Insomma, un popolo che sembra preferire la sorte alla costruzione di un futuro più solido.
L’idea di affiancare le cifre delle pensioni private con quelle del giocod’azzardo legale è di Alberto Brambilla, ex sottosegretario al ministero del Welfare con delega alla previdenza e docente all’Università Cattolica di Milano. Un accostamento efficace, perché lega due 'attività' agli antipodi in una scala di valori declinati in termini di responsabilità.
«Spesso si dice che mancano le risorse per il welfare o per i fondi pensione – spiega Brambilla –. Ma se guardiamo queste cifre possiamo capire che in realtà vi è uno spreco enorme. E, soprattutto, una bassa consapevolezza dovuta a scarsa informazione. Penso a quei tanti anziani con pensioni minime, integrate con risorse pubbliche, che gettano via i soldi in Gratta e vinci o slot-machine: lo Stato dovrebbe preoccuparsi di far giocare meno, anche a costo di contenere gli incassi dai giochi. E penso ai giovani, che dovrebbero essere informati molto meglio di quello che li aspetta a livello previdenziale ».Le riforme pensionistiche degli ultimi anni hanno messo in sicurezza i conti, ma anche annullato molti 'privilegi' storici. «Si dovrebbe ricordare più spesso che per tutti i giovani che hanno iniziato a lavorare dal 1 gennaio 1996 non ci saranno più né l’integrazione al minimo e nemmeno le maggiorazioni sociali delle pensioni – sottolinea Brambilla –. Per capire di cosa stiamo parlando teniamo presente che oggi lo Stato integra quasi 7 milioni di pensioni, il 30% di quelle in pagamento, di fatto tutte quelle sotto i mille euro mensili, tolti gli assegni di reversibilità. Bene, questa integrazione domani non ci sarà più. Dunque se i giovani non avranno versato a sufficienza, dovranno lavorare anche da vecchi». A maggior ragione se contratti di lavoro precari avranno comportato un livello basso di contributi versati.
Per queste ragioni il tema della previdenza complementare è decisivo, soprattutto se si tiene conto che l’Italia è agli ultimi posti della classifica Ocse nel rapporto tra patrimonio investito in fondi pensione e Pil, con il 4,6% contro una media del 33,2% (l’Olanda è al 135%, la Gran Bretagna all’87%; la Germania al 5,2% e la Francia allo 0,2%, ma in questi Paesi c’è una forte presenza di fondi pensione aziendali). Il problema è che finché lo Stato era capace di generosità pensionistica, questo poteva anche non essere un limite, ma oggi il problema si pone in modo serio. «La crisi finanziaria, il debito e l’invecchiamento della popolazione stanno trasformando radicalmente il nostro modello di welfare – spiega ancora Brambilla –. Tenere sotto controllo la propria posizione previdenziale e sanitaria diventa sempre più importante». E sapere che oggi spendiamo in giochi il doppio di quello che investiamo in pensioni integrative può essere d’aiuto. A capire che la pensione non è una scommessa.
Avvenire
30.12.12