Bitto, Branzi, e la falce da fieno


Per secoli è stato uno strumento di lavoro fondamentale nei campi, capace di rivoluzionare la storia dell’allevamento e dell’agricoltura. Ma la falce da fieno è da sempre anche un simbolo, di giustizia, giudizio finale, uguaglianza. O di ribellione contadina. E dopo anni di abbandono, soppiantata da tagliaerba a motore e ronzanti decespugliatrici, oggi la falce – la ranza, come la chiamano nelle valli lombarde dove ha mantenuto il significato di "pulizia" che le attribuiva la lingua celtica – riappare in nome di un ritorno all’antico, brandita nelle zone montane a reclamare la diversità dalla pianura, la possibilità di un’agricoltura che si stacca dalla dimensione industriale e ritrova un passo naturale, sostenibile, di qualità. Lontana da chimica, tossine e Ogm.
La ranza è già idealmente il simbolo dell’alleanza dei sei «Formaggi principi delle Orobie» – Branzi Ftb, Formai de mut, Agrì, Strachitunt, Stracchino e Bitto storico – oggi riuniti lungo i sentieri che collegano gli alpeggi delle montagne bergamasche, valtellinesi e lecchesi, per rivendicare metodi di produzione naturali, tipicità. «La falce permette di alimentare il bestiame in modo sano, con erba del posto e senza mangimi – spiega Francesco Maroni della latteria sociale di Branzi, in Val Brembana –. Se l’agricoltura di montagna vuole rinascere, ritrovando pienamente se stessa, unendo naturalità e modernità, non può che ripartire da qui».
Molto di questo parte in Valtellina, con la secessione del Bitto storico ad opera di Paolo Ciapparelli, il "guerriero" che ha ricollocato il formaggio della Valgerola nei luoghi d’origine e all’antica perfezione: mucche alimentate solo con erba degli alpeggi, munte a mano, formaggio senza fermenti. Come insegnava l’homo salvadego, che qui trasmetteva i segreti dell’arte casearia, ma solo a chi lo voleva e sapeva ascoltare. Ed è tra questi passi in alta quota che oggi si torna a parlare con maggiore forza di produzione (e turismo) sostenibile. «È una scelta necessaria. L’aumento dei costi dell’energia ha reso gli allevamenti intensivi meno economici – spiega l’agronomo Fausto Gusmeroli – le zone montane devono tornare agli allevamenti estensivi, alle razze autoctone, all’alimentazione naturale del bestiame, alla filiera corta e lontano dalla grande distribuzione». Produci qui, vendi qui. Quasi una secessione agricola, un ritorno all’autarchia della montagna, sistema chiuso ed eco-sostenibile per eccellenza. Sguardo sul passato, pensando al futuro. E la falce che torna a essere impugnata, battuta e affilata. Proposta a giovani e turisti. Come a Ornica, con i corsi di fienagione della cooperativa Donne di montagna per chi sceglie l’ospitalità dell’albergo diffuso. O come la vede Ferdy Quarteroni, imprenditore agrituristico a Lenna e nel "paradiso" della Val d’Inferno, titolare anche di una fattoria didattica: «Taglio l’erba in pendenza, vedo quello che taglio, non consumo benzina, alimento il bestiame in modo sano, produco in modo naturale. La falce è alla base della rinascita di un territorio di montagna». Per molti, ma non per tutti.

Massimo Calvi
Avvenire 13.10.12