Non ci sono cartelli ad indicare la strada per Salinas, ma non è importante. Si lascia la Panamericana cento chilometri a Sud di Quito, la capitale dell'Ecuador, svoltando a destra per la strada che da Ambato porta a Guaranda. Di fronte svetta il Chimborazo, 6.300 metri, il vulcano più alto del mondo. Si sale. Tra le Ande ecuadoriane i campesinos arano la terra con le unghie e sfidano la gravità, rubando spazi a pendenze mpossibili. Non è lontano il mito di Salinas, il villaggio modello, il sogno di sviluppo di ogni campesino. La strada sale, entra nelle nuvole. Affianca le chosas, le case di fango e paglia della cordigliera andina. Lama e indios osservano in silenzio. La povertà ha un cappello marrone, un poncho a righe, le guance colore della terra, gli occhi grandi e scuri. Non è il 21esimo e nemmeno il 20esimo secolo, è il Sud del mondo. L'aria rarefatta punge i polmoni. Prima della Cruz dell'arenil, il passo a 4.250 metri, si svolta sullo sterrato. Non
ci sono cartelli per Salinas, non ce n'è bisogno: ogni contadino dell'Ecuador conosce a memoria la strada. È la strada di tutti: lavoro e sacrificio; ma anche sviluppo compatibile, condivisione. E credito in cooperativa.
Domandate nei villaggi sulle Ande, nelle campagne: tutti vi diranno che vogliono arrivare qui, seguendo questo percorso di crescita. Salinas, 3.600 metri sul mare, un migliaio di abitanti, è un gruppo di case nel
nulla, tra gli eucalipti, i pini, il cielo. Padre Antonio Polo, 64 anni, missionario salesiano arrivato qui nel 1970 insieme ad alcuni giovani dell'operazione Mato Grosso, si presenta a braccia aperte. Barba bianca, occhi che brillano. Mostra una vecchia foto ingiallita: un prete giovanissimo, case di fango, un ragazzo con grandi occhiali a cavallo. Povertà, miseria. Di quello che è nella foto non resta molto. Dove c'erano le chosas oggi ci sono la chiesa, la casa comunale, un ufficio turistico, una pensione, qualche ritrovo. Tante case nuove in mattoni grigi. E la Caja Rural, la Cassa Rurale, il volano economico di questo piccolo miracolo umano. O, come dicono giù a Guaranda, di questa revoluciòn. Una rivoluzione. Sognata dai missionari e dai volontari, coltivata dagli indigeni. Una rivoluzione che ha il sapore dolce del torrone e del cioccolato, il calore della lana, il carattere del formaggio fresco, la rotondità dei palloni da calcio. Oggi qui a Salinas, ex villaggio più povero dell'Ecuador, si produce tutto questo e molto altro: pane e pasta, insaccati, funghi secchi, mobili, ceramiche, bottoni, si allevano trote. E si esporta fino oltre l'oceano, grazie alla rete del commercio equo e solidale. Più di 350 persone hanno un impiego stabile, tutti nel villaggio sono in attività, 50 giovani studiano all'università, nessuno scappa più dalla campagna. Un'eccezione nella realtà campesina della cordigliera e per la disastrata economia dell'Ecuador, dove l'80% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno e tra questi il 30% campa sotto la soglia dell'indigenza. Salinas è un'isola nella povertà, un progetto tra le nuvole. Un sogno che continua. Come è stato possibile? Per secoli e secoli gli indios Tomabelas, le culture Panzaleo e Puruha, gli Incas, a Salinas hanno estratto solo il sale (spiegato il nome). Lo hanno fatto anche i Lopez Cordobès, la dinastia spagnola di proprietari terrieri che ha dominato su questa provincia e su chi vi abitava fino agli anni '70. E poi? Poi dall'Italia arrivano missionari e volontari, aiutano i contadini a lavorare, insegnano nuovi mestieri e invitano a prendere coscienza. Puntano all'acquisto delle terre. Sono anni di lotte e di sangue, in tutto in Paese. L'allora vescovo di Guaranda, monsignor Candido Rada, consiglia: «Aprite una Cassa rurale, a Salinas». È la formula vincente. Il risparmio delle famiglie alimenta la cassa. Il credito finanzia l'acquisto delle terre e della libertà, sostiene l'avvio delle prime attività produttive comunitarie. È quello che accade un po' in tutto il Paese, grazie ai crediti concessi dal Fondo Ecuadoriano Populorum Progressio, il Fepp, fondato proprio in quegli anni. Ma a Salinas tutto questo avviene all'ennesima potenza.
L'intera parrocchia di Salinas si estende su 40mila ettari, da 600 a 4.200 metri di altitudine, conta 22 villaggi e 10mila abitanti. «Trent'anni fa qui non arrivava nemmeno l'acqua. L'acqua, non l'acqua potabile - racconta
padre Antonio -. Otto contadini su dieci erano analfabeti, quasi la metà dei nati moriva prima dei cinque anni». Oggi le sorprese hanno un altro sapore. Poco sotto la chiesa, in un piccolo cortile, ecco il caseificio:
i giovani della scuola salesiana producono formaggi stagionati e a pasta molle venduti in tutto l'Ecuador. Più in basso, la "fabbrica" del cioccolato: tre persone lavorano la materia prima, altre tre la confezionano. Non è
un banale quadretto. «Produciamo 14 tonnellate di cacao in un anno - spiega Enrique Cachimuel, responsabile dell'agroindustria dell'attività salesiana -. Ne esportiamo il 90%, gran parte in Italia. Ma possiamo produrre 7 quintali di cacao al mese. Ditelo, su da voi: comprate il nostro cacao!». È così anche alla fabbrica del torrone. O alla filanda, dove macchinari antichi sfornano 50 quintali di filo la settimana. E al confezionamento dei funghi, che qui non si cercano, ma semplicemente si raccolgono: 30 tonnellate di fungi secchi in un anno, una montagna intera. «Vorremmo venderli alla Star o alla Knorr, come si fa?», chiede ingenuamente padre Antonio. Sulla piazza i giovani giocano a «ecua-volley», tre contro tre, la palla leggermente accompagnata. Di fronte c'è la Caja Rural, il cuore dell'economia comunitaria. La gerente mostra il bilancio: 1.035 soci, praticamente tutti gli abitanti del villaggio, anche i bambini; 400 hanno diritto al credito, la raccolta è di 381.000 dollari, gli impieghi di 351mila, il prestito medio di 1.000 dollari. L'interesse al 18% annuo, un record in Ecuador. I «morosi» sono uno su cento: nessuno. Si può restare sorpresi visitando Salinas, distretto di piccole imprese spuntato così nella dolce desolazione delle Ande. Non lo è, sorpreso, quel ragazzo, quello studente salesiano che nella vecchia foto sedeva a cavallo e portava grandi occhiali. Oggi ha 58 anni, si è sposato con una ecuadoriana, ha avuto tre figli, si è trasferito a Quito.
Si chiama Bepi Tonello, missionario laico, ed è diventato direttore del Fepp, la principale Ong del Paese, oltre che della cooperativa di credito Codesarollo, alla quale sono collegate 700 Casse rurali dei villaggi. Da
giovane ha prestato le braccia e il cuore a Salinas, da grande offre l'intelligenza alle centinaia di potenziali Salinas dell'Ecuador. «È stata la crisi della cooperazione internazionale a farci scoprire lo strumento del credito - spiega -. Ed è questa la via del futuro: il vero mercato che i campesinos devono conquistare ormai è quello del credito. Perché qui oggi è possibile programmare, in modo pacifico, uno sviluppo simile a quello che ha conosciuto l'Italia nel secolo scorso grazie anche al ruolo svolto dalle Casse rurali nelle comunità». Ecco dove porta la strada di Salinas. Domandate ai campesinos. Chiedete agli indios di Otavalo, che lottano per pagare meno il costo del denaro e dimenticare i chulqueros, gli usurai. Chiedete agli allevatori di San Josè de Chanchalò, che per sfuggire alla gogna degli intermediari si sono finanziati con la Cassa la costruzione di un caseificio. Chiedete a San Francisco de la Jula, dove la gente si è comprata la terra dai padroni grazie al credito e oggi produce latte e formaggio in libertà. È qui che Tonello ci mostra il vero simbolo della revoluciòn, indicando i bambini che ballano per la festa del villaggio: hanno un Panama bianco in testa, un foulard rosso, uno spadino di legno alla cinta. «Da grandi lasceranno la spada e impareranno a usare la Caja Rural». Non è una favola. È una storia vera di campesinos, di cooperazione, di credito. E di nuvole.
Massimo Calvi, Avvenire 09.02.04