Maschio che fine hai fatto?

Una delle cose che inquieta tanti maschi oggi non è dover fare i conti col fatto che sì, in fondo, come si dice, «non ci sono più gli uomini di una volta», ma che le ragazze, le ultime generazioni di donne, abbiano incominciato a chiedersi: «A che cosa servono gli uomini?». Già. A che cosa serviamo se la scienza ha reso superflui i rapporti fisici ai fini riproduttivi, se l’affettività ha rotto gli schemi, se la cronaca racconta che siamo capaci quasi solo di femminicidi, molestie, abusi, prevaricazioni professionali e varie altre forme di sopruso?
Tentare una risposta e restituire un posto agli uomini nel mondo non è facile in una stagione in cui la disposizione ad assumere lo sguardo dell’altro è merce rara. Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, ci prova in Maschi. Forza Eros e tenerezza (Ares, 144 pagine, 12 euro), e lo fa scomponendo le parti del tutto per ridare un ordine alle priorità. La sfida è attualizzare la lettera di san Paolo agli Efesini e il concetto di «sottomissione» in famiglia («...siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti... e voi mariti amate le vostre mogli...»), per dire che oggi l’uomo deve re-imparare ad amare se vuole meritarsi il «rispetto» (non la sottomissione) della donna.
Non facile, dopo che nello sforzo di contrastarne la «pre-potenza», le donne e il femminismo hanno ridotto il maschio all’«im-potenza». Allora ecco la necessità che i fragili e timorosi uomini di questa epoca fluida si mettano in ricerca di quella «potenza buona», «feconda e fecondante», andata smarrita o sacrificata sull’altare del narcisismo.
C’è un aspetto sul quale non si è riflettuto abbastanza nelle analisi sul caso Weinstein e dintorni: è il ruolo di una certa cultura nell’educare i maschi a vedere le femmine quasi solo come «erogatrici di beni di consumo», per non dire dell’amnesia collettiva circa il fatto che un uomo non è mai frutto del caso, ma «inizia sempre tra le braccia di una donna». Chiedersi come non allevare oggi i molestatori di domani, dunque, è domandarsi: cosa definisce e forma veramente un maschio?
Tre cose, probabilmente. La «solitudine», quella di Adamo con Dio, del neonato con la madre, dell’uomo nel deserto o in ricerca nella natura selvaggia, condizione necessaria alla coltivazione della propria identità; poi forse lo «sguardo», che deve potersi alzare dal proprio ombelico, non essere predatorio se rivolto verso una donna ma ispirare fiducia, lo sguardo di Ettore padre verso suo figlio prima della sfida con Achille; e infine forse la «generosità», la forza di uscire da se stesso e donare alla generazione successiva la capacità di tendere verso «un eroismo alto», generosità che è feconda e generativa.
È un invito a spezzare la sterile degenerazione narcisistica per ritrovare la «dimensione eroica della figura paterna» l’obiettivo di Maschi, ma il percorso è quello di un manuale d’amore per la coppia, una guida a «capirsi», alla relazione, a riconoscere e accogliere la differenza tra uomo e donna, a divenire «una sola carne». Non usa mai la parola «sacrificio» riferendosi al padre, l’autrice, forse perché da donna, moglie e madre lo dà per scontato. Si può allora ricordare J.M. Coetzee quando nell’Infanzia di Gesù si chiede: ma se la madre dà la vita, il padre cosa dà? Il padre? Il padre dà il sangue.

Massimo Calvi
Avvenire 11.1.2018