Zamagni e l'Agenda Monti

« L’agenda Monti? Bella senz’anima. Quello che contiene, dalla famiglia al­l’Europa, dall’impresa sociale al lavoro, è in larga parte condivisibile. Il problema è quello che non c’è. E manca molto».
A inizio ottobre, tracciando per questo giornale un bilancio del governo Monti, Stefano Zamagni era stato abbastanza se­vero, attribuendo all’esecutivo molta buona volontà, ma giudicandolo di fatto incapace di leggere e comprendere la so­cietà italiana nella prospettiva dell’eco­nomia civile, dell’impresa sociale e di quell’universo tra lo Stato e il mercato che si definisce Terzo settore. Ma quella è sto­ria vecchia. Il governo tecnico sorretto da una maggioranza eterogenea non c’è più. Mario Monti e la sua 'Agenda' rappre­sentano un terreno di confronto tutto nuovo. Ed è in questa chiave che l’eco­nomista bolognese, ispiratore di molte norme sul non profit e tra coloro che il Papa ha consultato durante la stesura del­l’enciclica
 Caritas in veritate , oggi espo­ne la sua 'critica'. Che, ci tiene a preci­sare, vuole essere costruttiva. Un contri­buto.
Professor Zamagni, nel mondo cattolico si sta guardando con grande attenzione all’Agenda dell’ex premier, dopo la sua 'salita' in politica. Che giudizio ne dà?

Ci sono molte buone intenzioni, ma la prima impressione è che sia stata fatta un po’ in fretta. Per certi versi era inevitabi­le, considerati i tempi, però è chiaro che, anche se si tratta di ben 25 pagine, l’A­genda deve essere arricchita e integrata.

Insomma va fatta... 'lievitare'. Che cosa le manca?

L’anima. Così com’è sembra più il pro­gramma di un futuro ministro economi­
co che non la linea di un intero governo. Ripeto: è tutto molto condivisibile, ma re­sta un documento ancora legato a un contesto di emergenza del Paese, si evo­ca ma non si approfondisce una pro­spettiva di sviluppo che vada oltre la di­mensione economica e finanziaria. Que­stione centrale, per carità, peraltro af­frontata benissimo, ma non si può ridur­re tutto a economia e finanza. E non pos­siamo pensare che il Paese resti in emer­genza ancora per i prossimi cinque anni.
Entrando nel merito, l’Agenda riconosce la necessità di «valorizzare il ruolo del volontariato» e il «modello di impresa sociale». Non sono passaggi significati­vi?

Certo, la citazione è molto importante, ne va dato atto. È un passo in avanti. Però non possiamo fermarci a questo. Nel do­cumento, ad esempio, non si parla mai di Terzo settore e non possono bastare le righe dedicate al volontariato e all’im­presa sociale per dirsi soddisfatti. Intan­to perché il non profit non può essere ri­dotto al solo volontariato. E poi perché l’impresa sociale è un’invenzione italia­na che sì, l’Europa ora sta riconoscendo, come correttamente rilevato, ma proprio per questo meriterebbe molto più spa­zio. Per il mondo cattolico la questione del Terzo settore è come l’acqua per l’as­setato,
ed è importante che chi si candi­da a guidare il Paese abbia parole chiare in merito all’applicazione del principio di sussidiarietà, sia orizzontale sia circo­lare.
L’Agenda si apre parlando di Europa con un grande riconoscimento dell’econo­mia
 sociale di mercato.
È positivo. Come cattolici però dobbia­mo dare un contributo affinché questo
 passaggio vada integrato e arricchito. La visione generale di Europa, ad esempio, è forse ancora un po’ troppo legata all’e­quilibrio economico e finanziario, men­tre non si fa riferimento alle comuni ra­dici cristiane. Quanto all’«economia so­ciale di mercato», certo, è meglio dell’«economia liberista di mercato». Ma mi permetto di segnalare che questo mo­dello caratterizza più i Paesi del Nord Eu­ropa e ha un sapore, lo dico con rispetto, un po’ più protestante nonostante i col­legamenti con la Dottrina sociale della Chiesa. La nostra tradizione, come italia­ni e come cattolici, è quella dell’«eco­nomia civile di mercato». Un mo­dello, cioè, nel quale la dimen­sione del 'civile' rompe il dualismo tra Stato e mercato. Non è un caso che né Sturzo, né soprattutto De Gasperi, abbiano mai fatto riferi­mento all’economia sociale di mercato.
Converrà che il passaggio sulla «famiglia al centro delle politiche di svilup­po, della fiscalità e del welfare», e il riferimen­to al fatto che contro il «calo demografico l’I­talia deve tornare ad avere fiducia nel futuro e a fare bambi­ni
», non sono niente male. O no?Forse non mi sono spiegato con chiarez­za. Di quello che c’è nell’Agenda dico tut­to il bene che si può. La mia opinione è che andrebbero inserite alcune correzio­ni e fatte molte aggiunte. Un esempio: è positivo che le donne possano lavorare, ma la proposta di detassare i loro redditi non può essere presa a scatola chiusa. Ci sono infatti delle specifiche controindi­cazioni che esigono alcune correzioni. I­noltre, quando si parla di «conciliazione» tra famiglia e lavoro è preferibile usare il termine «armonizzazione». La concilia­zione implica che è la famiglia che si de­ve adattare alla logica dell’impresa, l’ar­monizzazione che impresa e famiglia tro­vino un’armonia. Sembrano dettagli, in­vece hanno grandi implicazioni pratiche.
Critico, ma costruttivo, insomma. Vo­lendo completare l’elenco dei vuoti da riempire, che cosa aggiungerebbe?

Oltre a Terzo settore, sussidiarietà, eco­nomia civile, di sicuro aggiungerei un passaggio sul ruolo della cooperazione
nell’economia italiana – in particolare quella di credito e la cooperazione socia­le – affronterei il tema fondamentale del pluralismo scolastico, direi qualcosa di più sulle questioni della bioetica e sui te­mi eticamente sensibili. Infine, prende­rei l’impegno di dare vita a una Autorità per il Terzo settore, sulla cui necessità tutti sono d’accordo. Argomenti irri­nunciabili in un programma di gover­no. Per questo è importante impegnar­si per migliorare e far lievitare l’Agen­da. Anche perché, in giro, non ci sono molte alternative. 

Massimo Calvi
Avvenire 28.12.12