Torna la voglia di famiglia

 E se dalle macerie della pandemia rinascesse la famiglia? Non è una boutade e nemmeno un auspicio irrazionale: gli studi sociali sulla risposta dei giovani a questa fase storica mostrano vari segnali di ottimismo. Non che la crisi sanitaria non abbia lasciato segni profondi e severi in una generazione che ha vissuto il confinamento in modo più problematico di chi abita altre fasi della vita - perché se il Covid da un punto di vista clinico si è abbattuto sulle persone più anziane e fragili, le misure di contrasto alla pandemia hanno avuto effetti severi sui più piccoli, gli adolescenti e la generazione che stava incominciando a progettare la vita.

In questa sofferenza diffusa e condivisa, tuttavia, sembra essere maturata una consapevolezza importante attorno al valore dei legami e delle relazioni solide. I segni vanno colti con prudenza, ma ci sono, ed esprimono una direzione chiara: forse non si tratterà di una famiglia che si costituisce nei modi che abbiamo conosciuto, perché siamo immersi in una società definita post-familiare; forse serviranno passaggi nuovi e meno istituzionalizzati per la sua formazione, oltre a schemi diversi per catturarne la forma; e di sicuro servirà un intervento pubblico di supporto ai desideri delle persone di stare insieme e avere figli. Il fatto emergente, tuttavia, è che l'esperienza della pandemia ha rafforzato in molti la consapevolezza che l'orizzonte della famiglia si lega in modo stretto a una prospettiva di maggiore felicità e di benessere.

L'idea che l'uscita (lenta) dalla crisi sanitaria possa riaprire i giochi e dare una nuova opportunità alla famiglia è indagata in una serie di rapporti e indagini in continuo aggiornamento. Questa settimana, ad esempio, se ne è parlato nel corso di un webinar organizzato da Istituto Toniolo, Centro internazionale studi famiglia (Cusf) e Università Cattolica, nel quale sono stati ripercorsi i contenuti dell'ultimo Rapporto Giovani del Toniolo "La Condizione Giovanile in Italia" (Il Mulino), del Rapporto Cisf 2020 "La Famiglia nella società post-familiare" (San Paolo) e della più recente indagine Cisf-Toniolo su "Giovani, Famiglia e Futuro attraverso la pandemia" (San Paolo). 

Da cosa nasce, dunque, lo spunto di ottimismo? Una base importante, in prospettiva, può essere rappresentata dalla spinta che arriverà dal Family Act, cioè da misure come l'assegno unico e universale, gli investimenti nell'accoglienza dei più piccoli, i provvedimenti per favorire la conciliazione vita-lavoro. L'Italia, ricorda Alessandro Rosina, coordinatore scientifico dell'Osservatorio Giovani del Toniolo, è il Paese con la più persistente bassa fecondità al mondo, e la crisi demografica che la colpisce, che si esprime con i continui record negativi della natalità, deriva dalla maggiore difficoltà dei giovani nel fare famiglia. "In Italia più sale l'età, più nei giovani si registra una revisione delle aspettative relative al lavoro e all'avere figli - spiega Rosina -. È come se il confronto con la realtà rendesse i ragazzi via via più consapevoli delle maggiori difficoltà. Rispetto a Paesi con politiche familiari più avanzate, i giovani italiani mostrano non a caso il gap più alto tra il desiderio di avere figli e la sua realizzazione. Ma lo svantaggio può essere colmato: un'indagine del Laboratorio Futuro del Toniolo mostra che gli italiani sono aperti e favorevoli a politiche che sostengono la famiglia, la conciliazione, la condivisione dei ruoli tra padri e madri".

La percezione di un cambiamento possibile promosso dal pubblico non è un dato irrilevante per il nostro Paese, perché se in Italia "il fare famiglia è considerato un'impresa", come argomenta lo psicologo sociale Camillo Regalia, direttore del Centro di Ateneo di studi e Ricerche sulla Famiglia della Cattolica, molto si deve proprio alla consapevolezza di una difficoltà strutturale. Si spiegano così i dati abbastanza sconvolgenti emersi dall'indagine condotta tra i giovani durante il lockdown proprio da Regalia con Elena Marta, ordinaria di Psicologia sociale alla Cattolica, che mostrano una minore propensione a sposarsi e ad avere figli tra le donne sopra i 30 anni e tra le donne con un lavoro stabile, sia rispetto ai maschi che alle donne senza lavoro o alle più giovani. Una rinuncia che non è tanto frutto di una crisi del desiderio di maternità, ma della consapevolezza che nel contesto in cui si vive tutto diventa più difficile se si è genitori, soprattutto se si è donna. È possibile che questo approccio maturi e sia favorito dall'esperienza diretta, cioè emerga in giovani che hanno sperimentato "in casa" il valore e la forza di legami solidi. Di certo, spiega Regalia, in tutti gli indicatori del benessere chi vuole sposarsi o avere figli manifesta maggiori condizioni di felicità.

Se dunque il contesto di riferimento racconta di un'"evaporazione dell'idea di famiglia", per dirla con Francesco Belletti, sociologo, direttore del Cisf, è anche vero che "lo scivolamento verso il modello individualista come percorso verso la felicità sembra ormai appartenere all'età della pietra, mentre la costruzione di legami e progetti stabili, di relazioni solide tra le persone, rappresenta la vera modernità".

La pandemia può essere vista dunque come un grande test sociale. Il punto critico resta la difficoltà ad accettare e ad assumere vincoli. Quello che si nota oggi, però, è una maggiore consapevolezza dei giovani attorno all'idea che i legami familiari, la solidarietà tra generazioni, la costruzione di relazioni autentiche e solide rappresentano un'opportunità di arricchimento, una "ricetta" per il benessere personale e della comunità. Una buona notizia per la famiglia. Un messaggio chiaro alla politica.

Massimo Calvi

Noi Famiglia e Vita, Avvenire, 27.6.2021