È single o ha relazioni affettive fragili, ha un lavoro
precario o poco pagato e sperimenta una condizione socio-economica
svantaggiata. È il ritratto più comune dell’uomo che non diventa padre. Può
sembrare scontato sia così, che cioè i maschi meno "affermati"
socialmente abbiano meno probabilità di diventare padri. Se però si amplia lo
sguardo e si considera che la difficoltà a trovare un lavoro sicuro negli ultimi
anni è cresciuta notevolmente e che la situazione economica si è fatta molto
più incerta, ecco che per i maschi il collegamento tra povertà e assenza di
figli può diventare una gabbia opprimente. Soprattutto se si tiene conto che
questa condizione interessa in particolare le giovani generazioni.
Esistono moltissime ricerche che indagano le ragioni
sociali, culturali ed economiche della denatalità in una prospettiva femminile,
che cioè osservano la crisi delle nascite come difficoltà delle donne nel
realizzare i desideri di maternità. Pochissimi sono invece gli studi che – un
po’ per ragioni culturali, un po’ perché i maschi hanno il privilegio di una
fecondità più lunga nel tempo – analizzano gli ostacoli alla paternità. Uncontributo in questa direzione arriva da una recente ricerca di unaricercatrice del dipartimento di Statistica dell’Università di Firenze,Valentina Tocchioni, che ha indagato l’universo di chi non ha figli in Italia. Ne parliamo con lei.
Che cosa accomuna gli uomini che non diventano
padri, qual è l’aspetto che emerge di più nella paternità
negata?
L’elemento principale è ovviamente l’essere single, unito al
fatto di avere una posizione lavorativa e professionale svantaggiata. Il dato
problematico è che questa realtà è in crescita. Il secondo fattore critico
riguarda l’avere una vita frammentata, sia in termini di instabilità di coppia
che lavorativa. E anche questo è un fenomeno in aumento. Un’altra circostanza
interessa gli uomini con relazioni di coppia e lavoro stabili, ma che non hanno
figli per scelta oppure per motivi di infertilità legati anche al rinvio nella
coppia della decisione di avere figli. E anche in questo caso si tratta di una
situazione sempre più comune.
Che differenze si rilevano tra uomini e donne
nel percorso che porta alla mancanza di figli?
Se una donna in condizione di svantaggio sociale ed
economico può diventare comunque madre, per l’uomo è molto più difficile. Un
uomo con una situazione lavorativa fragile ha più problemi nel trovare una
compagna di vita e poi ad avere figli. È proprio nel lavoro la differenza più
significativa. Le donne senza figli in Italia hanno maggiori probabilità di
partecipare al mercato del lavoro, per gli uomini vale esattamente il
contrario.
Quanto questo interessa i giovani? Si tratta
più di un cambio culturale o di tipo economico?
Le tendenze descritte valgono soprattutto per le coorti più
giovani della popolazione, ed è l’aspetto che più preoccupa. È chiaro che il
cambiamento della situazione economica ha influito, tuttavia c’è stata anche
una trasformazione dei costumi. Crescono le unioni "flessibili"
dovute a una società in cui le persone sono molto più mobili, ci sono molte
relazioni "a distanza" in cui le persone riescono magari a vedersi
solo nel fine settimana perché lavorano o studiano in città lontane. È una
trasformazione che si ripercuote sicuramente sulla possibilità di diventare
genitori.
Diverse ricerche accostano la paternità a un
aumento della soddisfazione di vita. Sapere che l’essere padri dipende anche
dal "successo" professionale sembra creare una nuova categoria di
poveri tra i maschi. Come si può intervenire?
Credo che possa essere importante un cambio di mentalità.
Così come oggi è comunemente accettato che le donne e le madri lavorino,
sarebbe utile incominciare a ritenere che un uomo che non trova lavoro possa
comunque avere il diritto di diventare padre, magari perché il solo stipendio
della donna può bastare in quanto non è inferiore a quello dei colleghi maschi.
Il livello di molte retribuzioni richiede sempre più spesso che per avere una
famiglia si debba lavorare in due. Ma certi schemi possono far sì che tanti
uomini restino incastrati in un ruolo che nega loro la possibilità di diventare
padri.
Massimo Calvi
Avvenire 18.3.2018