La cantante italiana Rose Villain aspetta un bambino. Lo ha annunciato in questi giorni con una canzone dedicata all’emozione dell’attesa, Tuttaluce, e un video in cui mostra il pancione e la gioia del momento. Quando persone del mondo dello spettacolo, e Vip in generale, condividono esperienze intime si espongono al rischio, sempre più alto in epoca social, che insieme all’autenticità dei sentimenti vengano lette in filigrana anche le intenzioni promozionali. Questa, però, è una considerazione generazionalmente datata, da preistoria analogica, e le immagini di una gravidanza così condivisa arrivano a veicolare un significato che oltrepassa il caso specifico. Perché, tra tante narrazioni ostili e problematiche, c’è una grande bellezza da cogliere quando a farsi spazio è uno storytelling finalmente positivo, e felice, e dolce, della maternità e di quello che le ruota attorno. Sembra passata un’era da quando, nel 1991, l’attrice Demi Moore si mostrava al naturale sulla copertina di Vanity Fair, come a pochi minuti dall’ingresso in sala parto, in un celebre scatto della fotografa Annie Leibovitz. Già: quale effetto avrebbe, oggi, un’immagine simile?
Rose Villain ha costruito il suo video per restituire tutta
l’emozione dell’annuncio ai familiari, la felicità dei momenti condivisi col
marito e futuro padre (il produttore Sixpm), l’affetto e la dolcezza che
animano una coppia che aspetta, baci ed ecografie, la grande trepidazione per
quello che sarà. Non è un’esperienza unica e isolata, appartiene a milioni di
persone, ma è diventato sempre più raro incontrarne la forma, perché ormai poco
frequente, o presentata come tappa di affermazione personale. Tutto questo non
è irrilevante, e dà più valore alle storie autentiche. La studiosa finlandese
Anna Rotkirch, direttrice dell’Istituto nazionale di ricerca sulla popolazione,
esperta di famiglia, relazioni sociali e politiche demografiche, ha ipotizzato
in un saggio recente che vi possa essere un
effetto negativo globale sulle nascite dovuto all’impatto che social network
come TikTok o Instagram hanno sull’immaginario dei giovanissimi. L’idea è che,
oltre alle conseguenze provocate dall’isolamento digitale e dall’abuso dei
social in fatto di benessere e salute mentale – come sostiene il sociologo
americano della Generazione ansiosa, Jonathan Haidt – anche
contenuti video di un certo tipo possano condizionare fortemente il desiderio
di figli. Lo scorrimento passivo delle storie, le immagini velocissime che
annientano l’empatia e incoraggiano la negatività, «lo stile emotivo distaccato,
divertito, sciocco o indignato», tipico di molte storie, insieme agli stili di
vita esibiti, potrebbero cioè essere un po’ responsabili della maggiore fatica
nel mantenere una relazione, come dei timori che minano la decisione di
diventare genitori.
In una società dominata dalle immagini, insomma, le immagini
sono all’origine di molte delle scelte che crediamo di compiere liberamente.
Come quella di avere o non avere figli. La Rotkirch cita il lavoro di due altre
ricercatrici, Katherine Nelson-Coffey e Lisa Cavanaugh, le quali in uno studio di
qualche anno fa hanno messo in discussione la convinzione che il desiderio di
avere figli derivi solo da impulsi biologici o decisioni razionali, quando in
realtà può essere facilmente influenzato da pubblicità o feed sui social media.
Un’intuizione scaturita da una serie di esperimenti condotti mostrando a
giovani adulti immagini positive di genitori e di figli e registrando poi la
crescita conseguente e duratura del desiderio di diventare padri o madri. Da un
certo punto di vista, che questo avvenga è scontato: quanti figli sono nati
grazie all’esempio di amici e parenti? Ma in una fase storica in cui
l’esperienza della maternità è sempre meno visibile, o narrata in modo
problematico, ecco che il ruolo di immagini positive acquisisce una certa
importanza. Ora, non trasferiamo troppe responsabilità a un’artista di successo
e alla sua personale e bellissima avventura umana. Quando però la gioia per la
vita e l’amore traboccano, il contagio non fa male.
Massimo Calvi
Avvenire, 12.3.2026
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