Non tira una bella aria dalle parti della Silicon Valley e il cielo si è fatto
cupo sui giganti tecnologici della nostra epoca. Forse non sarà un redde
rationem, un giorno del giudizio, ma è possibile che per l’economia digitale
stia per aprirsi una nuova fase: quella in cui le imprese più innovative di
internet cessano di avere campo totalmente libero in virtù del progresso che
prefigurano, e i consumatori incominciano a scorgere oltre ai tanti vantaggi
anche il lato oscuro dell’innovazione.
I segnali che attorno a realtà come Facebook, Google,
Amazon, e a tutto l’universo delle app che hanno cambiato la nostra vita, stia
per iniziare una sorta di "secondo tempo", di ripensamento e di
ribilanciamento, sono molti. Quello più significativo è legato al mercato: in
poco più di due settimane, dallo scandalo dei dati degli utenti Facebook usati
in modo fraudolento per fini elettorali dalla società Cambridge Analytica, il
titolo del social network più diffuso al mondo ha perso a Wall Street 80 miliardi
di dollari, mentre il suo fondatore, Mark Zuckerberg, è diventato più
"povero" di 14 miliardi. È per questo che Facebook ha annunciato che
aiuterà gli utenti a proteggere meglio la loro privacy. È solo un annuncio, e
d’altra parte anche i prezzi in Borsa sono mobili per definizione. Tuttavia la
pressione sull’economia digitale cresce ogni giorno e non sembra fermarsi.
Anche Amazon è stata messa sotto pressione dagli investitori dopo che il
presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato di possibili regole per
limitarne lo strapotere nel commercio online.
Le ragioni delle critiche sono racchiuse in una sigla, come
piace agli americani, che richiama la parte del cattivo: Baadd, cioè Big (grande), Anti
competitive (anti concorrenza), Addictive (che crea dipendenza)
e Destructive to Democracy (distruttivo per la democrazia).I problemi
causati dai giganti di internet sono noti da tempo, e non da ora si discute
dell’opportunità di limitarne il potere. Tuttavia è stato necessario rendersi
conto che un sistema di regole ispirato al Far West può produrre effetti
negativi per la democrazia perché qualcosa incominciasse a cambiare. Difficile
dire se ci sarà una trasformazione, ma lo scandalo se non altro ha spinto gli
americani a guardare con un occhio diverso al problema dei dati personali:
negli Stati Uniti la popolazione non ha mai sperimentato veramente forme di
controllo pervasivo come è avvenuto in Europa con il fascismo, il nazismo o i
regimi comunisti dell’Est, e il tema della privacy, che pure è nato negli Usa,
non è mai stato in testa ai pensieri dei consumatori, sempre ben disposti a
cedere informazioni relative a se stessi in cambio di buoni sconto o servizi
gratuiti. Il Grande Fratello orwelliano è più un incubo europeo.
L’ondata critica verso il mondo autoreferenziale delle
imprese hi-tech di internet, a dire il vero, parte da più lontano. Il dito che
a inizio 2018 è stato puntato contro la Apple, accusata da alcuni fondi di
investimento di produrre smartphone che creano dipendenza senza riflettere sulle
possibili contromisure, può essere visto come il segnale di un’inversione di
tendenza anche culturale. È vero, buona parte delle critiche di questo tipo
giungono da manager che hanno cambiato casacca o sono interessati a sviluppare
business alternativi in nome di un uso etico della tecnologia, eppure anche
questo è indice di una mutazione in corso. Un caso che può essere accostato a
questa riflessione chiama in causa Uber e il tragico incidente che ha
interessato un veicolo a guida autonoma dell’azienda e costato la vita a una
donna che attraversava la strada. Qualche osservatore ha fatto notare che a
dover essere messo in discussione non è tanto un sistema tecnologico, quanto un
modello di business che grazie a un’applicazione permette di ottenere servizi a
costo inferiore rispetto al mercato con l’obiettivo di eliminare la concorrenza
e tendere al monopolio.
Il vento che sta attraversando la Silicon Valley può aiutare
a spazzare via miti e dogmi di vario genere che hanno accompagnato la crescita
dell’innovazione digitale negli ultimi anni. Si pensi al fenomeno del
car-sharing e alle app che permettono di condividere le auto: promettevano di
ridurre il traffico e i veicoli in circolazione nelle città, ma diversi studi
dimostrano che con la loro introduzione gli spostamenti in auto, la congestione
e lo smog aumentano perché il basso prezzo associato a una tecnologia smart ha
reso meno appetibili i mezzi pubblici. La questione del monopolio e della
restrizione della concorrenza, per soggetti che controllano anche
l’infrastruttura di internet, resta il tema centrale. Il 90% delle ricerche sul
Web passa da Google, il 99% dei sistemi operativi per smartphone sono di Google
e Apple, il 95% di giovani adulti si connette ai social con prodotti di
Facebook, il 75% delle vendite di libri elettronici transita da Amazon. Al
confronto, ha fatto notare il 'Wall Street Journal', colossi del passato come
Standard Oil e AT&T, che dominavano l’80% dei rispettivi mercati e per
questo vennero 'smontati', erano soggetti meno dominanti. Oggi viviamo più
comodamente grazie ai colossi digitali, abbiamo una percezione positiva e non
opprimente della loro presenza, ma che innovazione abbiamo perso a causa del
loro potere? E che cosa perderemo?
Tutela della privacy, democrazia, concorrenza, qualità della
vita e delle relazioni, ma anche questioni fiscali: è come se i nodi irrisolti
dei big della rete stessero venendo al pettine tutti insieme e nello stesso
momento. I mercati temono che questa ondata critica possa dare avvio a una fase
regolatoria capace di limitare i profitti dell’hi-tech. Ma anche che la crisi
di reputazione di alcune realtà possa generare una fuga degli utenti,
amplificare i problemi e scatenare un effetto domino. C’è invece una grande
opportunità da cogliere, e riguarda le persone, i cittadini, i consumatori, non
solo la politica e i regolatori: prendere atto che vi è molto di buono nella
tecnologia che conosciamo, ma che allo stesso tempo l’architettura con cui è
progettata è in grado di generare effetti inattesi e non sempre positivi. E per
questo si deve correggere il tiro. Abbiamo imparato che i servizi gratuiti
possono avere un costo elevato per la libertà, che una piattaforma usata da
tutti può farci perdere qualcosa che rimpiangeremo, che un’applicazione comoda e
geniale può finire per peggiorare la vita privandoci col tempo delle
alternative. Se il secondo tempo dell’economia di internet può iniziare dipende
solo da noi.
Avvenire, 28.3.18
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