tut­ti', in nome del ritorno alle spese incontrolla­te e all’indebitamento come regola, ma un do­veroso ripensamento di una politica che, alla prova dei fatti e alla luce della recessione e del­la disoccupazione che mordono l’Europa, sta mostrando più di un limite.

L’ultimo atto di questa inversione a 'U' è di ie­ri, con la Commissione europea che ha dato l’ok al programma di stabilità della Spagna con­cedendole due anni in più di tempo per il rien­tro del deficit al 3% del Pil, obiettivo che potrà essere raggiunto nel 2016. La decisione era at­tesa, e la possibilità di una deroga prevista an­che per Francia e Portogallo, ma a segnare che qualcosa sta cambiando sono molti più ele­menti. «L’austerità ha raggiunto il limite», ha riconosciuto di recente il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, men­tre lo stesso concetto è stato ribadito dal com­missario agli Affari economici, Olli Rehn: «Il rallentamento del consolidamento è possibi­le ora grazie agli sforzi fatti dai paesi in diffi­coltà ». Prese di posizione che continuano a non es­sere gradite alla Germania, severa custode del totem del rigore, anche perché ne appare la principale beneficiaria, ma molto potrebbe cambiare dopo le elezioni tedesche di settem­bre. Tantopiù che il fronte per un’austerità mor­bida cresce e si fa più battagliero, rischiando persino di alimentare un sentimento anti-te­desco. Ieri il quotidiano francese Le Mondeha pubblicato un documento dei socialisti fran­cesi nel quale si attacca duramente «l’intran­sigenza egoista della cancelliera Merkel». In I­talia premier incaricato, Enrico Letta, ha già anticipato che vuole rapportarsi a un’Europa capace di pensare più alla crescita che al rigo­re.Il Fondo monetario internazionale, quasi tra­dendo se stesso, da tempo ormai evidenzia la capacità della spesa pubblica, in certe condi­zioni, di produrre effetti espansivi. Ma non è una riflessione semplice: due opposte visioni economiche si contrappongono in modo an­che estremo. A complicarele cose il fatto è che la teoria sugli effetti nefasti dell’indebitamen­to per gli Stati, di Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart, per la quale non vi potrebbe quasi es­sere crescita oltre il 90% del debito sul Pil, è stata sostanzialmente smontata proprio in questi giorni dalla verifica di uno studente che ha scovato un banale errore statistico.


Facendo un salto indietro, tutto ha origine con la decisione di combattere la crisi del debito in Europa attraverso il risanamento dei conti e un più severo controllo delle spese da parte degli Stati. Un principio di necessità oltre che di buon senso, constatato l’impatto della crisi finanziaria sui paesi meno virtuosi. Il lungo cammino per il rigore ha portato alla firma del Patto di bilancio europeo, il 2 marzo 2012, con il rafforzamento degli obblighi di rientro nei parametri del deficit (3%) e del debito pubbli­co (60%) in rapporto al Pil e la previsione di un duro piano di abbattimento del debito (5% l’anno). Fino all’approvazione anche in Italia, nell’aprile dello scorso anno, della legge che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilan­cio in Costituzione a partire dal 2014.


La sottomissione dell’Europa alla disciplina dell’austerità non ha però tenuto conto del fat­to che molti dei problemi a carico dei paesi de­bitori erano dovuti alla fuga di capitali causa­ta più dalla fragile costruzione dell’euro e dal­la mancanza di meccanismi di difesa e di so­lidarietà, che al debito stesso. E ha mostrato col tempo che imporre il risanamento, con taglio di spese e aumento delle tasse, in una fase di recessione economica, ha effetti persino con­troproducenti: aggrava il problema nei paesi in crisi, risolve lo squilibrio nei paesi in surplus commerciale come la Germania. Avvenire ha sempre difeso la necessità, per una nazione come l’Italia, di mantenere un percorso vir­tuoso nella gestione della finanza pubblica, anche per responsabilità nei confronti delle generazioni future, ma allo stesso tempo, con gli articoli di Leonardo Becchetti e Giancarlo Marini, ha più volte evidenziato le contraddi­zioni dell’«ideologia del rigore» in Europa, con­sigliando una serena revisione dei parametri di valutazione della virtù di bilancio.


Di come riformare il Fiscal Compact si parlerà già nei vertici europei di maggio. Per l’Italia non si tratterà di tornare ai tempi della spesa allegra che finanzia rendite o sprechi, ma di accogliere l’idea che anche all’interno delle re­gole sul pareggio di bilancio, vi sono i margini per una spesa che sostenga lo sviluppo. Il ver­detto dell’arbitro sul rigore, per una volta, può essere discusso. 


Massimo Calvi

Avvenire 27.4.13

Statali, l'ora di un codice etico


Ci sono riforme che, senza che venga speso un euro, hanno la capacità di porre le basi per una ripartenza, o se non altro di modificare un contesto caratterizzato da sfiducia, sospetto e inefficienze, rendendolo a poco a poco più attraente all’esterno. Non si tratta di interventi di rottura, ma di misure che intercettando le esigenze di cambiamento possono aiutare a trasformare la percezione che si ha di una realtà, e allo stesso tempo di fare in modo che questa a sua volta ritrovi la sicurezza, la dignità e l’orgoglio che nel tempo aveva smarrito. Attivando un meccanismo virtuoso con benefici per tutti.
Nessuno può garantire che l’effetto sarà questo, ma il "nuovo" Codice di comportamento dei dipendenti pubblici emanato ieri dal Governo di Mario Monti, ha potenzialmente tutte le caratteristiche per avviare un processo di ricostruzione della fiducia tra i cittadini e la Pubblica amministrazione, per fornire anche uno schermo morale ai lavoratori dello Stato, e persino incominciare a trasferire all’esterno – ai potenziali e invocati "investitori stranieri" – l’immagine di un Paese in ordine, funzionante, dotato di strumenti che richiamano valori quali l’integrità e l’etica pubblica. Non basta un codice, come tanti casi e troppi scandali hanno dimostrato (sconfinando nel privato si tenga solo presente che il Monte dei Paschi di Siena era la banca con un codice etico e regole di responsabilità sociale tra i meglio considerati sulla scena bancaria). Ma un codice può contribuire a dare una scossa, muovere l’acqua nello stagno, anche fornire al dipendente della pubblica amministrazione lo stimolo per far tornare a brillare quel senso di responsabilità offuscato dalla stagione dell’esaltazione dei diritti al ribasso e della dequalificazione di un ruolo che trova il suo vero significato innanzitutto nel concetto di servizio.
Le "nuove" regole che spiccano del Codice, anche se molte potevano già essere contemplate, introducono paletti che appaiono elementari, di base. I dipendenti pubblici ad esempio non potranno chiedere regali o favori, né potranno ricevere "doni" di valore superiore ai 150 euro. Dovranno dichiarare eventuali conflitti di interesse in relazione alle proprie mansioni, anche se riguardano coniugi, parenti o conviventi e dovranno anche astenersi dal prendere decisioni, sulla base di ordini di superiori o di pressioni politiche o sindacali, che possano configurare ancora conflitti. Sono stati introdotti anche limiti all’uso di auto e telefoni di servizio. E, soprattutto, in caso di violazioni la sanzione può arrivare al licenziamento.
A chi sembra poco si potrà obiettare che codici etici o di comportamento sono una rarità anche in tante aziende private. Ma non è questo il punto. La realtà è che il governo ha avviato un percorso importante per introdurre nel sistema – in un sistema che tutte le classifiche internazionali considerano tra i più opachi e vischiosi al mondo – elementi sostanziali di trasparenza e robusti anticorpi per contrastare la corruzione. Il cuore del problema è però legato al fatto che una norma, qualunque essa sia, è destinata a restare lettera morta se non è accompagnata dal desiderio comune, dentro e fuori i "palazzi" della pubblica amministrazione, che un cambiamento di rotta è possibile solo se lo riteniamo importante a prescindere dalle regole, e richiesto innanzitutto dal nostro codice morale interiore.
È una stagione che può chiudersi, quella in cui i dipendenti pubblici erano considerati da tanti solo fannulloni e privilegiati, braccio operativo di un’altra "casta" e "casta" essi stessi, costretti in un cliché che spesso non offriva loro né vie d’uscita né ripari. Le estreme conseguenze possibili le abbiamo viste in questi giorni, con la tragedia di Perugia, dove due dipendenti della Regione Umbria sono diventate il bersaglio di un gesto rabbioso e folle che è assurdamente costato loro la vita. Oggi si può aprire una fase nuova, ma a condizione che tutti siano consapevoli che è decisivo essere in grado di produrre un atto di fiducia reciproco, da una parte e dall’altra dello "sportello". Gli strumenti per consentirlo, finalmente, incominciano a essere disponibili. Un governo tecnico e di servizio li ha trovati, la politica dimostri di saper fare almeno altrettanto, meglio se di più.

Massimo Calvi
Avvenire 9.3.2013
http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/un-segnale-efficace.aspx

Vola Wall Street, aumentano i poveri


Dagli Stati Uniti, Paese di straordinarie opportunità e grandissime contraddizioni, sono giunti ieri due dati che pur avendo natura assai diversa meritano di essere accostati. Da una parte l’indice della Borsa di Wall Street, che superando i 14.200 punti ha fatto segnare il nuovo record storico. Dall’altro la cifra fornita proprio dal quotidiano di riferimento dei mercati, il Wall Street Journal, sulle persone che nella Grande Mela dormono ogni notte nei centri di assistenza: a gennaio sono stati 50.000, e tra questi ben 21.000 bambini (un giovane newyorkese ogni 100!) il 22% in più di un anno fa.
I numeri della Borsa e quelli dei senza tetto rappresentano la fotografia più precisa che si possa dare della vera natura di questa crisi e delle risposte che si stanno mettendo in campo per tentare di fronteggiarla. Una crisi che ha avuto nella finanza, con i suoi eccessi e le sue distorsioni, il carburante che l’ha prima preparata, poi alimentata e infine fatta detonare travolgendo l’economia reale distruggendo progetti e illusioni. E un mondo che continua a individuare nella finanza e nel doping finanziario lo strumento per tamponare le falle di un modello economico in grave difficoltà nell’assolvere il compito di assicurare giustizia e sviluppo sostenibile, e sempre alla ricerca di nuove prede da spolpare.
L’ultimo record della Borsa americana risale all’ottobre 2007, l’anno dello scoppio della bolla dei titoli collegati ai mutui subprime ad alto rischio. Per questo il balzo di ieri, che ha portato una ventata di ottimismo anche nelle piazze europee, ha una forte valenza simbolica: i listini hanno annullato quasi sei anni di turbolenze e varie recessioni. Con un dettaglio non irrilevante: che sotto questa nuova bolla c’è un’economia fragile e claudicante, quando non a pezzi, sistematicamente esclusa dal banchetto dei mercati.
A certificarlo non è solo la cifra delle famiglie senza tetto nella "capitale del mondo" – dal 2002 l’aumento sarebbe stato addirittura del 72%. È anche e soprattutto la disoccupazione americana che nonostante gli sforzi delle autorità monetarie fatica a scendere sotto il 7,9%, e quella europea che viaggia intorno al 12%, con 19 milioni di cittadini in cerca di lavoro. E sono le previsioni di crescita appena rosee per gli Usa, ma nient’affatto incoraggianti per il Vecchio Continente, ancora invischiato nella recessione e solo da poco persuaso del fatto che ricavare ossigeno dalla sola austerità è un po’ come riuscire a produrre oro con la pietra filosofale.
Il problema è che la direzione dei mercati ha un perché. È il risultato delle colossali iniezioni di liquidità che le banche centrali stanno immettendo nel sistema, confidando che prima o poi questa ricchezza artificiale riesca a beneficiare anche l’economia reale. Nei fatti questo non sta avvenendo, se non in minima parte. Dal 2007 la Federal Reserve ha immesso nel sistema finanziario quasi 2mila miliardi di dollari di liquidità e continua a comprare titoli di Stato e bond immobiliari per 85 miliardi al mese, mantenendo il costo del denaro allo zero. La Banca centrale europea non è da meno (come la Banca d’Inghilterra e quella del Giappone), con quasi mille miliardi già prestati alle banche a costo irrisorio.
Ora, tanti soldi in circolo e a tassi prossimi allo zero hanno una ragione evidente e un effetto scontato: da un lato servono a tenere in piedi un sistema bancario ben lontano dal vedere risolti i propri problemi – mentre la crisi sta facendo lievitare le sofferenze – e dunque in forte difficoltà nel concedere credito a imprese e famiglie; dall’altro rappresentano un incentivo formidabile a indebitarsi per investire e speculare nelle Borse. È per questo che i mercati tendono a volare alto, ma di un volo che rischia di non condurre molto lontano. Ed è per questo che la speranza di un atterraggio morbido passa solo dalla rinuncia unilaterale e graduale all’uso massiccio del doping, rimettendo l’economia sul gradino più alto e la finanza al servizio dello sviluppo.

Massimo Calvi
Avvenire 6.3.2013
http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/una-bolla-liquida.aspx

Mps, questione etica


Sono veramente le Fondazioni il problema del sistema bancario e finanziario italiano e dei suoi dannosi legami con la politica? A giudicare da certi commenti dedicati al "caso Monte dei Paschi di Siena" sembrerebbe di sì. Le Fondazioni sono tornate ad essere dipinte come il luogo simbolo dell’intreccio tra banche e politica, il contesto naturale nel quale gli interessi dei partiti finiscono per usare il credito sul territorio per orientare voti e gestire favori. Questo perché la banca la cui solidità è stata messa a repentaglio da operazioni finanziarie avventate dei suoi manager, il Montepaschi, ha come azionista di maggioranza col 30% una Fondazione, dove 13 consiglieri su 16 sono indicati dal Comune e dalla Provincia di Siena. Una tale circostanza ha contribuito a generare forti conflitti di interesse e distorsioni dannose nello svolgimento dell’attività di credito – e la responsabilità va necessariamente imputata al partito che in quel sistema governa e ha governato: il Pd. Dunque è importante che la Fondazione compia dei passi indietro, come è avvenuto per gli altri enti ex bancari figli della riforma del 1990, perché è bene che credito e politica viaggino su binari più lontani possibile. Ma chi oggi sostiene che il problema si risolva così, aggredendo il sistema delle Fondazioni territoriali, dimostra di aver capito ben poco della crisi economica e finanziaria internazionale, o rivela (suo malgrado) di farlo per altre ragioni. La tempesta finanziaria scoppiata con la crisi dei mutui subprime nel 2007, e di cui stiamo ancora pagando il conto salatissimo, si forma nei templi mondiali del capitalismo, per opera di soggetti finanziari "privatissimi" che nulla hanno a che vedere col sistema di cui si sta discutendo in Italia. Le vestali del liberismo totale, del capitalismo anglosassone e della contendibilità dei capitali si dimenticano, nel sostenere il modello che ha prima gonfiato e poi piegato e piagato l’economia occidentale, che in quello scenario il legame tra politica e finanza esiste eccome, ma agisce semmai al contrario: sono le istituzioni finanziarie a orientare la politica, ottenendo regole a favore della speculazione selvaggia oppure ostacolando le riforme necessarie a limitare lo strapotere dei capitali. Troppo spesso ci si dimentica che il sistema bancario italiano, "provinciale" e protetto dall’invasione di quella cultura economica, è stato l’unico a non venire travolto dalla valanga dei derivati collegati ai mutui americani. Investito, pieno di problemi, ma non travolto. E, fino al caso Mps di queste ore, mai aiutato veramente con soldi pubblici. Ora, affermare che tutti sono da considerare responsabili nella vicenda Monte Paschi – i vecchi manager, la politica, la società civile, i controllori – ma che nessuno singolarmente può essere definito il "solo" colpevole non significa affatto emanare sentenze assolutorie. Significa porre una grande questione etica. Significa reclamare che l’asticella della morale torni a essere alzata per tutti, e a tutti i livelli. Anche per ciascuno di noi. Accusare "solo" la politica di ogni male è un alibi troppo comodo. Così come scaricare tutto sul controllore «assente» è, in fondo, accettare l’idea che nulla dipenda mai da chi anima il contesto circostante. Questa è esattamente la cultura che sta drogando i bilanci delle banche in tutto il mondo, per pagare elevati dividendi ai soci, e che ha confinato e confina l’etica in formali "rendiconti sociali". Spegnendo le coscienze, deresponsabilizzando le persone, e incentivandole a giocare ciascuna per sé e contro tutti gli altri. Homo homini lupus, come si voleva e si vuole. Un esempio può chiarire meglio il succo del discorso: in una ipotetica città nella quale la classe politica è "padrona" e magari corrotta, dove gli appalti vengono assegnati sempre e solo a chi sostiene il partito dominante, e dove l’informazione è proprietà degli imprenditori legati a quel sistema, non sarà certo la struttura di governo della banca a fare la differenza. Un istituto creditizio radicato in un territorio può essere un formidabile volano di sviluppo. Ma quando un contesto è incancrenito da una deriva morale diffusa, che genera conflitti di interesse a più livelli, e nell’accettazione collettiva, sono altre le riforme che si rendono necessarie. Partono dalle persone e poi arrivano alle strutture. Un intervento molto più utile e urgente di quello invocato sulle Fondazioni, dovrebbe imporre alle banche la separazione dell’attività di credito da quella di investimento, per impedire che possano speculare con i soldi dei clienti, come avvenuto a Siena. Questa riforma è bloccata, a causa dei forti – e attivamente difesi – interessi di soggetti economici privati. Perché l’avidità che può accecare un cattivo politico non è peggiore o più dannosa di quella di uno spregiudicato azionista di maggioranza. La buona politica, come la buona finanza ovviamente, si nutre anche della attese che riponiamo in essa. E di quanto siamo disposti a incidere in prima persona.

Massimo Calvi
Avvenire 26.1.13

Tradimento sul Monte


Il Monte dei Paschi di Siena nasce come Monte di Pietà nel febbraio del 1472 con il fine di concedere prestiti «alle povare o miserabili o bisognose persone». Lo si legge sul sito Internet della banca. Oltre 540 anni di storia e del patrimonio di un territorio sono stati messi a repentaglio in soli 5 anni. Come? Operando scommesse finanziarie azzardate per drogare i conti della banca e coprire le perdite. Le operazioni incriminate sono avvenute tra il 2005 e il 2009 e hanno generato buchi per centinaia di milioni di euro. Sotto accusa è finita la gestione del duo composto da Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, indagati per l’acquisizione di Antonveneta del 2007 che è costata alla banca ben 9 miliardi. Ora ci si domanda se questo scandalo sia colpa della politica oppure della finanza, se sia da mettere in discussione un modello di banca, quello in cui il principale azionista è una fondazione che detiene il 35% del capitale e dove 13 consiglieri su 16 sono eletti da Comune e Provincia, oppure se incolpare i soli manager o ancora le autorità di vigilanza se non le regole. La risposta è in tutte queste cose insieme e allo stesso tempo in nessuna. Il Monte dei Paschi è la più vecchia banca del mondo, il terzo istituto italiano, un gruppo da 30mila dipendenti e oltre 2.700 sportelli. Quando la gestione di un soggetto di credito oltrepassa un certo punto è il segno che l’intero contesto attorno è a suo modo e in varia misura eticamente inquinato. Che il controllo sulle azioni non riguarda più nessuno, in una prassi di deresponsabilizzazione collettiva. Non è un discorso moralista, è un principio economico. Che conduce lontano. I contratti derivati sono armi potentissime, «armi di distruzione di massa» le chiamava il finanziere Warren Buffett. Una limitazione al loro uso si impone. A che servono però le regole e i controlli se a Siena sono stati bruciati milioni di euro in una scommessa finanziaria perdente, e se per ripianare quel buco è stata fatta un’altra scommessa perdente, e poi un’altra ancora? Per alcune di queste operazioni, oltretutto, sembra che non fossero stati informati né i soci né i revisori dei conti né la Banca d’Italia. L’uso distorto dello strumento finanziario ha contribuito al rosso di 2 miliardi di euro, con un effetto surreale: una banca che vale in Borsa circa 2,7 miliardi ha dovuto chiedere "aiuti di Stato" per quasi 4 miliardi. Si tratta di soldi pubblici, dei cittadini italiani, e che il Monte dei Paschi dovrà restituire a tassi del 9%. Non è un regalo quello su cui si esprimerà l’assemblea di domani, che deve approvare l’aumento di capitale a garanzia dei "Monti bond". Il governo ha trattato a lungo con Bruxelles per il salvataggio di Mps, molto di più di quanto non ha fatto per difendere in Europa gli sconti fiscali del non profit, ma era inevitabile che salvasse la banca. Ora Pierluigi Bersani dice che la crisi di Siena non è un problema del Pd. Già. Tutto considerato è però lecito chiedere alla politica che ha governato Siena e il suo territorio in questi anni, oltre che alla sua ben strutturata e ordinata "società civile", se veramente il problema risieda solo nei derivati. I prestiti a rischio di Mps ammontano al 12% del totale. Concedere credito allegramente può essere più pericoloso che non concederlo affatto, come la storia della crisi insegna. Se poi si pensa di rimediare agli errori giocando di nascosto alle slot-machine, ecco che gli strumenti rischiano persino l’assoluzione. Allo stesso modo non ha più molto senso invocare ideologicamente l’ingresso di nuovi capitali privati o stranieri per "liberare" la banca dalla politica e purificarla, oppure opporsi a una nazionalizzazione di fatto. La crisi finanziaria mondiale nasce in contesti creditizi molto "privati", molto "anglosassoni" e molto poco "territoriali". Non c’è un modello virtuoso in sé: ci sono solo esseri umani di fronte alle loro responsabilità. Mussari si è dimesso l’altro ieri dalla presidenza dell’associazione bancaria, dove era stato riconfermato dai colleghi solo 7 mesi fa, quando i problemi di Mps erano in gran parte già noti. Oggi i nuovi vertici del Monte, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, stanno operando la necessaria pulizia nei conti e assicurano che l’istituto saprà superare la bufera. Il loro compito è di ricostruire non solo una banca, ma anche un patrimonio di fiducia intaccato dal tradimento dei principi fondamentali dell’attività creditizia. In questo senso l’unica vera garanzia è che il Monte dei Paschi torni presto a fare quello che faceva 500 anni fa. Come lo faceva 500 anni fa. È scritto sul sito Internet.

Massimo Calvi
Avvenire 24.1.13
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Imu, basta demagogia


Era scontato che l'Imu diventasse un argomento forte della campagna elettorale. Ma il fatto che l'imposta sugli immobili sia entrata nel dibattito di oggi così presto e in modo così totalizzante è probabilmente un indice di quel populismo che continua purtroppo a caratterizzare molta della politica. Italiana, ma non solo - va detto - conseguenza di una crisi che spinge un po' ovunque gli schieramenti a cavalcare temi e battaglie che poco hanno a che vedere con i veri problemi delle persone e delle famiglie. L'Imu in realtà è questione molto concreta: è una patrimoniale di fatto, tassa le proprietà immobiliari di tutti, in modo indirettamente progressivo, ma con modalità che non sempre rispondono a criteri di equilibrio ed equità. È chiaro che il prossimo governo dovrà metterci mano, incominciando ad affrontare quella riforma del catasto che l'ultimo Parlamento ha preferito evitare. Da qui, però, a voler seppellire l'Imu, o promettere di toglierla solo a metà degli italiani, diciamo che di strada ne corre. È veramente possibile dire addio a una tassa che ha fruttato alle case pubbliche quasi 24 miliardi di euro, 4 dalle sole prime case, nel momento in cui circolano voci circa la necessità di una manovra correttiva da 5-7 miliardi da varare come prima azione del futuro governo? Non è però questo il punto. L'Imu è diventata una sorta di totem, un argomento di facile presa e di largo consenso, grazie al quale attirare l'attenzione senza affrontare veramente la questione fiscale nel suo complesso. Per essere chiari: il problema di tutti noi, non è quanta Imu ci tocca, ma quante tasse paghiamo complessivamente. La crisi ha fatto esplodere una moltitudine di problemi che richiedono di essere affrontati subito anche ricorrendo alla leva fiscale. Nuove povertà, nuclei monoreddito, famiglie con figli sempre più in difficoltà, giovani senza lavoro. Sono molte le strade possibili per riequilibrare il sistema tributario intervenendo sui bisogni che si ritengono più urgenti: si può rimodulare l'Irpef tenendo conto dei carichi familiari attraverso lo strumento del "quoziente", giacché è paradossale essere tassati su un reddito di cui non si può strutturalmente disporre; si può intervenire sull'Irap, imposta pesantissima in Italia, per dare ossigeno alle imprese e aiutarle a resistere, crescere, o assumere; è possibile ovviamente intervenire sul costo del lavoro, se si ritiene di dover far crescere i salari anche a beneficio dei consumi. Si può fare di tutto, in un discorso razionale e coerente, orientato all'equità della tassazione e a favore della ripresa. A seconda delle priorità che ci si vuol dare. In un Paese ad altissima evasione fiscale come l'Italia, però, un'imposta sulla casa colpisce un bene concreto, visibile e che non è possibile occultare. Frena la tentazione dell'investimento a rendita. Può aiutare a riportare a livelli più razionali i valori immobiliari, costringendo a mettere sul mercato immobili che non ci si può più permettere.  È l'unica imposta almeno parzialmente modulata sul numero di componenti del nucleo familiare. Anche sulla prima casa ha una sua ragione, e può facilmente essere neutralizzata scontandola a chi paga un mutuo o agendo sull'Irpef in base ai bisogni o al merito sociale. Ecco perché puntare sull'abolizione, totale o parziale, di un'imposta che richiede sì molta manutenzione, ma che ha tante ragioni di esistere, rischia di essere un modo facile per eludere il tema più serio e impegnativo della riforma fiscale. In un momento in cui si registra che più del 40% delle famiglie fatica ad arrivare a fine mese, non è annullando una tassa sulla proprietà immobiliare - il settore all'origine della crisi che stiamo vivendo - che si costruisce una prospettiva di fiducia e che si aprono prospettive sostenibili di sviluppo. Meglio sarebbe dire quali e quante tasse ridurre, a chi e perché, con i proventi di un'Imu rinnovata, piuttosto che inseguirsi in una competizione al ribasso su un argomento che riguarda soprattutto genitori e nonni, lasciando indifferenti tutti coloro ai quali il futuro continua a essere negato: giovani e bambini.

Massimo Calvi
Avvenire 13.1.13
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