Ci sono moto
che si comprano perché piacciono. E moto che vengono scelte perché ci si piace.
La Road King è una moto del secondo tipo. Una delle poche. Desiderarla vuol
dire amarsi, piacersi a fondo, sapersi coccolare. Significa aver già provato
molto nella vita, sentirsi arrivati. Ma avere ancora tanta voglia di sognare. Non è una
moto per tutti, è una Harley Davidson. L’assegno da staccare per averla a casa
con il pieno di benzina e le cromature splendenti – 21mila euro e rotti - è già
un fattore importante nell’orientare le scelte. Ma non il solo. La Road King ha
una cilindrata di 1.450 centimetri cubi, poco meno di 67 cavalli, una sella a
68 centimetri da terra, pesa 340 chili con il pieno e supera a stento i 155
chilometri all’ora. Sono queste, alla fine, le cifre che guidano la vera
selezione: dopo averle lette c’è una larga fetta di motociclisti che volta
pagina e passa ad altro. Un errore. Perché se pensate che una Road King sia
solo un oggetto per cultori dell’ostentazione, o un mezzo nato giusto per lo
struscio motorizzato della domenica, allora avete ancora molto da imparare.
Sulle persone e sulle moto. Certo, chi
sceglie una Road King - in più nella versione Classic di questa prova - lo fa
anche per apparire. E molto. Ma poi anche il più inguaribile dei narcisi, il
più convinto adepto del culto del lusso è costretto a cedere, ad abbassare
tutte le proprie barriere, a lasciare che la vera natura di questo meraviglioso
oggetto a due ruote prenda il sopravvento su tutto, e renda uomo e motore una
cosa sola, un’emozione in movimento. Sì, la Road King è anche questo. E lo sa
essere all’ennesima potenza.
Incominciate a guardarla. Può non piacere a seconda del proprio temperamento, del carattere, ma non si può non dire che non sia perfetta, regale, seducente. È tonda nei punti giusti. E l’armonia delle forme spinge ad avere sempre più voglia di osservarla. Di studiarla a fondo. Di capire come e perché. Il fanale anteriore è un gigantesco occhio cromato che sembra indicare la rotta. Il parabrezza è alto e segue in armonia la linea delle forcelle. Il serbatoio è una goccia che si perde nella morbida sella-poltrona. Le borse di cuoio nero con le grandi fibbie, le ruote bicolore e il simbolo della casa in rilievo sui lati del serbatoio sono il vezzo rétro della versione Classic. La linea dell’insieme è filante: la coda si abbassa dolcemente, come il profilo di un animale che si mette docile piedi del padrone per conquistarlo. Al centro di tutto, i due immensi e cilindri a V, il vero senso di ogni cosa.
La Road King appartiene alla categoria delle Touring, ai vertici della grande famiglia Harley. Lo si capisce anche solo salendo a moto ferma. Affondati in poltrona, con le mani appena appoggiate sul manubrio ad afferrare le grandi manopole, il peso e la massa di questa moto diventano subito amici. Il pulsante dell’accensione non chiede che di essere premuto. Il motore parte subito e incomincia a frullare imperioso, regolare, con un suono pieno, potente, cupo e dolce allo stesso tempo. C’è chi le chiama vibrazioni. Ma è come definire onde le bolle prodotte da una Jacuzzi. E non è un caso che appena in movimento venga voglia di ricercare subito quel “massaggio” un po’ speciale e unico, inserendo una marcia più alta e dosando il gas tenendo basso, più basso, il numero dei giri.
L’iniezione è elettronica. Il motore borbotta e tira che è un piacere, ma sempre con rispetto. Sotto, nei due cilindri, sembra avvenire di tutto: spade che si incrociano, catene che sbattono, fabbri che forgiano… Più che un rumore è un suono rispettoso che ispira simpatia, il battito di un grande cuore di metallo. Musica di Milwaukee, Wisconsin.
È una moto fatta per essere guardata e ascoltata. Al passaggio in strada tanti osservano e molti di più ostentano indifferenza. È difficile passare inosservati ed è impegnativo sentirsi sempre al centro dell’attenzione. Eppure la prima vera emozione, il primo accenno di sorriso, arriva non appena si è fatto il pieno di benzina, circa 19 litri, e si è chiuso il tappo avvitandolo a mano. E’ questo il momento in cui la forza dell’essere ha definitivamente la meglio sull’avere e sull’apparire. Le cromature perdono significato, il lusso si fa da parte. La Road King ricorda di essere una Harley, e di essere pronta a tutto. Ma a una sola condizione: che non abbiate fretta. Più dello spazio, qui conta il tempo.
A bordo l’unica posizione da tenere è quella che permette a ogni singola parte del corpo di non essere in tensione. Una volta trovata, niente e nessuno può trattenere dal partire per andare lontano. È una moto immaginata per i lunghi tragitti autostradali, per interminabili viaggi nella leggenda delle vecchie “higway” nordamericane. In realtà in Italia la si gusta forse meglio sulle strade miste, sui percorsi con tante morbide curve, tra le colline, persino sui passi alpini. Ovunque ci sia una strada che porti lontano dalla mediocrità.
Viaggiando, le gambe sono leggermente allungate, salde su due larghe pedane. In quella posizione l’aria entra facilmente dalle caviglie e se si fa molta strada è meglio avere uno stivale chiuso al polpaccio o pantaloni stretti in fondo. Il parabrezza copre benissimo il busto e il viso, non genera mai turbolenze e permette di tenere alzata la visiera del casco o di girare a faccia scoperta anche se accanto alla strada tutto è coperto di neve. Dopo pochi chilometri i cilindri diventano caldi e informano di essere pronti a tutto. Il motore è fluido, sobbalza se strapazzato, anche se non si ribella mai. I cavalli sono pochi, ma hanno muscoli possenti. Non si deve aggredire la strada, ma chiedere alla moto di danzare. E non importa se chi conduce non conosce alla perfezione tutti i passi.
Eccolo, un grande pregio di questo mezzo. La Road King è una moto che perdona molto. Non perché sia perfetta, ma perché non invita mai a strafare. Tutto viene naturale, e le cose che altrove diventano violenze qui si traducono in reazioni ammorbidite e ovattate. La velocità migliore da tenere è sempre quella del codice e, fatto strano, è come se fosse la moto a deciderla. Con il motore ai giusti regimi si possono fare anche oltre 20 chilometri con un litro.
Tutto è più grande sull’astronave Road King. Ma il peso e la lunghezza superiori alla media non rappresentano un problema, grazie al baricentro basso e al manubrio morbido, e nelle curve a gomito gli oltre 2,3 metri di lunghezza non si avvertono come un ostacolo. L’asfalto, anche quello rattoppato da chi ha portato il metano o i cavi a fibre ottiche, non stressa mai le sospensioni. Le frecce si disinnestano da sole dopo le svolte, ma per controllare la spia lampeggiante bisogna abbassare lo sguardo un po’ troppo. I freni? Tenendo conto che devono rallentare ben più di 400 chili, funzionano a dovere. La leva dell’anteriore va solo tirata con maggiore convinzione per ottenere una frenata più efficace in casi critici, mentre il grande pedale del freno posteriore si usa per rallentare.
Quando i chilometri passano e non ci si fa caso, allora una moto ha superato uno dei test più severi. La Road King chiede solo di andare, ed è a suo agio anche in mezzo al branco. Gli altri harleysti salutano con calore, salutano anche i veri motociclisti, e i bambini ai finestrini delle auto. Ma su questa moto succede una cosa strana: automobili e bici escluse, viene voglia di salutare anche i pullman, i Tir, i treni che passano vicini. Il popolo che viaggia diventa famiglia. E non si vorrebbe più scendere. La fluidità di tutto è il vero piacere. Su statali e provinciali si può viaggiare sempre in 5a, se la strada sale un po’ o impone rallentamenti basta la 4a. Semafori, incroci e rotonde, alla lunga, incominciano però a stancare. Dopo circa 400 chilometri la leva della frizione si trasforma in un attrezzo da palestra. E la voglia di autostrada aumenta. È la moto a chiederlo, come una bestia che fiuta il suo ambiente naturale e vuole raggiungerlo.
L’autostrada esalta ancora di più la vera natura della Road King, che è quella di invitare a restare nei limiti: del codice e della ragione. Una condizione che permette di apprezzare meglio che su tanti altri mezzi a due ruote il senso del viaggio. Le autostrade italiane, purtroppo, hanno poco delle mitiche e solitarie “highway”. Il vento, se è forte, e soprattutto le turbolenze generate dai tanti veicoli che sorpassano vicini, incidono non poco sulla massa della moto. Col tempo si impara a tenere nervi saldi e braccia ferme. Alle velocità più alte la sporgenza del filtro dell’aria, che tocca il polpaccio destro, diventa fastidiosa perché il vento tende a far allargare la gamba. Gli specchietti offrono sempre un’ottima visibilità. Il pulsante del «cruise control» rende i lunghi viaggi ancora più rilassanti.
Spiace dover smettere di farsi portare in giro da una moto di questo tipo. Ma il rientro in città permette di scoprire che anche nei centri urbani non si incontrano i problemi che tanti raccontano. Chi è già abituato a girare con le valige laterali non noterà grandi differenze nel traffico, anche se, certo, la Road King non è moto da slalom tra le lamiere. Il cambio a bilanciere permette a chi è vestito a modo di non rovinare la punta delle scarpe. Gli unici veri problemi, nel traffico, sono due: la durezza della leva della frizione e il calore dei cilindri in estate, comunque non superiore a quello di una moto catalizzata (la Road King non lo è).
Come usare una moto così? Come si vuole. Va bene se ci si accontenta di ammirarla e lucidarla, è perfetta se si desidera fare solo tappa al bar, è l’ideale se ci si diverte a gironzolare per la campagna nelle domeniche di sole, o se si vuole andare a prendere il gelato sul lago come sul vicino lungomare. Diventa ancora più godibile se la gita si allunga e si trasforma in una giornata lontano da casa. Ma come un tranquillo cavallo da maneggio sa riconoscere il cavaliere esperto, la Road King è una moto pronta ad assecondare i desideri più nobili. Non serve altro che l’abbigliamento adatto. E anche il viaggio più lungo e impegnativo diventa possibile. E’ naturale, molte piccole cose potrebbero essere migliorate. Ma in fondo perché? Sono una chiave sul tappo della benzina o un vano sottosella a rendere più intenso il piacere della libertà? Qui, se si vuole scappare, non resta che fare il pieno. Le due borse laterali possono contenere tutto ciò che serve per un week-end in due lontano da casa, o l’indispensabile per una vera vacanza in moto. In ogni caso si può montare un portapacchi posteriore e caricare tutto il guardaroba del più esigente dei passeggeri.
Già, il passeggero. Come si trova il secondo a bordo? La seduta è comoda, la sella è un po’ corta ma non troppo alta rispetto a chi guida. Quando i chilometri sono tanti si avverte il bisogno di appoggiare la schiena. Ma niente drammi: per fare il passeggero su questa moto c’è sempre la fila.
Incominciate a guardarla. Può non piacere a seconda del proprio temperamento, del carattere, ma non si può non dire che non sia perfetta, regale, seducente. È tonda nei punti giusti. E l’armonia delle forme spinge ad avere sempre più voglia di osservarla. Di studiarla a fondo. Di capire come e perché. Il fanale anteriore è un gigantesco occhio cromato che sembra indicare la rotta. Il parabrezza è alto e segue in armonia la linea delle forcelle. Il serbatoio è una goccia che si perde nella morbida sella-poltrona. Le borse di cuoio nero con le grandi fibbie, le ruote bicolore e il simbolo della casa in rilievo sui lati del serbatoio sono il vezzo rétro della versione Classic. La linea dell’insieme è filante: la coda si abbassa dolcemente, come il profilo di un animale che si mette docile piedi del padrone per conquistarlo. Al centro di tutto, i due immensi e cilindri a V, il vero senso di ogni cosa.
La Road King appartiene alla categoria delle Touring, ai vertici della grande famiglia Harley. Lo si capisce anche solo salendo a moto ferma. Affondati in poltrona, con le mani appena appoggiate sul manubrio ad afferrare le grandi manopole, il peso e la massa di questa moto diventano subito amici. Il pulsante dell’accensione non chiede che di essere premuto. Il motore parte subito e incomincia a frullare imperioso, regolare, con un suono pieno, potente, cupo e dolce allo stesso tempo. C’è chi le chiama vibrazioni. Ma è come definire onde le bolle prodotte da una Jacuzzi. E non è un caso che appena in movimento venga voglia di ricercare subito quel “massaggio” un po’ speciale e unico, inserendo una marcia più alta e dosando il gas tenendo basso, più basso, il numero dei giri.
L’iniezione è elettronica. Il motore borbotta e tira che è un piacere, ma sempre con rispetto. Sotto, nei due cilindri, sembra avvenire di tutto: spade che si incrociano, catene che sbattono, fabbri che forgiano… Più che un rumore è un suono rispettoso che ispira simpatia, il battito di un grande cuore di metallo. Musica di Milwaukee, Wisconsin.
È una moto fatta per essere guardata e ascoltata. Al passaggio in strada tanti osservano e molti di più ostentano indifferenza. È difficile passare inosservati ed è impegnativo sentirsi sempre al centro dell’attenzione. Eppure la prima vera emozione, il primo accenno di sorriso, arriva non appena si è fatto il pieno di benzina, circa 19 litri, e si è chiuso il tappo avvitandolo a mano. E’ questo il momento in cui la forza dell’essere ha definitivamente la meglio sull’avere e sull’apparire. Le cromature perdono significato, il lusso si fa da parte. La Road King ricorda di essere una Harley, e di essere pronta a tutto. Ma a una sola condizione: che non abbiate fretta. Più dello spazio, qui conta il tempo.
A bordo l’unica posizione da tenere è quella che permette a ogni singola parte del corpo di non essere in tensione. Una volta trovata, niente e nessuno può trattenere dal partire per andare lontano. È una moto immaginata per i lunghi tragitti autostradali, per interminabili viaggi nella leggenda delle vecchie “higway” nordamericane. In realtà in Italia la si gusta forse meglio sulle strade miste, sui percorsi con tante morbide curve, tra le colline, persino sui passi alpini. Ovunque ci sia una strada che porti lontano dalla mediocrità.
Viaggiando, le gambe sono leggermente allungate, salde su due larghe pedane. In quella posizione l’aria entra facilmente dalle caviglie e se si fa molta strada è meglio avere uno stivale chiuso al polpaccio o pantaloni stretti in fondo. Il parabrezza copre benissimo il busto e il viso, non genera mai turbolenze e permette di tenere alzata la visiera del casco o di girare a faccia scoperta anche se accanto alla strada tutto è coperto di neve. Dopo pochi chilometri i cilindri diventano caldi e informano di essere pronti a tutto. Il motore è fluido, sobbalza se strapazzato, anche se non si ribella mai. I cavalli sono pochi, ma hanno muscoli possenti. Non si deve aggredire la strada, ma chiedere alla moto di danzare. E non importa se chi conduce non conosce alla perfezione tutti i passi.
Eccolo, un grande pregio di questo mezzo. La Road King è una moto che perdona molto. Non perché sia perfetta, ma perché non invita mai a strafare. Tutto viene naturale, e le cose che altrove diventano violenze qui si traducono in reazioni ammorbidite e ovattate. La velocità migliore da tenere è sempre quella del codice e, fatto strano, è come se fosse la moto a deciderla. Con il motore ai giusti regimi si possono fare anche oltre 20 chilometri con un litro.
Tutto è più grande sull’astronave Road King. Ma il peso e la lunghezza superiori alla media non rappresentano un problema, grazie al baricentro basso e al manubrio morbido, e nelle curve a gomito gli oltre 2,3 metri di lunghezza non si avvertono come un ostacolo. L’asfalto, anche quello rattoppato da chi ha portato il metano o i cavi a fibre ottiche, non stressa mai le sospensioni. Le frecce si disinnestano da sole dopo le svolte, ma per controllare la spia lampeggiante bisogna abbassare lo sguardo un po’ troppo. I freni? Tenendo conto che devono rallentare ben più di 400 chili, funzionano a dovere. La leva dell’anteriore va solo tirata con maggiore convinzione per ottenere una frenata più efficace in casi critici, mentre il grande pedale del freno posteriore si usa per rallentare.
Quando i chilometri passano e non ci si fa caso, allora una moto ha superato uno dei test più severi. La Road King chiede solo di andare, ed è a suo agio anche in mezzo al branco. Gli altri harleysti salutano con calore, salutano anche i veri motociclisti, e i bambini ai finestrini delle auto. Ma su questa moto succede una cosa strana: automobili e bici escluse, viene voglia di salutare anche i pullman, i Tir, i treni che passano vicini. Il popolo che viaggia diventa famiglia. E non si vorrebbe più scendere. La fluidità di tutto è il vero piacere. Su statali e provinciali si può viaggiare sempre in 5a, se la strada sale un po’ o impone rallentamenti basta la 4a. Semafori, incroci e rotonde, alla lunga, incominciano però a stancare. Dopo circa 400 chilometri la leva della frizione si trasforma in un attrezzo da palestra. E la voglia di autostrada aumenta. È la moto a chiederlo, come una bestia che fiuta il suo ambiente naturale e vuole raggiungerlo.
L’autostrada esalta ancora di più la vera natura della Road King, che è quella di invitare a restare nei limiti: del codice e della ragione. Una condizione che permette di apprezzare meglio che su tanti altri mezzi a due ruote il senso del viaggio. Le autostrade italiane, purtroppo, hanno poco delle mitiche e solitarie “highway”. Il vento, se è forte, e soprattutto le turbolenze generate dai tanti veicoli che sorpassano vicini, incidono non poco sulla massa della moto. Col tempo si impara a tenere nervi saldi e braccia ferme. Alle velocità più alte la sporgenza del filtro dell’aria, che tocca il polpaccio destro, diventa fastidiosa perché il vento tende a far allargare la gamba. Gli specchietti offrono sempre un’ottima visibilità. Il pulsante del «cruise control» rende i lunghi viaggi ancora più rilassanti.
Spiace dover smettere di farsi portare in giro da una moto di questo tipo. Ma il rientro in città permette di scoprire che anche nei centri urbani non si incontrano i problemi che tanti raccontano. Chi è già abituato a girare con le valige laterali non noterà grandi differenze nel traffico, anche se, certo, la Road King non è moto da slalom tra le lamiere. Il cambio a bilanciere permette a chi è vestito a modo di non rovinare la punta delle scarpe. Gli unici veri problemi, nel traffico, sono due: la durezza della leva della frizione e il calore dei cilindri in estate, comunque non superiore a quello di una moto catalizzata (la Road King non lo è).
Come usare una moto così? Come si vuole. Va bene se ci si accontenta di ammirarla e lucidarla, è perfetta se si desidera fare solo tappa al bar, è l’ideale se ci si diverte a gironzolare per la campagna nelle domeniche di sole, o se si vuole andare a prendere il gelato sul lago come sul vicino lungomare. Diventa ancora più godibile se la gita si allunga e si trasforma in una giornata lontano da casa. Ma come un tranquillo cavallo da maneggio sa riconoscere il cavaliere esperto, la Road King è una moto pronta ad assecondare i desideri più nobili. Non serve altro che l’abbigliamento adatto. E anche il viaggio più lungo e impegnativo diventa possibile. E’ naturale, molte piccole cose potrebbero essere migliorate. Ma in fondo perché? Sono una chiave sul tappo della benzina o un vano sottosella a rendere più intenso il piacere della libertà? Qui, se si vuole scappare, non resta che fare il pieno. Le due borse laterali possono contenere tutto ciò che serve per un week-end in due lontano da casa, o l’indispensabile per una vera vacanza in moto. In ogni caso si può montare un portapacchi posteriore e caricare tutto il guardaroba del più esigente dei passeggeri.
Già, il passeggero. Come si trova il secondo a bordo? La seduta è comoda, la sella è un po’ corta ma non troppo alta rispetto a chi guida. Quando i chilometri sono tanti si avverte il bisogno di appoggiare la schiena. Ma niente drammi: per fare il passeggero su questa moto c’è sempre la fila.
Massimo Calvi - Motociclismo