Milano, una gara di bike sharing

Quando a fine 2008 a Milano venne inaugurato il servizio di bici condivise, il bike sharing, pochi avrebbero scommesso sulla riuscita dell’iniziativa. Molti si ricordano ancora il fallimentare esperimento della giunta Pillitteri, nel 1987, quando le bici gialle messe a disposizione dei cittadini vennero tutte rubate nel giro di un’ora. Ma quelli erano gli anni che preparavano Tangentopoli, e in fondo sottrarre una bici pubblica era considerata poca cosa in rapporto al resto.
I tempi sono cambiati e oggi il servizio BikeMi di Comune e Atm va a gonfie vele. Gli abbonati hanno superato quota 53mila e crescono, i prelievi giornalieri di bici dalle oltre 330 stazioni in città si avvicinano a quota 20mila, che non saranno i 100mila di Parigi, ma con le dovute proporzioni di tempi e persone è già un bel record.
Un successo che significa civiltà. Le bici gialle (e quelle rosse a pedalata assistita, unica città al mondo ad averle) non saranno bellissime, ma sono solide, un po’ pesanti, ma funzionali. Forse le marce sono abbastanza inutili in una città pianeggiante, invece la trasmissione cardanica evita molti problemi. Piacciono, insomma: strano che nessuno abbia ancora pensato di organizzare una competizione urbana con i mezzi del bike sharing, o una grande manifestazione festosa. Si dovrebbe.
Ora accade che il boom degli abbonamenti e la collocazione di molti stalli nelle zone più periferiche della città stia creando problemi di intasamento. Troppo spesso in centro non si trovano parcheggi liberi per riconsegnare il mezzo. Bisognerà provvedere, ampliando le possibilità. Ma il fenomeno va interpretato. Storicamente il bike sharing nasce per rispondere agli spostamenti dell’ultimo chilometro nei centri urbani, in un sistema di mobilità integrata. A Milano sta dimostrando che le persone hanno un’alta predisposizione a muoversi in bici, anche compiendo molti chilometri. In sostanza è bastato risolvere il problema del furto del mezzo – un ostacolo importante all’uso delle due ruote – per far decollare il ricorso alla bici.
È un segnale che va colto. Significa che se si investisse ancora di più su piste ciclabili degne di questo nome, se si creassero ancora più zone di rispetto, se le aziende fossero incentivate a offrire parcheggi custoditi ai dipendenti (per non dire armadietti o docce), se i pendolari in bici fossero persino retribuiti con pochi centesimi a chilometro come si sperimenta altrove, se insomma si investisse ancora di più sull’uso delle due ruote i trasferimenti anche dall’hinterland, ecco che la mobilità a Milano – città senza salite – potrebbe cambiare radicalmente. Migliorerando anche l’aria che respiriamo e la salute fisica dei cittadini. Il successo del bike sharing va colto guardando molto più avanti.

Massimo Calvi
Avvenire 23.9.2016